“Adista”
n. 42, 5 dicembre 2015
Luca Kocci
Il Convegno della Chiesa italiana a Firenze dello scorso 9-13 novembre? Un’occasione sprecata. È netto il giudizio di Vittorio Bellavite, coordinatore della sezione italiana del movimento riformatore Noi Siamo Chiesa. Una riflessione che arriva “dall’interno”, dal momento che Bellavite ha partecipato ai lavori del Convegno ecclesiale (v. Adista Notizie n. 40/15) – la Conferenza episcopale italiana ha accettato la richiesta di adesione del movimento, sebbene limitata al solo responsabile nazionale – e quindi ha potuto rendersi conto direttamente sia dei contenuti sia delle procedure del dibattito.
«A Firenze erano presenti più di 2mila persone, per la precisione 2.005, di cui 1.679 delegati diocesani e 326 invitati dal Comitato preparatorio, a testimonianza di uno sforzo organizzativo coerente con le attese che c’erano», spiega il coordinatore di Noi Siamo Chiesa. «Lo svolgimento generale dell’incontro è stato ineccepibile, una grande organizzazione, probabilmente dispendiosa, moltissimi volontari, anche sovradimensionati, una partecipazione da parte dei delegati puntigliosa e convinta, un’occasione di contatti e di amicizie veramente interessante e, per certi versi, arricchente soprattutto nei confronti di posizioni diverse».
Tutto bene quindi?
No, mi è parso tutto un po’ troppo ingessato, troppo previsto, troppo organizzato. Il documento-base su cui discutere era la “Traccia”, un testo che ci era sembrato debole perché solo di riflessione spirituale, con ben scarse indicazioni sulla situazione italiana e sui problemi pastorali della Chiesa in Italia oggi. Cinque “vie” (Uscire, Annunciare, Educare, Abitare e Trasfigurare) erano i binari sui quali si sarebbe svolto il Convegno. Anche di esse avevamo detto che non si capiva a cosa potessero servire, essendo troppo generali e generiche.
Come giudichi la presenza e il discorso di papa Francesco?
È stato sicuramente il momento centrale del Convegno. L’intervento del papa non poteva essere più esplicito, è tutto da leggere e da rileggere: non bisogna credere troppo nelle strutture, nelle proprie certezze, bisogna avere capacità di incontro e di dialogo, «i cambiamenti sono sfide, non ostacoli», «mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti» e via di questo passo, sul potere, sul denaro, nella linea del miglior Bergoglio. Per dire pane al pane e vino al vino, è stato, naturalmente con stile evangelico di alto livello, in contraddizione aperta col sistema ecclesiastico e con le campagne gestite dalla Cei per lunghi anni.
Come si è svolto di dibattito generale?
I 2.005 delegati sono stati divisi in 200 “tavoli” a loro volta divisi per le cinque “vie”. Quindi ogni “via” aveva 40 sedi in ognuna delle quali la “Traccia” e la “via” venivano discusse da dieci persone selezionate dall’organizzazione, non so con quali criteri, probabilmente con una mescolanza di provenienza geografica, di sesso, di condizione clericale o laicale. Questi dieci delegati, che non si conoscevano, avevano 5-6 ore di tempo per discutere, guidati da un facilitatore, preventivamente nominato, e dovevano alla fine elaborare una sintesi. Le 40 sintesi così scritte, discusse, corrette, sono state, a loro volta, sintetizzate in un solo testo per ogni “via” da persona nominata dal Comitato preparatorio. Le cinque sintesi delle cinque vie sono poi state presentate in assemblea a conclusione dei lavori.
Una modalità sinodale…
Il sistema sembra il massimo della democrazia dal basso, invece è un grande pasticcio, aggravato soprattutto dall’assoluta genericità della “Traccia” e delle “vie”. Al tavolo a cui sono stato assegnato, il simpatico arcivescovo dell’Italia centrale del nostro minigruppo (ogni tavolo aveva un vescovo) ha preso subito la parola per dire che da 40 anni si occupava di “annunciare” (eravamo in questa “via”), ma non sapeva di che bisognasse concretamente parlare; gli sembrava di essere a una riunione scout. I vescovi, ci ha detto, non avevano mai discusso di questo metodo bizzarro che era stato scelto.
Quindi non tutti hanno potuto esprimersi liberamente?
Il sistema scelto ha dato a tutti i delegati la possibilità di intervenire, di sentirsi coinvolti, protagonisti e ciò è cosa buona. Ma, a semplice buon senso, non può funzionare discutere delle grandi strategie di tutta la Chiesa per i prossimi anni fra persone assolutamente diverse tra di loro per cultura, esperienza e provenienze, che non si sono mai viste prima. Per di più i delegati sono invitati a discutere su tematiche talmente generali da permettere di parlare proprio di tutto, dalle proprie esperienze locali o personali fino a riflessioni più vaste che possono interessare la Chiesa universale. Inoltre è un sistema che sembra fatto apposta per rendere pressoché impossibile l’emergere di posizioni diverse e critiche rispetto a quelle correnti, in modo che esse possano essere poi socializzate e discusse in una sede minimamente allargata. Quelli che avevano il compito di fare sintesi hanno avuto in mano in gran parte la gestione dell’incontro.
Puoi fare qualche esempio?
Ho chiesto al mio tavolo che venisse proposta l’apertura della discussione sulla Chiesa povera, secondo le indicazioni di papa Francesco e in relazione alla situazione italiana. Lo stesso arcivescovo di cui sopra mi ha stoppato ripetendomi la litania di quanto dice la Cei sulle questioni dell’8 per mille, del sostentamento del clero e dintorni. Questione chiusa».
Nel merito di cosa si è discusso durante il dibattito?
Si è discusso molto, con passione e impegno. Il senso generale delle cose dette riguarda il modo in cui organizzare meglio e con forme più adeguate le attività pastorali ordinarie che già si fanno. Faccio un elenco, a titolo esemplificativo, di quello che è emerso dalle sintesi: la Parola e la lettura della Bibbia, necessità di essere testimoni, attenzione alla famiglia, alle sue sofferenze e al suo ruolo educativo, modificare il linguaggio, necessità di formare i formatori, reti online in modo diffuso, tutela della domenica, maggiore presenza laicale e femminile, alleanza educativa con le famiglie, nuove figure educative, proposta della dimensione umana di Gesù, i giovani ci dicano il linguaggio da usare, ecc.. Tutte indicazioni sottoscrivibili adesso come lo saranno tra dieci e più anni o come potevano esserlo dieci anni fa».
Di quali temi sarebbe stato importante parlare e invece non sono stati affrontati?
Non si sono fatte riflessioni autocritiche sulle questioni poste dal discorso di papa Francesco; non si è parlato del problema della povertà della Chiesa e degli scandali, della pedofilia del clero in Italia, della pace e della situazione internazionale, della situazione sociale (se non di striscio), del rapporto della Chiesa col potere e con le istituzioni, del leghismo razzista; non mi risulta che si sia parlato dei poteri criminali e della necessità della legalità come dna per il cristiano; non mi risulta che si sia parlato dell’informazione gestita dai media cattolici. E potrei continuare… È possibile che qualche delegato abbia sollevato qualcuno di questi problemi, ma sono scomparsi nei passaggi e filtri successivi e risultano quindi inesistenti per le conclusioni del Convegno. E infatti in questa situazione il card. Bagnasco non ha avuto difficoltà a tirare le conclusioni: grandi richiami al papa, nessuna autocritica, né diretta né indiretta come conseguenza del discorso di Francesco, qualche spunto personale con il suo giudizio ipercritico sulla cultura diffusa nella società e con la sua tradizionale enfasi su quello di buono che fa la Chiesa italiana, e poi un forte richiamo alle sintesi dei gruppi come portatori di un grande nuovo messaggio.
Conclusioni già scritte quindi?
Mi sembra che il Convegno sia stato strutturato in modo tale da arrivare a queste conclusioni. La selezione da parte dei vescovi dei delegati (interni ai circuiti diocesani), la pista di discussione contenuta nella “Traccia” e le cinque “vie” e il metodo di raccolta delle opinioni sono le premesse che non hanno permesso di portare alla luce energie e idee di cambiamento che pure nella nostra Chiesa esistono e che hanno, nella scia di papa Francesco, una grande volontà di discontinuità con un troppo lungo passato.
Un’occasione mancata?
L’intervento del papa è stato prezioso e speriamo che riesca ad essere letto e meditato al di là di queste strutture ecclesiastiche ossificate. Negli enfatici commenti conclusivi di autosoddisfazione, di Galantino e di Bagnasco, si è parlato del Convegno come di un percorso sinodale importante. Anzi la cosa più importante di Firenze sarebbe proprio l’avere avviato questa nuova strada sinodale. Mi sembra però che sia una strada partita male. Il convegno di Firenze rischia di essere, come quello di Verona, un incontro inutile, con la differenza che ora è fatto veramente grave sprecare l’occasione di inserirsi con coraggio e parresia nel nuovo corso di papa Francesco.