Archive for febbraio 2016

Corridoi umanitari: dalle Chiese la risposta che l’Europa non trova. Intervista a Paolo Naso

26 febbraio 2016

“Adista”
n. 8, 27 febbraio 2016

Luca Kocci

È atterrata all’aeroporto di Fiumicino lo scorso 3 febbraio la prima famiglia siriana in fuga dalla guerra e giusta in Italia grazie ai Corridoi umanitari di Mediterranean Hope, il progetto pilota promosso dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e dalla Comunità di Sant’Egidio – che ha quindi anche una significativa valenza ecumenica – che consentirà l’arrivo in sicurezza, grazie al rilascio di visti per motivi umanitari, e l’accoglienza nel nostro Paese di un migliaio di profughi stanziati in Libano, Marocco ed Etiopia.

«Il progetto reagisce all’immobilismo delle politiche europee in materia di tutela e accoglienza dei richiedenti asilo», spiega ad Adista Paolo Naso, responsabile relazioni internazionali di Mediterranean Hope . «La situazione attuale, infatti, è tale per cui i potenziali rifugiati possono trovare accoglienza solo se rischiano la vita attraversando il Mediterraneo con i barconi. Giudicando questo meccanismo irrazionale e immorale, ci siamo chiesti se nella legislazione vigente vi fosse qualche “maglia” che potesse essere usata ed allargata per aprire una strada diversa. L’abbiamo trovata in un articolo del regolamento di Schengen che consente a qualsiasi Paese dell’Unione europea di rilasciare dei visti di ingresso per “protezione umanitaria”, una norma mai applicata ma abbastanza flessibile da consentire l’apertura di “canali umanitari” riservati a richiedenti asilo, soggetti vulnerabili, donne sole, minori non accompagnati, vittime di tratta».

Trovata la strada percorribile, resta comunque necessario aprire un confronto con gli Stati…

«Esatto. Arrivati a questo punto il problema era convincere le autorità consolari italiane a rilasciare visti di questo tipo. Ne è seguita una trattativa con i ministeri dell’Interno e degli Esteri, andata a buon fine, con l’obiettivo di una sperimentazione di 1.000 casi di protezione umanitaria per soggetti vulnerabili di varie nazionalità, concentrati nelle sedi dove vengono attivati i corridoi: in questo momento Libano e Marocco, ma in futuro anche l’Etiopia».

Quanto costa il progetto? Chi lo finanzia?

«Il progetto è totalmente autofinanziato. I costi maggiori non sono quelli dell’arrivo in sicurezza in Italia, ma della prima fase di accompagnamento e integrazione nel nostro Paese, di cui gli enti promotori si fanno carico per un congruo periodo. Il finanziamento più consistente, sin qui, è arrivato dall’otto per mille della Chiesa valdese. Altri contributi sono quelli raccolti dalla Comunità di Sant’Egidio per l’accoglienza in Italia. Importante anche il sostegno di “Operazione colomba” della comunità papa Giovanni XXIII, che si è spesa sia nei campi in Libano sia per cercare reti di accoglienza in Italia. E poi ci sono le sorprese, che danno la misura delle grandi risorse della società civile: l’Alitalia, ad esempio, ha offerto i voli dei cento profughi in arrivo a breve»

Perché un progetto come questo?

«Il progetto è gestito insieme dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e dalla comunità di Sant’Egidio, che nei vari Paesi da cui partono i “corridoi” operano in relazione con varie associazioni locali. Ragioni comuni e condivise di questo impegno sono state il dovere cristiano dell’accoglienza e del soccorso a chi soffre; ma anche il ragionamento politico sull’immobilismo delle istituzioni europee e sull’esigenza di dare vita a una sperimentazione che speriamo possa essere condivisa da altri Paesi dell’Ue».

Il 3 febbraio sono arrivati a Roma i primi profughi in fuga dalla guerra in Siria. Chi sono? Qual è la loro storia?

«Purtroppo la storia della prima famiglia arrivata con i nostri “corridoi umanitari” non ha nulla di eccezionale perché riflette la tragica routine della guerra dell’Isis contro le popolazioni civili di alcune regioni della Siria: i bombardamenti, le violenze, la fuga in Libano, la sopravvivenza in un tugurio per ben due anni. La particolarità è che nel nucleo familiare di quattro persone c’’era anche Falak, una bambina di 7 anni ammalata di un tumore particolare che non è stato curato e che ha determinato la perdita di un occhio. Ora la bambina è impegnata nei cicli di chemioterapia ma abbiamo buone speranze che il tumore non sia esteso».

Sono previsti altri arrivi? Come si svilupperà il progetto nel futuro?

«La sperimentazione è per 1.000 casi, il prossimo contingente di circa 100 persone è in arrivo a giorni. Intanto i nostri operatori stano lavorando sia in Libano che in Marocco per produrre le nuove liste da sottoporre alle sedi consolari».

L’Europa stia gestendo la questione immigrazione soprattutto in termini di difesa delle frontiere. Cosa è allora il vostro progetto: supplenza o denuncia?

«Un appello e una provocazione. Ci appelliamo al diritto internazionale e alla coscienza dell’Europa e degli europei che, di fronte a casi concreti, mostra di avere disponibilità e risorse, ma che non riesce a concepire una soluzione politica alla sfida dell’accoglienza dei profughi. Al tempo stesso mi pare che il progetto lanci una provocazione all’Europa perché dimostra che, mentre si discute e si cerca la soluzione più equilibrata e sostenibile, qualcosa si può fare. E al mondo dell’associazionismo dimostra che ogni tanto si devono tentare strade nuove e autonome, che non si può sempre vincolare l’impegno in un progetto ai fondi che si ricevono dall’Europa o da un ministero, ma che occorre recuperare la spinta più vera e genuina dell’azione e del servizio volontario reso con generosità, fantasia e creatività a chi più soffre e più è in pericolo».

“Alleanza contro la povertà in Italia”: il governo Renzi si sta impegnando, ma poco e male

19 febbraio 2016

“Adista”
n. 7, 20 febbraio 2016

Luca Kocci

Lotta alla povertà: il governo Renzi ha cominciato ad affrontare seriamente la questione, ma affinché le misure siano realmente efficaci bisogna aggiornarle profondamente e rapidamente. Il giudizio ambivalente – positivo per le intenzioni, negativo nel merito – arriva dalla Alleanza contro la povertà in Italia, la rete di oltre trenta associazioni ecclesiali (fra cui Acli, Azione cattolica, Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Movimento dei Focolari) sociali e sindacali che da anni porta avanti una battaglia politica per l’introduzione del Reis, il Reddito di inclusione sociale (v. Adista Notizie nn. 41/13, 28/14 e 36/15).

Il riferimento è alla legge di stabilità 2016: «Con la recente legge di stabilità – viene spiegato in una nota dell’Alleanza contro la povertà – il governo ha varato il più significativo intervento mai deciso in Italia contro la povertà. È stato previsto, infatti, un nuovo stanziamento di 600 milioni di euro per il 2016 e di 1 miliardo a partire dal 2017 che, aggiungendosi ad altre risorse già disponibili, portano il finanziamento complessivo a circa 1,5 miliardi per ognuno dei prossimi anni. Grazie a questa cifra si introdurrà un sostegno destinato ad alcune famiglie in povertà con figli, che dovrebbe comporsi di un contributo economico e di percorsi d’inserimento sociale e lavorativo». Ma si pensa anche alle parole del ministro del Lavoro Giuliano Poletti che la scorsa settimana ha illustrato i contenuti del disegno di legge delega per il reddito minimo approvato dal governo: un sostegno al reddito pari a circa 320 euro al mese per un milione di poveri accompagnato da un piano per la loro inclusione sociale.

«A fronte del disinteresse mostrato dalla politica in passato, la legge di stabilità rappresenta ciò che di meglio sia mai stato realizzato in Italia nella lotta all’esclusione sociale», prosegue l’Alleanza contro la povertà, che però, dopo gli applausi, evidenzia i punti dolenti: «Il nostro ritardo, però, è tale che per arrivare al Reis il cammino da compiere è ancora lungo».

Il Reis a cui punta l’Alleanza contro la povertà è «una misura nazionale rivolta a tutte le famiglie che vivono la povertà assoluta in Italia», ovvero oltre quattro milioni di persone. L’importo non è fisso – come i 320 euro di Poletti – ma variabile, perché è dato dalla differenza tra il reddito familiare e la soglia Istat di povertà assoluta. Al sostegno economico si deve accompagnare l’erogazione di una serie di servizi sociali (per l’impiego, contro il disagio psicologico e sociale, per esigenze di cura).

E se questo è l’obiettivo, allora i provvedimenti e le intenzioni del governo contenuti nella legge di stabilità e del ddl per il reddito minimo vanno modificate. Infatti, segnala l’Alleanza, « non è previsto il necessario incremento di finanziamenti. La delega esclude ulteriori stanziamenti per la lotta alla povertà, tranne quelli provenienti dal riordino complessivo delle prestazioni assistenziali», quindi è impossibile, «e neppure avvicinabile, prima del prossimo decennio il reperimento dei 7 miliardi indispensabili per il

Reis». L’Alleanza richiede, invece, di «prevedere un percorso di graduale incremento delle risorse che permetta di introdurre il Reis nella sua interezza entro il 2019» e «di separare gli atti sulla lotta alla povertà da quelli sulla revisione dell’assistenza». Se le due problematiche non venissero scisse, ammonisce l’Alleanza con buona dose di realismo, «la gran parte del dibattito sulla delega non riguarderebbe i poveri bensì la revisione della spesa», mentre il tema della lotta alla povertà in Italia deve essere posto «al centro dell’attenzione pubblica». Inoltre la platea di beneficiari prevista dai provvedimenti governativi è piuttosto ridotta rispetto alle reali esigenze del Paese: il 30 per cento dei poveri. L’Alleanza propone pertanto di giungere al Reis attraverso un piano in quattro annualità, dal 2016 al 2019, che incrementi progressivamente le risorse sino a disporre, alla sua conclusione, dei 7 miliardi necessari a raggiungere tutti i 4,1 milioni di persone in povertà assoluta. L’inclusione sociale, poi, rischia di rimanere solo un «obiettivo dichiarato». L’attuale testo della delega, denuncia l’Alleanza, sotto questo aspetto «suscita preoccupazione»: per i servizi territoriali si prevedono solo finanziamenti europei temporanei, che scompariranno all’inizio del prossimo decennio, evidenziando così «il carattere di provvisorietà dello stanziamento per i percorsi d’inclusione».

«Il governo Renzi – conclude l’Alleanza contro la povertà in Italia – ha avuto il merito di costruire le condizioni affinché nel nostro Paese si possa gradualmente arrivare all’introduzione di una misura nazionale con il profilo del Reis. L’approvazione dell’attuale testo del disegno di legge delega, però, allontana l’obiettivo. Pertanto ne chiediamo una profonda revisione, attraverso un ampio confronto pubblico tra governo, Parlamento e soggetti sociali».

Monsignor Galantino: «Silenzio per rispetto del Parlamento»

13 febbraio 2016

“il manifesto”
13 febbraio 2016

Che il cardinal Bagnasco e monsignor Galantino su parecchie questioni non la pensino proprio allo stesso modo non è una novità. La distanza fra i due – il primo, presidente della Conferenza episcopale italiana nominato la prima volta da papa Ratzinger; il secondo, segretario della Cei scelto da papa Francesco – è emersa nuovamente ieri, in maniera più evidente che nel passato, su una questione procedurale, ma su tema altamente sensibile: il ddl Cirinnà sulle unioni civili, in questi giorni all’esame del Senato.

«Ci auguriamo che il dibattito in Parlamento e nelle varie sedi istituzionali sia ampiamente democratico, che tutti possano esprimersi, che le loro obiezioni possano essere considerate e che la libertà di coscienza su temi fondamentali per la vita della società e delle persone sia non solo rispettata ma anche promossa con una votazione a scrutinio segreto», aveva dichiarato giovedì Bagnasco, forse ricordandosi che – come ammoniva uno slogan democristiano della campagna elettorale del 1948 – «nel segreto della cabina elettorale, Dio ti vede, Stalin no», in realtà sperando così di agevolare il compito di qualche dissidente cattodem, o pentastellato.

«Per rispetto del Parlamento e delle istituzioni preferisco non parlare», ha voluto precisare ieri Galantino, marcando così il dissenso dalle affermazioni di Bagnasco – peraltro subito sottoscritte da tutto il centrodestra – e in un certo senso sposando la linea del governo (Renzi: «Il regolamento del Parlamento prevede il voto segreto, se ci saranno le condizioni Grasso e non la Cei deciderà») e del presidente del Senato Grasso: «C’è la libertà di espressione, però sulle procedure penso che ci sia la prerogativa delle istituzioni repubblicane di decidere».

Una divergenza netta, testimoniata dal fatto che sulla questione sia dovuto intervenire anche il portavoce della Cei, don Maffeis, gettando acqua sul fuoco: «È chiaro che in un clima come questo basta poco a far parlare di scontro», ha detto all’Ansa, ma «con le sue parole il cardinal Bagnasco non intendeva entrare in un discorso tecnico in alcun modo, questo appartiene alla sovranità delle Camere», il suo «è stato un appello morale per la libertà di coscienza».

Al di là dei tentativi di attenuare le polemiche e di accorciare le distanze, ad essere divisi non sono solo Bagnasco e Galantino, ma i vescovi italiani. Se tutti sono concordi, con papa Francesco, a dire che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione» e a bocciare la stepchild adoption, più di qualcuno ritiene che il riconoscimento delle unioni civili sia un passo quasi inevitabile, a cominciare dallo stesso Galantino, il quale qualche settimana fa ha dichiarato che «lo Stato ha il dovere di dare risposte a tutti, nel rispetto del bene comune». Anche in questo caso una posizione distante – stavolta nel merito – da Bagnasco che ha salutato il Family day come un’iniziativa «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie». Salvo poi, durante il Consiglio permanente della Cei alla vigilia del raduno del Circo Massimo, mantenere un profilo talmente basso da non nominarlo nemmeno, evidentemente per non irritare altri vescovi e papa Francesco che due giorni prima aveva annullato l’udienza con Bagnasco.

I pacifisti denunciano il governo: vende armi all’Arabia e viola la 185. Intervista a Sergio Paronetto (Pax Christi)

11 febbraio 2016

“Adista”
n. 6, 13 febbraio

Luca Kocci

Violazione della 185/90, la legge che regola le esportazioni di armamenti made in Italy all’estero (proibendo, tra l’altro, la vendita di armi a Paesi in stato di conflitto e che violano i diritti umani), in seguito alle recenti numerose spedizioni dall’Italia di bombe aeree all’Arabia Saudita (v. Adista Notizie nn. 40 e 43/15). È questa l’ipotesi di reato per cui Rete italiana disarmo, Opal (Osservatorio permanente sulle armi leggere), Archivio disarmo, Movimento nonviolento, Pax Christi e Beati i costruttori di pace, attraverso alcuni rappresentanti, hanno denunciato il governo italiano alle Procure della Repubblica di Roma (sede delle istituzioni governative), Brescia (dove ha sede l’azienda tedesca Rwm Italia, fornitrice delle bombe aeree), Cagliari (da dove sono partiti i voli per l’Arabia) e Pisa (dove c’è una base dell’aeronautica militare).

«Siamo giunti a questa decisione – spiega Francesco Vignarca (coordinatore della Rete disarmo) – a seguito delle continue spedizioni dalla Sardegna all’Arabia Saudita di tonnellate di bombe: armi che servono a rifornire la Royal Saudi Air Force che dallo scorso marzo sta bombardando lo Yemen senza alcun mandato da parte delle Nazioni Unite, esacerbando un conflitto che ha portato a quasi 6mila morti di cui circa la metà tra la popolazione civile (tra cui 830 tra donne e bambini) e alla maggiore crisi umanitaria in tutto il Medio Oriente. Non ci risulta che le Camere siano state consultate in merito a queste spedizioni di bombe, anzi, alle diverse interrogazioni parlamentari presentate, il governo non ha ancora reagito. E a fronte delle risposte, evasive e anche contraddittorie, degli esponenti governativi, abbiamo ritenuto doveroso inoltrare alla Magistratura un esposto per chiedere alle autorità preposte di verificare la legalità e l’osservanza della legge 185».

Un esposto è stato presentato anche alla Procura di Verona, lo scorso 28 gennaio, ed è stato sottoscritto, fra gli altri, da Mao Valpiana (presidente del Movimento Nonviolento), Sergio Paronetto (vicepresidente nazionale di Pax Christi), p. Efrem Tresoldi (direttore di Nigrizia, mensile dei missionari comboniani) e Paolo Ferrari delle Comunità Cristiane di Base.

«Abbiamo deciso di presentare l’esposto alla Procura per amore della vita e della pace, per verificare l’osservanza della legge 185 del 1990, una conquista dei movimenti della pace, e per fedeltà alla Costituzione italiana e alla Carta dell’Onu», spiega ad Adista il vicepresidente nazionale di Pax Christi.

Paronetto, ritieni che un’iniziativa di questo tipo possa avere qualche effetto concreto? O si tratta di un’azione simbolica e di un modo per denunciare pubblicamente il fatto che il nostro Paese, pur senza combattere, è coinvolto nel conflitto?

L’iniziativa è concreta, economica e geo-politica: non si spegne il fuoco gettando benzina in un luogo già esplosivo dove può scatenarsi una guerra globale tra Arabia Saudita e Iran, vicino ai bombardati dello Yemen. Serve, poi, a evidenziare il nostro sistema di guerra, le nostre complicità con le bande armate del terrorismo. Siamo in una fase di riarmo incalzante. Nel “Libro bianco per la difesa” è scritto che l’industria delle armi costituisce «un pilastro economico senza eguali per il sistema Paese». Siamo forse alla vigilia di un’altra guerra?

Pax Christi appoggia l’iniziativa, oppure hai presentato l’esposto a titolo personale?

L’adesione è del movimento, che è piccolo ma attivo e tenace. Accompagneremo la campagna con iniziative comuni e interventi specifici. È nostra intenzione anche aiutare la Conferenza episcopale italiana e le comunità cristiane a uscire dal mutismo nei confronti della produzione e del commercio delle armi e a vivere la misericordia come disarmo.

Prima di rivolgervi alla Procura, avete tentato di interpellare il governo? Ci sono state delle risposte?

Il problema è stato sollevato più volte a partire dal viaggio del premier Matteo Renzi in Arabia Saudita. Ci sono state anche delle interrogazioni parlamentari rivolte ai ministri Roberta Pinotti (Difesa) e Paolo Gentiloni (Esteri), che però hanno risposto in maniera evasiva.

Forse, qualche anno fa, il movimento pacifista era maggiormente capace di mobilitazione rispetto ad oggi. Cosa succede? Si tratta di una fase di “stanchezza”?

Il movimento per la pace vive una fase di difficoltà, ma anche di ricomposizione-innovazione. Alle grandi manifestazioni è bene sostituire una rete di “germinazioni”, di nonviolenza sociale, di relazioni conviviali e di campagne mirate, come quelle sulla legge 185 o sulla Difesa civile non armata o sui beni comuni, anche se non mancano eventi popolari come la Perugia-Assisi, le Arene di pace e disarmo, gli incontri ecumenici, le attività di “Ponti e non muri”.

In tanti, anche dal mondo politico, applaudono papa Francesco. Eppure le sue denunce, numerose e circostanziate, sulla produzione e sul commercio delle armi sono sistematicamente ignorate e spesso fanno fatica anche ad apparire sui media. Perché?

È scomodo, pericoloso e temerario parlare di armi e di commercio di armi. Papa Francesco ha detto che coloro che fabbricano e vendono armi sono «povera gente criminale» (24 maggio 2014), «maledetti e delinquenti» (19 novembre 2015) o prigionieri di una «economia che uccide» (Evangelii gaudium, 53). L’intervento a Redipuglia del settembre 2014 contro gli «affaristi della guerra» è stato nascosto anche nella Chiesa. In silenzio o apertamente, molti contrastano il papa: tradizionalisti europei e “teocon” statunitensi, laicisti, liberisti, leghisti, nazionalisti, poteri riservati, opinionisti de Il foglio o scrittori come Antonio Socci, e persino qualche vescovo e cardinale. E all’estero sono forti le battaglie anti-Bergoglio promosse da Dick Cheney, dalla Halliburton, dall’American Enterprise Institute, dai consiglieri della Lockheed Martin, principale produttore mondiale di sistemi d’arma.

Anni fa nella Chiesa italiana c’erano personalità e vescovi “profetici” che si esponevano con forza su questi temi, a cominciare da don Tonino Bello, a cui, fra l’altro, hai dedicato diversi libri (Tonino Bello, maestro di nonviolenza. Pedagogia, politica, cittadinanza attiva e vita cristiana, Paoline, 2012; Amare il mondo. Creare la pace. Papa Francesco e Tonino Bello, La Meridiana, 2015). Oggi la sensibilità si è affievolita?

Causa l’ampiezza dei mali e la sensazione di impotenza, molti sono caduti nella depressione o nel dominio del pensiero unico. Sono, però, convinto che sia giusto valorizzare ogni testimone di pace, custodire le ragioni della speranza e accompagnare con spirito laico-credente Francesco, uno dei pochi riferimenti mondiali credibili sui temi della pace, della giustizia e della cura del creato.