Archive for gennaio 2016

La Chiesa dei senza Bergoglio

31 gennaio 2016

“il manifesto”
31 gennaio 2016

Luca Kocci

Gli organizzatori del Family day avevano promesso che quella del Circo Massimo non sarebbe stata una piazza «contro», ma una piazza «per», per gridare «la bellezza della famiglia». Eppure la parola che più forte e chiara è risuonata – scandita dalla folla con coretti da stadio – è stata «no!». No al ddl Cirinnà. No alle unioni civili. No alla stepchild adoption. No all’utero in affitto, che nemmeno è previsto dalla legge in discussione.

Del resto il portavoce del Comitato “Difendiamo i nostri figli” – promotore del Family day –, Massimo Gandolfini, in mattinata ricevuto al Viminale da Alfano, lo ha detto chiaramente durante il suo intervento: «Il ddl Cirinnà è inaccettabile dalla prima all’ultima parola, non è possibile modificarlo, va totalmente respinto». Un esempio di «maquillage» che, secondo Gandolfini, va smascherato? «La trasformazione di stepchild adoption in “affido rafforzato” non è altro che un tentativo di far passare in maniera surrettizia una vera e propria adozione, mascherandola da affido».

Quello rivolto ai parlamentari, in particolare i parlamentari cattolici, più che un appello pare un avvertimento: «Ci ricorderemo di voi – ammonisce Galdolfini –. Controlleremo l’iter del ddl e vedremo chi avrà raccolto il messaggio di questa piazza è chi invece lo avrà messo sotto le scarpe. Al momento delle elezioni ci ricorderemo di chi è schierato dalla parte della famiglia e chi no». Nei confronti di chi invoca la libertà di coscienza, Gandolfini è spietato: «Valutate bene la vostra coscienza, perché un giorno, delle azioni che compierete oggi, dovrete rendere conto!».

Il Circo Massimo è pieno, ma molto meno di quanto ci si sarebbe aspettato. Gandolfini spara due milioni di persone, in realtà sono 200mila o poco più. Non poche, ma nemmeno così tante da far dire a Sacconi, via twitter, «la più grande manifestazione del dopoguerra per difendere costituzione formale e materiale».

A riempirlo sono soprattutto i neocatecumenali – chiamati direttamente dal card. Bagnasco, come ha spiegato il fondatore del Cammino neocatecumenale, Kiko Arguello –, gruppi di famiglie numerose organizzatissimi con teli, chitarre, tamburelli e i cartelloni o gli striscioni delle varie comunità che arrivano da Brescia (città di Gandolfini, neocatecumenale anche lui), Roma, Sora, Modugno, Campi salentino e molte altre città. Invocano Kiko, il loro capo carismatico, ma Kiko non parlerà dal palco. «Non sta bene, non è potuto venire», spiega Gandolfini. In realtà lo stesso Gandolfini tre giorni prima del Family day aveva scritto a Kiko – rivela il vaticanista dell’Espresso Sandro Magister sul suo blog – chiedendogli di non intervenire per non dare una connotazione «confessionale» alla manifestazione. Più probabilmente gli organizzatori temevano un bis del Family day del 20 giugno 2015 quando Kiko parlò e, in preda all’estasi predicatoria, arrivò a dire che alcuni comportamenti delle donne possono alimentare i femminicidi.

Dal palco si canta “Mamma”, poi interviene Mario Adinolfi, direttore del quotidiano La Croce: «Il ddl Cirinnà vuole appendere il cartellino del prezzo sul ventre delle madri. Renzi ci ricorderemo, fai le scelte giuste!». La piazza si scalda. Sventolano i vessilli degli integralisti di Alleanza cattolica e gli striscioni di Militia Christi, ma anche le bandiere dei comitati locali di “Difendiamo i nostri figli”, Movimento per la vita, Manif pour tous, Pro Vita, si vedono le magliette del combattivo settimanale Tempi (vicino a Cl) e un grande striscione di Comunione e Liberazione, anche se il movimento non ha ufficialmente aderito alla manifestazione.

Dal palco interviene Gianfranco Amato (Giuristi per la vita), autore di un vademecum per i manifestanti su come evitare le domande dei giornalisti: «Il ddl Cirinnà è un pasticcio giuridico a cui ci opporremo senza se e senza ma, non si può mercificare il corpo di una donna per soddisfare il desiderio di due uomini». Toni Brandi (Pro Vita) evoca scenari apocalittici di migliaia di bambini, prodotti dagli uteri in affitto, «che non sapranno su quale tomba potranno piangere la propria madre che non conoscono».

La piazza è decisamente cattolica, «qui c’è tutto il popolo di Dio», grida Gandolfini. Ma in realtà si tratta solo di una parte di mondo cattolico: le grandi associazioni laicali (Azione cattolica, Agesci e Acli), pur con qualche equilibrismo, si sono dissociate dal Family day; le Comunità cristiane di base e Noi Siamo Chiesa hanno posizioni diametralmente opposte. Ma gli oratori dal palco non se ne accorgono: per loro tutti i cattolici sono qui. Le citazioni sono indicative: Giovanni Paolo II batte papa Francesco 5 a 1, Bergoglio viene richiamato – accolto da applausi tiepidi – solo per la frase di qualche giorno fa al Tribunale della Rota («Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione»).

Le parole conclusive di Gandolfini sono un tuffo nel passato dell’intransigentismo ottocentesco: «L’apostasia delle proprie radici giudaico-cristiane sono la causa di tanti mali della società di oggi». E sulle note di Nessun dorma di Puccini, «Vincerò!», la manifestazione finisce e il Circo Massimo si svuota.

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Card. Bagnasco: «Nessuna confusione fra la famiglia voluta da Dio e altre unioni»

30 gennaio 2016

“Adista”
n. 5, 6 febbraio 2016

Luca Kocci

Non è arrivato, da parte del card. Angelo Bagnasco, durante la prolusione al Consiglio episcopale permanente della Conferenza episcopale italiana (25-27 gennaio), l’avallo ufficiale al Family Day del 30 gennaio, ma solo una sorta di “benedizione a distanza” – senza peraltro mai nominare esplicitamente l’evento – dell’iniziativa contro il ddl Cirinnà promossa dal comitato “Difendiamo i nostri figli”.

Non era stato così una settimana fa, a Genova, quando il presidente della Cei aveva detto che il Family Day è una manifestazione «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie». Ad aver pesato sulla parziale “frenata” di Bagnasco, il fatto che papa Francesco ha annullato la tradizionale udienza con il presidente della Cei nei giorni immediatamente precedenti il Consiglio permanente, da molti osservatori interpretato come un invito a mantenere un basso profilo non tanto sul tema – del resto lo stesso Francesco, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota romana il 22 gennaio, aveva ribadito: «Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione» –, quanto sulla manifestazione di piazza.

Soprattutto a suggerire prudenza a Bagnasco è stato il fatto che, sulla manifestazione del 30 gennaio, i vescovi italiani non la pensano tutti allo stesso modo. Tutti sono concordi con il papa nell’affermare che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione», ma non tutti approvano il coinvolgimento diretto dell’episcopato nel Family Day. E se è vero che alcuni si sono esposti pubblicamente a favore della manifestazione (il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia: «Partecipare alla manifestazione è cosa buona»; mons. Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano: «I pastori devono camminare con le proprie pecore e dunque io penso che ci sarò sabato al Family Day, non per gridare contro qualcuno o per fare uno show ma per sostenere i valori in cui crediamo»), da parte di altri continua ad esserci un silenzio eloquente.

Quindi, per non trascinare in piazza l’intera Cei, in cui albergano sensibilità diverse, nella prolusione Bagnasco ha ponderato parole, ribadendo il principio non negoziabile della famiglia naturale, ma senza nominare il Family Day (che pure è restato sullo sfondo). «Sul fronte vitale della famiglia si è accesa una particolare attenzione e un acceso dibattito», ha detto il presidente della Cei. «È bene ricordare che i Padri costituenti ci hanno consegnato un tesoro preciso, che tutti dobbiamo apprezzare e custodire come il patrimonio più caro e prezioso, coscienti che (le parole del papa alla Rota, ndr) “non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”».

Sul nodo della stepchild adoption – anch’esso non nominato esplicitamente – Bagnasco è stato netto: «In questo scrigno di relazioni, di generazioni e di generi, di umanesimo e di grazia, vi è una punta di diamante: i figli. Il loro vero bene deve prevalere su ogni altro, poiché sono i più deboli ed esposti: non sono mai un diritto, poiché non sono cose da produrre; hanno diritto ad ogni precedenza e rispetto, sicurezza e stabilità. Hanno bisogno di un microcosmo completo nei suoi elementi essenziali, dove respirare un preciso respiro: “I bambini hanno diritto di crescere con un papà e una mamma. La famiglia è un fatto antropologico, non ideologico”» (una seconda citazione di papa Francesco, tratta dal “Discorso ai partecipanti al Colloquio internazionale sulla complementarietà tra uomo e donna”).

Pertanto – l’auspicio di Bagnasco – lo Stato deve assumere «doveri e oneri verso la famiglia fondata sul matrimonio, perché riconosce in lei non solo il proprio futuro, ma anche la propria stabilità e prosperità. Auspichiamo che nella coscienza collettiva mai venga meno l’identità propria e unica di questo istituto».

Nel resto della prolusione, più breve del solito, Bagnasco si è soffermato su alcuni temi sociali: quello dei migranti, che continuano ad arrivare anche in Italia («Davanti alle tragedie umane, che si consumano quotidianamente nella vita di questi fratelli, nessuno può rassegnarsi a una cultura dell’indifferenza»), e della crisi che, segnala il presidente della Cei, nonostante «voci autorevoli» segnalino «la ripresa complessiva dell’economia», continua a produrre disoccupazione, precarietà e povertà.

«Cattolici, candidatevi alle prossime amministrative!». Un appello della Curia di Milano

30 gennaio 2016

“Adista”
n. 4, 30 gennaio 2016

Un appello ai cattolici a partecipare alla vita politica della città e a candidarsi alle elezioni amministrative della prossima primavera. Lo lancia il Consiglio episcopale della diocesi di Milano – retta dal card. Angelo Scola – a poco più di tre mesi dall’apertura dei seggi per eleggere il nuovo sindaco del capoluogo ambrosiano e mentre è in corso la campagna elettorale per le primarie del centro sinistra in programma il 7 febbraio (candidati, fino ad ora, l’ex manager di Expo Giuseppe Sala, l’attuale vicesindaco della giunta Pisapia Francesca Balzani, il presidente della Uisp Antonio Iannetta e l’attuale assessore alle politiche sociali Pierfrancesco Majorino).

«Il tema della politica e dell’amministrazione pubblica è stato troppo a lungo censurato nei confronti interni alla comunità cristiana forse per il rischio di causare divisioni e contrapposizioni», si legge nel documento del Consiglio episcopale milanese, che «incoraggia ora i laici a confrontarsi sulla situazione, a interpretare le problematiche di questo momento», condividendo «la persuasione che sia possibile praticare uno stile cristiano tra coloro che hanno a cuore la vita buona in città».

È alla luce di ciò che i cattolici vengono incoraggiati ad impegnarsi e anche a candidarsi: «Tra i cattolici italiani ci sono persone competenti, illuminate, capaci di unire letture sintetiche e complessive con proposte concrete e locali», dunque «si facciano avanti anche a Milano e nelle terre ambrosiane! Prendano la parola, guadagnino ascolto, siano presenze stimolanti e costruttive per tutta la comunità cristiana, non solo in confronti “privati” o in contesto accademico. In questo momento caratterizzato da scetticismo, scoraggiamento, paura, astensionismo, individualismo, anche i cristiani sembrano spesso sopraffatti da un senso di impotenza che li orienta a preferire gesti spiccioli di generosità agli impegni politici e amministrativi. Si lascia ai vescovi di formulare valutazioni, mentre i laici cristiani sono spesso senza voce di fronte alle questioni emergenti del nostro tempo, zittiti dai media, ma anche timidi nell’esporsi con proposte in cui si mettano in gioco di persona». Pertanto, esorta il Consiglio episcopale milanese, «per chi ne ha capacità, preparazione e possibilità è doveroso anche presentarsi come candidati con la gratuità di chi si offre per un servizio e ci rimette del suo».

Nessuna priorità specifica viene indicata dalla Curia milanese, solo alcuni temi generali e trasversali: la «famiglia e le problematiche antropologiche e demografiche, la povertà e le forme della solidarietà, il lavoro e le prospettive per i giovani, la libertà di educare, l’attenzione alle periferie geografiche ed esistenziali». Unitamente ad un generico richiamo alla Dottrina sociale della Chiesa («È doveroso per i cattolici e utile per tutti fare riferimento con competenza aggiornata e con capacità argomentativa agli insegnamenti ecclesiali, raccolti nella Dottrina sociale della Chiesa»), informata a papa Francesco («ribaditi con alcune particolari insistenze da papa Francesco: Evangelii gaudium, 2013 e Laudato si’, 2015»).

A rimarcare la proclamata equidistanza del Consiglio episcopale da schieramenti e candidati, una serie di richiami alla «prudenza» indirizzati alle istituzioni cattoliche: parrocchie, scuole cattoliche, associazioni e movimenti ecclesiali «non devono mettere sedi e strutture a disposizione delle iniziative di singoli partiti o formazioni politiche»; per evitare che le attività pastorali vengano strumentalizzate a fini elettorali, è prudente «non programmare iniziative che coinvolgano persone candidate o già impegnate a livello politico»; «gli appartenenti a organismi ecclesiali, a maggior ragione se occupano cariche di rilievo, qualora intendano mettersi a disposizione del bene comune candidandosi alle elezioni, sono da considerarsi sospesi dai predetti organismi e lasceranno il proprio incarico in caso di elezione avvenuta»; chi riveste compiti o ruoli di responsabilità nelle istituzioni e negli organismi ecclesiali «è invitato ad astenersi rigorosamente da ogni coinvolgimento elettorale con qualsiasi schieramento politico»; «ai presbiteri è richiesta l’astensione da qualsiasi forma di propaganda elettorale e di attività nei partiti e movimenti politici».

Noi Siamo Chiesa: parole di carta

Sulla Nota del Consiglio episcopale interviene criticamente Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa e milanese “doc”: «Il testo invita alla partecipazione contro il qualunquismo senza alcuna riflessione sui perché della disaffezione. Poi invita il circuito ecclesiastico a non sponsorizzare questo o quello. Dopo qualche richiamo generale alla dottrina sociale e ai testi del papa, niente dice sui problemi emergenti anche nella diocesi di Milano, quelli dei migranti, delle nuove povertà, del razzismo strisciante, dei giovani e così via. La Caritas dice cose ben diverse. La Lega, che contestava Tettamanzi, ora è tranquilla, può infilarsi nel comodo unanimismo con cui sarà accolto un appello insipido e, in quanto tale, espressione dell’immobilismo e del perbenismo della destra cattolica».

Nell’arena romana il gran Family day dei cattolici integralisti

28 gennaio 2016

“il manifesto”
28 gennaio 2016 (supplemento)

Luca Kocci

Hanno previsto che piazza San Giovanni non sarebbe riuscita a contenere tutti i partecipanti al Family day di sabato 30 gennaio, così gli organizzatori hanno cambiato in corsa il programma e hanno prenotato l’arena del Circo Massimo, trasformando quello che sarebbe dovuto essere un corteo per le vie della Capitale in un «raduno statico», dalle due del pomeriggio in poi.

«Con grande soddisfazione abbiamo registrato una massiccia risposta alla convocazione del Family day, da tempo richiesta a gran voce e con determinazione dal nostro popolo, tanto che il favore incontrato ci ha spinto al cambiamento di piazza», spiega Massimo Gandofini, presidente del comitato “Difendiamo i nostri figli”, che ha promosso la manifestazione con un obiettivo preciso: affossare il Ddl Cirinnà. La piazza riempita dal “popolo cattolico” come strumento di pressione sui parlamentari (soprattutto cattolici), affinché respingano la legge e salvino così la «famiglia naturale».

Quella di sabato sarà prevalentemente, se non esclusivamente, una “piazza cattolica”. Ma niente affatto rappresentativa della pluralità del mondo cattolico, bensì culturalmente e politicamente definita, perché la maggior parte delle associazioni, dei movimenti e dei gruppi che hanno risposto alla “chiamata alle armi” contro il Ddl Cirinnà è riconducibile ad un’area ecclesiale omogenea conservatrice e tradizionalista, quando non integralista (mancheranno infatti associazioni come Azione cattolica, Agesci, Acli).

Motore dell’iniziativa è il Comitato “Difendiamo i nostri figli” – ovviamente si autoproclama «nato spontaneamente al di fuori di ogni appartenenza politica e confessionale» –, che ha avuto il suo “battesimo del fuoco” il 20 giugno 2015, data del Family day n. 1, concluso in piazza San Giovanni. Una struttura leggera, ma un manifesto programmatico pesante, che si ispira ai ratzingeriani «principi non negoziabili»: diritto alla vita «dal concepimento alla morte naturale» (quindi no ad aborto, eutanasia e testamento biologico), famiglia «naturale fondata sull’unione matrimoniale fra un uomo e una donna» (no a coppie di fatto e unioni civili, soprattutto omosessuali), «diritto di ogni bambino ad avere e crescere con una mamma/femmina ed un papà/maschio» (no a stepchild adoption) e ad «essere educato nel rispetto ed in coerenza con la propria identità sessuata, maschio o femmina» (no ad «ideologia gender»).

Scorrendo alcuni nomi del comitato promotore (16 persone, di cui solo 3 donne), la connotazione di “Difendiamo i nostri figli” risulta chiara, e soprattutto si capisce chi sarà in piazza sabato: il portavoce, Gandolfini, neurochirurgo e padre di 7 figli adottivi, già vicepresidente dell’associazione “Scienza & Vita” (nata oltre 10 anni su impulso dell’allora presidente della Cei, card. Ruini, per contrastare la legge 40 sulla fecondazione assistita), tra i responsabili delle comunità neocatecumenali bresciane; Mario Adinolfi, ex deputato Pd, ora direttore del quotidiano La Croce (organo dell’associazione “Voglio La Mamma”); la giornalista, blogger e scrittrice Costanza Miriano, autrice di libri come Sposati e sii sottomessa e Obbedire è meglio; i dirigenti di “Generazione famiglia”, il ramo italiano dell’originale francese “La manif pour tous” (l’associazione transalpina che si oppone al matrimonio omosessuale e alle leggi anti-omofobia), Jacopo Coghe, Filippo Savarese (neocatecumenale anche lui) e Maria Rachele Ruiu; il presidente nazionale dei “Giuristi per la Vita”, Gianfranco Amato; Toni Brandi, presidente dell’associazione ProVita.

«Non esiste un elenco ufficiale di adesioni, chi vuole scendere in piazza è libero di farlo», ci rispondono dall’ufficio stampa di “Difendiamo i nostri figli”. Ma è comunque possibile tracciare una mappa delle principali associazioni e movimenti che saranno al Circo Massimo.

In prima fila i neocatecumenali – un milione in tutto il mondo, 250mila in Italia –, ampiamente rappresentati nel comitato promotore di “Difendiamo i nostri figli” (oltre a Gandolfini e Savarese, ci sono anche Paolo Maria Floris, vicepresidente dell’associazione “Identità cristiana”, e il leader dei neocatecumenali romani, Giampiero Donnini), ma soprattutto in grado di mobilitare decine di migliaia di persone ad un solo cenno del loro capo carismatico, Kiko Arguello, a cui i seguaci tributano obbedienza cieca e assoluta. Se non ci fosse stata la massa d’urto dei neocatecumenali, il Family day del 20 giugno sarebbe stata poco più che una manifestazione di paese. Lo schema si ripeterà anche il 30 gennaio, quando Kiko parlerà di nuovo dal palco, come fece già a San Giovanni: allora, forse in preda all’estasi predicatoria, arrivò a dire che alcuni comportamenti delle donne possono alimentare i femminicidi, chissà questa volta…

Nutrita sarà anche la presenza del Rinnovamento nello Spirito santo, movimento carismatico che solo in Italia conta 250mila adepti. Nessun ruolo organizzativo, ma al Circo Massimo saranno in migliaia. «Il Rinnovamento nello Spirito Santo valuta necessario che ci siano uomini e donne che in virtù della propria cittadinanza attiva manifestino a Roma il 30 gennaio contro un disegno di legge ingiusto, fuorviante rispetto alle reali richieste del Paese e dunque non condivisibile», annuncia la nota del Comitato nazionale del movimento. L’aut-aut ai parlamentari cattolici è netto: riflettete e soprattutto pregate «per discernere il bene dal male, la verità dall’errore».

Insieme ai movimenti, a riempire il Circo Massimo saranno le 400 associazioni familiari riunite nel Forum delle famiglie, guidato dal neopresidente Gianluigi De Palo, ex capo delle Acli romane ed ex assessore alla Famiglia della giunta Alemanno. Al Forum aderisce anche l’associazione famiglie numerose (i cui aderenti devono avere almeno quattro figli): «Le nostre famiglie sono felici di scendere in piazza, sono convinte e fiduciose di esserci», spiegano i presidenti nazionali Raffaella e Giuseppe Butturini. «Il matrimonio è uno solo: quello di una mamma, di un papà e dei figli. Siamo sereni: la famiglia resiste, soprattutto quella con figli. Ha una storia millenaria dietro le spalle. È come una molla, più la comprimi, più scatta forte. Sul campo la vittoria sarà sua».

Mobilitata è anche la scuola cattolica. Gli istituti dell’Opus Dei associati alla Faes (Famiglie e scuole) hanno dato l’adesione ufficiale. Ma sarà soprattutto l’Agesc (Associazione genitori scuole cattoliche) a portare a Roma migliaia di famiglie, con bambini e ragazzi al seguito, anche perché ha garantito che pagherà la metà delle spese di trasporto in pullman: invitiamo «tutti i nostri soci a partecipare per testimoniare la bellezza della famiglia naturale, il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre, l’indisponibilità della persona, l’intangibilità dell’umanità».

Ad animare la partecipazione al Family day, il combattivo cartello dei mezzi di informazione cattolici conservatori. Oltre alla Croce di Adinolfi, c’è il filo-ciellino Tempi diretto da Luigi Amicone (che sta organizzando anche dei treni speciali) e gli integralisti La nuova bussola quotidiana (sottotitolo: «Fatti per la Verità») e Il Timone (sottotitolo: «Informazione e formazione apologetica».

Insomma la piazza sarà “cattolica”, ma una parte consistente del mondo cattolico non ci sarà.

Dai dogmi alla morale, le due chiese nell’era Bergoglio

28 gennaio 2016

“il manifesto”
28 gennaio 2016 (supplemento)

Luca Kocci

«Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione». La frase pronunciata da papa Francesco il 22 gennaio in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota romana – ad una settimana dal Family day del 30 gennaio – ha ricompattato il fronte ecclesiastico, dato per diviso, e messo d’accordo tutti: il card. Bagnasco e mons. Galantino, vescovi conservatori e “aperturisti”.

Ma su molte questioni che ruotano attorno al Ddl Cirinnà, Vaticano e Conferenza episcopale italiana non la pensano completamente allo stesso modo. Non si tratta di fossati larghi e profondi, tutti sono saldamente uniti attorno al punto chiave: il matrimonio è quello «naturale» fra un uomo e una donna, punto e basta. Ma alcune differenze ci sono, di merito e di metodo. Non era così ai tempi della Cei guidata dal card. Ruini e dal primo Bagnasco – Wojtyla e Ratzinger papi regnanti –, quando l’episcopato era, e voleva apparire, allineato e compatto, e i vescovi “autonomi” erano solitarie eccezioni.

L’atteggiamento soft di papa Francesco ha giovato alla formazione di una sensibilità diversa – o ha favorito la libertà di esprimerla –, c’è stato un cambio di passo, ma un cambio di direzione è ancora di là da venire. Su molte questioni, stile e linguaggio si sono modificati, ma la sostanza è rimasta la stessa.

Del resto, dal punto di vista dei temi etici, papa Francesco conserva una visione tradizionale. Quello che ha detto alla Rota romana («Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione»; «La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo appartiene al “sogno” di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità») è perfettamente in linea con la dottrina tradizionale della Chiesa, e Francesco lo ha sempre ripetuto. Non si capisce, quindi, la sorpresa di alcuni o la soddisfazione di altri.

La novità consiste semmai in un approccio meno dogmatico e più pastorale, che non ha fatto cadere muri, ma ha ammorbidito le posizioni: dalla crociata sui «principi non negoziabili» (che tuttavia non sono stati smantellati) si è passati al «chi sono io per giudicare un gay?». La dottrina non è cambiata di una virgola (come ha confermato anche il Sinodo dei vescovi sulla famiglia), ma la disponibilità all’accoglienza si è fatta più visibile. Con la contraddizione di fondo che in molti casi – come la questione delle coppie omosessuali – è difficile, se non impossibile, accogliere pienamente senza aggiornare la dottrina.

L’altro elemento di novità è tattico, tra la Chiesa della «presenza» (copyright Wojtyla e Ruini) che scende direttamente in campo, o in piazza, e quella bergogliana della testimonianza, che invece non apprezza le prove muscolari (anche se ne può condividere qualche obiettivo) e teme le radicalizzazioni.

Differenze di forma e di stile che si ripercuotono nella Chiesa italiana. Per cui se il presidente della Cei Bagnasco dice che il Family day è una manifestazione «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie» – anche se nella prolusione al Consiglio permanente della Cei, il 25 gennaio, ha tenuto un profilo basso, senza citare il Family day – (subito applaudito dall’immarcescibile Ruini che rimarca: al massimo si potrebbe «attribuire i diritti alle singole persone che formano la coppia, e non alla coppia come tale»), il segretario Galantino (molto vicino a papa Francesco) sorvola sulla manifestazione e sostiene che «lo Stato ha il dovere di dare risposte a tutti, nel rispetto del bene comune» (bocciando però senza appello la stepchild adoption). Ma ovviamente entrambi sottoscrivono l’affermazione iniziale e fondante che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione».

La Chiesa italiana, pur nella sua varietà, è maggiormente in sintonia con le posizioni di Bagnasco. Si moltiplicano le adesioni ufficiali (o “morali”) al Family day da parte delle Conferenze episcopali (Piemonte e Valle d’Aosta, Umbria, in parte Liguria) e di molti vescovi, che magari non andranno perché non sta bene, ma incoraggiano i fedeli a partecipare. Dissensi non pervenuti. Al massimo qualche silenzio eloquente.

L’editoria cattolica che non conosce crisi: 8 milioni di euro per la Lev, grazie al copyright sul papa

22 gennaio 2016

“Adista”
n. 3, 23 gennaio 2016

Luca Kocci

L’editoria cattolica è in crisi e perde pezzi: i gesuiti hanno chiuso Popoli (v. Adista Notizie n. 36/14), i dehoniani hanno ceduto Il Regno (che però comincerà una “seconda vita” indipendente, v. notizia successiva), chiuso Settimana (v. Adista Notizie n. 1/16) e anche le edizioni dehoniane non scoppiano di salute, le congregazioni missionarie hanno chiuso l’agenzia Misna (v. notizia…), il mensile dei saveriani Missione oggi è in difficoltà (v. Adista Notizie n. 44/15), i Figli dell’Immacolata concezione hanno sospeso l’attività dell’editrice Monti (v. Adista Notizie n. 39/15) e anche i Paolini (Jesus e San Paolo edizioni) non se la passano troppo bene.

 

Lev: incassi per 8 milioni di euro

Una casa editrice però è in gran forma, grazie soprattutto a papa Francesco: la Libreria Editrice Vaticana. «Nel 2015 la Lev ha venduto libri per un valore di oltre 8 milioni e mezzo di euro», spiega all’Ansa don Giuseppe Costa, direttore della Lev. «Queste entrate, sommate a quelle dei diritti d’autore (sulle parole del papa, n.d.r.), hanno permesso una gestione aziendale pienamente autonoma e ci hanno consentito di dare al Santo Padre nel 2014 un utile di 480mila euro. Ma speriamo di chiudere il 2015 con un utile ancora superiore».

Al di là dei libri editi e venduti direttamente dalla Lev, la proprietà esclusiva sulle parole e gli scritti del papa (e dei papi) frutta infatti alla casa editrice vaticana un notevole gruzzolo: oltre un milione e mezzo di euro l’anno, rivela don Costa, che racconta come nel 2015 «oltre cinquecento case editrici, università e agenzie ci hanno chiesto l’autorizzazione a pubblicare testi pontifici».

 

Copyright papale

Il copyright sulla parole del papa fu una “invenzione” del card. Angelo Sodano, segretario di Stato di Benedetto XVI, prima di andare in pensione ed essere sostituito dal card. Tarcisio Bertone (v. Adista Notizie n. 5/06). Era il 31 maggio quando venne pubblicato il decreto che affidava alla Lev l’esclusiva sul verbo papale. «Sono affidati alla Libreria Editrice Vaticana, quale Istituzione collegata alla Santa Sede – si legge nel testo firmato da Sodano –, l’esercizio e la tutela, in perpetuo e per tutto il mondo, di tutti i diritti morali d’autore e di tutti i diritti esclusivi di utilizzazione economica, nessuno escluso od eccettuato, sopra tutti gli atti e i documenti attraverso i quali il Sommo Pontefice esercita il proprio Magistero. Nell’assolvimento di tale incarico la Libreria Editrice Vaticana, in persona del direttore e legale rappresentante pro tempore, agisce nel nome e nell’interesse della Santa Sede, con il potere di compiere qualsiasi atto di disposizione dei diritti medesimi, di adire le vie legali e giudiziarie, di proporre qualsiasi azione volta alla piena protezione e alla realizzazione dei diritti stessi, di resistere a qualsiasi pretesa o domanda di terzi, in conformità alle norme dei trattati e delle convenzioni internazionali cui ha aderito anche la Santa Sede».

 

Le parole del papa: merce a pagamento

Parole del papa, quindi, come merci e pagamento. Come, pochi mesi dopo l’entrata in vigore del decreto, spiegò l’allora direttore della Lev, don Claudio Rossini, in una riunione riservata con gli editori di cui Adista svelò i contenuti. «Sono sottoposti a copyright tutti gli scritti, i discorsi e le allocuzioni del papa – era scritto negli appunti riservati di don Rossini –. Sia di quello felicemente regnante che dei predecessori, fino a 50 anni addietro. Così pure anche i documenti degli organismi della Santa sede (Congregazioni, Consigli.). Il copyright è normalmente gestito dalla Lev tranne pochi casi gestiti dall’Apsa (edizioni tipiche in latino, CIC, CCC e relativo compendio) e altri, ancora più rari, di dicasteri che gestiscono direttamente i diritti di qualche loro documento. Ordinariamente, quando un dicastero vuole far pubblicare documenti suoi presso altri (non studi predisposti da qualche superiore o officiale), compete alla Lev gestire i rapporti editoriali e concedere l’uso dei testi. Quanto al magistero “scritto” di papa Benedetto – il papa allora regnante, e quindi condotta estesa anche all’attuale pontefice, n.d.r. – (encicliche, esortazioni) terremo questa linea: la Lev cura immediatamente la stampa e la diffusione del testo tramite i suoi abituali distributori o altri che ritiene idonei ai suoi fini; l’editrice interessata presenta un progetto di edizione e invia il testo con commento, guida alla lettura o altro; il rapporto fra testo dell’enciclica e commento dovrebbe essere di 1 a 2 (1/3 del volume occupato dal documento e 2/3 dal commento teologico/filosofico). La Lev concederà l’approvazione e determinerà i tempi di uscita del commento+enciclica (e sarà uguale per tutti i progetti presentati dagli editori); orientativamente si tratterà di essere sul mercato un paio di mesi dopo l’uscita del documento; eventuali commenti/guide alla lettura/raccolte di saggi sull’enciclica, senza il testo, ovviamente non sottostanno a quanto sopra, ma solo alla richiesta di autorizzazione per le parti usate nel commento; riguardo alle Catechesi del mercoledì (es. quelle attuali sui salmi di Lodi e Vespri), Angelus che seguano linee tematiche ecc., la Lev di volta in volta si riserva la diffusione. Eventualmente può concedere ad altri sempre in via non esclusiva; l’accordo, dal punto di vista economico, oscillerà tra il 3 e il 5% del prezzo di copertina, con anticipo da concordare caso per caso in base alla tiratura (ad es.: encicliche 5%, altri documenti 4%, raccolte di discorsi 3%). Documenti e allocuzioni dei papi precedenti, come d’abitudine, sono disponibili per la pubblicazione sia singolarmente che in raccolte, previa richiesta alla Lev e conseguente accordo».

Qualcuno tentò di fare il “furbo”, fu chiamato in causa dalla Lev ed, in effetti, pagò: Piemme, per un libro di Andrea Tornielli (che in questi giorni, di nuovo con Piemme, ha pubblicato il primo libro-intervista a papa Francesco, Il nome di Dio è Misericordia), I miracoli di Papa Wojtyla, nel quale in appendice fu pubblicato il “testamento spirituale” di Giovanni Paolo II; e Baldini & Castoldi, per il Dizionario di papa Ratzinger (curato da Marco Tosatti), a cui venne chiesto dalla Lev il 15% del prezzo di copertina per ogni copia venduta (v. Adista Notizie n. 9/06).

«Quando fu pubblicato il documento del cardinal Sodano che imponeva il copyright sui testi e discorsi del Papa non tutti furono d’accordo si disse che il papa apparteneva a tutti e che non bisognava limitarlo con royalties e copyright», commenta oggi don Costa. «In realtà – aggiunge – l’aver affidato all’editrice vaticana il compito di gestire il copyright ha incrementato l’attenzione mondiale degli editori e questi hanno rappresentato un valore aggiunto alla stessa sua diffusione». E un valore aggiunto anche alle casse vaticane

“Il Regno”: una seconda vita per la rivista chiusa dai dehoniani

22 gennaio 2016

“Adista”
n. 3, 23 gennaio 2016

Luca Kocci

Comincia una “seconda vita” per Il Regno. La storica rivista, che i dehoniani hanno deciso di chiudere – insieme a Settimana (v. Adista Notizie nn. 28 e 32/15) – mandando in stampa l’ultimo numero datato dicembre 2015, ripartirà senza interruzioni con un nuovo editore nato “dal basso”: l’associazione Dignitatis humanae formata da «studiosi e intellettuali di formazione culturale e d’attività professionale diverse, legati tra loro da un comune impegno civile e democratico e dalla comune sensibilità religiosa, con particolare riferimento alla tradizione cattolica e all’ispirazione cristiana».

La notizia era già stata anticipata da Adista alla fine del mese di dicembre (v. Adista Notizie n. 1/16). Ora è ufficiale, come si legge nell’ultimo editoriale del direttore del Regno, Gianfranco Brunelli. «Si conclude un anno difficile nella vita della rivista Il Regno. A metà luglio la proprietà del Centro editoriale dehoniano (Ced), la Provincia italiana settentrionale dei Sacerdoti del sacro Cuore (dehoniani), aveva dato l’annuncio, motivato da ragioni finanziarie e di ristrutturazione aziendale, della chiusura della rivista alla fine del 2015. Alla vigilia del suo 60° anno di vita, la rivista storica del Ced veniva chiusa. Qualificai allora la decisione come “sofferta e grave” e mi augurai che questa storia potesse “in altro modo e in altra forma proseguire”». Da quell’annuncio, vista l’impossibilità di far recedere i dehoniani dal loro proposito, Brunelli si è messo al lavoro affinché «Il Regno non morisse». E il risultato è stato raggiunto. «Stiamo perfezionando un accordo con il Ced – scrive Brunelli – perché la testata Il Regno giunga a una costituenda associazione di donne e di uomini che la facciano vivere nel segno della continuità possibile», appunto la Dignitatis humanae, che darà vita al “nuovo” Regno.

Il Ced quindi cederà gratuitamente la testata all’associazione Dignitatis humanae che sarà il nuovo editore del Regno. Della distribuzione si occuperà Il Mulino. I dehoniani non avranno più alcuna partecipazione economica nell’impresa – che graverà interamente sull’associazione – ma conserveranno una presenza nel nascituro comitato dei garanti, anche per segnare una sorta di continuità, sebbene solo simbolica. Insomma la rivista continuerà a vivere

Una vicenda, quella del Regno, che indirettamente sottolinea anche il “miracolo” Adista, e dei nostri 49 anni di esistenza “senza padroni”. Una sopravvivenza che negli ultimi anni si è fatta sempre più difficile e che potrà ancora durare solo se i nostri lettori vorranno sostenerla, convinti della necessità di Adista in una panorama editoriale che assomiglia sempre più ad un deserto

“Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”: esperienza conclusa, cantiere aperto

14 gennaio 2016

“Adista”
n. 2, 16 gennaio 2016

Luca Kocci

Quella di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” è stata una delle più vivaci iniziative nate dal basso degli ultimi anni: 105 associazioni, 30 riviste, decine di singoli credenti riuniti in un coordinamento nazionale per rilanciare le istanze del Concilio Vaticano II – soffocate dal lungo inverno durato 35 anni dei pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – e il “sogno” roncalliano della «Chiesa di tutti e dei poveri». Un percorso cominciato nel settembre 2012 con una prima convocazione a cui hanno risposto oltre 800 persone (v. Adista Notizie nn. 19 e 34/12; Adista Documenti n. 37/12), proseguito con altri tre incontri nazionali sulla Pacem in Terris (v. Adista Notizie nn. 5 e 15/13; Adista Documenti 16/13), la Lumen Gentium (v. Adista Notizie n. 20/14) e la Gaudium et Spes (v. Adista Notizie n. 19/15 e Adista Segni Nuovi n. 21/15), e concluso poche settimane fa con un grande evento internazionale, Council50, in occasione dei 50 anni dalla conclusione del Concilio (v. Adista Segni Nuovi nn. 34/15 e 1/16; Adista Notizie n. 42/15). Pochi giorni prima di Natale il comitato promotore di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” (composto, fra gli altri, da Vittorio Bellavite, Franco Ferrari, Raniero La Valle, Enrico Peyretti e Fabrizio Truini) ha inviato una lettera a tutti gli aderenti per rilanciare l’iniziativa. Ne parliamo con Vittorio Bellavite.

Proviamo a fare un bilancio del percorso di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”?

«Direi che il bilancio è stato positivo. Quando siamo partiti con il primo incontro, il 15 settembre 2012, all’auditorium dell’istituto Massimo di Roma c’erano oltre 800 persone. Eravamo in una fase molto diversa da oggi: c’era papa Benedetto XVI, il Vaticano II era stato messo da parte – anche perché papa Ratzinger era stato preceduto dal lungo pontificato di Wojtyla –, e credo che siamo stati capaci di aggregare tutti coloro che avevano voglia di ribadire di essere “figli del Concilio”, nonostante tutto».

A questo sono poi seguiti altri tre incontri…

«Sicuramente meno “affollati”, ma ugualmente ricchi e intensi nella partecipazione e nei contenuti. Credo che questa sia stata l’unica iniziativa dal basso degli ultimi anni che è riuscita e mettere insieme tutte le aree “conciliari” della Chiesa e del mondo cattolico italiano, dai cattolici democratici alle Comunità cristiane di base, che non hanno posizioni esattamente coincidenti su tutto. In questi tre anni è cambiata anche la Chiesa, perché Benedetto XVI si è dimesso è al suo posto è arrivato Francesco».

La presenza di Francesco può aver contribuito al calo di partecipazione? Con Benedetto XVI, in un certo senso, bisognava organizzare la “resistenza”, con Francesco le cose sono cambiate.

«Rispetto al numero dei partecipanti – comunque sempre numerosi – credo si sia trattato di un calo fisiologico dopo il boom, per certi versi inaspettato, del primo incontro. Poi, certamente, la nuova situazione ha avuto un suo peso».

Quindi il percorso di “Chiesa dei tutti Chiesa dei poveri” non è cambiato?

«Sì e no. Sicuramente c’è stato un passo avanti rispetto a prima. Per quanto ci riguarda Francesco va bene, soprattutto sotto il profilo della “profezia”, ma rileviamo che nella “gestione quotidiana” non è cambiato molto, anche per i boicottaggi e le resistenze che Francesco sta incontrando. E questo riguarda soprattutto la Chiesa italiana. Per cui vogliamo continuare a svolgere un ruolo critico e di pungolo nei confronti della Chiesa, insieme a Francesco. Insomma resistiamo con Francesco».

E adesso? L’esperienza è conclusa? O si aprono nuove prospettive?

«Ci eravamo lasciati, nell’ultimo incontro di maggio 2015, con l’ipotesi di dare vita ad un “Sinodo dei discepoli” permanente. Come abbiamo scritto nella lettera inviata a tutti gli aderenti a “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, questa proposta può essere un importante traguardo di medio/lungo periodo che deve però trovare consensi e organizzazione che, ci sembra, al momento manchino»

In che senso?

«Abbiamo constatato che non c’è una grandissima sensibilità a portare avanti un discorso di coordinamento e di iniziativa nazionale dal basso. Molti gruppi partecipano quando vengono coinvolti in iniziative estemporanee, investono molto su iniziative di grande qualità ma di valore locale, mentre sono più restii a dare gambe ad un percorso collettivo più ampio. E per quanto riguarda il “Sinodo dei discepoli” questo aspetto invece è fondamentale: o si fa bene, oppure è inutile, anzi rischia di diventare un autogol se decolla a stento e se non ha continuità nel tempo».

Quindi?

«Quindi sarebbe bello, ma siccome ci sembra che ora manchino le condizioni, forse è meglio proseguire su altre strade, anche perché non abbiamo intenzione di “chiudere bottega”»

Quali?

Intanto abbiamo deciso di rendere il nostro sito internet (www.chiesadituttichiesadeipoveri.org) uno spazio in cui i “discepoli” possano prendere liberamente la parola e intervenire su vari temi, ma soprattutto una testimonianza di quanto fanno i “discepoli” nella diffusa periferia cattolica del nostro paese. E di ciò si occuperà direttamente Raniero La Valle».

E l’altra proposta?

Organizzare, almeno una volta all’anno, un’iniziativa nazionale, interregionale o regionale, per discutere di temi e questioni che entrino nel merito di nodi e problemi della Chiesa italiana di cui nessuno, o ben pochi, parlano. Oppure di cui si parla solo nel circuito ristretto del mondo ecclesiastico. Non una serie di convegni “accademici”, ma degli incontri di confronto su alcuni temi sensibili, per dare il nostro contributo alla Chiesa».

Puoi fare qualche esempio?

«Per esempio il nodo della carenza del clero, che in Italia si cerca di risolvere in tante diocesi con le cosidette unità pastorali, ovvero accorpando le parrocchie, decretando di fatto un forte stravolgimento del modo di essere delle nostre comunità cristiane. Invece si dovrebbe rovesciare il discorso e pensare ad affidare davvero molte competenze ai laici. Ma ci sono tanti altri temi».

Quali?

«Il tema della povertà e della Chiesa povera e dei poveri. I vescovi non rispondono o rispondono pochissimo a questa istanza. È un problema che, nel concreto, non si pongono proprio. I bilanci delle diocesi continuano ad essere segreti. Si potrebbe affrontare il discorso in maniera seria e soprattutto trasparente, coinvolgendo tutto il popolo di Dio. Poi c’è il tema della pedofilia: ultimamente un gruppo di cattolici brindisini ha preso la parola pubblicamente (v. Adista Notizie nn. 21 e 45/15), ma si tratta di uno di quei nodi che ha una rilevanza nazionale e non solo locale. E poi l’informazione religiosa: Avvenire, finanziato surrettiziamente con l’otto per mille, è il quotidiano dei cattolici, ma non rappresenta assolutamente tutto il mondo cattolico e tutte le posizioni dei cattolici. Fortunatamente ci sono alcuni strumenti di informazione dal basso che resistono, come Adista».

Insomma “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” non solo non vuole chiudere bottega ma intende continuare ad essere di stimolo?

«Esatto. Non ci interessa discutere anzitutto di questioni teologiche, pure molto importanti, ma parlare di problemi pastorali, che riguardano la vita della Chiesa – e in particolare della Chiesa italiana –, non per fare accademia ma per essere di stimolo. Nel comitato promotore ne stiamo parlando, a breve decideremo iniziative concrete».

Counci50, a cui “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” ha preso parte, è stato un successo. Anche in questo caso, si tratta di un’esperienza conclusa o andrà avanti?

«L’iniziativa è andata molto bene, sotto tutti i punti di vista, e andrà avanti. È nato il primo network mondiale della Chiesa conciliare organizzato dal basso, si sta costituendo un gruppo di coordinamento, e in cantiere ci sono già altri incontri internazionali, in America latina, forse in Africa. Il cantiere è aperto».

Dehoniani: ritirati i licenziamenti. E per “Il Regno” si aprono spiragli per una “nuova” vita

9 gennaio 2016

“Adista”
n. 1, 9 gennaio 2016

Luca Kocci

I dehoniani “salvano” i lavoratori, ritirando i licenziamenti già annunciati, ma rinunciano al Regno – l’ultimo numero, datato 15 dicembre 2015, è in stampa in questi giorni –, anche se la rivista potrebbe continuare a vivere con un altro editore nato “dal basso”.

L’accordo fra i sindacati e il Centro editoriale dehoniano (Ced) è stato siglato nella notte del 21 dicembre: prevede, in sostanza, la cancellazione dei 9 esuberi che sarebbero scattati il primo gennaio 2016, in cambio di una cospicua riduzione dell’orario di lavoro (20%) e degli stipendi per i 30 dipendenti del Ced; rispetto al Regno, invece, «si sta lavorando alla possibilità di agevolare una continuità esterna dell’esperienza editoriale» della rivista.

 

La crisi e la soluzione

La crisi era esplosa a luglio 2015, con l’annuncio, da parte del Ced, per motivazioni economiche – a cui non era estraneo il forte calo degli abbonati del Regno –, della chiusura di tre riviste: appunto Il Regno, Settimana e Musica e assemblea (v. Adista Notizie n. 28/15). A settembre poi era stata comunicata l’intenzione di procedere al licenziamento di 9 dipendenti (4 del Regno più altri 5 da individuare all’interno degli altri comparti delle attività editoriali dei dehoniani), a cui era seguita una decisa mobilitazione dei lavoratori, con alcune giornate di sciopero, e l’avvio di una trattativa serrata per salvare l’occupazione (v. Adista Notizie n. 32/15).

Che si è conclusa positivamente, con il ritiro dei licenziamenti, poco prima di Natale. «È un risultato importante il cui merito va principalmente alle lavoratrici e ai lavoratori», si legge nella nota congiunta di Slc-Cgil e Fistel-Cisl dopo la firma. «Dopo mesi di trattativa, tre giornate di sciopero, tante iniziative pubbliche e tanta solidarietà, ha prevalso la capacità di dialogo, grazie particolarmente alla coesione e alla determinazione dei lavoratori a rimanere uniti».

L’accordo è piuttosto articolato. Il punto centrale prevede, per i dipendenti a partire dal giugno 2016 (fino ad allora resta in vigore l’attuale contratto di solidarietà, leggermente più vantaggioso), la riduzione dell’orario di lavoro del 20% e la conseguente riduzione degli stipendi, che viene parzialmente compensata dagli ammortizzatori sociali (contratti di solidarietà e cassa integrazione), per cui la perdita monetaria per ciascun lavoratore sarebbe al massimo dell’8%. Congelati i «premi di risultato» per un triennio, ma salvate le quattordicesime e le altre garanzie (permessi, sanità integrativa, ecc.). Istituita anche una «banca ore» per «gestire la flessibilità» e introdotti principi di tutela per i lavoratori aticipi e a tempo determinato.

L’accordo è valido per tre anni. Poi si vedrà. «Abbiamo convinto l’azienda a prendersi del tempo per cercare di rilanciare l’iniziativa editoriale, e questa è stata una grande vittoria», spiega ad Adista Daniela Sala, redattrice del Regno e componente della Rappresentanza sindacale unitaria (Rsu), esprimendo la soddisfazione dei lavoratori.

 

Il Regno: futuro incerto, ma senza i dehoniani

Ancora incerto il futuro del Regno, una delle più autorevoli e preziose riviste dell’informazione religiosa italiana, fondata nel 1956 come bollettino dei Sacerdoti del Sacro Cuore (il nome completo dei dehoniani) e negli anni del Vaticano II diventata uno dei periodici di punta del cattolicesimo conciliare.

Ad oggi, l’unica cosa sicura è che sta andando in stampa l’ultimo numero (l’11/2015) “targato” dehoniani. Nella nota sindacale è detto genericamente che «si sta lavorando alla possibilità di agevolare una continuità esterna dell’esperienza editoriale» della rivista. Più o meno lo stesso auspicio che formulava il direttore, Gianfranco Brunelli, a luglio, quando il Ced ne annunciò la chiusura: «Chiudere questa nostra storia nel momento in cui il pontificato di papa Francesco rilancia in ogni punto della vita della Chiesa lo spirito e la forma del Concilio Vaticano II, di cui questa rivista è stata tra i protagonisti, ha persino qualcosa di paradossale oltre che di doloroso», scriveva allora Brunelli. «Come direttore e come redazione ci auguriamo che questa storia possa proseguire in altro modo e in altra forma nella continuità di un servizio d’informazione religiosa che è stato in questi 60 anni libero, competente e fedele».

In realtà, sebbene non vi sia nulla di ufficiale, le cose sono andate avanti. È in via di definizione la costituzione di una associazione – costituita da un gruppo di persone vicine al Regno ma anche da altri soggetti – che rileverebbe la testata dai dehoniani, i quali la cederebbero a costo zero, per consentire la prosecuzione dell’esperienza (e anche per non essere considerati responsabili dell’uccisione definitiva della rivista, nella quale anzi conserverebbero una presenza, sebbene meramente simbolica); della partita dovrebbe far parte anche la società editrice Il Mulino, che si occuperebbe della distribuzione.

Che le trattative siano a buon punto e che ci sia una certa fiducia è testimoniato dal fatto che lo stesso Brunelli, principale animatore dell’operazione e attualmente impegnato nella raccolta dei capitali per ripartire, ha comunque lasciato il Ced – era uno dei 9 licenziati riassorbiti al termine della trattativa sindacale –, scommettendo tutto sulla prosecuzione dell’esperienza del Regno. E se il progetto fosse convincente, anche gli altri redattori del Regno (due dei quali ricollocati dal Ced negli altri settori editoriali) potrebbero scegliere, ora liberamente e non con la mannaia del licenziamento, di lasciare i dehoniani e seguire Brunelli al “nuovo” Regno. La questione dovrebbe chiarirsi in tempi brevi, forse già a gennaio, e in tal caso non ci sarebbe nemmeno l’interruzione delle pubblicazioni.

 

Settimana: «Congedo in piedi»

Non sono invece previsti percorsi alternativi per Settimana, l’altra rivista dei dehoniani che il 31 dicembre ha chiuso ufficialmente i battenti, dopo 50 anni di vita (venne rilevata nel 1965 dai dehoniani, che la acquisirono dalle edizioni Presbyterium di Padova), anche se nell’ultimo editoriale sull’ultimo numero di Settimana (44/2015) – “Congedo in piedi” – si fa riferimento generico a «qualche forma di continuità di rapporto con i nostri lettori».

«Chiudere una rivista non è mai operazione indolore. Per noi che la scriviamo come per i lettori che la leggono e per le comunità cristiane che, in qualche maniera, se ne alimentano», scrive il direttore, Lorenzo Prezzi (che è anche direttore del Ced, quindi primo responsabile delle scelte editoriali dei dehoniani). «Un velo di tristezza e di melanconia copre inevitabilmente anche le scelte più pensate e sofferte. È la decisione giusta? È il momento opportuno? Si poteva fare altrimenti? Si può pensare a qualche altro strumento? Queste e altre domande affollano i pensieri, ma non cambiano la realtà». Ovvero la insostenibilità della crisi economica che, scrive Prezzi, è l’unico motivo della chiusura: 80mila euro di deficit all’anno e un calo continuo degli abbonati.

Detto questo, conclude Prezzi, «siamo consapevoli che il grande patrimonio costruito non può essere rimosso o cancellato e che esso impegna noi a una qualche forma di continuità di rapporto coi nostri lettori. Non si spezza un legame nel sogno di una Chiesa rinnovata dallo Spirito».