Luca Kocci

Sinodo: il circolo Germanicus e la via della gradualità

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“Adista”
n. 36, 24 ottobre 2015

Luca Kocci

«Il nostro circolo chiede di non cedere troppo a una sopravalutazione della percezione alquanto pessimistica della nostra società». Il Germanicus (circolo minore di lingua tedesca: moderatore card. Christoph Schönborn, relatore mons. Heiner Koch), nella discussione sulle prime due parti dell’Instrumentum laboris, critica i “profeti di sventura” e chiede che la Relazione finale del Sinodo si apra ad una visione positiva della realtà e della famiglia, a partire proprio dal matrimonio, senza rinchiuderlo in gabbie troppo rigide. «Chiediamo di aggiungere un paragrafo che descriva la bellezza del matrimonio e la missione del matrimonio e delle famiglie», si legge nella prima relazione del circolo, che aggiunge: «Il matrimonio non è soltanto un tema che riguarda la fede cattolica, ma si rivela, nel suo contenuto più profondo, come anelito fondamentale degli uomini. Si dimostra, ben al di là dei confini culturali e religiosi e di qualsiasi cambiamento sociale, straordinariamente costante. L’uomo desidera amare e donare amore. L’amore è il sì completo e incondizionato a un’altra persona, fine a se stesso, senza secondi intenti e senza riserve». Sulle situazioni delle famiglie in difficoltà il circolo non entra nel merito – lo farà durante la discussione della terza parte dell’Instrumentum laboris – ma chiede di avere come punto di partenza la biografia delle persone e non «un’ermeneutica deduttiva unilaterale che riduca situazioni concrete sotto un principio generale», si legge nella seconda relazione. «Prudenza» e «saggezza» sono le parole chiave: è necessaria «una giusta e ragionevole applicazione con prudenza e saggezza delle parole di Gesù, ad esempio quelle sull’indissolubilità del matrimonio». Unite alla «gradualità», soprattutto in riferimento alle coppie conviventi o sposate solo civilmente: occorre «lasciare alle persone un tempo di maturazione sul loro cammino verso il matrimonio sacramentale e non agire in base al principio del “tutto o niente”»

Un secondo punto riguarda una sorta di rivalutazione delle singolarità delle persone. Nell’Instrumentum laboris, si legge, «si parla spesso di individualismo. Come caratteristica fondamentale egoistica, esso rappresenta senza alcun dubbio un grande pericolo per la vita delle persone. Non deve però essere confuso con l’individualità dell’uomo. Ogni singola persona è stata creata da Dio in modo unico e straordinario e merita di essere rispettata e protetta nella sua dignità. Nel nostro testo si parla più volte di individualismo, ma si tiene poco conto dei segni dei tempi positivi, che risultano dal rispetto dell’individualità della persona».

Infine la lingua e lo stile comunicativo, anch’esso aperti. «Nel redigere i testi – concludono i padri conciliari del Germanicus – occorre fare attenzione che le posizioni ecclesiastiche e teologiche non siano comprensibili solo all’interno, ma anche accessibili a un mondo laico. Per questo occorre pure una “traduzione culturale”, in certo qual modo un’inculturazione. Da ciò consegue se, nella redazione del documento completo, a prevalere sarà un linguaggio negativamente delimitante e normativamente condannante (stile forense) o un linguaggio positivo, che spiega la posizione cristiana, portando così implicitamente il discorso su quali posizioni sono cristianamente incompatibili». Ad esempio «si eviti di creare l’impressione che la Sacra scrittura venga usata solo come fonte di citazioni dogmatiche, giuridiche o convinzioni etiche». Forse, si legge ancora «abbiamo bisogno di una sorta di “ermeneutica dell’evangelizzazione”, che contempli i diversi oggetti “alla luce del Vangelo”».

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