Mons. Bettazzi: «La Chiesa rinuncia al patrimonio»

“il manifesto”
14 novembre 2015

Luca Kocci

«Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione», scrivevano 50 anni fa i 40 vescovi che il 16 novembre 1965, durante la fase finale del Concilio Vaticano II, firmarono il Patto delle catacombe. «Io non vivo nel lusso, il mio appartamento è di 296 metri quadrati, e non ci vivo da solo, abito con una comunità di tre suore che mi aiutano», dichiara oggi l’ex segretario di Stato vaticano di papa Ratzinger, il card. Tarcisio Bertone.

La distanza che separa le due affermazioni mostra con evidenza il cammino enunciato ma mai percorso fino in fondo dall’istituzione ecclesiastica; e indica soprattutto la coesistenza, nella stessa Chiesa cattolica, di due modi opposti di vivere il Vangelo, perlomeno in ordine al tema della povertà e dell’uso dei beni, oggi come ieri.

Autunno 1965, il Concilio Vaticano II è ormai giunto alle ultime battute. Il tema della «Chiesa dei poveri», lanciato da Giovanni XXIII, è stato poco presente nel dibattito in assemblea, ancor meno nei documenti ufficiali, anche per il timore, in clima di guerra fredda, di fare un favore a Mosca e danneggiare l’Occidente capitalista.

Proprio per questo, il 16 novembre 1965, il vescovo brasiliano Helder Camara, l’argentino Enrique Angelelli (che poi verrà ucciso durante gli anni della dittatura) e altri 38 padri conciliari si danno appuntamento alle catacombe di Domitilla. «Visto che Paolo VI non vuole parlare di povertà, lo facciamo noi», si dicono, e così sottoscrivono quello che passerà alla storia come Patto delle catacombe, un elenco di impegni individuali di povertà da mettere in pratica nel proprio ministero pastorale: la rinuncia ad abiti sfarzosi, a titoli onorifici, a conti in banca, ad abitazioni lussuose. Fra loro c’è anche mons. Luigi Bettazzi – all’epoca vescovo ausiliare del card. Lercaro a Bologna –, che negli anni ’70 diventerà famoso per uno scambio di lettere con il segretario del Pci Enrico Berlinguer, oggi 92enne, l’unico sopravvissuto di quel gruppo.

Mons. Bettazzi, come è nato il Patto delle catacombe?

«Al collegio belga di Roma si riuniva regolarmente un gruppo informale di una cinquantina di vescovi, autodefinitosi della “Chiesa dei poveri”, che rifletteva sul tema della povertà nella Chiesa. Paolo VI non gradiva che al Concilio si parlasse della Chiesa dei poveri, perché temeva che il dibattito finisse in politica. Diceva che lo avrebbe affrontato egli stesso in un’enciclica, che sarebbe poi stata la Populorum progessio. Allora il gruppo della “Chiesa dei poveri” decise di prendere l’iniziativa».

Cosa fecero?

«Si accordarono per celebrare una messa alle catacombe di Domitilla e di formalizzare una serie impegni concreti sul tema della povertà che ciascun vescovo avrebbe personalmente assunto una volta tornato nella propria diocesi. Io venni a saperlo e ci andai».

E firmò il Patto…

«Il vescovo di Tournai, mons. Himmer, presiedeva la messa. Alla fine lesse questo elenco di impegni: non abitare in edifici lussuosi, rinunciare agli abiti sfarzosi, ai titoli onorifici, ai conti in banca, stare vicino ai poveri, ai lavoratori, agli emarginati. Firmammo in 40, ci impegnammo a farlo sottoscrivere ad altri, ed in poco tempo ci furono circa 500 adesioni. Poi il card. Lercaro lo portò al papa, insieme ad altri materiali sul tema della povertà che, su richiesta riservata di Paolo VI, aveva elaborato con un piccolo gruppo di vescovi».

Come mai al Concilio si parlò poco di questo tema, che infatti è scarsamente presente nei documenti finali?

«Paolo VI non voleva che venisse trattato esplicitamente. Eravamo in piena guerra fredda, c’era l’Unione sovietica e il comunismo, e il papa aveva paura che parlare di Chiesa dei poveri fosse interpretato in chiave anti-occidentale, una presa di posizione contro l’Occidente atlantico e capitalista».

E poi c’erano gli episcopati ricchi…

«Certo, perché chi guidava i lavori erano gli episcopati del nord Europa: Germania, Francia, Belgio e Olanda, poco sensibili al tema della Chiesa dei poveri».

Bisognerà aspettare la teologia della liberazione…

«Esattamente. Nel 1967 Paolo VI pubblicò la Populorum progressio, anche sulla base dei materiali che gli aveva fornito Lercaro, che è un’enciclica molto forte sul piano sociale, ma non tratta espressamente il tema della povertà. Invece, nel 1968, con l’assemblea dei vescovi latinoamericani a Medellin, per la prima volta si parla di “scelta preferenziale dei poveri”, ovvero guardare ed affrontare la realtà dal punto di vista degli esclusi».

Cosa ne è stato del Patto delle catacombe in questi 50 anni?

«Ognuno di noi ha cercato di fare del proprio meglio nella propria diocesi, ma senza collegarsi con gli altri».

Oggi che Chiesa viviamo?

«Mi sembra che papa Francesco, dopo 50 anni, stia portando avanti il richiamo della Chiesa dei poveri e della scelta preferenziale dei poveri. Per questo la sua azione pastorale incontra molte resistenze».

Resistenze soprattutto interne…

«Sì. Del resto cambiare una struttura è molto più difficile che non farne una nuova, come è difficile far cambiare una certa mentalità alle persone…».

Un impegno concreto per la Chiesa da attuare subito?

«Innanzitutto la trasparenza e la veridicità dei bilanci economici e finanziari, a tutti i livelli, dal Vaticano alla singola parrocchia. E poi un’autentica comunione, perché nella Chiesa il clericalismo è molto forte».

È pensabile che la Chiesa rinunci davvero a beni e patrimoni?

«Se leggo gli ultimi documenti di papa Francesco, mi pare che si vada in questa direzione. Certamente l’operazione deve essere portata avanti con saggezza. Lo Ior, per esempio, è un problema che non può essere risolto con un taglio netto, bisogna vedere come riuscire a trasformare quello che è diventato un potere finanziario in un servizio, ciò che in realtà dovrebbe essere. Per fare questo ci vuole tempo e persone adatte».

Papa Francesco potrà farcela?

Lo spero. È molto difficile rinnovare una Chiesa che per secoli è stata un potere, con un papa re addirittura».

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Il Patto delle catacombe

Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:

– Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.

– Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cfr. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento.

– Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cfr. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.

– Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.

– Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cfr. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.

– Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.

– Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.

– Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi e i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cfr. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1 Cor 4,12 e 9,1-27.

– Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cfr. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.

– Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cfr. At 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.

– Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo: a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere; a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.

– Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così: ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;  formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito, che capi secondo il mondo; cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…; saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cfr. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai nostri fedeli la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.

Aiutaci Dio ad essere fedeli.

Firmatari:
Julis ANGERHAUSEN (1911-1990) – Vescovo ausiliare di Essen, Germania
Enrique A. ANGELELLI CARLETTI (1923-1976) – Vescovo ausiliare di Córdoba, Argentina
Francisco AUSTREGÉSILO DE MESQUITA FILHO (1924-2006) – Vescovo di Afogados da Ingazeira, Brasile
Luigi BETTAZZI (1923) – Vescovo ausiliare di Bologna (1963), Italia
Eduardo Tomás BOZA MASVIDAL (1915-2003) – Vescovo ausiliare di San Cristóbal de la Habana, Cuba
Gérard Marie CODERRE (1904-1993)Vescovo di Saint Jean de Québec, Canada
Philip CÔTÉ, Gesuiti (1895-1970) – Vescovo di Xuzhou, Cina
Antoon DEMETS, Redentoristi (1905-2000) – Vescovo ausiliare emerito di Roseau, Dominica
Alberto DEVOTO (1918-1984) – Vescovo di Goya, Argentina
Raymond D’MELLO (1907-1971) – Vescovo di Allahabad, India
Georges Hilaire DUPONT, Missionari Oblati di Maria Immacolata (1919-1975) – Vescovo di Pala, Ciad
Angelo Innocent FERNANDES (1913-2000) – Arcivescovo di Delhi, India
Antônio Batista FRAGOSO (1920-2006) – Vescovo di Crateús, Brasile
Adrien Edmond Maurice GAND (1907-1990) – Vescovo ausiliare di Lille, Francia
Henrique Hector GOLLAND TRINDADE, Frati minori (1897-1984) – Arcivescovo di Botucatu, Brasile
Paul Joseph Marie GOUYON (1910-2000) – Arcivescovo di
Rennes, Francia
Joseph GUFFENS, Gesuiti (1895-1973) – Coadiutore del Vicario apostolico di Kwango, Congo
George HAKIM (1908-2001) – Arcivescovo di San Giovanni d’Acri e Tolemaide (greco-melchita), Israele
Barthélémy Joseph Pierre Marie Henri HANRION, Frati
minori (1914-2000) – Vescovo di Dapango, Togo
Charles Marie HIMMER (1902-1994) – Vescovo di Tournai, Belgio
Henri Alfred Bernardin HOFFMANN, Cappuccini (1909-1979) – Vescovo di Gibuti, Gibuti
Amand Louis Marie Antoine HUBERT Società Missioni Africane (1900-1980) – Vicario apostolico di Eliopoli, Egitto
Paul Marie KINAM RO (1902-1984) – Arcivescovo di Seul, Corea del sud
Lucien Bernard LACOSTE (1905-1999) ­– Vescovo di Dali (Tali), Cina
José Alberto LOPES DE CASTRO PINTO (1914-1997) – Vescovo ausiliare di São Sebastião do Rio de Janeiro, Brasile
Marcel Olivier MARADAN, Cappuccini (1899-1975) – Vescovo di Port Victoria, Seychelles
François MARTY
(1904-1994) – Arcivescovo di Reims, Francia
Charles Joseph van MELCKEBEKE, Missionari di Scheut (1898-1980) – Vescovo di Yinchuan (Ninghsia), Cina
Georges MERCIER, Missionari d’Africa (Padri Bianchi), (1902-1991), Vescovo di Laghouat, Algeria
Rafael GONZÁLEZ MORALEJO (1918-2004) – Vescovo ausiliare di Valencia, Spagna
João Batista da MOTA e ALBUQUERQUE (1909-1984) – Arcivescovo di Vitória, Brasile
Josip PAVLISIC (1914-2005) – Vescovo ausiliare di Senj, Croazia
Helder PESSOA CÂMARA (1909-1999) – Arcivescovo di Olinda e Recife, Brasile
Joseph Alberto ROSARIO, Missionari di San Francesco di Sales (1915-1995) – Vescovo di Amravati, India
Paul YÜ PIN (1901-1978) – Arcivescovo di Nanjing , Cina
Venmani S. SELVANATHER (1913-1993) – Vescovo di Salem, India
Oscar SEVRIN, Gesuiti (1884-1975) – Vescovo emerito di Raigarh-Ambikapur, India
Stanislaus TIGGA (1898-1970) – Vescovo di Raigarh-Ambikapur, India
Tarcisius Henricus Joseph van VALENBERG, Cappuccini (1890-1984) – Vicario apostolico del Borneo olandese, Indonesia
Antonio Gregorio VUCCINO, Agostiniani dell’Assunzione (1891-1968) – Arcivescovo emerito di Corfù, Zante e Cefalonia, Grecia

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