Un sindaco mai amato. E le campane suonano a festa

“il manifesto”
31 ottobre 2015

Luca Kocci

Fra coloro che esultano per la caduta del sindaco di Roma Ignazio Marino, un posto in prima fila spetta al card. Bagnasco. «Roma ha bisogno di un’amministrazione, di guide, che la città merita moltissimo, tanto più in questo momento in cui il Giubileo è alle porte. Ci auguriamo che Roma possa procedere a testa alta e con grande efficienza», ha dichiarato ieri il presidente della Cei a Radio Vaticana, appena lo scioglimento del Consiglio comunale è apparso sicuro. E ha rincarato L’Osservatore Romano: la vicenda ha assunto «i contorni di una farsa», «al di là di ogni altra valutazione resta il danno, anche di immagine, arrecato a una città abituata nella sua storia a vederne di tutti i colori, ma raramente esposta a simili vicende».

È noto il “tempismo” delle gerarchie ecclesiastiche che, forse fedeli alla massima maoista di «bastonare il cane che annega», affondano il colpo di grazia ad un uomo di governo solo quando è politicamente morto, quindi inservibile. È accaduto così anche con Berlusconi, “scomunicato” dallo stesso Bagnasco solo nel settembre 2011 («comportamenti non solo contrari al pubblico decoro, ma intrinsecamente tristi e vacui», «stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica»), quando gli scandali sessuali dell’ex premier avevano ormai fatto il giro del mondo.

Nel caso dell’ex sindaco, però, le gerarchie cattoliche – soprattutto italiane – bruciano i tempi, cominciando ad attaccare Marino ben prima che salga al Campidoglio. Il chirurgo ha infatti un pessimo curriculum, soprattutto in tema di «principi non negoziabili» che, benché ridimensionati – ma non cancellati – da papa Francesco, per la Cei e per molti vescovi costituiscono tuttora una sorta di stella polare.

Il “peccato originale” di Marino è un dialogo con il card. Martini (“Così è la vita”) pubblicato dall’Espresso del 2006 in cui vennero affrontati, con grande apertura, tutti i temi etici su cui i vescovi avevano innalzato le barricate: fine vita, accanimento terapeutico e testamento biologico; fecondazione assistita (dopo la “vittoria” referendaria del card. Ruini contro la legge 40); aborto e inizio vita; ricerca sulle cellule staminali embrionali e, in generale, confini e limiti della scienza; adozioni per i single; uso del profilattico per la prevenzione dell’Aids. Un dialogo dai contenuti dirompenti (diventato poi un libro, Credere e conoscere, Einaudi, curato da Alessandra Cattoi, fedelissima di Marino in Campidoglio) che mise in grande imbarazzo le gerarchie ecclesiastiche: il disappunto era forte, ma era difficile attaccare frontalmente un cardinale come Martini.

Diverso invece il discorso nei confronti di Marino, che da quel momento finisce sul “libro nero” dei vescovi, come del resto altri “cattolici adulti”. Anche perché negli anni successivi, da senatore del Pd, continua ad intervenire: sostiene le scelte di Piergiorgio Welby e di Beppino Englaro, promuove una legge per il testamento biologico, afferma che la 194 non è un tabù.

Quando si candida come sindaco di Roma, nei sacri palazzi la febbrilazione sale. I media cattolici fanno di tutto per sbarrare la strada al chirurgo che però viene eletto, e subito diffidato da Avvenire ad «aprire campi di battaglia sulle questioni che investono valori primari». Come succede nell’ottobre 2014, quando il sindaco trascrive nei registri comunali i matrimoni celebrati all’estero da 16 coppie omosessuali. «Scelta ideologica, che certifica un affronto istituzionale senza precedenti», tuona il Vicariato di Roma.

Gli ultimi giorni di Marino sono un calvario. Prima il caso del “non invito” a Philadelphia in occasione del viaggio negli Usa di papa Francesco, il quale, in maniera piuttosto irrituale, risponde alla domanda di un cronista: «Io non ho invitato il sindaco Marino a Philadelphia, chiaro?». Poi le rivelazioni di mons. Paglia – presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia ma soprattutto storica guida spirituale della Comunità di Sant’Egidio –, “rubate” dalla trasmissione radiofonica La zanzara: «Marino si è imbucato, nessuno lo ha invitato, il papa era furibondo» (e pochi giorni dopo di nuovo la Comunità di Sant’Egidio – che a Roma, anche a livello politico, ha sempre giocato un ruolo importante – sbugiarda il sindaco, smentendo che suoi esponenti abbiano partecipato ad una cena registrata dai famosi scontrini). Da ultimo è il card. Vallini, vicario del papa per la diocesi di Roma, ad invocare una «nuova classe dirigente».

Uscito di scena il sindaco, sarà evitato un incontro imbarazzante: domani, infatti, il papa celebrerà una messa al cimitero Verano, dove era atteso anche Marino, il quale però, essendo decaduto, non ci sarà. E il 5 novembre, a San Giovanni in Laterano, verrà presentata la Lettera aperta alla città di Roma redatta dal Consiglio pastorale diocesano, presieduto da Vallini. Conterrà l’invito a «ripartire dalle molte risorse religiose e civili presenti a Roma» per scegliere chi governerà la capitale. L’inizio della campagna elettorale.

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