Archive for novembre 2015

«Noi stiamo con papa Francesco». Nuovo appello della Chiesa di base a sostegno di Bergoglio

30 novembre 2015

“Adista”
30 novembre 2015

Luca Kocci

«Noi stiamo con Francesco, contro la corruzione nella Chiesa e nella società, per un nuovo umanesimo». Comincia così l’appello a sostegno di papa Francesco lanciato in queste ore da un gruppo di cristiani laici di Treviso che si dicono «amareggiati per la corruzione fino ai vertici delle strutture ecclesiastiche e sconcertati e stanchi degli attacchi da tutte le parti, dentro e fuori la Chiesa alla persona di papa Francesco».

Vogliamo «esprimere vicinanza, condivisione, incoraggiamento e consolazione a Francesco, sempre ammirati dalla sua fortezza, coerenza e coraggio», spiegano i promotori – che hanno incassato, fra gli altri, la firma di don Albino Bizzotto, dei Beati i costruttori di pace –, e vogliamo «sentirci partecipi e responsabili del suo stesso impegno per una Chiesa a servizio di tutti i poveri e di tutta la Terra». Anche la Chiesa, aggiungono, «in una parte delle sue istituzioni è contrassegnata da una profonda decadenza, disgiunta dalla proposta del Vangelo. Sconcertati, ma nel contempo fiduciosi nella scossa di rinnovamento avviata da Francesco, abbiamo sentito forte la necessità non solo di esprimere a lui il nostro pieno sostegno, ma anche di invitare altri a partecipare con noi».

Questo di Treviso è il secondo appello a sostegno di papa Francesco che parte dalla Chiesa di base. Nel dicembre 2014, in seguito ad un articolo di Vittorio Messori sul Corriere della Sera – molto critico nei confronti di Bergoglio –, don Paolo Farinella ne lanciò un altro (“Fermiamo gli attacchi a papa Francesco”) che ha raccolto quasi 20mila adesioni, fra cui quelle del movimento Noi Siamo Chiesa e delle delle Comunità cristiane di base di tutta Italia (v. Adista Notizie nn. 1, 2 e 4/15).

Ecco il testo dell’appello, che può essere sottoscritto qui.

«Siamo ogni giorno testimoni di violenza, di rifiuto e di disumanità tra i popoli. Anche la Chiesa Cattolica nelle sue strutture è sconvolta da corruzione e scandali. In questo contesto noi – amanti della giustizia, della libertà e della pace – sosteniamo Francesco, che, alla luce del Vangelo, ogni giorno: vive ed annuncia con gioia la centralità della persona umana, vicino agli scartati e ai sofferenti; promuove una chiesa aperta a tutti, di dialogo, di tenerezza e di misericordia; propone una nuova relazione di cura e di responsabilità verso il creato; lotta con determinazione contro la corruzione per una chiesa povera e di servizio. Il popolo di Dio – cioè il popolo tutto – sostiene con convinzione e responsabilità Francesco nell’opera di rinnovamento della Chiesa secondo il Vangelo».

Il papa: «La povertà alimenta il terrorismo»

26 novembre 2015

“il manifesto”
26 novembre 2015

Luca Kocci

È la povertà ad alimentare il terrorismo. Papa Francesco, appena arrivato in Kenya, prima tappa del suo viaggio apostolico in Africa cominciato ieri e che nei prossimi giorni lo porterà anche in Uganda e Repubblica Centrafricana, interviene sul tema di maggiore attualità di queste settimane.

Lo fa pochi minuti dopo il suo atterraggio all’aeroporto internazionale “Jomo Kenyatta” di Nairobi quando – dopo aver effettuato una breve visita di cortesia al presidente della Repubblica del Kenya, Uhuru Kenyatta, e aver piantato un albero nel giardino della State House di Nairobi – incontra, oltre al presidente, i ministri del governo e gli ambasciatori.

«Fintanto che le nostre società sperimenteranno le divisioni, siano esse etniche, religiose o economiche, tutti gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati a operare per la riconciliazione e la pace», dice Bergoglio nel suo discorso. «Nell’opera di costruzione di un solido ordine democratico, di rafforzamento della coesione e dell’integrazione, della tolleranza e del rispetto per gli altri, il perseguimento del bene comune deve essere un obiettivo primario. L’esperienza dimostra che la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione».

Dalla giustizia sociale all’ambiente, anche perché, spiega Bergoglio, «vi è un chiaro legame tra la protezione della natura e l’edificazione di un ordine sociale giusto ed equo». C’è la denuncia dello sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, da parte soprattutto dei Paesi industrializzati del nord, spesso proprio a danno dei popoli dell’Africa. «Il Kenya è stato benedetto non soltanto con una immensa bellezza, nelle sue montagne, nei suoi fiumi e laghi, nelle sue foreste, nelle savane e nei luoghi semi-deserti, ma anche con un’abbondanza di risorse naturali», dice Bergoglio. «La grave crisi ambientale che ci sta dinnanzi esige una sempre maggiore sensibilità nei riguardi del rapporto tra gli esseri umani e la natura. Noi abbiamo una responsabilità nel trasmettere la bellezza della natura nella sua integrità alle future generazioni e abbiamo il dovere di amministrare in modo giusto i doni che abbiamo ricevuto. Tali valori sono profondamente radicati nell’anima africana. In un mondo che continua a sfruttare piuttosto che proteggere la casa comune, essi devono ispirare gli sforzi dei governanti a promuovere modelli responsabili di sviluppo economico».

Di ecologia si è parlato anche nell’incontro fra la delegazione vaticana, guidata dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, e quella keniana, in cui era presente il ministro dell’Ambiente che, riferisce il direttore della Sala stampa della Santa sede padre Lombardi, ha introdotto il tema della tutela del clima in vista della Cop21 di Parigi e assicurato l’impegno del Kenya per il vertice. E quello ambientale sarà uno dei temi che ricorrerà più volte durante i sei giorni della trasferta africana. Già questo pomeriggio, quando papa Francesco, dopo un incontro ecumenico ed interreligioso con i rappresentanti di varie fedi e una messa nel campus dell’università (molto probabilmente saranno ricordati i 147 studenti uccisi, ad aprile, dagli jihadisti di Al-Shabaab al Garissa University College), farà visita alla sede Onu di Nairobi, una delle più grandi al mondo, dove ci sono gli uffici della Unep (agenzia per l’ambiente) e dell’Un-Habitat (agenzia per gli insediamenti umani): «Ci si attende un discorso ampio che riprenda i temi della Laudato si’», ha anticipato Lombardi.

Domani Bergoglio partirà per l’Uganda, da dove, riferisce Frank Mugisha, leader della ong Sexual minorities, è giunta al papa da parte degli attivisti gay la richiesta di un’udienza privata e l’appello affinché denunci le leggi omofobiche: in Uganda l’omosessualità è un reato, punito anche con l’ergastolo.

Missione di pace del papa

25 novembre 2015

“il manifesto”
25 novembre 2015

Luca Kocci

Prende il via oggi l’undicesimo viaggio internazionale di papa Francesco, il primo in Africa, dove il pontefice attraverserà Kenya (25-27 novembre), Uganda (27-28) e Repubblica Centrafricana (29-30).

Negli ultimi giorni, dopo gli attentati di Parigi e la strage di Bamako (Mali), da più parti si erano levate voci perché la trasferta africana fosse rinviata, o perlomeno ridimensionata, per motivi di sicurezza, ma il Vaticano ha confermato l’intero programma. «Dopo gli attentati, il messaggio di pace e riconciliazione del viaggio in Africa non viene modificato, semmai rafforzato», ha spiegato padre Lombardi, direttore della sala stampa della Santa sede. Le uniche incertezze riguardano l’ultima tappa della visita, nella Repubblica Centrafricana – dove la situazione politica è instabile e nelle ultime settimane ci sono stati disordini –, ma pare difficile che Bergoglio ci rinunci, anche perché nella capitale Bangui, domenica pomeriggio, il papa avvierà informalmente il Giubileo della misericordia con l’apertura della “porta santa” della cattedrale. «Non è cambiato niente – ha ribadito Lombardi –: il papa desidera andare in Centrafrica, noi ci orientiamo tutti in questo senso, come ogni persona saggia monitoriamo la situazione e si vede quello che succede. Tuttavia, allo stato attuale noi continuiamo a prevedere di andare in Centrafrica».

A differenza di altri viaggi in cui le ricadute politiche erano più marcate – come quello di settembre a Cuba e negli Stati Uniti –, questa visita ha caratteri prevalentemente pastorali e sociali. Il programma è fitto: tre Paesi da visitare, decine di incontri ed eventi pubblici, 19 discorsi, alcuni molto attesi, come quello che Francesco terrà giovedì a Nairobi, alla sede delle agenzie Onu per l’ambiente e l’habitat. Presumibilmente saranno tre i temi che emergeranno sugli altri: la condanna della guerra e della violenza in nome delle religioni – dopo il «maledetti coloro che fanno le guerre», pronunciato durante l’omelia della messa a Santa Marta giovedì scorso – e il dialogo fra le fedi e il contributo di cristiani e musulmani alla pace; la difesa dell’ambiente; la lotta alla povertà e alle ingiustizie sociali.

Li ha anticipati in un’intervista al Centro televisivo vaticano il cardinal Parolin, segretario di Stato, che accompagnerà il papa nelle prime due tappe del viaggio, prima di volare a Parigi per l’apertura della Cop21. La visita, e in particolare l’incontro interreligioso ed ecumenico in Kenya – dove in aprile gli jihadisti di Al-Shabaab hanno ucciso 147 studenti al Garissa University College –, spiega Parolin, sarà l’occasione «per rinnovare l’appello agli appartenenti a tutte le religioni a non usare il nome di Dio per giustificare la violenza» e a rendere le fedi «fattori di riconciliazione, di pace, di fraternità». Poi l’ambiente e la giustizia sociale: nell’intervento all’Onu, spiega Lombardi, «ci si attende un discorso ampio che riprenda i temi della Laudato si’». E sempre in a Nairobi, durante la visita allo slum di Kangemi, «il papa farà un discorso in continuità con quello pronunciato ai movimenti popolari in Bolivia».

Venerdì il trasferimento in Uganda, un «Paese ferito, insanguinato – in 53 anni di indipendenza – da rivolte interne e colpi di Stato che hanno visto sempre chi andava al potere vendicarsi su chi c’era prima», ha spiegato alla Radio Vaticana il vescovo di Lira, monsignor Franzelli. Bergoglio ricorderà soprattutto i martiri cristiani (previste visite ai santuari dei martiri anglicani e cattolici e una messa per tutti i martiri), molti dei quali – secondo il martirologio romano – uccisi per aver rifiutato di «accondiscendere alle turpi richieste del re», ovvero rapporti omosessuali. Un nodo intricato, perché le associazioni Lgbt chiedono che il papa condanni pubblicamente la discriminazione delle persone omosessuali, poiché in Kenya e soprattutto in Uganda l’omosessualità è un reato penale punito anche con l’ergastolo. «La tua visita apostolica è una grande opportunità per affermare i diritti umani di tutte le persone, soprattutto delle minoranze sessuali e di genere», si legge nella petizione #PopeSpeakOut rilanciata in Italia dall’agenzia Adista. «Contribuisci a fermare la discriminazione, l’odio e la violenza contro le persone Lgbtqi condannando pubblicamente le leggi ingiuste».

Domenica e lunedì l’ultima tappa, quella più delicata, nella Repubblica Centrafricana, retta da un governo di transizione in attesa che il mese prossimo si svolgano le elezioni presidenziali. Prevista la visita alla moschea di Bangui e, con l’apertura della “porta santa” della cattedrale, l’inizio “ufficioso” del Giubileo, che poi, l’8 dicembre, verrà riaperto a Roma.

Mons. Bettazzi: «La Chiesa rinuncia al patrimonio»

14 novembre 2015

“il manifesto”
14 novembre 2015

Luca Kocci

«Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione», scrivevano 50 anni fa i 40 vescovi che il 16 novembre 1965, durante la fase finale del Concilio Vaticano II, firmarono il Patto delle catacombe. «Io non vivo nel lusso, il mio appartamento è di 296 metri quadrati, e non ci vivo da solo, abito con una comunità di tre suore che mi aiutano», dichiara oggi l’ex segretario di Stato vaticano di papa Ratzinger, il card. Tarcisio Bertone.

La distanza che separa le due affermazioni mostra con evidenza il cammino enunciato ma mai percorso fino in fondo dall’istituzione ecclesiastica; e indica soprattutto la coesistenza, nella stessa Chiesa cattolica, di due modi opposti di vivere il Vangelo, perlomeno in ordine al tema della povertà e dell’uso dei beni, oggi come ieri.

Autunno 1965, il Concilio Vaticano II è ormai giunto alle ultime battute. Il tema della «Chiesa dei poveri», lanciato da Giovanni XXIII, è stato poco presente nel dibattito in assemblea, ancor meno nei documenti ufficiali, anche per il timore, in clima di guerra fredda, di fare un favore a Mosca e danneggiare l’Occidente capitalista.

Proprio per questo, il 16 novembre 1965, il vescovo brasiliano Helder Camara, l’argentino Enrique Angelelli (che poi verrà ucciso durante gli anni della dittatura) e altri 38 padri conciliari si danno appuntamento alle catacombe di Domitilla. «Visto che Paolo VI non vuole parlare di povertà, lo facciamo noi», si dicono, e così sottoscrivono quello che passerà alla storia come Patto delle catacombe, un elenco di impegni individuali di povertà da mettere in pratica nel proprio ministero pastorale: la rinuncia ad abiti sfarzosi, a titoli onorifici, a conti in banca, ad abitazioni lussuose. Fra loro c’è anche mons. Luigi Bettazzi – all’epoca vescovo ausiliare del card. Lercaro a Bologna –, che negli anni ’70 diventerà famoso per uno scambio di lettere con il segretario del Pci Enrico Berlinguer, oggi 92enne, l’unico sopravvissuto di quel gruppo.

Mons. Bettazzi, come è nato il Patto delle catacombe?

«Al collegio belga di Roma si riuniva regolarmente un gruppo informale di una cinquantina di vescovi, autodefinitosi della “Chiesa dei poveri”, che rifletteva sul tema della povertà nella Chiesa. Paolo VI non gradiva che al Concilio si parlasse della Chiesa dei poveri, perché temeva che il dibattito finisse in politica. Diceva che lo avrebbe affrontato egli stesso in un’enciclica, che sarebbe poi stata la Populorum progessio. Allora il gruppo della “Chiesa dei poveri” decise di prendere l’iniziativa».

Cosa fecero?

«Si accordarono per celebrare una messa alle catacombe di Domitilla e di formalizzare una serie impegni concreti sul tema della povertà che ciascun vescovo avrebbe personalmente assunto una volta tornato nella propria diocesi. Io venni a saperlo e ci andai».

E firmò il Patto…

«Il vescovo di Tournai, mons. Himmer, presiedeva la messa. Alla fine lesse questo elenco di impegni: non abitare in edifici lussuosi, rinunciare agli abiti sfarzosi, ai titoli onorifici, ai conti in banca, stare vicino ai poveri, ai lavoratori, agli emarginati. Firmammo in 40, ci impegnammo a farlo sottoscrivere ad altri, ed in poco tempo ci furono circa 500 adesioni. Poi il card. Lercaro lo portò al papa, insieme ad altri materiali sul tema della povertà che, su richiesta riservata di Paolo VI, aveva elaborato con un piccolo gruppo di vescovi».

Come mai al Concilio si parlò poco di questo tema, che infatti è scarsamente presente nei documenti finali?

«Paolo VI non voleva che venisse trattato esplicitamente. Eravamo in piena guerra fredda, c’era l’Unione sovietica e il comunismo, e il papa aveva paura che parlare di Chiesa dei poveri fosse interpretato in chiave anti-occidentale, una presa di posizione contro l’Occidente atlantico e capitalista».

E poi c’erano gli episcopati ricchi…

«Certo, perché chi guidava i lavori erano gli episcopati del nord Europa: Germania, Francia, Belgio e Olanda, poco sensibili al tema della Chiesa dei poveri».

Bisognerà aspettare la teologia della liberazione…

«Esattamente. Nel 1967 Paolo VI pubblicò la Populorum progressio, anche sulla base dei materiali che gli aveva fornito Lercaro, che è un’enciclica molto forte sul piano sociale, ma non tratta espressamente il tema della povertà. Invece, nel 1968, con l’assemblea dei vescovi latinoamericani a Medellin, per la prima volta si parla di “scelta preferenziale dei poveri”, ovvero guardare ed affrontare la realtà dal punto di vista degli esclusi».

Cosa ne è stato del Patto delle catacombe in questi 50 anni?

«Ognuno di noi ha cercato di fare del proprio meglio nella propria diocesi, ma senza collegarsi con gli altri».

Oggi che Chiesa viviamo?

«Mi sembra che papa Francesco, dopo 50 anni, stia portando avanti il richiamo della Chiesa dei poveri e della scelta preferenziale dei poveri. Per questo la sua azione pastorale incontra molte resistenze».

Resistenze soprattutto interne…

«Sì. Del resto cambiare una struttura è molto più difficile che non farne una nuova, come è difficile far cambiare una certa mentalità alle persone…».

Un impegno concreto per la Chiesa da attuare subito?

«Innanzitutto la trasparenza e la veridicità dei bilanci economici e finanziari, a tutti i livelli, dal Vaticano alla singola parrocchia. E poi un’autentica comunione, perché nella Chiesa il clericalismo è molto forte».

È pensabile che la Chiesa rinunci davvero a beni e patrimoni?

«Se leggo gli ultimi documenti di papa Francesco, mi pare che si vada in questa direzione. Certamente l’operazione deve essere portata avanti con saggezza. Lo Ior, per esempio, è un problema che non può essere risolto con un taglio netto, bisogna vedere come riuscire a trasformare quello che è diventato un potere finanziario in un servizio, ciò che in realtà dovrebbe essere. Per fare questo ci vuole tempo e persone adatte».

Papa Francesco potrà farcela?

Lo spero. È molto difficile rinnovare una Chiesa che per secoli è stata un potere, con un papa re addirittura».

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Il Patto delle catacombe

Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:

– Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.

– Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cfr. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento.

– Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cfr. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.

– Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.

– Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cfr. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.

– Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.

– Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.

– Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi e i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cfr. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1 Cor 4,12 e 9,1-27.

– Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cfr. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.

– Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cfr. At 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.

– Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo: a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere; a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.

– Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così: ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;  formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito, che capi secondo il mondo; cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…; saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cfr. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai nostri fedeli la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.

Aiutaci Dio ad essere fedeli.

Firmatari:
Julis ANGERHAUSEN (1911-1990) – Vescovo ausiliare di Essen, Germania
Enrique A. ANGELELLI CARLETTI (1923-1976) – Vescovo ausiliare di Córdoba, Argentina
Francisco AUSTREGÉSILO DE MESQUITA FILHO (1924-2006) – Vescovo di Afogados da Ingazeira, Brasile
Luigi BETTAZZI (1923) – Vescovo ausiliare di Bologna (1963), Italia
Eduardo Tomás BOZA MASVIDAL (1915-2003) – Vescovo ausiliare di San Cristóbal de la Habana, Cuba
Gérard Marie CODERRE (1904-1993)Vescovo di Saint Jean de Québec, Canada
Philip CÔTÉ, Gesuiti (1895-1970) – Vescovo di Xuzhou, Cina
Antoon DEMETS, Redentoristi (1905-2000) – Vescovo ausiliare emerito di Roseau, Dominica
Alberto DEVOTO (1918-1984) – Vescovo di Goya, Argentina
Raymond D’MELLO (1907-1971) – Vescovo di Allahabad, India
Georges Hilaire DUPONT, Missionari Oblati di Maria Immacolata (1919-1975) – Vescovo di Pala, Ciad
Angelo Innocent FERNANDES (1913-2000) – Arcivescovo di Delhi, India
Antônio Batista FRAGOSO (1920-2006) – Vescovo di Crateús, Brasile
Adrien Edmond Maurice GAND (1907-1990) – Vescovo ausiliare di Lille, Francia
Henrique Hector GOLLAND TRINDADE, Frati minori (1897-1984) – Arcivescovo di Botucatu, Brasile
Paul Joseph Marie GOUYON (1910-2000) – Arcivescovo di
Rennes, Francia
Joseph GUFFENS, Gesuiti (1895-1973) – Coadiutore del Vicario apostolico di Kwango, Congo
George HAKIM (1908-2001) – Arcivescovo di San Giovanni d’Acri e Tolemaide (greco-melchita), Israele
Barthélémy Joseph Pierre Marie Henri HANRION, Frati
minori (1914-2000) – Vescovo di Dapango, Togo
Charles Marie HIMMER (1902-1994) – Vescovo di Tournai, Belgio
Henri Alfred Bernardin HOFFMANN, Cappuccini (1909-1979) – Vescovo di Gibuti, Gibuti
Amand Louis Marie Antoine HUBERT Società Missioni Africane (1900-1980) – Vicario apostolico di Eliopoli, Egitto
Paul Marie KINAM RO (1902-1984) – Arcivescovo di Seul, Corea del sud
Lucien Bernard LACOSTE (1905-1999) ­– Vescovo di Dali (Tali), Cina
José Alberto LOPES DE CASTRO PINTO (1914-1997) – Vescovo ausiliare di São Sebastião do Rio de Janeiro, Brasile
Marcel Olivier MARADAN, Cappuccini (1899-1975) – Vescovo di Port Victoria, Seychelles
François MARTY
(1904-1994) – Arcivescovo di Reims, Francia
Charles Joseph van MELCKEBEKE, Missionari di Scheut (1898-1980) – Vescovo di Yinchuan (Ninghsia), Cina
Georges MERCIER, Missionari d’Africa (Padri Bianchi), (1902-1991), Vescovo di Laghouat, Algeria
Rafael GONZÁLEZ MORALEJO (1918-2004) – Vescovo ausiliare di Valencia, Spagna
João Batista da MOTA e ALBUQUERQUE (1909-1984) – Arcivescovo di Vitória, Brasile
Josip PAVLISIC (1914-2005) – Vescovo ausiliare di Senj, Croazia
Helder PESSOA CÂMARA (1909-1999) – Arcivescovo di Olinda e Recife, Brasile
Joseph Alberto ROSARIO, Missionari di San Francesco di Sales (1915-1995) – Vescovo di Amravati, India
Paul YÜ PIN (1901-1978) – Arcivescovo di Nanjing , Cina
Venmani S. SELVANATHER (1913-1993) – Vescovo di Salem, India
Oscar SEVRIN, Gesuiti (1884-1975) – Vescovo emerito di Raigarh-Ambikapur, India
Stanislaus TIGGA (1898-1970) – Vescovo di Raigarh-Ambikapur, India
Tarcisius Henricus Joseph van VALENBERG, Cappuccini (1890-1984) – Vicario apostolico del Borneo olandese, Indonesia
Antonio Gregorio VUCCINO, Agostiniani dell’Assunzione (1891-1968) – Arcivescovo emerito di Corfù, Zante e Cefalonia, Grecia

Il Patto delle catacombe: per dire quello che il Concilio non volle dire. Intervista a mons. Bettazzi

13 novembre 2015

“Adista”
n. 40, 21 novembre 2015

Luca Kocci

16 novembre 1965, il Concilio Vaticano II è ormai giunto alle ultime battute. Il tema della Chiesa povera, invocato da Giovanni XXIII ancora prima che il Concilio avesse inizio («La Chiesa si presenta qual è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri», Radiomessaggio dell’11 settembre 1962, ad un mese dall’inizio) e rilanciato più volte dal card. Giacomo Lercaro, non è stato valorizzato dall’assise ecumenica, sia perché i lavori erano guidati dagli episcopati del nord ricco, sia perché, in clima di guerra fredda, per molti parlare di povertà e di Chiesa dei poveri avrebbe significato fare un favore a Mosca e danneggiare l’Occidente atlantista e capitalista.

Proprio per questo motivo, il 16 novembre 1965, un gruppo di 40 padri conciliari (fra cui mons. Enrique Angelelli, vescovo di Cordoba, in Argentina, poi ucciso durante gli anni della dittatura, e mons. Heleder Camara, arcivescovo di Olinda e Recife, si dà appuntamento alle catacombe di Domitilla, per celebrare un’eucaristia e per sottoscrivere un documento, poi denominato Patto delle catacombe, un elenco di 12 impegni individuali di povertà che i firmatari si impegnano a vivere nel proprio ministero pastorale: la rinuncia ad abiti sfarzosi, a titoli onorifici, a conti in banca, ad abitazioni lussuose. In poco tempo il Patto – che il card. Lercaro consegna a Paolo VI – viene firmato da oltre 500 vescovi e resta, anche oggi, una sorta di Magna Charta per tutti coloro che vogliono ispirarsi e vivere la Chiesa povera e dei poveri.

Mons. Luigi Bettazzi, all’epoca vescovo ausiliare di Bologna – l’arcidiocesi retta da Lercaro – era uno dei 40 padri conciliari presenti alle catacombe di Domitilla, e l’unico ancora vivente di quel gruppo. «L’iniziativa era stata del gruppo della Chiesa dei poveri, che si riuniva al collegio belga», racconta Bettazzi ad Adista. «E fu motivata dal fatto che Paolo VI non gradiva che in assemblea si parlasse molto della Chiesa dei poveri, perché temeva che il dibattito finisse in politica, allora c’era la guerra fredda e non voleva che sembrasse un appoggio contro l’Occidente. Diceva che avrebbe trattato lui il tema, in un’enciclica, che sarà poi la Populorum progessio».

Cosa si decise di fare?

«Celebrare una messa alle catacombe di Domitilla e presentare un impegno che i vescovi si assumevano personalmente».

Lei fu invitato?

«L’invito era generico. Io facevo parte di un piccolo gruppo di vescovi della spiritualità di p. Charles De Foucauld, ci ritrovavamo tutte le settimane a pregare e a parlare dei temi del Concilio. Lì seppi che ci sarebbe stata questa messa e andai».

Cosa accadde?

«Mons. Charles-Marie Himmer, vescovo di Tournai, presiedeva la messa. Al termine presentò questa serie di impegni di semplicità e di povertà: non abitare in edifici lussuosi, non usare mezzi di trasporto lussuosi, star vicino ai poveri, ai lavoratori, agli emarginati, ecc. In 40 firmammo, e ci impegnammo a raccogliere altre firme. Ne arrivarono 500. Poi il card. Lercaro consegnò il documento a Paolo VI, insieme anche ad altri materiali sul tema della Chiesa dei poveri che il papa gli aveva chiesto».

Quali materiali?

«Paolo VI aveva chiesto a Lercaro di raccogliere del materiale sulla Chiesa dei poveri che gli sarebbe servito per l’enciclica. E Lercaro, così mi raccontò Dossetti, aveva chiesto, segretamente, ad alcuni vescovi di aiutarlo: un gruppo lavorò sul tema della povertà nella Bibbia e nella teologia, un secondo gruppo sul tema della povertà nella sociologia e un terzo gruppo sul tema della povertà nella pastorale. Poi consegnò tutto a Paolo VI. Anche se le conseguenze immediate furono minime».

Cioè?

«Paolo VI fece due cose: abolì l’esercito pontificio e liquidò l’aristocrazia romana, un cui rappresentante era sempre presente, in alta uniforme, quando celebrava i pontificali. Poi arrivò la Populorum progressio, un’enciclica molto forte sul piano sociale, ma non affronta espressamente il tema della Chiesa dei poveri. Bisognerà aspettare il 1968, con la conferenza dei vescovi latinoamericani a Medellin, per parlare di “scelta preferenziale dei poveri”».

Oggi che Chiesa c’è?

«P. Congar diceva che per capire bene ed attuare un Concilio ci vogliono 50 anni. Mi sembra che oggi papa Francesco, dopo 50 anni, stia portando avanti il richiamo della Chiesa dei poveri e della scelta preferenziale dei poveri. Per questo incontra tante resistenze»

L’editrice Monti annuncia la chiusura. Editoria cattolica sempre più povera

13 novembre 2015

“Adista”
n. 39, 14 novembre 2015

Luca Kocci

Morire prima ancora di aver compiuto venti anni. Potrebbe essere questo il destino dell’Editrice Monti, azienda editoriale nata nel 1996 all’interno della Congregazione dei figli dell’Immacolata concezione, che lo scorso 31 ottobre ha annunciato la sospensione delle pubblicazioni.

Non si tratta ancora di una chiusura definitiva: l’azienda resta in piedi, ma cesserà l’edizione di nuovi testi. Le motivazioni della decisione sono da ricercare nella crisi del mercato editoriale, e in particolare dell’editoria di carattere religioso. Ma anche nel difficile frangente che sta attraversando la Congregazione dei figli dell’Immacolata concezione, commissariata dal Vaticano dal febbraio 2013 – il commissario, nominato da papa Francesco, è il card. Giuseppe Versaldi, presidente della Prefettura degli affari economici della Santa Sede – in seguito al dissesto finanziario del polo sanitario Idi (gestito dalla Congregazione) per cui è finito sotto inchiesta anche p. Franco Decaminada, ex consigliere delegato dell’Idi. La speranza che filtra è che l’esito di questa “pausa di riflessione” non sia la cessazione totale di ogni attività, ma la ripresa delle pubblicazioni. Con la sospensioni delle attività, si spegne un’altra voce che impoverisce ulteriormente il panorama dell’editoria religiosa e che si somma alle recenti chiusure di riviste come Popoli (v. Adista Notizie nn. 36/14 e 1/15) e, dal prossimo 31 dicembre, dei periodici dei dehoniani Il Regno, Settimana e Musica e assemblea (v. Adista Notizie nn. 28 e 32/15).

Piccola ma significativa esperienza editoriale, la casa editrice in quasi venti anni di attività ha pubblicato oltre 400 titoli di vari argomenti (spiritualità, pastorale, ambiente, consumo critico, storia), annoverando “firme” come il card. Carlo Maria Martini, mons. Giancarlo Bregantini, p. Alex Zanotelli, p. Adriano Sella, Nedo Fiano e Luigi Sandri. E nel corso del tempo ha stretto importanti sinergie con attori importanti del Terzo settore, a cominciare dalla collaborazione con Banca Etica, da cui è nata la rivista Valori.

«Ora, mentre ci diamo un futuribile “arrivederci”, abbassiamo la serranda», spiegano in una nota fratel Ruggero Valentini, il religioso che avviò l’attività dell’Editrice Monti, e Sergio Slavazza, l’attuale direttore editoriale. «C’è amarezza in questa decisione che spegne una luce. L’esperienza che abbiamo vissuto non ci lascia tuttavia privi di speranza, perché essere piccoli, ed essere voce dei piccoli, provoca un’insaziabile voglia di rinascere».

Locride: ennesimo attentato al consorzio Goel. Ma la lotta alla ‘ndrangheta non si ferma

12 novembre 2015

“Adista”
n. 39, 14 novembre 2015

Ennesimo attentato intimidatorio di stampo mafioso all’azienda agrituristica “A Lanterna” di Monasterace (Rc), che aderisce a Goel Bio, il consorzio di cooperative sociali che aggrega aziende agricole della Locride che si oppongono alla ‘ndrangheta (Goel Bio a sua volta fa parte di Goel, il consorzio di cooperative sociali calabresi nato oltre dieci anni fa anche grazie all’impulso dell’ex vescovo di Locri mons. Giancarlo Bregantini).

Nella notte del 31 ottobre alcune persone si sono introdotte nel capannone per il ricovero delle attrezzature dell’azienda e lo hanno incendiato, distruggendolo completamente, insieme anche a tutti gli attrezzi agricoli posti all’interno, tra cui un trattore – essenziale all’attività dell’azienda che stava per iniziare la campagna di raccolta degli agrumi –, il gasolio agricolo e l’attrezzatura meccanica. I danni stimati ammontano a circa 30mila euro.

Escalation di intimidazioni

In sette anni è la settima volta che l’azienda viene fatta oggetto di atti intimidatori: nell’agosto 2009 venne incendiato l’uliveto; nel giugno 2010 fu fatta ritrovare una bottiglia contenente liquido infiammabile con accendino all’ingresso della locanda “Cocintum”; nel settembre 2011 venne incendiato il quadro elettrico della pompa per l’irrigazione; nel gennaio 2012 ad essere colpita dalle fiamme fu la casa padronale; nel maggio 2013 e nel settembre 2014 furono date alle fiamme le botti esterne alla locanda (v. Adista Notizie n. 32/14); ed ora il rogo al capannone degli attrezzi agricoli. Un’escalation che evidentemente punta a fermare un’azienda che presenta un modello di agricoltura etica e solidale, “codice genetico” di Goel Bio, che fin dalla sua nascita, nel 2010, ha tentato di proporsi come «piccola ma concreta risposta ad un mercato locale degli agrumi che schiaccia la dignità dei piccoli agricoltori», spiega Vincenzo Linarello, presidente del Goel, «un mercato spesso condizionato dalla prepotenza della ‘ndrangheta che, come al solito, vive da parassita sulle fatiche e sui sacrifici dei calabresi. Abbiamo pertanto scelto di stare al fianco degli agricoltori onesti, che resistono giorno per giorno alle pressioni mafiose, che si sono impegnati rispettare l’ambiente con produzioni biologiche, che si sforzano di promuovere la dignità del lavoro e del territorio».

Attentati e intimidazioni non spezzano la resistenza ma indubbiamente pesano. «Questo stillicidio va fermato», prosegue Linarello. «Ci sforziamo, con le nostre attività, di dare una concreta speranza di riscatto dalla ‘ndrangheta. Ma se la reazione non sarà forte e incisiva il messaggio che rischia di passare agli occhi della gente è quello della disfatta e dell’impunità. Pur esprimendo piena fiducia alle forze dell’ordine e alla magistratura che sono vicini a Goel e sono già all’opera per tentare di chiarire moventi e responsabili di questa e di tante altre intimidazioni, chiediamo ai rappresentanti degli organi di governo, ai rappresentanti politici e alle istituzioni una ferma reazione al fianco delle aziende che continuano a subire inermi, una reazione che si faccia tangibilmente sentire nel territorio».

Raccolta fondi straordinaria

Per ripartire subito con le attività e rilanciarle, il consorzio ha deciso di attivare una raccolta di fondi straordinaria. «Le risorse raccolte – spiegano i dirigenti di Goel – verranno utilizzate innanzitutto per riparare i danni subiti da “A Lanterna” e consentire all’azienda di rimettersi subito in produzione. Se i fondi raccolti saranno superiori all’importo necessario per la riparazione dei danni, il gruppo cooperativo Goel destinerà l’eventuale eccedenza per sostenere ogni realtà del consorzio e altre realtà ritenute meritorie nel territorio, qualora esse subissero danneggiamenti e intimidazioni in futuro; e per promuovere progetti di legalità che consentano ulteriori ricadute concrete nel territorio. Di fronte alle aggressioni criminali e della ‘ndrangheta non bisogna scoraggiarsi né indietreggiare, ma piuttosto ripartire e rilanciare. Non solo va rimediato al danno subito, ma va impresso un ulteriore slancio a tutte le attività».

Il papa: «La precarietà è una vergogna»

8 novembre 2015

“il manifesto”
8 novembre 2015

Luca Kocci

Nel giorno in cui si apprende dall’Istat che una famiglia su dieci non riesce a pagare le bollette e una su sei è in difficoltà con l’affitto, papa Francesco incontra i dipendenti dell’Inps e pronuncia una severa requisitoria contro il lavoro nero e la precarietà e in difesa del diritto al lavoro, alla pensione e del lavoro femminile.

Messe da parte, ma non archiviate, le polemiche per il Vatileaks 2 – dalle indagini e gli arresti per la fuoriuscita dal Vaticano di documenti riservati, alle notizie sulla vita da «faraoni» di molti cardinali e sull’uso disinvolto dei soldi raccolti per la carità –, in piazza San Pietro arrivano 23mila dipendenti dell’Istituto nazionale previdenza sociale, per la prima udienza, ieri mattina, nella lunga storia dell’Inps.

Bergoglio comincia ad affermare il «diritto al riposo» – che naturalmente va «santificato» –, ma finisce a parlare di pensioni e lavoro, con una sequenza piuttosto originale: senza la sicurezza del lavoro, o della pensione, è impossibile riposare. «Tu ti puoi riposare quando sei sicuro di avere un lavoro, che dà dignità a te e alla tua famiglia – argomenta –. E tu ti puoi riposare quando nella vecchiaia sei sicuro di avere la pensione che è un diritto. Sono collegati, tutt’e due: il vero riposo e il lavoro».

Il mondo del lavoro è «piagato dall’insufficienza occupazionale e dalla precarietà delle garanzie. E se si vive così, come si può riposare?», chiede Francesco. «Il riposo è il diritto che tutti abbiamo quando abbiamo lavoro, ma se la situazione di disoccupazione, di ingiustizia sociale, di lavoro nero, di precarietà è tanto forte, come mi posso riposare?». Quindi l’esempio di un dialogo fra padrone e dipendente, ipotetico, ma che in realtà riguarda la vita di tanti. «“Ah, tu vuoi lavorare?” – “Sì!” – “Benissimo. Facciamo un accordo: tu incominci a lavorare a settembre, ma fino a luglio, e poi luglio, agosto e parte di settembre non mangi, non ti riposi”. Questo succede oggi, in tutto il mondo, e qui, a Roma! Riposo, perché c’è lavoro. Al contrario, non si può riposare».

Dal lavoro alle pensioni, in tempi in cui si rincorrono voci sulla fragilità del sistema pensionistico e si avanza la possibilità di una nuova riforma, che se vi sarà non potrà che essere peggiorativa. «Fino a qualche tempo fa era comune associare il traguardo della pensione al raggiungimento della terza età, nella quale godere il meritato riposo», adesso non più, invece «non manchi il diritto alla pensione, e sottolineo: il diritto, la pensione è un diritto», spiega Bergoglio. «Da un lato, l’eventualità del riposo è stata anticipata, a volte diluita nel tempo, a volte rinegoziata fino ad estremismi aberranti, come quello che arriva a snaturare l’ipotesi stessa di una cessazione lavorativa. Dall’altro lato, non sono venute meno le esigenze assistenziali, tanto per chi ha perso o non ha mai avuto un lavoro, quanto per chi è costretto a interromperlo per i motivi più diversi. Tu interrompi il lavoro e l’assistenza sanitaria cade».

Quindi un appello affinché «non manchino le sovvenzioni indispensabili per la sussistenza dei lavoratori disoccupati e delle loro famiglie» e «non manchi mai l’assicurazione per la vecchiaia, la malattia, gli infortuni». Sia protetto soprattutto il lavoro femminile, anche in funzione della maternità, chiede papa Francesco: «Non manchi tra le vostre priorità un’attenzione privilegiata per il lavoro femminile, nonché quell’assistenza alla maternità che deve sempre tutelare la vita che nasce e chi la serve quotidianamente. Tutelate le donne, il lavoro delle donne!». Pochi giorni fa, il papa aveva rivolto un appello simile all’Unione cristiana imprenditori dirigenti: «Quante volte abbiamo sentito che una donna va dal capo e dice: “Devo dirle che sono incinta” – “Dalla fine del mese non lavori più”».

Il lavoro, conclude ribadendo un concetto già espresso in altre occasioni, «non può essere un mero ingranaggio nel meccanismo perverso che macina risorse per ottenere profitti sempre maggiori; il lavoro non può dunque essere prolungato o ridotto in funzione del guadagno di pochi e di forme produttive che sacrificano valori, relazioni e princìpi». Non si tratta di «solidarietà», ma di «giustizia».

Disertori della Grande guerra: la riabilitazione si incaglia al Ministero della Difesa

3 novembre 2015

“Adista”
n. 38, 7 novembre 2015

Luca Kocci

Riabilitare i disertori della prima guerra mondiale condannati a morte dai tribunali militari italiani. Prima di tutti lo aveva chiesto un gruppo di storici, con un appello indirizzato all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, poi rivolto anche a Sergio Mattarella. Dopo di loro si sono mobilitati anche intellettuali, gruppi, riviste e militanti pacifisti. Infine il mondo cattolico: prima 13 preti del nord-est in occasione della visita di papa Francesco al sacrario militare di Redipuglia del settembre 2014; poi addirittura l’ordinario militare per l’Italia, mons. Santo Marcianò, in un’intervista all’AdnKronos, il 4 novembre 2014 (v. Adista Notizie n. 41/14 e Adista Segni Nuovi n. 7/15).

Il Parlamento ha ascoltato, e il deputato del Partito democratico Giampiero Scanu si è fatto promotore – e primo firmatario – di un disegno di legge approvato dalla Camera il 21 maggio 2015 che prevede «la riabilitazione dei militari delle Forze armate italiane che nel corso della prima guerra mondiale abbiano riportato condanna alla pena capitale», l’inserimento dei loro nomi «nell’Albo d’oro del Commissariato generale per le onoranze ai caduti» e, «al fine di manifestare la volontà della Repubblica di chiedere il perdono», l’affissione di «una targa in bronzo che ne ricorda il sacrificio» all’interno del Vittoriano di Roma.

Quello stesso ddl è però ora fermo da tempo a Palazzo Madama. «Il Senato sta indugiando troppo», ha denunciato Scanu in un convegno promosso dal Forum della cultura cristiana che si è svolto lo scorso 24 ottobre nella sede dell’Ordinariato militare in Italia. «Mi auguro – ha proseguito il deputato Pd – che non sia un brutto segnale. Dopo l’approvazione del ddl al Senato, alcuni “sinedri” hanno manifestato la loro insofferenza. Voglio sperare che non sia stato fatto “apostolato” da parte di qualcuno per bloccare la legge».

Scanu non li nomina, ma i “sinedri” a cui si riferisce sono alcuni settori delle Forze armate e lo stesso ministero della Difesa guidato dalla ex scout Roberta Pinotti, che ha costituito un apposito Comitato tecnico-scientifico di studio e ricerca sul tema del «fattore umano» nella I Guerra mondiale – e si sa che il miglior modo per far impantanare un provvedimento legislativo è quello di affidarlo ad una commissione ad hoc – presieduto dall’ex ministro della Difesa Arturo Parisi e composto per lo più da ufficiali militari. Del resto che le Forze armate e pezzi della Difesa non gradiscono la riabilitazione dei disertori è cosa nota. Pertanto è più che plausibile che mettano in atto iniziative di disturbo che rallentino o collochino la legge su un binario morto.

Sono stati 750 i soldati italiani condannati a morte dai tribunali militari ed effettivamente fucilati per “mano amica” durante la prima guerra mondiale. A questi vanno aggiunti oltre 300 soldati che hanno subito una fucilazione sommaria documentata, ma si tratta di una cifra di gran lunga inferiore alla realtà. Un numero complessivo molto più alto rispetto a quello degli altri Stati belligeranti nella Triplice Intesa, che pure combatterono un anno in più rispetto all’Italia: 700 condannati a morte dalla Francia, 300 dal Regno Unito. La ragione la spiega Nicola Labanca, docente di Storia contemporanea all’università di Siena, intervenuto al convegno: «Nell’Italia del tempo, un consistente pezzo di Paese era contrario alla guerra, ecco perché la repressione fu particolarmente severa». Per loro, a differenza di quello che è accaduto negli altri Paesi – dove sono stati approvate leggi per la riabilitazione (nel Regno Unito, nel 2006) o eretti monumenti commemorativi (Regno Unito, Francia e Germania) –, non c’è spazio nella memoria, per responsabilità sia della politica sia della storiografia. Ora, nel centenario dell’inizio della prima guerra mondiale, potrebbe essere la volta buona. Sempre che non si scelga ancora una volta l’oblio.

Caccia ai «corvi» in Vaticano, due arresti

3 novembre 2015

“il manifesto”
3 novembre 2015

Luca Kocci

Retata in Vaticano. La gendarmeria pontificia ha arrestato un monsignore spagnolo, Lucio Angel Vallejo Balda, e una donna, Francesca Immacolata Chaouqui, entrambi di area Opus Dei ed ambedue in passato componenti della Cosea, la Commissione referente di studio e indirizzo sull’organizzazione delle strutture economico-amministrative della Santa sede istituita da papa Francesco nel luglio 2013 e poi sciolta al compimento del suo mandato.

Sono sospettati di essere coinvolti in una nuova fuga di notizie e documenti riservati – dopo il Vatileaks del 2012, che vide come unico colpevole Paolo Gabriele, aiutante di camera di papa Ratzinger –, che costituerebbero la “materia prima” di due libri in uscita nei prossimi giorni, Avarizia (Feltrinelli) di Emiliano Fittipaldi e Via Crucis (Chiarelettere) di Gianluigi Nuzzi (il quale, fra l’altro, per il suo precedente volume, Sua Santità, si avvalse della collaborazione di Gabriele).

Gli arresti sono stati entrambi convalidati fra sabato e domenica dal promotore di giustizia vaticano, una sorta di pubblico ministero. Ma Francesca Chaouqui ieri è stata rimessa in libertà dal momento che non sono si sono più state ravvisate esigenze cautelari, anche perché ha deciso di collaborare alle indagini, come conferma la sua avvocata, Giulia Bongiorno: il contenuto delle sue dichiarazione «è stato ritenuto apprezzabile, è già tornata a casa e nei prossimi giorni chiarirà la sua posizione». Resta invece agli arresti mons. Vallejo Balda, la cui posizione è ancora al vaglio del promotore di giustizia.

Non c’è dubbio che sia in atto un nuovo Vatileaks. Nei giorni scorsi c’erano state alcune avvisaglie: prima la pubblicazione sul blog del vaticanista dell’Espresso Sandro Magister della lettera riservata al papa, firmata da 13 cardinali (alcuni dei quali hanno però smentito), contenente severe critiche a Bergoglio sulla conduzione del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, le cui conclusioni sarebbero state predeterminate dallo stesso papa mediante il suo “cerchio magico”; poi l’indiscrezione, lanciata dal Quotidiano nazionale, sul presunto tumore al cervello del papa; infine la notizia – anticipata da Luigi Bisignani nella trasmissione televisiva Virus – che era stato violato il pc di Libero Milone, revisore generale della Santa sede (anche su questo episodio la Gendarmeria vaticana ha aperto un’inchiesta). E ora gli arresti di Vallejo Balda e Chaouqui.

Rispetto al primo Vatileaks, questa volta non si tratterebbe di documenti personali sottratti dall’appartamento pontificio, anche perché Bergoglio ha deciso di trasferire il proprio quartier generale nella residenza Santa Marta, forse anche per sfuggire ai “corvi” che volteggiano nelle sacre stanze. Bensì di materiale – documenti o conversazioni “rubate” forse allo stesso papa – di natura economico-finanziaria. Ma i due arrestati, rispetto al maggiordomo Gabriele, sono due “pezzi da 90”. Mons. Vallejo Balda, appartenente alla Società sacerdotale della Santa Croce (legata all’Opus Dei), è attualmente segretario della Prefettura degli affari economici della Santa sede ed è stato, fin quando ha funzionato, segretario della Cosea. Proprio lui ha suggerito l’inserimento nella commissione di Francesca Chaoqui, pure lei vicina all’Opus Dei, la quale in passato si era già trovata al centro di alcuni scandali: prima per la diffusione di alcuni tweet – uno su una presunta leucemia di Ratzinger e uno contro il card. Bertone, sebbene quest’ultimo solo rilanciato dal sito Dagospia – e poi per aver organizzato, insieme a mons. Vallejo Balda, una sorta di ricevimento per 150 vip (fra cui Bruno Vespa) sulla terrazza della Prefettura degli affari economici per seguire dall’alto la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, allietati da un sontuoso buffet.

Si tratta di un nuovo complotto della Curia contro il papa? È possibile: si vorrebbe avvalorare l’idea che in fondo, Ratzinger o Bergoglio, in Vaticano nulla è cambiato. Ma più probabilmente ci si trova di fronte ad una non nuova lotta di potere all’interno dei sacri palazzi. Non è un caso che la vicenda ruoti intorno a questioni e strutture economico-finanziarie, quelle che sono state sottoposte ad un più vigoroso ricambio e aggiornamento, con la costituzione della nuova Segreteria per l’economia (una sorta di superministero dell’economia e delle finanze) affidata alla guida del cardinale australiano Pell e il cui numero due sarebbe dovuto essere quel Vallejo Balda ora agli arresti, se papa Francesco, all’ultimo minuto, non gli avesse preferito un proprio uomo di fiducia, il maltese mons. Xuereb.