L’eredità di don Milani a 50 anni dal processo. In dialogo con Giorgio Pecorini

“Adista”
n. 9, 5 marzo 2016

Luca Kocci

«Il Milani, pertanto, va assolto dal delitto ascrittogli trattandosi di persona non punibile perché il fatto non costituisce reato». Sono le parole conclusive della sentenza con cui cinquant’anni fa, il 15 febbraio 1966, la IV sezione penale del Tribunale di Roma, «in nome del popolo italiano», assolve don Lorenzo Milani dal reato di «apologia di reato» per aver difeso in una lettera aperta ai cappellani militari – poi pubblicata da Rinascita, settimanale del Partito comunista italiano – il principio dell’obiezione di coscienza.

La vicenda comincia un anno prima. Da oltre 11 anni don Milani vive a Barbiana, sul monte Giovi, nel Mugello (Fi), dove l’arcivescovo di Firenze, il card. Dalla Costa, lo ha spedito in “esilio” nel dicembre 1954 e dove don Lorenzo ha messo in piedi una scuola per i piccoli montanari. La lettura collettiva del giornale è una delle attività quotidiane delle scuola di Barbiana. E così, il 14 febbraio 1965, informato da Agostino Ammannati – un professore del liceo “Cicognini” di Prato che collabora con don Milani a Barbiana –, don Milani legge insieme ai suoi ragazzi un trafiletto pubblicato due giorni prima sulla Nazione di Firenze: «Nell’anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno: I cappellani militari in congedo della Regione Toscana (in realtà sono solo 20 su 120, n.d.r.), nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Don Milani – insieme agli alunni della scuola – si mette subito al lavoro per replicare ai cappellani, dal momento che, scrive, «avete rotto il silenzio voi, e su un giornale». In pochi giorni è pronta la Lettera ai cappellani militari che viene ciclostilata e inviata ai preti della diocesi di Firenze e ad una serie di giornali, fra cui Rinascita, che il 6 marzo la pubblica.

«Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni – si legge nella lettera –. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».

Alcune associazioni d’arma denunciano don Milani e Luca Pavolini, direttore di Rinascita, per «apologia di reato». A Barbiana arrivano decine di lettere anonime e le minacce dei fascisti. E arriva anche il rinvio a giudizio.

Il 30 ottobre si apre il processo a Roma. Don Lorenzo è malato – morirà un anno e mezzo dopo, il 26 giugno 1967 –, non può partecipare alle udienze, manda una lunga memoria scritta, la Lettera ai giudici, in cui si legge, fra l’altro: occorre «avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto».

Quello della responsabilità individuale è il tema centrale delle lettera – e di tutto l’insegnamento di don Milani –, assai più della questione dell’obiezione di coscienza al servizio militare, come spiega ad Adista Giorgio Pecorini, giornalista ma soprattutto profondo e sincero amico del priore di Barbiana: «A don Lorenzo dell’obiezione di coscienza al servizio militare non importava nulla, lo ha detto chiaramente in altre occasioni, ed era vero». Lo ha fatto, per esempio, in una conversazione a Barbiana con gli studenti di una scuola di giornalismo, la cui trascrizione fedele è riportata dallo stesso Pecorini nel suo Don Milani! Chi era costui? (Baldini & Castoldi, Milano 1996). «Ma usava quella questione – prosegue Pecorini – per affermare la tesi della necessità dell’obiezione di coscienza in qualunque campo, era un pretesto per porre quel tema e quel problema etico. Il suo era una ragionamento che si muoveva sul filo del paradosso, utilizzando le contraddizioni in senso provocatorio per scardinare i luoghi comuni».

La notizia del rinvio a giudizio non arriva a Barbiana inaspettata. Ricorda Pecorini: «Aveva la consapevolezza di aver dato fastidio, anche perché erano arrivate a Barbiana decine di lettere anonime anche minacciose, quindi in parte se l’aspettava. In qualche momento ebbe anche paura di qualche spedizione punitiva dei fascisti, tanto che si era procurato una pistola finta da tenere in casa. Ma la sua preoccupazione principale era di “strumentalizzare” la situazione per valorizzare la Lettera ai giudici. Una strumentalizzazione consapevole della situazione per dare vita a quella che don Lorenzo chiama una “controturlupinatura”. Se i giornali avevano strumentalizzato cinicamente la Lettera ai cappellani militari per attaccarlo, lui ora voleva ribaltare la situazione. In questo frangente anch’io diedi una mano facendo circolare la lettera fra alcuni amici giornalisti. Il capolavoro però lo fece Mario Cartoni, cronista giudiziario della Nazione (e anche lui grande amico di don Milani, n.d.r.), un giornale che più volte si era mostrato ostile a don Milani, che riuscì a far pubblicare il testo integrale della Lettera sull’edizione della sera».

Al processo don Milani vorrebbe fare tutto da solo, ma non può. Come avvocato d’ufficio viene nominato Adolfo Gatti «Inizialmente – ricorda Pecorini – don Lorenzo rifiutò di nominare come difensore qualche avvocato amico. Anzi agli avvocati amici chiedeva consiglio per riuscire ad evitare il patrocinio. Quando si rese conto che non era possibile, accettò, dicendo però che gli avrebbe chiesto di non parlare. Sarebbe interessante capire come mai venne nominato Adolfo Gatti come avvocato d’ufficio. Gli avvocati d’ufficio sono degli “avvocaticchi”, Gatti invece era un “principe del foro” di Roma. Gatti gli spiegò che non poteva non parlare durante il processo, don Lorenzo capì che aveva di fronte a sé un uomo serio e così si affidò completamente a lui. Aveva qualche timore per il processo, come si può leggere anche nelle lettere che in quel periodo scriveva alla madre. Soprattutto era preoccupato per il futuro della scuola, se fosse stato condannato e poi costretto a lasciare Barbiana. Poi però capì che il lavoro fatto da Cartoni e da altri giornalisti amici stava funzionando, che la “controturlupinatura” si stava rivelando efficace, e si tranquillizzò».

Infatti arriva l’assoluzione, in primo grado. Ma al processo di appello, il 28 ottobre 1967 – quando don Milani è ormai morto e il reato si è estinto per «morte del reo»il direttore di Rinascita, Luca Pavolini, viene condannato per aver pubblicato la Lettera ai cappellani militari. E con lui viene quindi condannato il testo di don Milani. Dopo cinquant’anni sarebbe decisamente arrivato il momento di dire “abbiamo sbagliato, quello era un testo profetico”. «Si sono già autoassolti, non sentono il bisogno di dire nulla – dice Pecorini –. Anzi semmai succede che la Lettera ai cappellani militari e la Lettera ai giudici vengano oggi strumentalizzate per sostenere le posizioni dei medici obiettori antiabortisti».

La Chiesa non ha ancora fatto i conti con don Milani. Semmai tenta di addomesticarlo, trasformandolo in un “santino”. «Altro che santino, lo trasformeranno in molto di più – aggiunge Pecorini –. Del resto, nella storia, è stato sempre così. Anche perché chi è morto non è in grado di smentire. E i vivi, che potrebbero farlo, quasi sempre si adeguano. Chi oggi tenta di imitare don Milani prende in continuazione delle bastonate, penso a don Alessandro Santoro, il primo che mi viene in mente. Qual è, oggi, l’eredità di don Milani? La proposta, incarnata in un comportamento, di un metodo per assumersi la responsabilità di quello si fa, si pensa e si dice».

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