I cattolici al tempo di papa Francesco. Intervista al sociologo Marco Marzano

“Adista”
n. 45, 26 dicembre 2015

Luca Kocci

Un viaggio fra i cattolici al tempo di papa Francesco. Lo ha compiuto Marco Marzano, docente di sociologia all’università di Bergamo e autore di diverse monografie sul mondo cattolico (v. Adista Segni Nuovi nn. 27/12 e 44/13), per il Fatto Quotidiano: dieci puntate pubblicate sul quotidiano diretto da Marco Travaglio che hanno percorso in lungo e in largo la Chiesa e il mondo cattolico, attraverso non le statistiche ufficiali ed ufficiose o gli studi e le ricerche più o meno serie e attendibili, ma recandosi direttamente sul posto, nelle parrocchie, nei seminari, nei gruppi, nelle sacrestie, incontrando parroci, seminaristi, religiose, laici impegnati, famiglie, coppie, persone divorziate, omosessuali. Il risultato è un affresco a colori vivi della Chiesa cattolica reale al tempo di papa Francesco, diventato ora anche un volume (Inchiesta sui cattolici al tempo di Francesco, euro 2,50) che esce a partire dal 18 dicembre insieme al Fatto Quotidiano.

«Il progetto – spiega Marzano ad Adista – nasce dal desiderio di raccontare l’evoluzione del cattolicesimo italiano al tempo di Francesco, lontano dai palazzi e dai suoi intrighi. Andando quindi nelle periferie cattoliche per descrivere la situazione reale della Chiesa italiana di base. Dando voce a delle “storie minori”, cioè alle narrazioni di persone sconosciute, la cui vicenda viene raccontata nella prima parte di ciasuno dei dieci microsaggi».

Molte questioni affrontate nella tua inchiesta sono fra i temi di cui si è discusso al Sinodo dei vescovi sulla famiglia concluso nello scorso mese di ottobre. A cominciare dal nodo dei divorziati riposati. Come emerso dalla tua indagine?

«Soprattutto l’anacronismo di una norma che considera il divorzio fonte del massimo degli scandali. Nelle nostre società, i peccati percepiti come principali e più gravi sono certamente altri. Su questo come su altri temi la Chiesa sembra non voler cedere al primato della coscienza individuale sulla norma ecclesiale. Nella realtà, la tolleranza verso i divorziati è molto ampia e la sfiducia verso la norma lo è ancor di più: a credere che l’esclusione dei divorziati dalla comunione sia conseguenza di una legge giusta non ci crede più quasi nessuno. Nondimeno anche qui, come in altri campi, la sofferenza delle persone escluse è reale».

L’inchiesta parte da una storia di vita…

«Si tratta di una coppia di divorziati risposati che nella loro prima unione stavano con persone lontanissime dalla Chiesa e dalla vita religiosa. È proprio incontrandosi che hanno invece riscoperto l’importanza e la bellezza di un sincero percorso spirituale. Ed è però proprio ora che ne sono esclusi».

Una storia davvero paradossale… Per quanto riguarda le persone e le coppie omosessuali è invece tutto più chiaro?

«I singoli fedeli gay sono talvolta accolti e talvolta no, le coppie non sono accolte mai. L’omosessualità non è mai ufficialmente riconosciuta come una tendenza compatibile con la formazione di un nucleo familiare. Su questo abbiamo ricevuto alcune lettere belle, intense e drammatiche. Una difficoltà ulteriore nell’affrontare questa questione nasce dal fatto che, se lo facesse, la Chiesa dovrebbe fare i conti anche con un suo gigantesco problema interno: quello dell’omosessualità del clero».

Hai affrontato anche il nodo del celibato ecclesiastico…

«E si è scatenato un vero e proprio putiferio. Ho ricevuto decine di lettere – diverse delle quali sono pubblicate nel libro –, il pezzo è stato messo sul mio blog e lì ha ricevuto un’infinità di commenti. Lo stesso è avvenuto su Facebook. Migliaia di condivisioni e di commenti, molti agguerriti e aggressivi. Ho riflettuto su quel che è avvenuto e ho compreso una cosa che non mi era chiara: e cioè che la purezza sessuale dei preti è, per molti, un elemento davvero decisivo della loro sacralizzazione e dunque della santità della Chiesa. Per tanti credenti, la Chiesa è santa se il clero è casto, cioè se il clero mantiene fede alla promessa di non avere una propria vita sessuale e affettiva, e quindi in questo modo e per questa via, assomigliare a Gesù, diventare semidivino. C’è bisogno di rifletterci ancora e a lungo».

In questo scenario come ti sembra che si stia muovendo papa Francesco?

«Difficile a dirsi. Sembra di intuire una volontà riformatrice che però fatica a tradursi in decisioni concrete. Il terreno forse più promettente è quello dei divorziati, sul quale ha lavorato il Sinodo e che dovrebbe essere oggetto di una prossima esortazione apostolica. Sugli altri mi sembra che tutto taccia. Sull’omosessualità il Sinodo non ha fatto nessun passo in avanti, nemmeno timido. Idem sulle donne. Anche la sola idea del diaconato femminile non ha riscosso nessun consenso. La Chiesa fatica a riformarsi e reagisce ad ogni alito di novità con un ulteriore irrigidimento. In questa situazione, molto spesso i fedeli fanno da soli e si scoprono capaci di autonomia e di intelligenza, comprendono di non avere così tanto bisogno delle gerarchie per vivere una vita cristiana piena e soddisfacente, all’insegna di quell’autenticità così importante per noi “moderni”».

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