Archive for dicembre 2015

Dario Fo: Papa Francesco, rivoluzionario a rischio

31 dicembre 2015

“il manifesto”
31 dicembre 2015

Luca Kocci

Il 2015 è stato l’anno anche di papa Francesco. Il terzo del suo pontificato, quello più denso di eventi, almeno finora.

A maggio la beatificazione di mons. Romero – il vescovo di San Salvador ucciso nel 1980 dagli squadroni della morte della giunta militare per il suo impegno per la giustizia – dopo oltre 30 anni di ostracismi e boicottaggi da parte della curia romana e dell’episcopato conservatore che temevano, insieme a Romero, la legittimazione dell’odiata teologia della liberazione. A giugno l’enciclica socio-ambientale Laudato si’, ispirata da Francesco d’Assisi e anche dalle tesi altermondialiste. A settembre il viaggio nelle Americhe, passando da Fidel e Raul Castro ad Obama e il Congresso Usa, testimonianza del disgelo ormai avvenuto ma non ancora concluso, anche per l’ostinato mantenimento del bloqueo contro Cuba. Ad ottobre la conclusione del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ancora in attesa di un pronunciamento ufficiale papale che apra (forse) le porte che il Sinodo ha preferito tenere socchiuse. A novembre il primo viaggio in Africa, con l’apertura della prima “porta santa” giubilare a Bangui (Repubblica centrafricana) ma il silenzio assoluto sulle leggi che discriminano (e condannano all’ergastolo) le persone omosessuali. L’8 dicembre, infine, l’inizio solenne del Giubileo dedicato alla misericordia, a San Pietro, riaffermando, nei fatti, la centralità romana.

Un anno importante quindi, da leggere in chiaroscuro: la novità di papa Francesco o la svolta che ancora non c’è? Dario Fo propende decisamente per la prima ipotesi: quello di Bergoglio è un pontificato rivoluzionario. «Papa Francesco – spiega – è un uomo di grande coraggio, ha il coraggio di dire la verità e di dirla in faccia. Quando parla fa nomi e cognomi, e quando non li fa esplicitamente, tutti capiamo di chi parla e a chi si rivolge. Inoltre chiede perdono, chiede perdono per la Chiesa, ammettendo quindi che nella Chiesa ci sono cose indegne. Altrimenti perché chiederebbe perdono?».

Chiede perdono per alcune colpe storiche della Chiesa…

«La Chiesa ha commesso atti infami, illegali, crimini, e papa Francesco chiede perdono. Pensa se un nostro dirigente di Stato chiedesse perdono per i propri errori, per esempio per quello di pochi giorni fa».

Cosa è successo?

«Il nostro presidente della Repubblica ha firmato la grazia per i due agenti della Cia coinvolti nel rapimento di Abu Omar».

L’imam egiziano rapito a Milano nel 2003 in collaborazione con i nostri servizi e la polizia?

«È la prova che siamo un Paese senza nessuna autonomia, perché gli agenti della Cia possono venire da noi, rapire chi vogliono, portarlo via dal luogo in cui vive, poi si fa il processo, vengono condannati, ma alla fine arriva il presidente della Repubblica che dice: nessuna condanna, liberi tutti. E non solo, perché veniamo a sapere che la nostra polizia e i nostri servizi segreti coprivano i rapitori, cioè evitavano che ci fossero delle interferenze. È un’infamia, e noi siamo un popolo senza autorità e senza dignità. Queste cose non le fanno mica in Svezia o in Danimarca. Se poi fosse successo negli Usa, sarebbe scoppiata l’ira di Dio! Dovrebbero dire: scusate, ci vergogniamo, abbiamo tolto la potestà al nostro popolo, ci siamo venduti a chi è più forte, abbiamo ceduto a chi ha autorità mentre noi non ne abbiamo».

Torniamo a papa Francesco. A quale richieste di perdono per le colpe della Chiesa si riferisce? Alle parole sulla corruzione presente anche nella Chiesa? Al fatto che l’istituzione ecclesiastica ha rinunciato alla povertà e ha abbracciato ricchezza e potere?

«A tutto. Papa Francesco ha parlato della dignità, ha detto che non esiste dignità se non c’è giustizia, ha denunciato l’equilibrismo dei governanti tale che i furbi e i potenti abbiano la possibilità di muoversi come vogliono, che il ricco può tutto e il povero deve pagare. Ha parlato anche delle banche, e pensiamo a quello che accade in questi giorni».

Su altri temi caldi, che riguardano più da vicino la Chiesa – le persone e le coppie omosessuali, il ruolo delle donne –, però Francesco pare più timido.

«Guarda che lui ha detto fin dall’inizio: quest’uomo vuole sposarsi con un altro uomo, che autorità ho io per impedirglielo? È omosessuale, e io cosa devo dirgli, che non si fa? Quale autorità, che diritto ho io di impedirlo?»

Veramente si è limitato a dire «chi sono io per giudicare un gay».

«E allora? Basta questo. Cosa vuoi di più?»

Che alle parole, nuove ed importanti, seguano anche dei fatti, delle riforme che intervengano sulla struttura ecclesiastica e sulla disciplina canonica, altrimenti il rischio è che passato Francesco nulla sia cambiato e tutto rimanga uguale.

«Ma se per “farlo fuori” si sono inventati che ha un cancro alla testa, benigno per carità! Tentano di far vedere che è malato alla testa, quindi non può essere sereno, lineare e logico in quello che dice. Quando si arriva a dei gesti di questo genere, puoi aspettarti di tutto, anche che lo ammazzino. Cosa vuoi di più da uno che si espone fino a far impazzire i vescovi, i cardinali, tutti coloro che nei secoli hanno goduto di privilegi e vantaggi? Non dobbiamo perdere mai di vista gli equilibri, perché sennò andiamo avanti a fare chiacchiere. È intervenuto anche perché fosse dichiarato beato il vescovo che difendeva i diritti dei poveri, ucciso in America latina».

Monsignor Romero?

«Sì. L’altro papa invece, Wojtyla, si è messo in ginocchio sulla sua tomba, ma non ha fatto nulla».

Alcuni gesti e parole del papa rimandano al tema della Chiesa povera e dei poveri…

«Ma certo, del resto si chiama Francesco. Il papa lo ha detto: nel momento in cui mi chiamo Francesco, io scelgo di essere Francesco. E chi è Francesco? È uno a cui, 40 anni dopo la sua morte, hanno deciso di cambiargli completamente la vita. Hanno preso la sua vita e ne hanno scritta un’altra, inventando miracoli che non aveva compiuto e cancellando tutte le cose straordinarie che aveva fatto».

Francesco d’Assisi è stato riportato all’ordine, trasformato in una sorta “santino” dal potere ecclesiastico, perché fosse meno scomodo.

«Certo. Gli hanno cambiato i connotati, gli hanno dato un’altra faccia, un altro modo di vivere. E allora un papa che ha il coraggio di prendere quel nome, che la Chiesa ha falsificato e ha buttato via, è un gigante».

Molte scelte individuali di papa Francesco – abitare a Santa Marta, rinunciare ad abiti sfarzosi, muoversi con semplici automobili – stanno rendendo il papato più “normale”?

«No, non è normale, è fuori dalle regole!»

Normale nel senso che ridimensionano la “sacralità” e la “potenza” del papato costruite attraverso i secoli…

«Questa è una scelta rivoluzionaria, che nella Chiesa non c’è mai stata. Altri ci hanno provato, hanno fatto dei bei discorsi, ma quando hanno cercato di mettere a posto le cose, si sono dovuti dimettere, come Celestino V. Perché papa Celestino aveva una bella idea, ma glie l’hanno fatta passare subito e l’hanno tolto di mezzo: o te ne vai o ti ammazziamo».

Oltretevere è scoppiato un nuovo Vatileaks: fuga di documenti riservati, episodi di corruzione, notizie false, come appunto il tumore di cui sarebbe affetto il papa. Cosa ne pensa?

«È la solita tecnica del potere: il potere sputtana. Il potere cerca di farti passare per scemo. Quando non ha a disposizione altri mezzi, il potere deve cercare di convincere la gente che dici delle cose giuste, che fanno impressione, ma che sono dette da uno che non è sano, da uno che è via di testa».

La Chiesa cambierà? L’istituzione ecclesiastica tornerà al Vangelo?

«Solo se nella Chiesa si creerà un movimento forte capace di imporre il Vangelo a tutti i furbacchioni. Perché questi personaggi che hanno l’abitazione all’ultimo piano che costa come una cattedrale, fin quando vivranno tranquillamente e avranno qualcuno che li sosterrà, non sarà mica vinta la battaglia, la battaglia va avanti».

Quindi papa Francesco deve essere sostenuto dalla base?

«Sì, perché se non sarà sostenuto si ritroverà come Celestino V».

I cattolici al tempo di papa Francesco. Intervista al sociologo Marco Marzano

26 dicembre 2015

“Adista”
n. 45, 26 dicembre 2015

Luca Kocci

Un viaggio fra i cattolici al tempo di papa Francesco. Lo ha compiuto Marco Marzano, docente di sociologia all’università di Bergamo e autore di diverse monografie sul mondo cattolico (v. Adista Segni Nuovi nn. 27/12 e 44/13), per il Fatto Quotidiano: dieci puntate pubblicate sul quotidiano diretto da Marco Travaglio che hanno percorso in lungo e in largo la Chiesa e il mondo cattolico, attraverso non le statistiche ufficiali ed ufficiose o gli studi e le ricerche più o meno serie e attendibili, ma recandosi direttamente sul posto, nelle parrocchie, nei seminari, nei gruppi, nelle sacrestie, incontrando parroci, seminaristi, religiose, laici impegnati, famiglie, coppie, persone divorziate, omosessuali. Il risultato è un affresco a colori vivi della Chiesa cattolica reale al tempo di papa Francesco, diventato ora anche un volume (Inchiesta sui cattolici al tempo di Francesco, euro 2,50) che esce a partire dal 18 dicembre insieme al Fatto Quotidiano.

«Il progetto – spiega Marzano ad Adista – nasce dal desiderio di raccontare l’evoluzione del cattolicesimo italiano al tempo di Francesco, lontano dai palazzi e dai suoi intrighi. Andando quindi nelle periferie cattoliche per descrivere la situazione reale della Chiesa italiana di base. Dando voce a delle “storie minori”, cioè alle narrazioni di persone sconosciute, la cui vicenda viene raccontata nella prima parte di ciasuno dei dieci microsaggi».

Molte questioni affrontate nella tua inchiesta sono fra i temi di cui si è discusso al Sinodo dei vescovi sulla famiglia concluso nello scorso mese di ottobre. A cominciare dal nodo dei divorziati riposati. Come emerso dalla tua indagine?

«Soprattutto l’anacronismo di una norma che considera il divorzio fonte del massimo degli scandali. Nelle nostre società, i peccati percepiti come principali e più gravi sono certamente altri. Su questo come su altri temi la Chiesa sembra non voler cedere al primato della coscienza individuale sulla norma ecclesiale. Nella realtà, la tolleranza verso i divorziati è molto ampia e la sfiducia verso la norma lo è ancor di più: a credere che l’esclusione dei divorziati dalla comunione sia conseguenza di una legge giusta non ci crede più quasi nessuno. Nondimeno anche qui, come in altri campi, la sofferenza delle persone escluse è reale».

L’inchiesta parte da una storia di vita…

«Si tratta di una coppia di divorziati risposati che nella loro prima unione stavano con persone lontanissime dalla Chiesa e dalla vita religiosa. È proprio incontrandosi che hanno invece riscoperto l’importanza e la bellezza di un sincero percorso spirituale. Ed è però proprio ora che ne sono esclusi».

Una storia davvero paradossale… Per quanto riguarda le persone e le coppie omosessuali è invece tutto più chiaro?

«I singoli fedeli gay sono talvolta accolti e talvolta no, le coppie non sono accolte mai. L’omosessualità non è mai ufficialmente riconosciuta come una tendenza compatibile con la formazione di un nucleo familiare. Su questo abbiamo ricevuto alcune lettere belle, intense e drammatiche. Una difficoltà ulteriore nell’affrontare questa questione nasce dal fatto che, se lo facesse, la Chiesa dovrebbe fare i conti anche con un suo gigantesco problema interno: quello dell’omosessualità del clero».

Hai affrontato anche il nodo del celibato ecclesiastico…

«E si è scatenato un vero e proprio putiferio. Ho ricevuto decine di lettere – diverse delle quali sono pubblicate nel libro –, il pezzo è stato messo sul mio blog e lì ha ricevuto un’infinità di commenti. Lo stesso è avvenuto su Facebook. Migliaia di condivisioni e di commenti, molti agguerriti e aggressivi. Ho riflettuto su quel che è avvenuto e ho compreso una cosa che non mi era chiara: e cioè che la purezza sessuale dei preti è, per molti, un elemento davvero decisivo della loro sacralizzazione e dunque della santità della Chiesa. Per tanti credenti, la Chiesa è santa se il clero è casto, cioè se il clero mantiene fede alla promessa di non avere una propria vita sessuale e affettiva, e quindi in questo modo e per questa via, assomigliare a Gesù, diventare semidivino. C’è bisogno di rifletterci ancora e a lungo».

In questo scenario come ti sembra che si stia muovendo papa Francesco?

«Difficile a dirsi. Sembra di intuire una volontà riformatrice che però fatica a tradursi in decisioni concrete. Il terreno forse più promettente è quello dei divorziati, sul quale ha lavorato il Sinodo e che dovrebbe essere oggetto di una prossima esortazione apostolica. Sugli altri mi sembra che tutto taccia. Sull’omosessualità il Sinodo non ha fatto nessun passo in avanti, nemmeno timido. Idem sulle donne. Anche la sola idea del diaconato femminile non ha riscosso nessun consenso. La Chiesa fatica a riformarsi e reagisce ad ogni alito di novità con un ulteriore irrigidimento. In questa situazione, molto spesso i fedeli fanno da soli e si scoprono capaci di autonomia e di intelligenza, comprendono di non avere così tanto bisogno delle gerarchie per vivere una vita cristiana piena e soddisfacente, all’insegna di quell’autenticità così importante per noi “moderni”».

Nuovi casi di pedofilia nella diocesi di Brindisi. E i fedeli chiedono una commissione d’inchiesta

25 dicembre 2015

“Adista”
n. 45, 26 dicembre 2015

Luca Kocci

Sono già tre, in poco più di sei mesi, i preti dell’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni finiti sono inchiesta della magistratura per reati di pedopornografia e abusi su minori. E per la seconda volta, un gruppo di cattolici brindisini chiede al proprio vescovo, mons. Domenico Caliandro, di prendere provvedimenti più energici di quelli adottati finora e di istituire una commissione diocesana di inchiesta sulla pedofilia.

 

Due arresti e un indagato in 6 mesi

Lo scorso 10 dicembre – ma la notizia si è appresa solo il giorno 14 – i carabinieri hanno perquisito l’abitazione e sequestrato il pc di don Francesco Caramia, parroco di San Giustino de Jacobis, a Brindisi. Le accusa, ancora tutte da dimostrare, sono di abusi sessuali nei confronti di un minore, che avrebbe rivelato le violenze subite al suo pediatra. «L’arcivescovo di Brindisi ha appreso con dolore la notizia che un sacerdote della città è indagato per reati molto gravi», si legge nella nota della Curia brindisina. «L’interessato respinge con fermezza l’accusa e ritiene di potersi adeguatamente difendere. Per farlo con maggiore libertà e anche per ragioni di salute, ha subito lasciato la parrocchia in cui svolgeva il suo ministero. Mons. Caliandro dichiara la sua fiducia nella magistratura e attende l’esito delle indagini. L’Autorità diocesana, se ha certezza dei delitti, intende agire sempre con determinazione, con la massima considerazione per le vittime, seguendo la linea dettata da papa Francesco e dai suoi immediati predecessori. Intanto la Chiesa locale di Brindisi-Ostuni, nella sofferenza di questo periodo, continui umilmente a lavorare e a pregare, sostenendo il ministero di tanti sacerdoti fedeli, che si spendono generosamente ogni giorno secondo la loro vocazione».

Pochi giorni prima era stato arrestato un altro prete, don Francesco Legrottaglie, accusato di detenzione di materiale pedopornografico (aveva subito una condanna per analoghi reati già negli anni ’90). E sempre il 10 dicembre è stato rinviato a giudizio con rito abbreviato – come chiesto dall’imputato che così, se condannato, potrà avere la perma ridotta fino ad un terzo – don Giampiero Peschiulli, arrestato a maggio 2015 perché accusato di abusi sessuali su minori (a dare il via alle indagini era stato allora un servizio della trasmissione televisiva Le Iene).

 

«Una commissione di inchiesta sulla pedofilia»

«Gent.mo arcivescovo, nel maggio scorso, qualche giorno dopo l’arresto di un parroco nella città capoluogo (don Peschiulli, n.d.r.) con l’accusa di violenza sessuale su minori di 14 anni con l’aggravante dell’abuso di autorità, le indirizzammo una lettera a conclusione della quale chiedevamo di istituire una commissione di inchiesta come avevano fatto due diocesi italiane, Verona e Bressanone» (v. Adista Notizie n. 21/15), scrivono a mons. Caliandro i cattolici brindisini riuniti nel gruppo “Manifesto 4 ottobre”. Ora, aggiungono, un nuovo caso (quello don don Legrottaglie), rispetto al quale «leggiamo una sua dichiarazione (si tratta della nota ufficiale dell’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, n.d.r.) secondo la quale “per il sacerdote si determina da subito la limitazione di qualsiasi atto di ministero pubblico fino a nuova disposizione” e “tuttavia da anni non ha alcun incarico e non svolge alcun ruolo in diocesi”. I giornali parlano di una sua dichiarazione secondo la quale il sacerdote arrestato “potrà celebrare solo privatamente”. Un passaggio, quest’ultimo, originato, forse, da un difetto di comunicazione o refuso, che richiederebbe qualche parola chiarificatrice del suo pensiero dal momento che, per come lo si legge, appare avulso dal senso profondo dell’Eucarestia, fonte e culmine della vita comunitaria, che non potrebbe essere ridotta a pia pratica di pietà individuale».

Il nostro convincimento, scrivono ancora, è che il problema della pedofilia nel clero non può «essere affrontato in maniera episodica e con dichiarazioni rassicuranti verso le comunità e l’opinione pubblica, sempre più insofferenti nei riguardi di questi comportamenti». «Non si tratta di punire e reprimere, ma di avviare una profonda revisione dei metodi di selezione e formazione dei presbiteri, troppo lontani e separati dalla vita quotidiana e dalle comunità. E si tratta anche di promuovere una verifica, libera e sincera, degli stili di vita di tutti. Ci chiediamo, allora, se a fronte di certi comportamenti sia sufficiente l’allontanamento dal ministero pubblico dei presbiteri coinvolti o se, invece, nel dare segnali chiari e rigorosi di riprovazione, non sia giusto procedere, rapidamente, dopo le prescritte verifiche, alla sospensione da qualsiasi funzione pastorale e sacramentale in pubblico e in privato (sospensione a divinis), almeno fino a quando non risultasse l’innocenza degli accusati». E rispetto all’arresto di don Legrottaglie, «ci chiediamo, inoltre, se non sarebbe stato doveroso, dopo la precedente condanna negli anni ’90 per abusi su minori, non permettere all’interessato la prosecuzione del ministero presbiteriale. Per molto meno, e cioè perché il loro amore non rientra nel canone ecclesiastico, non si permette a uomini e donne l’accesso ai sacramenti!». Quindi la richiesta, già formulata a maggio, in occasione dell’arresto di don Peschiulli: l’istituzione di una commissione diocesana di inchiesta sulla pedofilia.

 

Il vescovo: alcuni laici si credono «più santi» di altri

Alla lettera del gruppo “Manifesto 4 ottobre”, mons. Caliandro risponde a mezzo stampa, con un’intervista rilasciata al Nuovo quotidiano di Puglia (1/12): «Quando una persona è inquisita – afferma – la Chiesa, restringe le facoltà e gli fa conservare il diritto di celebrare messa in forma privata, senza i fedeli. Quando la situazione va avanti e si arriva al rinvio a giudizio, il prete viene sospeso a divinis in attesa della conclusione del processo. Nel caso poi il prete, all’esito del procedimento, viene condannato per pedofilia, interviene il papa che riduce il prete allo stato laicale». E conclude, riferendosi evidentemente – sebbene senza citarli – ai cattolici del “Manifesto 4 ottobre”: «Ci sono alcuni laici che credono di essere più santi degli altri. Le persone di Chiesa, sono uomini umili che capiscono che deve essere garantita la dignità delle persone, la dignità dei bambini che non subiscano scandali e non conseguano ferite che possono fare male nella loro crescita».

 

I laici: sorpresi e amareggiati

La sua reazione «è per noi motivo di sorpresa e di amarezza perché a chi esprimeva preoccupazione per il grave problema ed in spirito di collaborazione prospettava (a torto o a ragione) ipotesi di possibili interventi, dichiarandosi a disposizione per ogni incontro o “correzione” lei risponde col rifiuto aprioristico di ogni dialogo e con una accusa (“credono di essere più santi degli altri”) che oltre ad essere irrispettosa e gratuita, rasenta il dileggio», replica il gruppo “Manifesto 4 ottobre”. «Vicende come quelle che hanno sollecitato le nostre lettere aperte provocano, a noi come a tutti, sofferenza e preoccupazione. Lei certamente converrà che il silenzio e le minimizzazioni, specie all’interno della chiesa, non aiutano a prevenire il ripetersi di queste tristi esperienze e a rimuovere le cause che ne sono all’origine». Quella della pedofilia del clero, nella Chiesa italiana, è un tema sensibile e una questione ancora aperta

La ricchezza sporca del Vaticano. Avarizia, il libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi

23 dicembre 2015

“il manifesto”
23 dicembre 2015

Luca Kocci

Se questa storia fosse accaduta quattro secoli fa, il Tribunale dell’inquisizione probabilmente avrebbe condannato al rogo il giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi, la sorte che toccò a centinaia di liberi pensatori, riformatori radicali e donne trasformate in streghe.

Oggi Fittipaldi – e con lui Gianluigi Nuzzi, autore di Via Crucis (Chiarelettere) – non corre più il rischio di essere arso sulla pubblica piazza, ma una pena detentiva dai 4 agli 8 anni, se il tribunale pontificio lo condannerà per un reato introdotto nel codice penale vaticano da papa Francesco nel luglio 2013: sottrazione e diffusione di documenti riservati.

L’eventualità pare improbabile: bisognerebbe provare che i giornalisti abbiano commesso il reato in territorio vaticano e, in caso di condanna, la Santa sede dovrebbe ottenere l’estradizione dall’Italia, aprendo un caso di proporzioni globali e certificando che la libertà di stampa non è gradita Oltretevere, anzi è una colpa da punire.

La responsabilità di questo processo surreale nei confronti dei giornalisti è Avarizia, il libro firmato da Fittipaldi e pubblicato da Feltrinelli che, come annunciato dal sottotitolo, presenta «le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco».

Il volume non ci ha convinto del tutto. Molte delle rivelazioni erano in realtà già note, e la stampa ne aveva dato ampia notizia. Inoltre Fittipaldi mette insieme, talvolta mescolando le carte senza troppe distinzioni, i conti del Vaticano con quelli della Chiesa italiana, condendoli qua e là con gli scandali finanziari che riguardano alcune diocesi italiane (Terni, Trapani, Salerno) ed estere (Limburg in Germania, Maribor in Slovenia) e alcuni ordini religiosi (salesiani, francescani, figli dell’Immacolata concezione). Fatti che, messi in fila, producono un’immagine della Chiesa cattolica più simile al dantesco cerchio degli avari e dei prodighi che alla comunità dei fedeli nel Vangelo di Gesù di Nazaret, ma che non contribuiscono a fare chiarezza, perché il Vaticano non è la Conferenza episcopale italiana, e la Cei non c’entra nulla con i salesiani o i francescani. Ed è la tesi di fondo del volume a destare qualche perplessità: ovvero quella di un Francesco rivoluzionario accerchiato dai cardinali cattivi e spendaccioni. Una tesi sposata da quasi tutti media, che però non aiuta a comprendere la complessità del sistema – di cui il papa è parte –, che non funziona nella sua struttura e non solo in qualche elemento.

Detto questo, il volume offre una serie di informazioni, dati e documenti inediti, che svelano aspetti sconosciuti dell’istituzione ecclesiastica. A cominciare dal «tesoro del papa» – così lo chiama Fittipaldi –, ovvero la quantificazione (per difetto) del patrimonio del Vaticano: oltre 10 miliardi di euro, di cui 9 in titoli (detenuti per lo più da Ior e Apsa) e 1 in immobili, facenti capo a 26 diverse istituzioni vaticane, che però avrebbero un valore di mercato superiore ai 4 miliardi. E infatti il problema della Cosea (la Commissione sull’organizzazione e la struttura economica-amministrativa della Santa sede di cui facevano parte mons. Vallejo Balda e Francesca Chaouqui, accusati di aver passato le carte a Fittipaldi e a Nuzzi) non è la ridistribuzione ai poveri, ma la possibilità di farli fruttare di più, risolvendo una serie di errori gestionali che vanno dai «canoni di locazione molto bassi» (di cui spesso beneficiano giornalisti, politici e potenti vari), ad uno «uso inefficiente delle unità» fino a «nessuna gestione del tasso di rendimento».

In Vaticano ci sono alcune “miniere d’oro”, che producono annualmente ricavi milionari: i Musei vaticani (90 milioni), la Fabbrica di San Pietro (15 milioni) e una serie di esercizi commerciali esentasse in teoria accessibili solo ai dipendenti vaticani, in pratica aperti a tutti o quasi, come la farmacia (32 milioni, una normale farmacia incassa 700mila euro all’anno), il distributore di benzina (27 milioni), il supermercato (21 milioni), la tabaccheria (10 milioni). Tutto lecito ma, nota Fittipaldi, «se i clienti fanno ottimi affari e il Vaticano guadagna somme enormi», «l’erario italiano continua a rimetterci: è un trascurabile effetto collaterale». Miniere d’oro sono anche quelle istituzione caritatevoli che però fanno pochissima carità, a cominciare dall’Obolo di San Pietro, che usa qualcosa per i poveri ma accumula molto di più: al 2013 aveva un tesoretto di ben 378 milioni di euro, investiti in vari modi.

Accanto alle “miniere d’oro” ci sono i “pozzi senza fondo”: Radio Vaticana, che perde 26 milioni l’anno, e l’Osservatore Romano, in deficit per 5 milioni l’anno. E “pozzi senza fondo” sono anche alcuni cardinali: il solito Bertone, il cui appartamento da 296 metri quadri è stato ristrutturato anche con 200mila euro dalla Fondazione “Bambin Gesù”, nata per sostenere la ricerca sulle malattie infantili (e a cui Bertone nei giorni scorsi, forse per placare i propri sensi di colpa, ha annunciato di devolvere 150mila euro) ; ma anche il card. Pell, scelto da Francesco come superministro vaticano dell’Economia, che in sei mesi ha fatto spendere al suo dicastero oltre 500mila euro, fra cui 7.292 euro di tappezzeria, 4.600 per un sottolavello, 2.500 euro di abiti.

Ce la farà Francesco a riformare la Chiesa?, chiedono in molti. La domanda corretta pare però un’altra: il problema sono gli uomini o le strutture ecclesiastiche? E se la riposta è “la seconda che hai detto”, allora, forse, non c’è Francesco che tenga.

Siamo forse il contrario di Dio? Intervista ad Antonio Thellung

19 dicembre 2015

“Adista”
n. 44, 19 dicembre 2015

Luca Kocci

I titoli dei libri di Antonio Thellung («di professione sposo, padre, nonno e bisnonno», come si descrive egli stesso, ma anche saggista e fondatore e animatore di comunità di fede e di ricerca spirituale) sono spesso paradossali: L’inquieta felicità di un cristiano (Paoline, Milano 2009, v. Adista Segni Nuovi n. 66/09), Una saldissima fede incerta (La meridiana, Molfetta 2011, v. Adista Notizie n. 41/11), Sto studiando per imparare a morire (Altrimedia, Roma 2014, v. Adista Segni Nuovi n. 22/14). L’ultimo volume pubblicato, uscito in questi giorni per i tipi di Altrimedia Edizioni, conferma questa scelta: Siamo forse il contrario di Dio? (pp. 128, euro 12, acquistabile anche presso Adista: tel. 066868692, e-mail abbonamenti@adista.it, sito internet http://www.adista.it).

Thellung propone una tesi originale: se Dio è tutto in tutti, che cos’è l’individuo che, per sua natura, si distingue da tutto il resto? Chi si trova a vivere in prima persona drammatiche esperienze che ricordano Giobbe, non fatica a credere che l’inferno si trovi su questa terra, come dicevano Schopenhauer o Italo Calvino. L’unico modo per non farsi travolgere è imparare a intrecciare insieme felicità e angoscia, è riuscire a sorridere anche con la morte nel cuore.

Thellung, perché il contrario di Dio?

Se Dio è tutto in tutti, come dice san Paolo, mi domando: che altro potrei essere considerato io, piccolo individuo limitato che istintivamente vorrebbe distinguersi da tutto il resto, se non il suo contrario? Secondo me, questa tesi ha un sostegno teorico inoppugnabile che personalmente ho scoperto più di sessant’anni fa. Ma sembra che ci sia un’istintiva paura inconscia a riconoscerlo e ammetterlo, tanto che finora pochi hanno recepito il messaggio, e nessuno, tra quelli che contano, mi ha mai dato retta.

Non è ambiguo dire così? Non rischia di far credere a una contrapposizione insuperabile?

Credere che contrario significhi contrapposto è uno dei più diabolici inganni, presente soprattutto nell’inconscio collettivo. Per questo il contrario viene concepito dai più con un significato artefatto, che spinge a negare l’evidenza, per timore di cadere in qualche forma di disperazione. Così il gioco diabolico è fatto!.

E invece? 

Basta riflettervi con serenità per capire che il senso è diverso. Ogni parziale è il contrario del totale, al quale appartiene. E così si può dire del limite nei confronti dell’illimitato, del finito nei confronti dell’infinito, del relativo nei confronti dell’assoluto. Insomma, i contrari non sono nemici fra loro ma, caso mai, complementari, ed è la percezione di poter riposare nel proprio contrario che può dare serenità e speranza a ogni essere limitato. Un contrario a cui sento di appartenere e dal quale nulla potrà mai separarmi.

Una tesi suggestiva che però non elimina le perplessità…

Ma in quest’ottica diventa chiaro. Contrario del bene non è il male in sé – che da solo non esiste, secondo la stessa teologia tradizionale – ma bene e male mischiati assieme, proprio come nel nostro mondo terreno. Per questo io che sono un po’ buono e un po’ cattivo a un tempo, riconosco di essere il contrario di Dio. E aggiungo che da quando l’ho scoperto la speranza non mi ha più lasciato, perché ho capito che la mia vita serve a dimostrare quel che Dio non è. È una grande consolazione per tutte le sofferenze che accompagnano la mia esperienza di vita.

Questa tesi come viene articolata nel volume?

Il libro, che ho cercato di rendere leggero e di agile lettura, è diviso in tre parti. Intrecciando tra loro drammi della mia vita personale e drammi dell’umanità. Nella prima parte ho cercato di uscire dalle teorie per mettere in evidenza il vissuto, che è intessuto di tutte le contraddizioni intrinseche di un mondo diabolico e meraviglioso a un tempo. La seconda parte è una sorta di “teologia pensata”. Anche se molti dicono che è inutile inseguire spiegazioni comunque incomprensibili, da parte mia credo invece che sia possibile intuire qualche significato. Perché non rifletterci a fondo, dunque? Altrimenti che cosa lo abbiamo a fare il pensiero, che pur nelle sue ambiguità è capace di esprime anche le parti più nobili del nostro essere? Tali riflessioni, poi, mi portano a immaginare che la speranza sia capace di svolgere il suo mestiere anche in un mondo diabolicamente contraddittorio come il nostro. La terza parte del libro, perciò, è dedicata alla “teologia sperata”, che mi accorgo capace di tenerci sempre vivo davanti agli occhi il positivo che la vita esprime, malgrado tutto. Un positivo che per esperienza posso dire capace di mantenere vivo il sorriso perfino quando si ha la morte nel cuore. A me non sembra poco.

Il sottotitolo è “Un invito a coltivare la speranza”, ma leggendo la prima parte il lettore potrebbe sentirsi scoraggiato…

Spero che nessuno cada in questo inganno: sperare non è negarsi la realtà ma scoprire, qualunque sia il presente, se esiste un futuro positivo. E crederci. Ma come punto di partenza è indispensabile chiamare le cose con il proprio nome. Del resto vorrei sottolineare una coincidenza: nel momento stesso in cui era in stampa questo libro, che parla di tragedie mondiali, terrorismo compreso, a Parigi era in corso la strage del 13 novembre, quasi a voler sottolineare la diabolicità di questo mondo. E tuttavia, a mio modo, non perdo affatto la speranza e invito tutti a lavorare per un mondo migliore, atteggiamento che è già in sé una proiezione escatologica, mentre diabolico sarebbe ritirarsi nel privato, consolidando ancor più le contraddizioni.

A te piace usare un linguaggio paradossale – lo dimostrano anche i titoli di altri tuoi libri –, ma in fondo parlare di contrario di Dio potrebbe anche essere soltanto un modo di dire suggestivo…

No, non è solo un modo di dire, è rovesciare l’ottica: è convertirsi. Abitualmente è facile sostenere che Dio è al primo posto, ma poi è ancor più facile sentir affermare se stessi e la propria individualità, per illudersi di potersi fare simili a lui. Questo è parte della nostra realtà diabolica. Qualunque cosa che non sia Dio, cioè qualsiasi realtà limitata, è inevitabilmente un disastro, e pensare che rifletta le caratteristiche del Creatore è fuorviante. Non perché sia negativa la sostanza, che è sempre e comunque divina (non ne esiste altra), ma sono i limiti a introdurre elementi diabolici insuperabili, a meno che non vengano letti in prospettiva divina. Anche il concetto di creazione viene rovesciato, anche il trascorrere del tempo si rovescia, tanto che può essere corretto dire che l’essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio, ma solo come punto di arrivo, non di partenza. Quando tutto sarà compiuto.

Ma questa tesi che cosa cambia nella vita quotidiana?

Secondo me la differenza può essere grandissima, direi che può diventare un formidabile alimento della speranza. Ma non si può parlarne così, in poche parole. Per tentare di farlo a ragion veduta ho finito per scrivere un intero libro. È stata un’iniziativa personale che spero potrà diventare condivisa con chi lo leggerà. Vogliamo finire con una battuta di spirito?.

Certamente.

Ricordo che molti anni fa, quando ero un giovane intelligente, leggendo il verso di Gozzano che dice «che bisogno c’è mai che il mondo esista?», come risposta mi ero inventato un breve racconto paradossale. «Un tempo c’era solo Dio, che era perfetto nel suo assoluto bene. Aveva però una preoccupazione: come faccio a sapere che sono proprio Dio se null’altro esiste? Così ha creato il mondo, che essendo diverso da lui è inevitabilmente un disastro, pieno di quel che si usa chiamare male. Da allora è costretto a lavorare incessantemente per riportarlo al bene, ma non è più preoccupato perché il caos del mondo dimostra che Dio è proprio lui». In altre parole, che cosa potrebbe essere il contrario di questa nostra realtà così caotica e insensata? Concluderei dicendo che mi sento felice e fiero di offrire a Dio la sua dimostrazione.

Il paradosso editoriale de “Il Regno”

14 dicembre 2015

“Il Mosaico”
n. 49, inverno 2015

Luca Kocci

Morire a 60 anni non ancora compiuti. Sarà probabilmente questo il destino de Il Regno, una delle più autorevoli e preziose riviste dell’informazione religiosa italiana, fondata nel 1956 come bollettino dei Sacerdoti del Sacro Cuore (dehoniani) e negli anni del Vaticano II diventata uno dei periodici di punta del cattolicesimo conciliare.

La proprietà, il Centro editoriale dehoniano di Bologna (Ced), ha infatti deciso di sospendere le pubblicazioni il 31 dicembre 2015 a causa della grave crisi economica che affligge le attività del gruppo. E con Il Regno, se non ci saranno novità (ci sono contatti con altri editori, ma non una vera e propria trattativa), chiuderanno i battenti anche Settimana – altra importante rivista della galassia editoriale dei dehoniani, che la rilevarono nel 1965 dalla edizioni Presbiterium di Padova, quando si chiamava Settimana del clero – e Musica e assemblea.

Si tratta di «una decisione sofferta e dolorosa che indebolisce la nostra presenza nella Chiesa italiana e nel dibattito civile. E tuttavia inevitabile, malgrado tutti gli sforzi di questi ultimi anni per evitarla», spiega padre Lorenzo Prezzi, direttore del Ced. «Le ragioni dell’amara decisione risiedono nell’accumularsi di stratificazioni di crisi diverse: dal profondo mutamento del comparto dei media, che penalizza la comunicazione cartacea e modifica le forme della comunicazione, al restringersi del bacino di utenza del personale ecclesiale (preti, religiosi e religiose); dal peso della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni fino alla sempre più problematica distribuzione postale. Il peso dei deficit delle riviste obbliga alla decisione nel contesto del piano di ristrutturazione del Centro editoriale dehoniano».

Motivazioni esclusivamente economiche, secondo i dehoniani, aggravate da scelte aziendali non proprio felici – l’apertura e la repentina chiusura di diverse librerie; la fusione del settore distributivo con Messaggero Distribuzioni, per dare vita a Proliber, che ha ottenuto risultati tutt’altro che positivi, nonostante sia quasi monopolista fra gli editori cattolici – e dal significativo calo dei lettori del Regno, scesi dai 12mila abbonati dei “tempi d’oro” ai 7mila del 2014, e ulteriormente diminuiti a 5-6mila dopo la decisione di pubblicare dal 2015 solo nella versione online il fascicolo Documenti (la rivista è composta da un fascicolo Attualità e da uno Documenti).

Previsto anche il licenziamento di 9 lavoratori su un totale di 30 dipendenti del Ced (in particolare 4 redattori del Regno, fra cui il direttore Gianfranco Brunelli, più altri 5 ancora da identificare all’interno delle varie attività editoriali, la più importante delle quali è costituita dalle Edb – Edizioni dehoniane Bologna), che lo scorso 15 settembre hanno scioperato per 4 ore e manifestato davanti la sede bolognese dei dehoniani.

È proprio la gestione della crisi a sollevare qualche interrogativo. L’annuncio della chiusura delle riviste arriva nel luglio 2015, ma – spiegano i rappresentanti della Rsu del Ced – le difficoltà economiche erano note già dal dicembre 2013. Se ne comincia a parlare formalmente solo nell’ottobre 2014 e nel febbraio 2015 viene sottoscritto un contratto di solidarietà che prevede la riduzione dell’orario di lavoro e del salario del 10% per tutti i dipendenti. L’intento, ovviamente, è risanare il bilancio e salvaguardare l’occupazione. A luglio, però, arriva la comunicazione della chiusura delle riviste e dei licenziamenti. Una notizia sorprendente, dal momento che il contratto di solidarietà era stato firmato appena 4-5 mesi prima, difficile che la situazione sia precipitata così rapidamente. «Avremmo potuto prendere decisioni più robuste fin dal primo momento, invece di scelte apparentemente più morbide che però ci hanno portato a questo punto. L’impressione è che si sia perso del tempo prezioso», spiega Daniela Sala, redattrice del Regno e rappresentante nella Rsu eletta nelle liste Cisl. Dopo l’estate viene proposto un nuovo piano (cassa integrazione e prepensionamenti nel biennio 2016-2017) che però i dehoniani respingono, riproponendo la loro ricetta “non negoziabile”: chiusura delle riviste e licenziamento dei lavoratori. Inevitabile lo sciopero, con i lavoratori che esprimono «sconcerto» per il rifiuto dell’azienda, «ritengono che tutti debbano farsi carico di uno sforzo di risanamento equo e condiviso e quindi considerano immorale individuare come capro espiatorio solo alcuni lavoratori». La mobilitazione sembrerebbe portare frutto: a fine ottobre la trattativa si riapre, ma solo per il possibile ricollocamento – a condizioni durissime – dei 9 lavoratori in esubero. La chiusura del Regno è invece confermata dai dehoniani.

«Chiudere questa nostra storia nel momento in cui il pontificato di papa Francesco rilancia in ogni punto della vita della Chiesa lo spirito e la forma del Concilio Vaticano II, di cui questa rivista è stata tra i protagonisti, ha persino qualcosa di paradossale oltre che di doloroso», spiega il direttore Brunelli, il quale auspica che la questione non sia archiviata del tutto e che si possano trovare forme diverse per mantenere in vita la testata.

Sebbene l’esito conservi ancora qualche margine di incertezza, la vicenda evidenzia il pessimo stato di salute dell’informazione religiosa italiana, anche o soprattutto per responsabilità delle istituzioni ecclesiastiche. Dehoniani compresi. I quali, se non ci ripenseranno, avranno scelto loro di chiudere Il Regno, rinunciando – e privando i credenti – al proprio principale strumento di comunicazione. Le difficoltà economiche sono evidenti – del resto ad essere in crisi non è solo l’editoria cattolica, ma l’editoria tout court –, ma altrettanto evidente pare essere la poca attenzione, se non vero e proprio disinteresse, per il mantenimento in vita di mezzi di informazione, riflessione e dibattito che possano contribuire alla diffusione di un’opinione pubblica nella Chiesa.

Bombe Made in Sardegna: un pacifista annuncia azioni nonviolente di sabotaggio

13 dicembre 2015

“Adista”
n. 43, 12 dicembre 2015

Luca Kocci

«Signor prefetto, signor questore, la informo che per quanto riguarda la fabbrica di bombe di Domusnovas (Ca), potrei attuare delle azioni di sabotaggio nonviolente. Considerato che il governo italiano sta violando la legge 185/90. Infatti in base a quella norma non si possono vendere armi alle nazioni in guerra! L’Arabia Saudita usa queste bombe, ci sono le prove, anche e soprattutto contro civili inermi. La mia coscienza di cristiano mi impone di farlo».

È questa la breve lettera che il pacifista sardo Antonello Repetto, aderente a Pax Christi – ma la sua, precisa, «è una iniziativa personale» – e non nuovo ad iniziative nonviolente antimilitariste, ha inviato al prefetto e al questore di Cagliari per “autodenunciarsi” e, contestualmente, denunciare la condotta illegittima della Rwm Italia munitions (sede centrale a Ghedi, provincia di Brescia, e uno stabilimento a Domusnovas, provincia di Cagliari), costola della Rheinmetall Defence, colosso tedesco degli armamenti, subentrato nel 2010 alla Società esplosivi industriali spa, che dal 2001, dopo aver prodotto per anni esplosivi da cava e per altri usi civili, è stata convertita a fabbrica per ordigni militari.

Secondo un’inchiesta giornalistica di Reported.ly – rilanciata in Italia, fra gli altri, da Famiglia Cristiana, Il fatto quotidiano e l’Unione sarda – a Domusnovas vengono prodotte bombe, vendute, attraverso l’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e regolarmente utilizzate per bombardare lo Yemen (v. Adista Notizie n. 40/15), come denunciano anche Amnesty International, Medici senza frontiere, Rete Disarmo e Opal Brescia. In violazione, quindi della legge 185/90, che regola l’export di armi dall’Italia e vieta la vendita di armamenti a Paesi impegnati in conflitti.

«Mi sono autodenunciato per rendere pubblica, in questo modo, la violazione della legge», spiega ad Adista Antonello Repetto. «È la mia coscienza, di cristiano, che me lo impone, perché il quinto comandamento parla chiaro: non uccidere. E con le bombe fabbricate a Domusnovas si uccide, anche civili inermi. Rilevo poi, con rammarico, che la Chiesa sarda, tranne pochissime eccezioni, continua a restare in un assordante silenzio, facendo il contrario di quello che dice papa Francesco, che in più occasioni ha denunciato la guerra, la produzione e il commercio di armi. Ma io non potevo più tacere». Il prossimo 19 dicembre è in programma un sit-in presso la Rwm di Domusnovas. E in quell’occasione i pacifisti potrebbero mettere in atto nuove inziative nonviolente nei confronti dell’industria.

Repetto ha indirizzato una lettera anche agli operai della Rwm di Domusnovas, allegandole il testo della Preghiera semplice di Francesco d’Assisi. «Mi permetto di scrivervi per invitarvi a riflettere su quello che purtroppo contribuite a fabbricare», si legge nella lettera inviata anche ad Adista. «Come ben sapete gli ordigni da voi prodotti vengono usati dall’Arabia Saudita contro lo Yemen. I raid aerei hanno causato la morte di migliaia di civili. Amnesty International afferma che sono stati compiuti veri crimini di guerra. Sono state infatti distrutte scuole e addirittura ospedali. Capisco cosa vuol dire oggi come oggi avere la fortuna di lavorare, e il posto di lavoro va indubbiamente salvaguardato, soprattutto quando si ha famiglia. Però non me ne vorrete se voglio rammentare che anche in Yemen hanno la famiglia! Quanti civili inermi dovranno ancora morire a causa di questi micidiali ordigni che provengono, purtroppo, anche dalla Sardegna? Vorrei, se mi permettete, farvi una proposta: perché tramite i vostri rappresentanti sindacali non chiedete una riconversione della fabbrica? So benissimo che non è un discorso facile da affrontare. Vorrei che in occasione del Natale prendeste in considerazione la mia proposta».

Chiesa di base: nuovo appello a sostegno di papa Francesco

13 dicembre 2015

“Adista”
n. 43, 12 dicembre 2015

Luca Kocci

«Noi stiamo con Francesco, contro la corruzione nella Chiesa e nella società, per un nuovo umanesimo». Comincia così l’appello a sostegno di papa Francesco lanciato nei giorni scorsi – proprio mentre si diffondevano notizie e indiscrezioni sul cosiddetto Vatileaks2 e lo stesso papa Francesco, mentre si trovava in Kenya, ha detto che la corruzione è «in tutte le istituzioni, compreso il Vaticano» – da un gruppo di cristiani laici di Treviso che si dicono «amareggiati per la corruzione fino ai vertici delle strutture ecclesiastiche e sconcertati e stanchi degli attacchi da tutte le parti, dentro e fuori la Chiesa alla persona di papa Francesco».

Vogliamo «esprimere vicinanza, condivisione, incoraggiamento e consolazione a Francesco, sempre ammirati dalla sua fortezza, coerenza e coraggio», spiegano i promotori, e vogliamo «sentirci partecipi e responsabili del suo stesso impegno per una Chiesa a servizio di tutti i poveri e di tutta la Terra», si legge nell’appello che fino ad ora è stato sottoscritto da circa 500 persone – laici e religiosi –, fra cui don Albino Bizzotto, dei Beati i costruttori di pace, Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa, don Carmine Miccoli, responsabile della pastorale sociale della diocesi di Lanciano-Ortona, don Mario Bandera, direttore del Centro Missionario della diocesi di Novara. Anche la Chiesa, aggiungono, «in una parte delle sue istituzioni è contrassegnata da una profonda decadenza, disgiunta dalla proposta del Vangelo. Sconcertati, ma nel contempo fiduciosi nella scossa di rinnovamento avviata da Francesco, abbiamo sentito forte la necessità non solo di esprimere a lui il nostro pieno sostegno, ma anche di invitare altri a partecipare con noi».

Questo di Treviso è il secondo appello a sostegno di papa Francesco che parte dalla Chiesa di base. Nel dicembre 2014, in seguito ad un articolo di Vittorio Messori pubblicato sul Corriere della Sera il 24 dicembre – molto critico nei confronti di Bergoglio –, don Paolo Farinella ne lanciò un altro (“Fermiamo gli attacchi a papa Francesco”) che ha raccolto quasi 20mila adesioni, fra cui quelle del movimento Noi Siamo Chiesa e delle delle Comunità cristiane di base di tutta Italia (v. Adista Notizie nn. 1, 2 e 4/15).

L’appello di questi giorni può essere sottoscritto al link: http://www.noistiamoconfrancesco.it/wpsite/petizione-noi-stiamo-con-francesco/. Ecco il testo integrale: «Siamo ogni giorno testimoni di violenza, di rifiuto e di disumanità tra i popoli. Anche la Chiesa Cattolica nelle sue strutture è sconvolta da corruzione e scandali. In questo contesto noi – amanti della giustizia, della libertà e della pace – sosteniamo Francesco, che, alla luce del Vangelo, ogni giorno: vive ed annuncia con gioia la centralità della persona umana, vicino agli scartati e ai sofferenti; promuove una chiesa aperta a tutti, di dialogo, di tenerezza e di misericordia; propone una nuova relazione di cura e di responsabilità verso il creato; lotta con determinazione contro la corruzione per una chiesa povera e di servizio. Il popolo di Dio – cioè il popolo tutto – sostiene con convinzione e responsabilità Francesco nell’opera di rinnovamento della Chiesa secondo il Vangelo».

 

Il passo oltre la porta santa

9 dicembre 2015

“il manifesto”
9 dicembre 2015

Luca Kocci

Con l’apertura della “porta santa” della basilica di San Pietro, ieri ha ufficialmente preso il via il Giubileo numero 30 della storia della Chiesa cattolica (anche se quello straordinario del 1966, voluto da Paolo VI per celebrare la chiusura del Concilio Vaticano II, durò meno di 5 mesi, un Anno santo “dimezzato” che infatti talvolta non viene nemmeno conteggiato).

Una tradizione che si rinnova, quindi, nella riaffermazione della centralità romana e del papato. Anche se questo Giubileo, voluto da papa Francesco nel segno della misericordia – il tema centrale dell’Anno santo che si concluderà il 20 novembre 2016 –, presenta delle caratteristiche che potrebbero parzialmente differenziarlo dagli altri, pur senza privarlo della propria intrinseca costituzione romano-centrica.

L’anteprima di Bangui, con l’apertura del portone della cattedrale della capitale della Repubblica Centrafricana elevato al rango di porta santa, è uno di questi tentativi di decentralizzazione, anche se pare già un ricordo sbiadito, coperto dalla celebrazione di ieri, che pure è stata più sobria del solito: messa solenne ma non troppo in piazza San Pietro e apertura soft del grande portone di bronzo della basilica – simbolo dell’inizio del Giubileo –, con papa Francesco che rinuncia, come sua consuetudine, ai paramenti sgargianti, al martelletto d’oro per bussare (ma già Wojtyla nel 2000 non l’aveva usato) e alla canonica formula in latino preferendo l’italiano «Apritemi la porta della giustizia». E poi la promozione a porte sante dei portoni delle cattedrali delle diocesi di tutto il mondo, per consentire ai fedeli di ottenere l’indulgenza a casa propria, senza venire a Roma. Ieri mons. Galantino, segretario generale della Cei, nel Kurdistan iracheno per un viaggio di solidarietà, su richiesta del parroco del luogo, ha aperto la porta della chiesa di Enishke; e da domenica prossima toccherà alle cattedrali di tutto il mondo, san Giovanni in Laterano a Roma ma anche san Giuseppe a Erbil, capitale nel Kurdistan iracheno, o in luoghi particolari, come l’ostello della Caritas alla stazione Termini di Roma, dove è stata allestita una porta santa particolare.

Se il Giubileo della misericordia sarà declinato in questo modo e l’apertura delle porte sante diventerà concreta accoglienza delle persone in difficoltà – come è scritto nei documenti ufficiali di indizione – allora l’Anno santo potrà recuperare parte delle proprie caratteristiche bibliche originarie (celebrato ogni 50 anni, aveva il significato di ristabilire la giustizia sociale fra gli abitanti di Israele, soprattutto gli oppressi e gli emarginati), altrimenti non si distaccherà dalla consueta esaltazione del centralismo romano e del papato che ha caratterizzato tutti i Giubilei.

In piazza san Pietro, ieri, c’erano 50mila persone o poco più, non certo la folla delle grandi occasioni, ma la responsabilità è da addossare anche all’allarme terrorismo, amplificato da una città visibilmente militarizzata. «Entrare per quella porta significa scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie», ha detto papa Francesco nell’omelia, ammonendo ad «anteporre la misericordia al giudizio» e a deporre «ogni forma di paura e di timore». E poiché ricorrevano i 50 anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, Bergoglio ha dedicato parole significative all’evento, collegandolo al Giubileo della misericordia e ribadendo l’elemento di «rottura» del Concilio: «Vogliamo ricordare un’altra porta che, 50 anni fa, i padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo», «un incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo, segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in se stessa». Al termine della messa, Francesco ha aperto il portone di bronzo di San Pietro, dando inizio al Giubileo. Dopo di lui, il primo ad oltrepassare la porta santa è l’altro papa, l’emerito, Benedetto XVI, sorretto dal fedelissimo segretario mons. Gaenswein.

«Ci preoccupa la possibile generalizzata deriva verso le forme di pietismo che caratterizzano molti aspetti della religiosità popolare ritenuti propri del Giubileo, come pellegrinaggi, indulgenze», commenta il movimento di riforma Noi Siamo Chiesa. «Se essi non saranno interconnessi col messaggio biblico e con la consapevolezza della dimensione pubblica, collettiva del peccato, si rischia un Giubileo di conservazione del modo tradizionale di vivere nella Chiesa piuttosto senza il vento nuovo dello Spirito che aspettiamo».

Tradizione e show, si apre il Giubileo

8 dicembre 2015

“il manifesto”
8 dicembre 2015

Luca Kocci

Tradizione e innovazione. Il Giubileo straordinario dedicato alla misericordia, che comincia ufficialmente oggi con l’apertura della “porta santa” della basilica di San Pietro, prosegue e rilancia la secolare tradizione della Chiesa cattolica avviata da papa Bonifacio VIII che nell’anno 1300 proclamò il primo Anno santo della storia. Ma quello che inizia oggi, sarà anche un Giubileo 2.0, perché i fedeli che vorranno varcare la porta santa – e partecipare agli altri eventi – dovranno essersi preventivamente prenotati online tramite il sito web http://www.im.va, creato per l’occasione.

Un elemento è rimasto identico, a dispetto dei secoli: la centralità romana, che resta la cifra di ogni Giubileo, anche questo targato papa Francesco, nonostante il profilo più basso rispetto a quello del 2000, in èra Wojtyla. Perché se Bergoglio si fosse limitato ad aprire, lo scorso 29 novembre durante il suo viaggio in Africa, la porta santa della cattedrale di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana – un semplice portone di legno di una chiesa sobria ed essenziale –, il suo gesto avrebbe scardinato dalle fondamenta i meccanismi dell’evento che più di tutti esalta il centralismo romano e lo stesso papato. In questo modo, invece, tutto rientra nei binari della tradizione e tutto torna ai piedi della cattedra di Pietro. Nonostante qualche tentativo di decentralizzazione – l’anticipazione di Bangui ma soprattutto, domenica 13, l’apertura dei portoni, promossi a “porte sante”, delle cattedrali delle diocesi di tutto il mondo – che però sarà inevitabilmente sommerso dai grandi eventi romani.

Oggi si comincia, in una città militarizzata e apparentemente bilndata. Alle 9.30 messa solenne in piazza san Pietro, presieduta da papa Francesco, trasmessa in mondovisione dal Centro televisivo vaticano (e in ultra Hd per i degenti del policlinico Gemelli di Roma e i detenuti del carcere di San Vittore a Milano), e ovviamente in diretta dalla Rai. Ci sarà anche il papa emerito Benedetto XVI. E ci saranno le delegazioni degli Stati esteri e delle istituzioni italiane: il presidente della Repubblica Mattarella e il sottosegretario De Vincenti per il governo. Ci sarà spazio per un ricordo del Concilio Vaticano II, che si chiuse esattamente 50 anni fa, l’8 dicembre 1965, ma anche questa ricorrenza sarà schiacciata dall’apertura della porta santa, che papa Francesco varcherà alla fine della messa. Dopo l’Angelus di mezzogiorno, anche tutti i fedeli potranno attraversare la porta e “lucrare” l’indulgenza, corollario immutabile di ogni Giubileo. La prima giornata dell’Anno santo si concluderà con uno spettacolo hollywoodiano, Fiat Lux: dalle 19 alle 22 sulla facciata e sulla cupola della basilica vaticana saranno proiettate luci e immagini ispirate alla Laudato si’, l’enciclica “ecologica” di papa Francesco. Sponsor dell’evento, fra gli altri, la Banca mondiale, ovvero uno dei principali responsabili dello stato di salute del pianeta, la «casa comune» al centro della Laudato si’.

Nei prossimi giorni verranno aperte le porte sante delle altre tre basiliche patriarcali romane (San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le mura il 13 dicembre, Santa Maria Maggiore l’1 gennaio) e inizierà il fitto calendario di eventi romani: si comincerà con il Giubileo degli operatori dei pellegrinaggi (19 gennaio) e si finirà con il Giubileo dei carcerati (il 6 novembre 2016) – la conclusione, con la chiusura della porta santa di San Pietro, sarà il 20 novembre –, in mezzo i giubilei delle varie categorie (ragazzi e ragazze, ammalati e disabili, catechisti, ecc.) e i due eventi che faranno segnare il pieno di pellegrini, ovvero l’esposizione del corpo di padre Pio (13 febbraio) e la canonizzazione di madre Teresa di Calcutta (probabilmnente il 4 settembre).

Dal punto di vista prettamente ecclesiale, oggi entra in vigore la facoltà concessa da papa Francesco a tutti i preti «di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono». Non si tratta di un ridimensionamento del «peccato» – che resta «gravissimo», Bergoglio è stato chiaro – ma di un’estesione generalizzata della deroga che ordinariamente è concessa solo ad alcuni preti delegati dai propri vescovi. Inoltre diventa operativa anche la “sanatoria” concessa agli ultratradizionalisti lefebvriani della Fraternità San Pio X: tutti i fedeli che durante l’anno giubilare «si accosteranno per celebrare il sacramento della riconciliazione presso i sacerdoti della Fraternità San Pio X, riceveranno validamente e lecitamente l’assoluzione dei loro peccati» (che invece ora non ha valore). Chissà se sarà il preambolo ad una prossima piena riammissione dei lefebvriani nella Chiesa cattolica. E nei prossimi mesi potrebbe arrivare un’Esortazione postsinodale di papa Francesco che interpreti le conclusioni del Sinodo: potrebbe contenere il via libera all’ammissione ai sacramenti per i divorziati risposati – previo discernimento e distinguendo caso per caso –, un’eventualità che il Sinodo dei vescovi sulla famiglia dello scorso ottobre non ha escluso ma non ha nemmeno previsto esplicitamente.

Intanto oggi comincia lo spettacolo, e anche il Giubileo.