La Chiesa dei senza Bergoglio

“il manifesto”
31 gennaio 2016

Luca Kocci

Gli organizzatori del Family day avevano promesso che quella del Circo Massimo non sarebbe stata una piazza «contro», ma una piazza «per», per gridare «la bellezza della famiglia». Eppure la parola che più forte e chiara è risuonata – scandita dalla folla con coretti da stadio – è stata «no!». No al ddl Cirinnà. No alle unioni civili. No alla stepchild adoption. No all’utero in affitto, che nemmeno è previsto dalla legge in discussione.

Del resto il portavoce del Comitato “Difendiamo i nostri figli” – promotore del Family day –, Massimo Gandolfini, in mattinata ricevuto al Viminale da Alfano, lo ha detto chiaramente durante il suo intervento: «Il ddl Cirinnà è inaccettabile dalla prima all’ultima parola, non è possibile modificarlo, va totalmente respinto». Un esempio di «maquillage» che, secondo Gandolfini, va smascherato? «La trasformazione di stepchild adoption in “affido rafforzato” non è altro che un tentativo di far passare in maniera surrettizia una vera e propria adozione, mascherandola da affido».

Quello rivolto ai parlamentari, in particolare i parlamentari cattolici, più che un appello pare un avvertimento: «Ci ricorderemo di voi – ammonisce Galdolfini –. Controlleremo l’iter del ddl e vedremo chi avrà raccolto il messaggio di questa piazza è chi invece lo avrà messo sotto le scarpe. Al momento delle elezioni ci ricorderemo di chi è schierato dalla parte della famiglia e chi no». Nei confronti di chi invoca la libertà di coscienza, Gandolfini è spietato: «Valutate bene la vostra coscienza, perché un giorno, delle azioni che compierete oggi, dovrete rendere conto!».

Il Circo Massimo è pieno, ma molto meno di quanto ci si sarebbe aspettato. Gandolfini spara due milioni di persone, in realtà sono 200mila o poco più. Non poche, ma nemmeno così tante da far dire a Sacconi, via twitter, «la più grande manifestazione del dopoguerra per difendere costituzione formale e materiale».

A riempirlo sono soprattutto i neocatecumenali – chiamati direttamente dal card. Bagnasco, come ha spiegato il fondatore del Cammino neocatecumenale, Kiko Arguello –, gruppi di famiglie numerose organizzatissimi con teli, chitarre, tamburelli e i cartelloni o gli striscioni delle varie comunità che arrivano da Brescia (città di Gandolfini, neocatecumenale anche lui), Roma, Sora, Modugno, Campi salentino e molte altre città. Invocano Kiko, il loro capo carismatico, ma Kiko non parlerà dal palco. «Non sta bene, non è potuto venire», spiega Gandolfini. In realtà lo stesso Gandolfini tre giorni prima del Family day aveva scritto a Kiko – rivela il vaticanista dell’Espresso Sandro Magister sul suo blog – chiedendogli di non intervenire per non dare una connotazione «confessionale» alla manifestazione. Più probabilmente gli organizzatori temevano un bis del Family day del 20 giugno 2015 quando Kiko parlò e, in preda all’estasi predicatoria, arrivò a dire che alcuni comportamenti delle donne possono alimentare i femminicidi.

Dal palco si canta “Mamma”, poi interviene Mario Adinolfi, direttore del quotidiano La Croce: «Il ddl Cirinnà vuole appendere il cartellino del prezzo sul ventre delle madri. Renzi ci ricorderemo, fai le scelte giuste!». La piazza si scalda. Sventolano i vessilli degli integralisti di Alleanza cattolica e gli striscioni di Militia Christi, ma anche le bandiere dei comitati locali di “Difendiamo i nostri figli”, Movimento per la vita, Manif pour tous, Pro Vita, si vedono le magliette del combattivo settimanale Tempi (vicino a Cl) e un grande striscione di Comunione e Liberazione, anche se il movimento non ha ufficialmente aderito alla manifestazione.

Dal palco interviene Gianfranco Amato (Giuristi per la vita), autore di un vademecum per i manifestanti su come evitare le domande dei giornalisti: «Il ddl Cirinnà è un pasticcio giuridico a cui ci opporremo senza se e senza ma, non si può mercificare il corpo di una donna per soddisfare il desiderio di due uomini». Toni Brandi (Pro Vita) evoca scenari apocalittici di migliaia di bambini, prodotti dagli uteri in affitto, «che non sapranno su quale tomba potranno piangere la propria madre che non conoscono».

La piazza è decisamente cattolica, «qui c’è tutto il popolo di Dio», grida Gandolfini. Ma in realtà si tratta solo di una parte di mondo cattolico: le grandi associazioni laicali (Azione cattolica, Agesci e Acli), pur con qualche equilibrismo, si sono dissociate dal Family day; le Comunità cristiane di base e Noi Siamo Chiesa hanno posizioni diametralmente opposte. Ma gli oratori dal palco non se ne accorgono: per loro tutti i cattolici sono qui. Le citazioni sono indicative: Giovanni Paolo II batte papa Francesco 5 a 1, Bergoglio viene richiamato – accolto da applausi tiepidi – solo per la frase di qualche giorno fa al Tribunale della Rota («Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione»).

Le parole conclusive di Gandolfini sono un tuffo nel passato dell’intransigentismo ottocentesco: «L’apostasia delle proprie radici giudaico-cristiane sono la causa di tanti mali della società di oggi». E sulle note di Nessun dorma di Puccini, «Vincerò!», la manifestazione finisce e il Circo Massimo si svuota.

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