Dai dogmi alla morale, le due chiese nell’era Bergoglio

“il manifesto”
28 gennaio 2016 (supplemento)

Luca Kocci

«Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione». La frase pronunciata da papa Francesco il 22 gennaio in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota romana – ad una settimana dal Family day del 30 gennaio – ha ricompattato il fronte ecclesiastico, dato per diviso, e messo d’accordo tutti: il card. Bagnasco e mons. Galantino, vescovi conservatori e “aperturisti”.

Ma su molte questioni che ruotano attorno al Ddl Cirinnà, Vaticano e Conferenza episcopale italiana non la pensano completamente allo stesso modo. Non si tratta di fossati larghi e profondi, tutti sono saldamente uniti attorno al punto chiave: il matrimonio è quello «naturale» fra un uomo e una donna, punto e basta. Ma alcune differenze ci sono, di merito e di metodo. Non era così ai tempi della Cei guidata dal card. Ruini e dal primo Bagnasco – Wojtyla e Ratzinger papi regnanti –, quando l’episcopato era, e voleva apparire, allineato e compatto, e i vescovi “autonomi” erano solitarie eccezioni.

L’atteggiamento soft di papa Francesco ha giovato alla formazione di una sensibilità diversa – o ha favorito la libertà di esprimerla –, c’è stato un cambio di passo, ma un cambio di direzione è ancora di là da venire. Su molte questioni, stile e linguaggio si sono modificati, ma la sostanza è rimasta la stessa.

Del resto, dal punto di vista dei temi etici, papa Francesco conserva una visione tradizionale. Quello che ha detto alla Rota romana («Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione»; «La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo appartiene al “sogno” di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità») è perfettamente in linea con la dottrina tradizionale della Chiesa, e Francesco lo ha sempre ripetuto. Non si capisce, quindi, la sorpresa di alcuni o la soddisfazione di altri.

La novità consiste semmai in un approccio meno dogmatico e più pastorale, che non ha fatto cadere muri, ma ha ammorbidito le posizioni: dalla crociata sui «principi non negoziabili» (che tuttavia non sono stati smantellati) si è passati al «chi sono io per giudicare un gay?». La dottrina non è cambiata di una virgola (come ha confermato anche il Sinodo dei vescovi sulla famiglia), ma la disponibilità all’accoglienza si è fatta più visibile. Con la contraddizione di fondo che in molti casi – come la questione delle coppie omosessuali – è difficile, se non impossibile, accogliere pienamente senza aggiornare la dottrina.

L’altro elemento di novità è tattico, tra la Chiesa della «presenza» (copyright Wojtyla e Ruini) che scende direttamente in campo, o in piazza, e quella bergogliana della testimonianza, che invece non apprezza le prove muscolari (anche se ne può condividere qualche obiettivo) e teme le radicalizzazioni.

Differenze di forma e di stile che si ripercuotono nella Chiesa italiana. Per cui se il presidente della Cei Bagnasco dice che il Family day è una manifestazione «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie» – anche se nella prolusione al Consiglio permanente della Cei, il 25 gennaio, ha tenuto un profilo basso, senza citare il Family day – (subito applaudito dall’immarcescibile Ruini che rimarca: al massimo si potrebbe «attribuire i diritti alle singole persone che formano la coppia, e non alla coppia come tale»), il segretario Galantino (molto vicino a papa Francesco) sorvola sulla manifestazione e sostiene che «lo Stato ha il dovere di dare risposte a tutti, nel rispetto del bene comune» (bocciando però senza appello la stepchild adoption). Ma ovviamente entrambi sottoscrivono l’affermazione iniziale e fondante che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione».

La Chiesa italiana, pur nella sua varietà, è maggiormente in sintonia con le posizioni di Bagnasco. Si moltiplicano le adesioni ufficiali (o “morali”) al Family day da parte delle Conferenze episcopali (Piemonte e Valle d’Aosta, Umbria, in parte Liguria) e di molti vescovi, che magari non andranno perché non sta bene, ma incoraggiano i fedeli a partecipare. Dissensi non pervenuti. Al massimo qualche silenzio eloquente.

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