Archive for marzo 2016

Migranti, terrorismo e guerre nella Via Crucis di papa Francesco

27 marzo 2016

“il manifesto”
27 marzo 2016

Luca Kocci

Migranti, terrorismo, guerre, ma anche i preti pedofili («ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della loro dignità»), sono stati al centro dei gesti e delle parole di papa Francesco nei giorni del “triduo pasquale” che si conclude oggi con la messa e la benedizione Urbi et Orbi a San Pietro.

«O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata», ha detto Francesco nella preghiera che ha recitato venerdì notte, al termine della Via Crucis al Colosseo. «Ti vediamo nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate».

Il giorno prima, giovedì, nella messa al Centro accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto – durante la quale ha lavato i piedi a 11 profughi di varie religioni e ad una operatrice del Cara, «fratelli, figli dello stesso Dio, che vogliamo vivere in pace» – aveva ricordato gli attentati di Bruxelles, «un gesto di guerra, di distruzione». Ma «dietro a quel gesto, come dietro a Giuda, c’erano altri»: i «fabbricanti, i trafficanti di armi che vogliono il sangue, non la pace, la guerra, non la fratellanza».

Terrorismo e guerre, figli degli stessi padri, ha ricordato ancora alla Via Crucis: i «fondamentalismi» e il «terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze»; ma anche i «potenti» e i «venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre».

Presentato a Roma l’appello dei Cattolici del No nel referendum costituzionale

26 marzo 2016

“Adista”
n. 13, 2 aprile 2016

Luca Kocci

«Noi, che pur non siamo soliti nominare la fede nella lotta politica, questa volta diciamo No proprio come cattolici»: No al referendum del prossimo mese di ottobre, quando i cittadini italiani saranno chiamati a decidere se confermare o abrogare la riforma costituzionale RenziBoschi.

Il documento dei “cattolici del No” (“No alla democrazia dimezzata”, v. Adista Notizie n. 11/16) è stato presentato ufficialmente lo scorso 21 marzo, alla Federazione nazionale della stampa. Ad illustrare le ragioni del No alla riforma, il magistrato Domenico Gallo (presidente del Coordinamento per la democrazia costituzionale) e il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli.

«La riforma è sbagliata nel metodo e nel merito», spiega Gallo. «La Costituzione rappresenta ciò che unisce tutti gli italiani. E infatti la Costituzione repubblicana del 1948 fu approvata, quasi all’unanimità, da un’Assemblea costituente eletta con sistema proporzionale, che rappresentava quindi l’intera comunità nazionale. La Costituzione di Renzi, invece, è stata approvata da una maggioranza rissosa che peraltro è minoranza nel Paese, perché è stata eletta con una legge elettorale, il cosiddetto “Porcellum”, che fra l’altro è stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Si tratta di un atto di arroganza compiuto da una minoranza prepotente che vorrebbe imporre la “sua” Costituzione». Ma per Gallo, la riforma è sbagliata anche nel merito: la nuova Costituzione non annulla il bicameralismo, perché non elimina il Senato – fra l’altro ancora non è del tutto chiaro come verranno eletti i senatori –, ma lo “svuota”, per esempio togliendogli la possibilità di dare la fiducia al governo o di votare lo stato di guerra; lo rende (il Senato) rappresentativo delle istituzioni territoriali, ma l’Italia non è una Repubblica federale, quindi è un’assurdità, senza considerare che in realtà molte competenze, con l’abolizione del Titolo V, vengono tolte alle Regioni e centralizzate. E con il combinato della legge elettorale della Camera, che di fatto assegna la maggioranza assoluta dei seggi al partito di maggioranza relativa, si crea una situazione per cui l’esecutivo diventa padrone del Parlamento, eliminando quindi i contropoteri e i contrappesi necessari ad un ordinamento pienamente democratico.

Severissimo anche il giudizio di Ferrajoli, per cui quello di ottobre non sarà un referendum sulla Costituzione, ma «sulla democrazia». «Le Costituzioni – spiega il giurista – nascono come sistema di vincolo ai poteri, mentre la Costituzione di Renzi si configura in maniera esattamente opposta». Il comandamento è: ce lo chiede l’Europa! Ed è vero, aggiunge Ferrajoli, «ce lo chiedono i mercati, perché il loro obiettivo è la governabilità, ovvero l’onnipotenza dell’esecutivo rispetto al Parlamento e alla società, per avere così la possibilità di aggredire la scuola, la sanità, le pensioni. Questa onnipotenza è ciò che si chiede alla politica, affinché la politica sia impotente rispetto all’economia e si trasformi in tecnocrazia. E ciò si può realizzare – spiega ancora Ferrajoli – se si neutralizza la società, ovvero il potere dal basso, e se si neutralizzano le Costituzioni, ovvero i controlli dall’alto, cosicché l’economia abbia le mani libere». Il risultato finale, a meno che i cittadini non dicano No nel referendum, sarà una «involuzione autocratica. Su questo dovremmo decidere: vogliamo una democrazia pluralistica o una autocrazia?». Un argomento, quello della supremazia dell’economia e della finanza sulla politica, sottolineato anche dal missionario comboniano, p. Alex Zanotelli, che ricorda quanto scrisse tempo fa la banca d’affari statunitense JpMorgan: «Quando la crisi è iniziata, era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica», scriveva Jp Morgan riferendosi all’Europa. «Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei Paesi del sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo e delle dittature, mostrano una forte influenza delle idee socialiste e presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea».

A Raniero La Valle, fra i principali promotori del documento “No alla democrazia dimezzata”, il compito di spiegare «che cosa c’entrano i cattolici con la Costituzione», anche per rispondere alle non poche obiezioni e critiche – giunte anche alla redazione di Adista, che ha aderito alla campagna, soprattutto dal mondo cristiano di base – di chi sostiene sia un errore, frutto di “clericalismo”, utilizzare il nome di «cattolici» per una battaglia politica. «I promotori di questo appello non intendono parlare a nome di tutti i cattolici, né pretendono che tutti i cattolici aderiscano a questa battaglia», spiega La Valle. «La tesi secondo cui i cristiani non dovrebbero chiamare in causa la fede è tardo-maritaneismo (il filosofo Jacques Maritain introdusse la distinzione fra i comportamenti di un credente “in quanto cristiano”, che attenevano alla dimensione della fede, e “da cristiano”, ovvero nella dimensione temporale, laica, senza espliciti riferimenti alla fede e alla Chiesa, ndr), oggi significherebbe “privatizzazione della fede”. Papa Francesco, incontrando i movimenti popolari in Bolivia, li esortò a continuare a lottare (v. Adista Notizie n. 26/15). Che senso avrebbe questo appello – si chiede la Valle – se non si può richiamare la fede?». Interpretare la laicità della politica come non coinvolgimento della fede è una cosa vecchia, aggiunge la Valle. Tempo fa, quando la Chiesa si opponeva alla democrazia e negava la libertà, aveva senso «fare come se Dio non ci fosse», la formula coniata dal filosofo olandese Ugo Grozio, posta a fondamento del diritto naturale, «poiché quello che è stato proposto per secoli era un Dio sbagliato». Ma nella storia è successo dell’altro: c’è stato il Concilio Vaticano II – quando con Giovanni XXIII la Chiesa si è riconciliata con il mondo moderno – e oggi c’è papa Francesco, che annuncia «un Dio molto diverso da quello che aveva scatenato la giusta reazione della modernità». Se oggi il cristiano è «l’essere per», allora «non può esistere il ripiegamento della fede nel foro interiore. E in questo “essere per” c’è anche la Costituzione, segno di una società giusta, di una società di eguali, del ripudio della guerra».

Caserta: a scuola di Giubileo. Per quattro euro a studente

25 marzo 2016

“Adista”
n. 12, 26 marzo 2016

Luca Kocci

Il Giubileo della misericordia entra in tutte le scuole di Caserta. Si tratta di un progetto della diocesi campana guidata da mons. Giovanni D’Alise – in particolare dell’ufficio Insegnamento religione cattolica (Irc) e dell’ufficio Sport, tempo libero e turismo – per «promuovere l’anno del Giubileo straordinario indetto da papa Francesco, valorizzandolo nelle sue origini, nella sua storia e nell’arte».

A realizzare l’iniziativa, l’associazione Homo Viator, aderente all’Anspi (l’associazione nazionale degli oratori parrocchiali diocesani), con sede nello stesso palazzo della Curia vescovile di Caserta, che ha coinvolto tutte le scuole statali di ogni ordine e grado della diocesi. «Il mondo dell’educazione e della scuola – viene spiegato nella sintesi del progetto inviata ai Dirigenti scolastici casertani – è particolarmente sensibile ai temi del Giubileo: sia perché gli insegnanti sono chiamati a “valutare” gli alunni, coniugando giustizia e misericordia (cfr. Misericordiae Vultus, 20-21, la Bolla di indizione del Giubileo), sia perché educare al perdono e alla riconciliazione è uno dei compiti essenziali della scuola particolarmente oggi».

Nel corso dell’anno scolastico gli insegnanti di religione approfondiranno nelle classi i principali temi giubilari, come il «giubileo biblico», la «storia della penitenza ecclesiale», «gli anni santi, le indulgenze e il loro significato per il dialogo ecumenico», le «opere di misericordia». Quindi la giornata finale, che si svolgerà presso la Curia vescovile di Caserta, in orario mattutino (dalle 10 alle 12) – in concomitanza con le attività didattiche –, che prevede una «introduzione al percorso giubilare» tenuta da don Silvio Verdoliva (direttore del Servizio diocesano per l’Insegnamento della religione cattolica), la proiezione di un video sulla storia del Giubileo, il «passaggio alla Porta santa» della cattedrale per tutti gli studenti, uno spettacolo teatrale sulle «opere di misericordia attraverso l’arte», infine l’incontro con il vescovo oppure con il vicario generale, mons. Giovanni Vella. Al temine si potrà completare il percorso giubilare con la confessione e la comunione sacramentale (anche per ottenere l’indulgenza), ma «solo chi vorrà», precisano da Homo Viator, perché «non potevamo proporre alle scuole un pellegrinaggio alla porta santa».

Una puntualizzazione che però aggira l’annoso nodo delle attività di carattere religioso a scuola, già abbondantemente sciolto dalle leggi dello Stato e dalle sentenze dei tribunali. La normativa vigente – rappresentata dal Nuovo Concordato del 1984 e dalle Intese tra lo Stato italiano e varie confessioni religiose – parla chiaro: ciascuno è libero di manifestare il proprio credo, ma esclude che nella scuola statale, luogo del pluralismo e dell’integrazione, durante l’orario delle attività didattiche possano svolgersi iniziative di carattere religioso. E parla ancora più chiaro la sentenza del Tar dell’Emilia Romagna n. 250 del 1993 – «non impugnata dal ministero dell’Istruzione entro il termine stabilito di sei mesi, e quindi valida su tutto il territorio nazionale», precisa Antonia Sani, coordinatrice del comitato nazionale “Scuola della Costituzione che giudica illegittime le funzioni religiose in orario scolastico: «Le competenze dei Consigli di circolo e di istituto non riguardano la celebrazione di riti religiosi o il compimento di atti di culto o comunque di pratiche religiose», si legge nella sentenza. «Il fatto più notevole e più antigiuridico è che le pratiche religiose e gli atti di culto, a torto ritenuti “attività extrascolastiche”, abbiano luogo in orario scolastico (…) e vengano perciò previsti in luogo e sostituzione delle normali ore di lezione».

Oltre al tema della laicità, c’è anche una questione economica. Ad ogni studente partecipante viene chiesta da Homo Viator una quota di quattro euro per coprire le spese di «assistenza e organizzazione», «compagnia teatrale», «direzione tecnica e artistica» e «opuscolo informativo Giubileo». Al progetto hanno aderito 35 scuole statali elementari, medie e superiori (su un totale di 37), e considerando che ciascun istituto partecipa con un centinaio di studenti, in tutto fanno circa 15mila euro. Solo due scuole superiori non hanno aderito al progetto. «Per motivi politici», la bizzarra spiegazione da parte dell’associazione. In realtà non è proprio così, perché almeno una delle due ha espresso il desiderio di partecipare all’iniziativa «in una maniera propria», ovvero senza far versare la quota agli studenti, perché «il Giubileo della misericordia non si paga».

Il ritorno dei “cattolici per il No”

20 marzo 2016

“il manifesto”
20 marzo 2016

Luca Kocci

Dopo 42 anni tornano i “cattolici per il no”. Nel 1974 era per dire no all’abrogazione della legge sul divorzio. Oggi è per dire no alla riforma della Costituzione Renzi-Boschi su cui i cittadini saranno chiamati ad esprimersi nel referendum confermativo di ottobre. Ci sono vescovi come mons. Nogaro, religiosi “di frontiera” come Alex Zanotelli e le suore orsoline di Casa Rut a Caserta, personalità del mondo cattolico come Raniero La Valle e Vittorio Bellavite di “Noi Siamo Chiesa”, storiche riviste di area come Adista e il tetto. Hanno firmato un documento (“No alla democrazia dimezzata”) che sarà presentato domani alle 16.30 alla Federazione nazionale della stampa (Corso Vittorio Emanuele 349, Roma). Ne abbiamo parlato con uno dei firmatari, Roberto Mancini, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Macerata.

Per quale motivo anche i cattolici scelgono di impegnarsi per la Costituzione?

«La ragione è la difesa della democrazia. La riforma costituzionale voluta dal governo Renzi segna il passaggio da un ordinamento democratico ad uno oligarchico. Una simile “riforma” è pericolosa perché liquida la Costituzione della Repubblica ed esprime una logica per cui la democrazia è considerata superata in confronto al potere del mercato. Perciò è giusto opporsi a questa falsa riforma come cittadini. Poi è importante esplicitare quelle motivazioni a opporsi che nascono dalle convinzioni più profonde: le fedi e le molte visioni della vita, comprese quelle atee e agnostiche. Questo vale non solo per i cattolici, ma per tutti».

Nel documento si dice: «Noi, che pur non siamo soliti nominare la fede nella lotta politica, questa volta diciamo no proprio come cattolici». Perché?

«Questo richiamo si giustifica per due ragioni. La prima sta nel fatto che la dedizione al bene comune e alla giustizia è richiesta dalla fede stessa. La seconda è legata al debito storico del cattolicesimo nei confronti dell’Italia. Se per un verso molti cattolici hanno dato un contributo prezioso alla vita del Paese, per altro verso il cattolicesimo infedele al Vangelo è stato storicamente una disgrazia. La religione è stata usata per costruire un sistema di potere ipocrita, cinico e oppressivo. Perciò prendere posizioni da cattolici su questioni vitali serve a onorare il debito morale con l’Italia e a mantenere distanza critica dall’uso della religione a fini di potere».

Alcuni obiettano: cosa c’entrano i cattolici con la Costituzione? Non è un tema religioso…

«Chi vuole seguire il Vangelo ha a cuore la fraternità e la sororità universali, la giustizia secondo la dignità umana, la salvaguardia della natura, la disponibilità a servire invece che a comandare. Sono cose che hanno trovato un’approssimazione storica collettiva nella democrazia molto più che in qualsiasi altra forma di ordinamento della vita pubblica. Perciò la difesa di un ordine democratico di convivenza, fondato sulla Costituzione, rientra nell’impegno di un cristiano».

Quali sono i punti maggiormente negativi della riforma?

«Da un lato c’è la creazione di un Senato che non scaturisce veramente dalla scelta dei cittadini ma che è configurato apposta per funzionare come strumento del potere esecutivo; dall’altro, un riassetto del rapporto tra Stato e Regioni che centralizza le decisioni rilevanti nelle mani del governo, calpestando l’esigenza democratica del decentramento e della diffusione del potere, in modo che esso sia realmente partecipato, bilanciato e controllabile. Di conseguenza si rischia che il potere politico diventi sempre più oligarchico e autoreferenziale, che l’equilibrio della partecipazione e del controllo democratico sia radicalmente compromesso, che i cittadini si troveranno ancora più distanti dalle istituzioni repubblicane e ancora più soli ad affrontare problemi e iniquità, che i poteri finanziari transnazionali saranno ancor più forti nel ridurre la politica e lo stato a loro strumento».

La nostra è una Costituzione vecchia e da cambiare?

«La nostra Costituzione è molto capace di futuro perché assume la democrazia e i suoi valori fondanti come forma della società e non solo come mero sistema elettorale e di governo. È democratica quella società in cui la dignità umana, il valore della natura e il bene comune sono il criterio più alto, e tutto il resto deve servire a realizzare tale criterio. Quindi non si tratta di modificare la Costituzione, ma di attuarla».

I vescovi dalla parte dell’ambiente ricordando la «Laudato si’»

19 marzo 2016

“il manifesto”
19 marzo 2016

Luca Kocci

Sarebbe azzardato dire che i vescovi italiani abbiano innalzato le bandiere NoTriv. Tuttavia l’indicazione, sebbene filtrata dal consueto stile ecclesiastico soft (che però diventa hard quando si affrontano temi etici), è sufficientemente chiara: sulla questione delle trivelle petrolifere in mare – oggetto del referendum del prossimo 17 aprile – bisogna trovare una soluzione che rispetti l’ambiente.

L’affermazione è contenuta in un passaggio del comunicato finale del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italina (a Genova dal 14 al 16 marzo) diffuso ieri. I vescovi, si legge nella nota, si sono confrontati «sulla questione ambientale e, in particolare, sulla tematica delle trivelle – ossia se consentire o meno agli impianti già esistenti entro la fascia costiera di continuare la coltivazione di petrolio e metano fino all’esaurimento del giacimento, anche oltre la scadenza della concessioni – concordando circa l’importanza che essa sia dibattuta nelle comunità per favorirne una soluzione appropriata alla luce dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco».

Non si dice di votare sì, ma si sottolinea «l’importanza» dell’argomento, si incoraggia a discuterne «nelle comunità» (mentre nello scorso settembre, raccontò allora l’agenzia Adista, la Curia di Matera bloccò un dibattito su temi ambientali, in particolare sul petrolio, che si sarebbe dovuto svolgere in una parrocchia di Montalbano Jonico con il segretario dei Radicali lucani, Maurizio Bolognetti, autore di Le mani nel petrolio) e soprattutto si invita a trovare una soluzione in linea con la Laudato si’, l’enciclica socio-ambientale del papa.

Cosa dice l’enciclica? Non parla esplicitamente di trivellazioni, ma le indicazioni sono chiare. «La tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti, specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio», «sviluppando fonti di energia rinnovabile», si legge nella Laudato si’. E ancora: «Alcuni Paesi hanno fatto progressi nella conservazione efficace di determinati luoghi e zone, sulla terra e negli oceani, dove si proibisce ogni intervento umano che possa modificarne la fisionomia o alterarne la costituzione originale».

Non è un appello al Sì (del resto l’enciclia non è un “manifesto politico”, tantomeno è stata scritta pensando all’Italia), ma quasi. Il segretario della Cei, mons. Galantino, smorza – «non c’è un sì o un no dei vescovi al referendum – salvo poi affermare di condividere il commento su Avvenire di ieri: basterebbe leggere la Laudato si’ «per comprendere come mai la Chiesa, in vista del referendum del 17 aprile, si trovi schierata sulle posizioni dei comitati NoTriv», si legge sul quotidiano della Cei.

Nella prolusione del card. Bagnasco, in apertura del Consiglio permanente, il tema ambientale non era presente. Ad averlo sollevato durante i tre giorni di lavori sono stati soprattutto i vescovi del sud, che negli ultimi mesi hanno preso nettamente posizione contro le trivelle. La scorsa settimana, per esempio, l’arcivescovo di Catanzaro, mons. Bertolone, aveva espresso «timori ed ansie per la possibilità che la costa possa divenire un orizzonte di piattaforme». E ancora prima contro le trivelle in mare si erano pronunciati tutti i vescovi di Abruzzo e Molise: «Ampi territori a vocazione turistica, agricola, vitivinicola saranno definitivamente snaturati da questa “deriva fossile” nonostante in altre regioni, come la Basilicata, interessate da queste estrazioni, non si siano constatati i promessi miglioramenti nell’economia, né nella occupazione».

Propaganda di guerra: Pax Christi denuncia il matrimonio tra scuola e forze armate

17 marzo 2016

“Adista”
n. 11, 19 marzo 2016

Luca Kocci

Bambini al cinema con i pullman dell’Esercito italiano. Succede a Castelletto Sopra Ticino, piccolo centro sul versante novarese del lago Maggiore, dove l’amministrazione comunale ha sottoscritto un accordo con la caserma “Babini” di Bellinzago che prevede «il supporto dei militari per alcune iniziative di pubblica utilità», fra cui il trasporto dei bambini delle scuole.

E così, lo scorso 2 marzo, i pullman verde-militare del Reggimento gestione aree di transito di Bellinzago hanno prelevato i 700 bambini delle scuole materne ed elementari di Castelletto e li hanno portati al cinema. Ma c’è stato anche il tempo perché alcuni ufficiali tenessero una breve lezione sulla prima guerra mondiale, nel suo centenario.

Questo accordo fra una caserma, un’amministrazione comunale e una Direzione didattica «è importante – spiega Matteo Besozzi, sindaco di Castelletto Sopra Ticino Ticino nonché presidente della Provincia di Novara – perché i militari guidati dal colonnello Riva certamente sapranno dare un contributo determinante, mettendo a disposizione i loro mezzi, dai bus alle cucine da campo, a molte attività utili per il paese, consentendo anche un risparmio significativo per le casse del Comune». «Negli anni passati ci affidavamo a ditte private – aggiunge al Secolo XIX l’assessore alla cultura e istruzione, Vito Di Luca –, quest’anno abbiamo trovato l’accordo con la caserma “Babini”, a fronte di un rimborso spese. Per noi è anche un modo si spiegare che i mezzi dell’esercito vengono impiegati anche per attività sociali e culturali, in aiuto alla comunità».

Esprime la sua perplessità don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi e parroco a Cesara (Verbania), poco distante da Castelletto Sopra Ticino. «“Che bello!”, verrebbe da dire. Almeno una cosa a favore dei bambini, con tutta la crisi che c’è». Ma, aggiunge in una nota pubblicata su Mosaico di Pace, mensile promosso da Pax Christi, «se la scuola non ha fondi bisognerebbe fare in modo che l’istituzione scuola funzioni meglio, che agli insegnanti venga riconosciuta più dignità nel loro lavoro e, se non ci sono soldi, bisognerebbe trovarli, magari togliendoli proprio all’Esercito. Qui non siamo di fronte ad una calamità naturale per cui ben venga l’intervento immediato anche dell’esercito. Anche se, davanti al susseguirsi di calamità, bisognerebbe investire in Protezione Civile, ruspe e badili non in carri armati, di fronte ai numerosi incendi forse dovremmo avere più aerei Canadair togliendo i soldi dagli aerei da guerra F-35 che costano 130 milioni l’uno. Oggi abbiamo un esercito non più di leva, ma di “professionisti volontari”, il cui mandato non è portare i bambini al cinema, ma “difendere gli interessi ovunque minacciati o compromessi”. Cioè fare la guerra!».

La scuola, del resto, orami da molti anni, è diventata “terra di conquista” delle Forze armate che, oltre al tradizionale “orientamento” sulle opportunità professionali offerte da Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri – ovvero la propaganda a favore dell’arruolamento – organizza una serie di attività varie, da pseudo-lezioni di storia per esempio sulla prima guerra mondiale (come infatti avvenuto anche nelle scuole di Castelletto, fra una proiezione e un’altra) a training militari (v. Adista Notizie nn. 1/05, 79/08, 59 e 75/10, 19/11 e articolo di Antonio Mazzeo nel fascicolo di Adista Segni Nuovi supplemento a questo numero di Adista Notizie). Ed è per questo che già da qualche anno Pax Christi promuove la campagna “scuole smilitarizzate”, invitando gli istituti a sottoscrivere un “Manifesto della scuola smilitarizzata” (v. Adista Segni Nuovi 19/13). «L’istituto si impegna a rafforzare il suo impegno nell’educazione alla pace e alla nonviolenza», si legge nel manifesto; ad «escludere dal proprio Piano dell’offerta formativa le attività proposte dalle Forze armate»; a «non esporre manifesti pubblicitari delle Forze armate né accogliere iniziative finalizzate a propagandare l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare»; a «non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di missione di pace».

«Sappiamo che le Forze armate italiane stanno investendo molto per entrare nelle scuole! Così si fa cultura di guerra! Se porti i bambini nel bosco fanno esperienza della natura e imparano a rispettarla, se li fai accompagnare dall’Esercito imparano ad apprezzare l’Esercito, e se poi il generale spiega loro la prima guerra mondiale, la grande guerra… ancora di più!», prosegue don Sacco a proposito del caso di Castelletto Sopra Ticino. «Si comincia a portare i bambini al cinema, poi magari anche a visitare la base di Cameri, a vedere da vicino quei gioiellini di aerei da guerra. E si coinvolgono anche le famiglie. Questa è cultura… di guerra. Questa è propaganda di guerra!»

 

Via la pensione agli ordinari militari: la petizione supera le 80mila firme

10 marzo 2016

“Adista”
n. 10, 12 marzo 2016

Luca Kocci

Oltre 84mila persone, in appena tre settimane, hanno firmato una petizione che chiede al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al presidente dell’Inps Tito Boeri di abolire la pensione da generale di Corpo d’armata percepita dal card. Angelo Bagnasco in quanto ex ordinario militare per l’Italia (il massimo livello della gerarchia ecclesiastica militare, equiparata appunto al grado di generale di Corpo d’armata).

«Bagnasco percepisce dallo Stato italiano una pensione da generale… ora basta!», si legge nella petizione lanciata lo scorso 13 febbraio sulla piattaforma Change.org da Ciro Verrati, presidente dell’associazione Laicitalia. «I cappellani militari – prosegue il testo – costano allo Stato oltre 15 milioni di euro l’anno, tra cui anche l’attuale capo della Conferenza episcopale italiana. Bagnasco percepisce una pensione come cappellano militare col grado di generale di Corpo d’armata, grado poco teologico e poco apostolico. E in Italia nell’esercito ci sono 176 sacerdoti, 5 vicari episcopali, un provicario generale, un vicario generale e l’arcivescovo ordinario, per una spesa totale in stipendi di almeno 8,5 milioni. Non solo, c’è anche il capitolo delle pensioni. L’Inpdap, ha ammesso candidamente il ministro, non riesce a fornire cifre precise sulle pensioni ai cappellani, perché in quanto integrati nell’esercito rientrano nel computo generale. Tramite l’ordinariato militare si è venuto a sapere che negli ultimi vent’anni sono andati in pensione quattro ordinari militari (in realtà sono cinque: mons. Gaetano Bonicelli, ordinario dal 1981 al 1989; mons. Giovanni Marra, dal 1989 al 1996; mons. Giuseppe Mani, dal 1996 al 2003; card. Angelo Bagnasco, dal 2003 al 2006; mons. Vincenzo Pelvi, dal 2006 al 2013, n.d.r.), quattro vicari generali, otto ispettori e circa 140 cappellani militari. E la Difesa ha stimato pensioni per circa 43mila euro lordi per ognuno di questi. Non solo, i cappellani ricevono stipendi e pensioni dallo Stato. Ma possono maturare la pensione con largo anticipo rispetto ai comuni mortali: non mancano casi di baby-pensionati. Tra cui lo stesso cardinale Angelo Bagnasco, che non è solo presidente della Cei ma ex ordinario militare. Il prelato, che è anche un generale di brigata, ha diritto ad una pensione fino a 4.000 euro mensili. Nonostante abbia prestato servizio solo tre anni, arrivato a 63 primavere ha maturato il vitalizio. Chiedo a Matteo Renzi di abolire questo ingiusto vitalizio e privilegio, che si va a sommare a una situazione già profondamente impari».

Dal canto suo Bagnasco, va ricordato, in passato ha parzialmente smentito le notizie riguardanti la sua pensione: «I cappellani militari – dichiarò il presidente della Cei all’Adnkronos nell’aprile 2012 – prendono lo stipendio prima e la pensione poi, ma loro fanno un lungo periodo di servizio, io ho fatto solo tre anni. Per i miei contributi è stato fatto il ricongiungimento tra Inps e Istituto del clero».

Ma la petizione degli 84mila, pur puntando prevalentemente su Bagnasco, in realtà mette in discussione l’intero sistema dell’Ordinariato militare i cui componenti, secondo la legislazione vigente, sono a pieno titolo inseriti nelle Forze armate, con gradi e stipendi corrispondenti, che vanno dai 2.500 euro lordi per i cappellani semplice (tenente) ai 9mila per l’ordinario (generale di Corpo d’armata). E anzi i numeri e le cifre fornite sono anche in difetto rispetto alla realtà. Infatti secondo la legge di bilancio 2015, nel corso dello scorso anno i cappellani militari in servizio sono stati 205, con una spesa a carico dello Stato di 10.445.732 euro, a cui vanno aggiunti altri 7 milioni di euro per il pagamento delle pensioni.

Un nodo impossibile da sciogliere, se non con un taglio netto: la smilitarizzazione dei cappellani militari, così da sganciare le spese dell’Ordinariato dal bilancio della Stato. Ci hanno provato in diversi negli ultimi anni: nel 2014 il deputato del Partito democratico, nonché vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti (v. Adista Notizie n. 43/14); nel 2012 i Radicali Maurizio Turco e Marco Perduca (v. Adista Notizie n. 47/12); prima ancora, nel 2007, il Verde Gianpaolo Silvestri (v. Adista nn. 43 e 57/07). A tutti è stata data sempre la resta risposta: proposta «inammissibile» perché la questione è oggetto di un’Intesa fra Stato italiano e Cei e quindi non può essere modificata unilateralmente. Peccato però, come come Adista ha spiegato più volte, che quell’Intesa non esiste (v. Adista Notizie nn. 4, 5 e 15/14).

Così come è sistematicamente respinta al mittente la proposta di Pax Christi, che da oltre vent’anni chiede che i cappellani vengano smilitarizzati, senza con questo impedire il servizio pastorale nelle caserme, che però non verrebbe più affidato ai preti-soldato, ma a semplici presbiteri (v. Adista nn. 81/95, 67/97, 81/00, 49/06 e 81/06; Adista Segni Nuovi n. 7/12; Adista Notizie n. 46/12, 18, 37 e 41/13, 5 e 15/14). Ma come quelle civili, anche le autorità religiose sono sorde: «La realtà militare può essere capita bene solo dal di dentro», spiegava l’attuale ordinario militare per l’Italia, mons. Santo Marcianò, a Famiglia Cristiana nel novembre 2014 (v. Adista Notizie n. 41/14). «Le “stellette”, per un cappellano militare, non sono inutili o pericolose: sono semplicemente espressione di quel senso di appartenenza che in questo mondo è molto marcato», un «segno di condivisione». E anche «lo stipendio è calcolato in base al servizio reso allo Stato, così come avviene per gli insegnanti di religione nelle scuole».

L’eredità di don Milani a 50 anni dal processo. In dialogo con Giorgio Pecorini

3 marzo 2016

“Adista”
n. 9, 5 marzo 2016

Luca Kocci

«Il Milani, pertanto, va assolto dal delitto ascrittogli trattandosi di persona non punibile perché il fatto non costituisce reato». Sono le parole conclusive della sentenza con cui cinquant’anni fa, il 15 febbraio 1966, la IV sezione penale del Tribunale di Roma, «in nome del popolo italiano», assolve don Lorenzo Milani dal reato di «apologia di reato» per aver difeso in una lettera aperta ai cappellani militari – poi pubblicata da Rinascita, settimanale del Partito comunista italiano – il principio dell’obiezione di coscienza.

La vicenda comincia un anno prima. Da oltre 11 anni don Milani vive a Barbiana, sul monte Giovi, nel Mugello (Fi), dove l’arcivescovo di Firenze, il card. Dalla Costa, lo ha spedito in “esilio” nel dicembre 1954 e dove don Lorenzo ha messo in piedi una scuola per i piccoli montanari. La lettura collettiva del giornale è una delle attività quotidiane delle scuola di Barbiana. E così, il 14 febbraio 1965, informato da Agostino Ammannati – un professore del liceo “Cicognini” di Prato che collabora con don Milani a Barbiana –, don Milani legge insieme ai suoi ragazzi un trafiletto pubblicato due giorni prima sulla Nazione di Firenze: «Nell’anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno: I cappellani militari in congedo della Regione Toscana (in realtà sono solo 20 su 120, n.d.r.), nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Don Milani – insieme agli alunni della scuola – si mette subito al lavoro per replicare ai cappellani, dal momento che, scrive, «avete rotto il silenzio voi, e su un giornale». In pochi giorni è pronta la Lettera ai cappellani militari che viene ciclostilata e inviata ai preti della diocesi di Firenze e ad una serie di giornali, fra cui Rinascita, che il 6 marzo la pubblica.

«Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni – si legge nella lettera –. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».

Alcune associazioni d’arma denunciano don Milani e Luca Pavolini, direttore di Rinascita, per «apologia di reato». A Barbiana arrivano decine di lettere anonime e le minacce dei fascisti. E arriva anche il rinvio a giudizio.

Il 30 ottobre si apre il processo a Roma. Don Lorenzo è malato – morirà un anno e mezzo dopo, il 26 giugno 1967 –, non può partecipare alle udienze, manda una lunga memoria scritta, la Lettera ai giudici, in cui si legge, fra l’altro: occorre «avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto».

Quello della responsabilità individuale è il tema centrale delle lettera – e di tutto l’insegnamento di don Milani –, assai più della questione dell’obiezione di coscienza al servizio militare, come spiega ad Adista Giorgio Pecorini, giornalista ma soprattutto profondo e sincero amico del priore di Barbiana: «A don Lorenzo dell’obiezione di coscienza al servizio militare non importava nulla, lo ha detto chiaramente in altre occasioni, ed era vero». Lo ha fatto, per esempio, in una conversazione a Barbiana con gli studenti di una scuola di giornalismo, la cui trascrizione fedele è riportata dallo stesso Pecorini nel suo Don Milani! Chi era costui? (Baldini & Castoldi, Milano 1996). «Ma usava quella questione – prosegue Pecorini – per affermare la tesi della necessità dell’obiezione di coscienza in qualunque campo, era un pretesto per porre quel tema e quel problema etico. Il suo era una ragionamento che si muoveva sul filo del paradosso, utilizzando le contraddizioni in senso provocatorio per scardinare i luoghi comuni».

La notizia del rinvio a giudizio non arriva a Barbiana inaspettata. Ricorda Pecorini: «Aveva la consapevolezza di aver dato fastidio, anche perché erano arrivate a Barbiana decine di lettere anonime anche minacciose, quindi in parte se l’aspettava. In qualche momento ebbe anche paura di qualche spedizione punitiva dei fascisti, tanto che si era procurato una pistola finta da tenere in casa. Ma la sua preoccupazione principale era di “strumentalizzare” la situazione per valorizzare la Lettera ai giudici. Una strumentalizzazione consapevole della situazione per dare vita a quella che don Lorenzo chiama una “controturlupinatura”. Se i giornali avevano strumentalizzato cinicamente la Lettera ai cappellani militari per attaccarlo, lui ora voleva ribaltare la situazione. In questo frangente anch’io diedi una mano facendo circolare la lettera fra alcuni amici giornalisti. Il capolavoro però lo fece Mario Cartoni, cronista giudiziario della Nazione (e anche lui grande amico di don Milani, n.d.r.), un giornale che più volte si era mostrato ostile a don Milani, che riuscì a far pubblicare il testo integrale della Lettera sull’edizione della sera».

Al processo don Milani vorrebbe fare tutto da solo, ma non può. Come avvocato d’ufficio viene nominato Adolfo Gatti «Inizialmente – ricorda Pecorini – don Lorenzo rifiutò di nominare come difensore qualche avvocato amico. Anzi agli avvocati amici chiedeva consiglio per riuscire ad evitare il patrocinio. Quando si rese conto che non era possibile, accettò, dicendo però che gli avrebbe chiesto di non parlare. Sarebbe interessante capire come mai venne nominato Adolfo Gatti come avvocato d’ufficio. Gli avvocati d’ufficio sono degli “avvocaticchi”, Gatti invece era un “principe del foro” di Roma. Gatti gli spiegò che non poteva non parlare durante il processo, don Lorenzo capì che aveva di fronte a sé un uomo serio e così si affidò completamente a lui. Aveva qualche timore per il processo, come si può leggere anche nelle lettere che in quel periodo scriveva alla madre. Soprattutto era preoccupato per il futuro della scuola, se fosse stato condannato e poi costretto a lasciare Barbiana. Poi però capì che il lavoro fatto da Cartoni e da altri giornalisti amici stava funzionando, che la “controturlupinatura” si stava rivelando efficace, e si tranquillizzò».

Infatti arriva l’assoluzione, in primo grado. Ma al processo di appello, il 28 ottobre 1967 – quando don Milani è ormai morto e il reato si è estinto per «morte del reo»il direttore di Rinascita, Luca Pavolini, viene condannato per aver pubblicato la Lettera ai cappellani militari. E con lui viene quindi condannato il testo di don Milani. Dopo cinquant’anni sarebbe decisamente arrivato il momento di dire “abbiamo sbagliato, quello era un testo profetico”. «Si sono già autoassolti, non sentono il bisogno di dire nulla – dice Pecorini –. Anzi semmai succede che la Lettera ai cappellani militari e la Lettera ai giudici vengano oggi strumentalizzate per sostenere le posizioni dei medici obiettori antiabortisti».

La Chiesa non ha ancora fatto i conti con don Milani. Semmai tenta di addomesticarlo, trasformandolo in un “santino”. «Altro che santino, lo trasformeranno in molto di più – aggiunge Pecorini –. Del resto, nella storia, è stato sempre così. Anche perché chi è morto non è in grado di smentire. E i vivi, che potrebbero farlo, quasi sempre si adeguano. Chi oggi tenta di imitare don Milani prende in continuazione delle bastonate, penso a don Alessandro Santoro, il primo che mi viene in mente. Qual è, oggi, l’eredità di don Milani? La proposta, incarnata in un comportamento, di un metodo per assumersi la responsabilità di quello si fa, si pensa e si dice».

Pedofilia, l’Oscar non smuove il papa

1 marzo 2016

“il manifesto”
1 marzo 2016

Luca Kocci

Il premio Oscar come miglior film a Il Caso Spotlight, che racconta gli abusi sessuali sui minori commessi da decine di preti dell’arcidiocesi di Boston negli anni ‘80 e ‘90, solleva nuovamente il coperchio del pentolone in cui, nonostante i tentativi di gettare acqua sul fuoco, continua a bollire lo scandalo della pedofilia ecclesiastica.

«Questo film dà voce ai sopravvissuti, e questo Oscar amplifica questa voce che noi tutti speriamo possa arrivare fino al Vaticano», ha dichiarato Michael Sugar, produttore del film, con ancora in mano la statuetta appena ricevuta sul palco del Dolby Teathre di Los Angeles. E poi, rivolgendosi direttamente al pontefice: «Papa Francesco, è arrivato il momento di proteggere i bambini e restaurare la fede!».

Il film, scritto da Tom Mc Carthy e Josh Singer e premiato anche per la migliore sceneggiatura originale, racconta “la madre” di tutte le vicende di pedofilia ecclesiastica: la storia dello Spotlight, il team di giornalisti investigativi del Boston Globe che nel 2002, a partire dalla notizia di cronaca di un parroco locale accusato di aver abusato sessualmente di molti giovani nel corso di un trentennio, con un’inchiesta premiata con il Pulitzer, rivelò la miriade di abusi sessuali commessi su centinaia di minori da parte di circa 80 preti dell’arcidiocesi di Boston, allora guidata dal cardinale Bernard Law – attualmente arciprete emerito della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma – e l’insabbiamento dello scandalo da parte delle istituzioni ecclesiastiche.

Un film che ha ricevuto il plauso di mons. Charles Scicluna, attuale arcivescovo di Malta e per anni promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, in prima linea nel contrasto agli abusi sessuali del clero, il quale ha consigliato a preti e vescovi di andare a vederlo. E del gesuita padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori e presidente del Centro per la protezione dei minori dell’Università pontificia Gregoriana: «C’è un grande apprezzamento per il film e ovviamente anche un apprezzamento per il messaggio e il modo in cui viene trasmesso il messaggio», ha dichiarato alla Radio Vaticana. «È un forte invito a riflettere e a prendere sul serio il messaggio centrale, cioè che la Chiesa cattolica può e deve essere trasparente, giusta e impegnata nella lotta contro gli abusi e che deve impegnarsi affinché non si verifichino più. Dobbiamo cambiare quel nostro atteggiamento che in italiano si può esprimere con quella famosa parola “omertà”. Non parlare, voler risolvere tutto spazzando via tutto sotto il tappeto, nascondersi e pensare che tutto passerà. Bisogna capire che non passerà: ormai dobbiamo renderci conto che o con molto coraggio e la capacità di affrontare le cose guardandole in faccia ci pensiamo noi, oppure un giorno, prima o poi, saremo obbligati a farlo. E questo penso sia uno dei messaggi centrali di questo film».

Se la vicenda narrata da Spotlight oggi è chiusa, tanto che l’attuale arcivescovo della capitale del Massachusetts, il cardinale cappuccino Sean Patrick O’Malley inviato a Boston per “ripulire” la diocesi dopo le dimissioni di Law, è il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, resta ancora aperta la questione pedofilia nella Chiesa cattolica. Prova ne è il fatto che, per singolare coincidenza, l’assegnazione dell’Oscar al Caso Spotlight è arrivata nella stessa notte in cui il cardinale australiano conservatore George Pell, potente prefetto della Segreteria per l’economia nominato da papa Francesco (una sorta di superministro vaticano dell’economia), ha testimoniato in videoconferenza, dall’hotel Quirinale di Roma – era stata chiesto che si recasse a Sidney per deporre, ma il cardinale ha presentato un certificato medico che gli evitato il viaggio –, di fronte alla Commissione governativa australiana che da quasi tre anni indaga sugli abusi sui minori commessi anche da preti e religiosi. Come in altri Paesi, anche in Australia quasi sempre i preti pedofili non sono stati denunciati dai loro vescovi, ma trasferiti in altre parrocchie, dove hanno proseguito a compiere abusi.

Pell non è accusato di aver commesso abusi, ma di aver insabbiato alcuni scandali e di coperto alcuni preti pedofili nelle diocesi in cui ha lavorato come parroco e come vescovo (accuse sempre respinte dal cardinale). La Chiesa cattolica «ha commesso enormi errori, ha causato gravi danni in molti luoghi, ha deluso i fedeli, ma sta lavorando per rimediare», ha dichiarato Pell alla Royal commission. «Non sono qui a difendere l’indifendibile», ha aggiunto, in quel periodo la Chiesa era «fortemente propensa» ad accettare smentite degli abusi da parte di chi ne era accusato. L’istinto allora era più di «proteggere dalla vergogna l’istituzione, la comunità della Chiesa».

Dopo la deposizione – a cui hanno assistito anche una quindicina di vittime arrivate direttamente dall’Australia –, ieri mattina Pell è stato ricevuto in udienza (già programmata) da papa Francesco. E nella notte appena trascorsa c’è stata una seconda udienza, a cui ne seguiranno altre due o tre, nelle quali inevitabilmente si entrerà nel merito dei singoli casi addebitati al cardinale.