Italiani, laici, democratici. E musulmani. Intervista ad Abdallah Cozzolino

“Adista”
n. 42, 5 dicembre 2015

Luca Kocci

Sono scesi in piazza i musulmani d’Italia – ma anche tanti non musulmani – a Milano (piazza San Babila) e a Roma (piazza Santi Apostoli), lo scorso 21 novembre, dopo le stragi terroristiche di Parigi che hanno provocato circa 130 morti, per esprimere solidarietà alle vittime, per gridare il loro “Not in my name”, per ribadire che la loro fede non ha nulla a che fare con i fondamentalisti, gli stragisti e i kamikaze dell’Isis, per ricordare a chi mette tutti e tutto nello stesso calderone in chiave anti-musulmani, e in ultima analisi anti-immigrati – esemplare in questo senso il titolo di prima pagina del quotidiano Libero all’indomani degli attentati “Bastardi islamici” –, che è la stessa comunità musulmana ad essere vittima del terrorismo.

«Desidero esprimere la mia vicinanza a lei e a tutti i partecipanti alla manifestazione di solidarietà con i familiari delle vittime di Parigi e con l’intero popolo francese, colpito dal terrorismo», dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio indirizzato al segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia, Abdellah Redouane, fra i principali promotori della manifestazione “Not in may name”. «Rendere pubblici i vostri sentimenti di fraternità, e al tempo stesso di condanna di ogni forma di violenza compiuta in nome di Dio, o di presunti valori religiosi, in qualunque Paese o continente si manifesti, è un elemento che rafforza la nostra comune convivenza – aggiunge Mattarella –. Non possiamo accettare che le fedi vengano strumentalizzate e piegate da strategie disumane, che producono odio e cercano di spezzare le reti del vivere insieme e del dialogo. La risposta al terrore sta nella libertà, garantita dalla sicurezza della vita dei nostri concittadini, nella pace, nel diritto, nella collaborazione finalizzata a uno sviluppo sostenibile. Gli assassini vogliono piegarci, facendoci rinunciare ai valori di solidarietà e al nostro umanesimo. Non ci piegheremo. Ed è bene che questo sentimento si esprima nella società civile oltre che nelle istituzioni.La voce della fratellanza e del rispetto verso l’uomo è importante trovi eco nelle fedi religiose, in coerenza con i loro principi più profondi. In questo momento storico, il dialogo tra le religioni a partire dal Mediterraneo, da dove partirono i figli di Abramo, è essenziale per vivere in pace e costruire il futuro, e questo non può che fondarsi sul riconoscimento dei diritti universali e sull’impegno comune per la crescita e il benessere dei nostri figli.

La prospettiva della guerra di religione o di civiltà non ci appartiene, e anzi va respinta con forza dall’Europa. I tanti cittadini italiani di fede musulmana che in voi si riconoscono, insieme ad altri fedeli che vivono e lavorano nel nostro paese, sono e devono sentirsi parte di questa comune battaglia contro il terrore e contro la ferocia di chi vuole tagliare le radici della nostra umanità, radici che invece dobbiamo continuare a far crescere nel segno del destino comune».

A Roma, in piazza Santi Apostoli, fra gli altri promotori (Zidane el Amrani Alaoui, Confederazione islamica italiana; Izzedin Elzir, Unione delle comunità islamiche d’Italia; Yahya Pallavicini, Comunità religiosa islamica italiana; Omar Camiletti, Tavolo interreligioso di Roma, e altri), c’era Massimo Abdallah Cozzolino, della Confederazione islamica italiana. «Siamo qui oggi per urlare il nostro categorico no al terrorismo, alla violenza verso qualsiasi tipo di ideologia dell’ odio» e per portare «la nostra testimonianza di cittadini musulmani di questo stupendo Paese per la difesa dei valori che sono a cardine dell’ Italia repubblicana, i valori della democrazia, delle libertà, dell’ uguaglianza, della pari dignità di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza e di religione», ha detto dal palco. «Dobbiamo essere tutti uniti, a prescindere dal credo religioso e filosofico di ciascuno, in una lotta comune, intransigente e determinata contro il terrorismo fanatico oscurantista e contro quell’ ideologia dell’ odio della violenza di matrice radicale che colpisce la nostra coscienza di cittadini europei e i nostri valori di libertà e di convivenza pacifica e democratica. Ci preoccupano i toni, anche di parte di alcuna stampa, che tendono a fare di tutta un’erba un fascio», noi musulmani «siamo la principale vittima, per questo siamo qui a dire Not in may name: non consentiremo a nessuno di usurpare il nostro credo religioso»

Adista lo ha intervistato.

Dopo i fatti di Parigi, ha la percezione che l’atteggiamento nei confronti dei musulmani sia cambiato – forse anche per responsabilità dell’informazione – oppure le persone hanno capito che i terroristi sono una cosa e i fedeli un’altra?

«I fatti di Parigi hanno scatenato in parte dell’opinione pubblica, di alcuni esponenti del mondo politico e in settori della stampa piuttosto che un sentimento unitario e fermo di condanna nei confronti dei terroristi, un atteggiamento ambiguo, contrassegnato da un’informazione distorta e generalizzata che portava ad indentificare tout court il terrorismo con i musulmani, riproponendo così la predicazione sullo scontro di civiltà. Questi subdoli e strumentali messaggi mediatici di stampo razzistico hanno accentuato il sentimento di paura in tante persone che spesso non hanno gli strumenti culturali per comprendere certe complesse dinamiche di tipo geopolitico che ricorrono al vessillo della religione per determinare guerre, produrre morte e odio. La decisione presa dai musulmani d’Italia di andare oltre i proclami e di scendere in piazza insieme a tutti gli uomini di buona volontà, a prescindere dal credo religioso o filosofico, è stata in tal senso, molto forte ed è stata ben recepita dalle istituzioni. Gli attacchi di matrice islamista che hanno colpito il cuore dell’Europa rappresentano una minaccia globale che sta colpendo l’intera umanità. Chi uccide, usando strumentalmente il nome di Dio, getta discredito su milioni di musulmani che vengono mortificati nella propria coscienza di uomini di fede. Nella manifestazione di Roma i musulmani d’Italia hanno ribadito che i terroristi non operano in nome dei musulmani perché il terrorismo non ha religione».

Alcuni, soprattutto a destra, hanno detto che in piazza alle manifestazioni di sabato c’erano pochi musulmani e che quindi la presa di distanza della base dai fatti di Parigi non è stata netta. È così?

«Alla manifestazione romana hanno partecipato delegazioni di tutte le Federazioni islamiche regionali che aderiscono alla Confederazione islamica italiana, sfidando pure le avverse condizioni del tempo. Ad essa poi sono seguite tante marce, manifestazioni e iniziative di solidarietà tutte contrassegnate dalla ferma condanna a tutte le forme di violenza commesse in nome di un credo religioso e dalla consapevolezza che il progresso della comunità umana si realizza attraverso il dialogo tra le culture, civiltà e religioni come premessa indispensabile per la pace. La comunità islamica d’Italia mai come in questa occasione ha apertamente espresso in modo unitario la propria condanna del terrorismo manifestando pacificamente con giovani, donne e bambini uniti per chiedere agli Stati e alle organizzazioni internazionali di isolare i mandanti politici di questi sanguinari burattini e ribadendo quei valori di libertà e convivenza civile che restano l’antidoto più forte alla penetrazione di questa ideologia dell’odio nella nostra società».

Nel tuo intervento a piazza Santi Apostoli hai citato la Costituzione italiana e la garanzia delle libertà. Non c’è il rischio che la “emergenza terrorismo” contribuisca alla riduzione dei diritti di tutti?

«Lo stato di emergenza imposto dall’attacco terroristico non deve essere inteso come antidoto al fenomeno del terrorismo ma semplicemente come dispositivo volto a governarne gli effetti. Lo stato di emergenza va inteso come una misura provvisoria e soprattutto limitata nel tempo per fronteggiare la presente situazione di terrore. Ma è difficile accettare che in nome della sicurezza in modo permanente ci sia una limitazione della libertà. Lo stato di emergenza non può essere inteso come uno scudo dello stato di diritto. Non dobbiamo dimenticare che proprio lo stato di emergenza previsto dall’art. 48 della Repubblica di Weimar ha permesso a Hitler di stabilire e mantenere il regime nazista, dichiarando immediatamente dopo la sua nomina a cancelliere uno stato di emergenza che non venne più revocato.

La soluzione al terrorismo va cercata in un cambiamento radicale in politica estera cessando, ad esempio, di vendere armi e di avere rapporti con gli Stati che direttamente o anche indirettamente alimentano il terrorismo».

Le parole e l’atteggiamento del governo italiano e di Renzi è molto cauto e sembra ispirato da un certo equilibrio: non vanno dietro alle sparate di Salvini & co. e nemmeno inseguono Hollande e i fautori della guerra. È così?

«I fenomeni di sconvolgimento geopolitico richiedono una politica di equilibrio e di cooperazione. Questo secolo che si è aperto con le stragi determinate dal terrorismo di stampo islamista richiede il recupero di un multilateralismo e di una cooperazione per costruire in termini strategici un futuro di pace. Occorre attrezzare l’opinione pubblica per vincere la paura e soprattutto guardare come governo italiano alla proiezione geopolitica dettata dagli sconvolgimenti in corso nel Mediterraneo. Il Medioriente sconvolto di questi anni, tra la guerra civile siriana, le vittime dell’Isis e la tragedia dei profughi, richiede un’azione di cooperazione diplomatica a livello internazionale per prospettare nuovi assetti e più stabili equilibri. Il governo ha dato prova di grande impegno e responsabilità nell’affrontare la gestione delle emergenze immigrazione e profughi».

Al di là delle ovvie e nette distinzioni fra terroristi, Isis e credenti musulmani, non ti sembra che comunque nel mondo islamico – perlomeno in certi settori – la questione della laicità non sia ancora stata affrontata fino in fondo?

«Non vedo contrapposizione tra laicità e Islam, ritengo sia artificiale e che piuttosto occorra superare il malinteso. In molti Paesi islamici Islam e laicità risultano polarizzati in termini dicotomici e questa contrapposizione ha ovviamente profonde implicazioni sul piano dei comportamenti e della vita politica. Non possiamo misconoscere i movimenti interni alle società arabe e tra i musulmani in Occidente. Non considerare in chiave storica ed evoluzionistica il loro cammino vero la laicità, oltre ad essere un errore di analisi, diventa un grave errore politico, gravido di conseguenze per la convivenza e anche per la nostra sicurezza. Detto questo occorre fare attenzione a non appiattire il mondo musulmano avendo una grossolana visione storica che tende ad appiattire le differenze e pretende di giudicare tutto secondo i modelli e le categorie occidentali».

In questo frangente, cosa possono fare le religioni?

«La dimensione religiosa costituisce oggi non solo un elemento caratterizzante del più ampio fenomeno multiculturale, ma diventa l’elemento prevalente in un contesto nel quale le religioni si spostano verso nuovi ambiti, diversi da quelli culturalmente e teologicamente ritenuti tradizionali. I musulmani, così come ogni associazione o aggregazione religiosa, in base alla propria visione della vita, regolano non solo i rapporti tra l’uomo e il trascendente, ma anche i rapporti intercorrenti tra i singoli fedeli e la comunità di appartenenza. La Confederazione islamica Italiana considera come caratteri fondanti, fondamentali e indissolubili l’islamicità e l’italianità, e pertanto in quanto organismo integrato nel tessuto sociale italiano, riconosce pienamente i principi e i dettami della Costituzione repubblicana italiana e si prefigge l’armonizzazione e la maggiore integrazione della comunità musulmana nel contesto sociale italiano. È lungo questo paradigma imprescindibile e indissolubile che si articola il nostro impegno e anche la nostra sfida per l’Islam italiano, inteso in un quadro di cittadinanza attiva. La non regolamentazione del rapporto tra l’Islam e lo Stato italiano costituisce sotto il profilo giuridico e civile, un elemento di debolezza che determina il permanere dell’Islam allo status di “religione degli immigrati” pur essendo numericamente la seconda religione del Paese e la religione di una minoranza consistente di cittadini italiani. A difetto di un organismo che rappresenti unitariamente le comunità musulmane d’Italia, nel loro complesso, la Confederazione Islamica Italiana rappresenta il concreto tentativo di aggregazione delle organizzazioni musulmane per trovare un dialogo con le istituzioni italiane al fine di evitare che la mancata regolamentazione con lo Stato italiano possa avere ricadute negative sulla società civile e sul corretto processo d’integrazione delle comunità musulmane d’Italia»

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