Il Patto delle catacombe: per dire quello che il Concilio non volle dire. Intervista a mons. Bettazzi

“Adista”
n. 40, 21 novembre 2015

Luca Kocci

16 novembre 1965, il Concilio Vaticano II è ormai giunto alle ultime battute. Il tema della Chiesa povera, invocato da Giovanni XXIII ancora prima che il Concilio avesse inizio («La Chiesa si presenta qual è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri», Radiomessaggio dell’11 settembre 1962, ad un mese dall’inizio) e rilanciato più volte dal card. Giacomo Lercaro, non è stato valorizzato dall’assise ecumenica, sia perché i lavori erano guidati dagli episcopati del nord ricco, sia perché, in clima di guerra fredda, per molti parlare di povertà e di Chiesa dei poveri avrebbe significato fare un favore a Mosca e danneggiare l’Occidente atlantista e capitalista.

Proprio per questo motivo, il 16 novembre 1965, un gruppo di 40 padri conciliari (fra cui mons. Enrique Angelelli, vescovo di Cordoba, in Argentina, poi ucciso durante gli anni della dittatura, e mons. Heleder Camara, arcivescovo di Olinda e Recife, si dà appuntamento alle catacombe di Domitilla, per celebrare un’eucaristia e per sottoscrivere un documento, poi denominato Patto delle catacombe, un elenco di 12 impegni individuali di povertà che i firmatari si impegnano a vivere nel proprio ministero pastorale: la rinuncia ad abiti sfarzosi, a titoli onorifici, a conti in banca, ad abitazioni lussuose. In poco tempo il Patto – che il card. Lercaro consegna a Paolo VI – viene firmato da oltre 500 vescovi e resta, anche oggi, una sorta di Magna Charta per tutti coloro che vogliono ispirarsi e vivere la Chiesa povera e dei poveri.

Mons. Luigi Bettazzi, all’epoca vescovo ausiliare di Bologna – l’arcidiocesi retta da Lercaro – era uno dei 40 padri conciliari presenti alle catacombe di Domitilla, e l’unico ancora vivente di quel gruppo. «L’iniziativa era stata del gruppo della Chiesa dei poveri, che si riuniva al collegio belga», racconta Bettazzi ad Adista. «E fu motivata dal fatto che Paolo VI non gradiva che in assemblea si parlasse molto della Chiesa dei poveri, perché temeva che il dibattito finisse in politica, allora c’era la guerra fredda e non voleva che sembrasse un appoggio contro l’Occidente. Diceva che avrebbe trattato lui il tema, in un’enciclica, che sarà poi la Populorum progessio».

Cosa si decise di fare?

«Celebrare una messa alle catacombe di Domitilla e presentare un impegno che i vescovi si assumevano personalmente».

Lei fu invitato?

«L’invito era generico. Io facevo parte di un piccolo gruppo di vescovi della spiritualità di p. Charles De Foucauld, ci ritrovavamo tutte le settimane a pregare e a parlare dei temi del Concilio. Lì seppi che ci sarebbe stata questa messa e andai».

Cosa accadde?

«Mons. Charles-Marie Himmer, vescovo di Tournai, presiedeva la messa. Al termine presentò questa serie di impegni di semplicità e di povertà: non abitare in edifici lussuosi, non usare mezzi di trasporto lussuosi, star vicino ai poveri, ai lavoratori, agli emarginati, ecc. In 40 firmammo, e ci impegnammo a raccogliere altre firme. Ne arrivarono 500. Poi il card. Lercaro consegnò il documento a Paolo VI, insieme anche ad altri materiali sul tema della Chiesa dei poveri che il papa gli aveva chiesto».

Quali materiali?

«Paolo VI aveva chiesto a Lercaro di raccogliere del materiale sulla Chiesa dei poveri che gli sarebbe servito per l’enciclica. E Lercaro, così mi raccontò Dossetti, aveva chiesto, segretamente, ad alcuni vescovi di aiutarlo: un gruppo lavorò sul tema della povertà nella Bibbia e nella teologia, un secondo gruppo sul tema della povertà nella sociologia e un terzo gruppo sul tema della povertà nella pastorale. Poi consegnò tutto a Paolo VI. Anche se le conseguenze immediate furono minime».

Cioè?

«Paolo VI fece due cose: abolì l’esercito pontificio e liquidò l’aristocrazia romana, un cui rappresentante era sempre presente, in alta uniforme, quando celebrava i pontificali. Poi arrivò la Populorum progressio, un’enciclica molto forte sul piano sociale, ma non affronta espressamente il tema della Chiesa dei poveri. Bisognerà aspettare il 1968, con la conferenza dei vescovi latinoamericani a Medellin, per parlare di “scelta preferenziale dei poveri”».

Oggi che Chiesa c’è?

«P. Congar diceva che per capire bene ed attuare un Concilio ci vogliono 50 anni. Mi sembra che oggi papa Francesco, dopo 50 anni, stia portando avanti il richiamo della Chiesa dei poveri e della scelta preferenziale dei poveri. Per questo incontra tante resistenze»

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