Il paradosso editoriale de “Il Regno”

“Il Mosaico”
n. 49, inverno 2015

Luca Kocci

Morire a 60 anni non ancora compiuti. Sarà probabilmente questo il destino de Il Regno, una delle più autorevoli e preziose riviste dell’informazione religiosa italiana, fondata nel 1956 come bollettino dei Sacerdoti del Sacro Cuore (dehoniani) e negli anni del Vaticano II diventata uno dei periodici di punta del cattolicesimo conciliare.

La proprietà, il Centro editoriale dehoniano di Bologna (Ced), ha infatti deciso di sospendere le pubblicazioni il 31 dicembre 2015 a causa della grave crisi economica che affligge le attività del gruppo. E con Il Regno, se non ci saranno novità (ci sono contatti con altri editori, ma non una vera e propria trattativa), chiuderanno i battenti anche Settimana – altra importante rivista della galassia editoriale dei dehoniani, che la rilevarono nel 1965 dalla edizioni Presbiterium di Padova, quando si chiamava Settimana del clero – e Musica e assemblea.

Si tratta di «una decisione sofferta e dolorosa che indebolisce la nostra presenza nella Chiesa italiana e nel dibattito civile. E tuttavia inevitabile, malgrado tutti gli sforzi di questi ultimi anni per evitarla», spiega padre Lorenzo Prezzi, direttore del Ced. «Le ragioni dell’amara decisione risiedono nell’accumularsi di stratificazioni di crisi diverse: dal profondo mutamento del comparto dei media, che penalizza la comunicazione cartacea e modifica le forme della comunicazione, al restringersi del bacino di utenza del personale ecclesiale (preti, religiosi e religiose); dal peso della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni fino alla sempre più problematica distribuzione postale. Il peso dei deficit delle riviste obbliga alla decisione nel contesto del piano di ristrutturazione del Centro editoriale dehoniano».

Motivazioni esclusivamente economiche, secondo i dehoniani, aggravate da scelte aziendali non proprio felici – l’apertura e la repentina chiusura di diverse librerie; la fusione del settore distributivo con Messaggero Distribuzioni, per dare vita a Proliber, che ha ottenuto risultati tutt’altro che positivi, nonostante sia quasi monopolista fra gli editori cattolici – e dal significativo calo dei lettori del Regno, scesi dai 12mila abbonati dei “tempi d’oro” ai 7mila del 2014, e ulteriormente diminuiti a 5-6mila dopo la decisione di pubblicare dal 2015 solo nella versione online il fascicolo Documenti (la rivista è composta da un fascicolo Attualità e da uno Documenti).

Previsto anche il licenziamento di 9 lavoratori su un totale di 30 dipendenti del Ced (in particolare 4 redattori del Regno, fra cui il direttore Gianfranco Brunelli, più altri 5 ancora da identificare all’interno delle varie attività editoriali, la più importante delle quali è costituita dalle Edb – Edizioni dehoniane Bologna), che lo scorso 15 settembre hanno scioperato per 4 ore e manifestato davanti la sede bolognese dei dehoniani.

È proprio la gestione della crisi a sollevare qualche interrogativo. L’annuncio della chiusura delle riviste arriva nel luglio 2015, ma – spiegano i rappresentanti della Rsu del Ced – le difficoltà economiche erano note già dal dicembre 2013. Se ne comincia a parlare formalmente solo nell’ottobre 2014 e nel febbraio 2015 viene sottoscritto un contratto di solidarietà che prevede la riduzione dell’orario di lavoro e del salario del 10% per tutti i dipendenti. L’intento, ovviamente, è risanare il bilancio e salvaguardare l’occupazione. A luglio, però, arriva la comunicazione della chiusura delle riviste e dei licenziamenti. Una notizia sorprendente, dal momento che il contratto di solidarietà era stato firmato appena 4-5 mesi prima, difficile che la situazione sia precipitata così rapidamente. «Avremmo potuto prendere decisioni più robuste fin dal primo momento, invece di scelte apparentemente più morbide che però ci hanno portato a questo punto. L’impressione è che si sia perso del tempo prezioso», spiega Daniela Sala, redattrice del Regno e rappresentante nella Rsu eletta nelle liste Cisl. Dopo l’estate viene proposto un nuovo piano (cassa integrazione e prepensionamenti nel biennio 2016-2017) che però i dehoniani respingono, riproponendo la loro ricetta “non negoziabile”: chiusura delle riviste e licenziamento dei lavoratori. Inevitabile lo sciopero, con i lavoratori che esprimono «sconcerto» per il rifiuto dell’azienda, «ritengono che tutti debbano farsi carico di uno sforzo di risanamento equo e condiviso e quindi considerano immorale individuare come capro espiatorio solo alcuni lavoratori». La mobilitazione sembrerebbe portare frutto: a fine ottobre la trattativa si riapre, ma solo per il possibile ricollocamento – a condizioni durissime – dei 9 lavoratori in esubero. La chiusura del Regno è invece confermata dai dehoniani.

«Chiudere questa nostra storia nel momento in cui il pontificato di papa Francesco rilancia in ogni punto della vita della Chiesa lo spirito e la forma del Concilio Vaticano II, di cui questa rivista è stata tra i protagonisti, ha persino qualcosa di paradossale oltre che di doloroso», spiega il direttore Brunelli, il quale auspica che la questione non sia archiviata del tutto e che si possano trovare forme diverse per mantenere in vita la testata.

Sebbene l’esito conservi ancora qualche margine di incertezza, la vicenda evidenzia il pessimo stato di salute dell’informazione religiosa italiana, anche o soprattutto per responsabilità delle istituzioni ecclesiastiche. Dehoniani compresi. I quali, se non ci ripenseranno, avranno scelto loro di chiudere Il Regno, rinunciando – e privando i credenti – al proprio principale strumento di comunicazione. Le difficoltà economiche sono evidenti – del resto ad essere in crisi non è solo l’editoria cattolica, ma l’editoria tout court –, ma altrettanto evidente pare essere la poca attenzione, se non vero e proprio disinteresse, per il mantenimento in vita di mezzi di informazione, riflessione e dibattito che possano contribuire alla diffusione di un’opinione pubblica nella Chiesa.

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