Archive for aprile 2016

L’Ecclesiastica messa sotto sopra

20 aprile 2016

“il manifesto”
20 aprile 2016

Luca Kocci

In una mano i documenti del Concilio Vaticano II appena concluso, nell’altra il megafono che annuncia il ‘68. È l’immagine della “contestazione cattolica” degli anni ‘60-‘70, una rivoluzione che non ha conquistato nessun Palazzo d’inverno, ma che ha cambiato la società, la politica e anche la Chiesa cattolica, nonostante la resistenza dell’istituzione ecclesiastica.

Se si torna ad alcuni degli episodi più noti di questa stagione – dai “controquaresimali” nella cattedrale di Trento promossi dai giovani universitari cattolici, all’occupazione del duomo di Parma – si vede infatti come le “parole d’ordine” siano quelle del Concilio (popolo di Dio, partecipazione dei laici alla vita della Chiesa, povertà dell’istituzione ecclesiastica…) e le modalità di protesta (occupazione, contraddittorio assembleare…) quelle dei movimenti del ‘68.

Fede e politica, quindi, intrecciate fra loro, senza clericalismo, e variamente declinate in una stagione di contestazione che attraversa il mondo cattolico istituzionale e “di frontiera”. Una stagione studiata, ed ora raccontata, da Alessandro Santagata, giovane storico dell’età contemporanea in un denso saggio appena pubblicato da Viella: La contestazione cattolica. Movimenti, cultura e politica dal Vaticano II al ’68 (pp. 284, euro 28).

Quella di Santagata non è una storia del post-Concilio, né del “dissenso cattolico”, ma un’attenta analisi della genesi e del primo sviluppo della “contestazione cattolica”, inserita nella complessità della storia della società e della Chiesa italiana degli anni ‘50-‘60 e intrecciata con il Concilio Vaticano II e la sua ricezione, soprattutto politica, e con il più ampio e vasto movimento del ‘68 che, in un certo senso, ne ha fatto da detonatore.

L’elezione di papa Giovanni XXIII e soprattutto il Concilio sono gli eventi spartiacque che segnano un prima e un dopo nella vita della Chiesa, in particolare quella italiana, abituata a muoversi come un blocco monolitico e omnicomprensivo: «Politica e religione – scrive Santagata – procedevano di pari passo nella costruzione di quella che Arturo Carlo Jemolo ha descritto come una Stato confessionale (lo “Stato guelfo”) che avrebbe dovuto gestire la transizione alla democrazia garantendo alcuni elementi di continuità con il precedente regime».

La decisione di Giovanni XXIII di indire un Concilio per aggiornare l’insegnamento della Chiesa alla luce dei «segni dei tempi» – anche perché i fermenti dal basso erano molti: la Nouvelle théologie, i preti operai, riviste come Testimonianze e Questitalia, preti come Mazzolari, Turoldo, Balducci e Milani – spiazza e disorienta l’episcopato italiano che, alla vigilia del Vaticano II, è ancora attestato su una linea di «intransigentismo tradizionale» (condanna del comunismo, del neomodernismo, del laicismo), salvo poche eccezioni, tra cui quella del cardinale di Bologna Giacomo Lercaro, che sarà uno dei “registi” del Concilio e una delle vittime illustri della «restaurazione aggiornata» di Paolo VI.

Ma la «svolta epocale» del Vaticano II presenta, nei documenti ufficiali, alcune ambiguità che forniscono «le pezze di appoggio tanto ai sostenitori del superamento della “cristianità sacra” in favore di una “cristianità profana”, quanto a coloro che intendevano superare quello schema in nome nella fine della “Era costantiniana”». Proprio per questo il banco di prova diventa il post-Concilio, governato da Paolo VI in un difficile equilibrio fra chi pensava di poter tornare al pre-Concilio e chi invece sognava un «Concilio permanente».

Santagata si sofferma su alcuni nodi, a partire dal tema cruciale dell’unità politica dei cattolici nella Democrazia cristiana, drammaticamente vissuta, per esempio, nelle più grandi associazioni ecclesiali del tempo: l’Azione Cattolica di Bachelet (fedele interprete della linea montinana) e della «scelta religiosa», argine al collateralismo con la Dc, ma duramente contestata dai giovani perché assume una «funzione di contenimento» delle spinte conciliari e di quelle provenienti dalla società in trasformazione; e le Acli che, dopo un difficile travaglio interno, approdano alla «ipotesi socialista» nel 1969.

L’irrompere del ‘68 (e l’avvicinamento fra cattolici e marxisti a partire dal lavoro comune su alcuni tempi: pacifismo, terzomondismo, guerra del Vietnam…) radicalizza le posizioni: alla «scelta religiosa» si affianca, a destra, quella identitaria di Comunione e Liberazione, e a sinistra quella dei gruppi spontanei (più spostati sul versante politico) e delle Comunità cristiane di base (più spostate sul versante religioso, senza però trascurare la politica). E fa esplodere la contestazione, a cui corrisponde una severa repressione del dissenso da parte dell’autorità ecclesiastica: i giovani occupano il duomo di Parma (contro la scelta della Curia di usufruire dei finanziamenti della cassa di Risparmio per la costruzione di una nuova chiesa), a Firenze scoppia il “caso Isolotto”, molti lasciano l’Azione cattolica e la Fuci, si consuma lo «scisma sommerso» sulla Humanae Vitae che proibisce la contraccezione. «Fede e politica procedevano dunque di pari passo nella critica che la galassia del dissenso rivolgeva al mondo cattolico, anche in quei settori che fin dagli inizi avevano deciso di rompere il legame tra identità religiosa e identità politica, optando per un’azione tutta civile».

Nella seconda metà degli anni ’70, quando termina «il lento processo di adattamento dell’episcopato alla linea del riformismo post-conciliare “montiniano”» le acque si calmano. E, scrive Santagata, «con il biennio 1976-77 si può considerare quindi finita la prima stagione del post-Concilio, i cui caratteri si erano delineati nei primi anni della ricezione: quella più dura dello scontro sull’interpretazione del Vaticano II e sulla legittimazione della diaspora dei cattolici in politica».

Durerà poco. Nel 1978, con l’elezione di papa Wojtyla (e, negli anni ’80-‘90, con l’ascesa del card. Ruini ai vertici della Cei), comincerà la restaurazione. Ma questa è un’altra storia

 

A parole tutti d’accordo con il papa

17 aprile 2016

“il manifesto”
17 aprile 2016

Luca Kocci

Quella di papa Francesco a Lesbo è stata una visita «di natura umanitaria ed ecumenica» – come ha più volte precisato padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana – ma anche dal forte significato politico.

Il primo ad accorgersene è stato Salvini. Francesco era appena atterrato a Mytilene che già il leader fascio-leghista scriveva sul proprio profilo Facebook: «Il papa è in Grecia per incontrare gli immigrati: “È la catastrofe più grande dopo la seconda guerra mondiale”. Con tutto il rispetto, sbaglia», attacca Salvini, rimproverato persino dal redivivo Cicchitto. «Mi sembra – prosegue – che la catastrofe avvenga in Italia, non in Grecia. Trecentomila reati commessi da immigrati, il 40% degli stupri e il 75% dello spaccio a carico di immigrati, 20mila immigrati nelle carceri italiane e 120mila (oltre il 60% clandestini) in case e alberghi. Intanto 1 milione e 400mila bambini in Italia vivono sotto la soglia di povertà assoluta. Il papa vuole invitare altre migliaia di immigrati in Italia? Un conto è accogliere i pochi che scappano dalla guerra, altro conto è incentivare e finanziare una invasione senza precedenti. Caro santo padre, la catastrofe è a due passi dal Vaticano, è in Italia!».

A ruota arriva Gasparri, altro paladino delle «radici cristiane» dell’Europa: «Il modello da seguire non è Lesbo ma Vienna, che ha deciso di controllare con severità le frontiere», possibilmente costruendo un muro al Brennero. «Il modello è Orban, il leader ungherese che non ha accettato accordi europei che il giorno dopo svanivano – prosegue l’incontenibile Gasparri –. Il modello è la Macedonia che difende con determinazione i propri confini. Più Vienna, meno Lesbo».

Meno sgangherate le altre reazioni politiche. Il presidente della Repubblica Mattarella invia un messaggio al papa al suo rientro in Italia: «La sua visita sull’isola di Lesbo ha costituito un forte richiamo alle responsabilità che incombono su tutta l’Europa, alla necessità di trovare risposte univoche e durature al fenomeno delle migrazioni, facendo leva sui valori e principi che sono alla base della convivenza umana e della costruzione europea». Fa eco la presidente della Camera Boldrini: il papa «manda un messaggio potente all’Unione europea, non resti sorda alle sue parole».

Dall’Ue, chiamata in causa, si fa sentire l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Mogherini: «Le parole di papa Francesco da Lesbo saranno una sveglia per l’Europa che resiste alla solidarietà». E il capogruppo del Pse Pittella: «Serve la volontà politica di tutti gli Stati. Si abbattano i muri preventivi e si dia ascolto alla coscienza di ognuno di noi toccata e commossa dalle parole del papa». Intervengono anche i vertici Pd: «L’Europa ascolti le parole di Francesco se vuole essere fedele alla sua identità e ai suoi valori e dimostri di essere allialtezza della sfida», twitta il vicesegretario nazionale Guerini. E il capogruppo Pd alla Camera, Rosato: ««L’Europa non resti sorda e raccolga l’appello dirompente di papa Francesco». Tutti d’accordo, insomma. Ma il rischio è che abbia ragione Enrico Letta: «Vorrei così non fosse, ma temo che il giusto appello ai governi del papa a Lesbo avrà come risposte grandi consensi vocali, e forse nemmeno quelli».

Su fronte sindacale c’è la segretaria Cgil Camusso: «Il papa ci ricorda cosa succede nel Mediterraneo. In Europa si aggira lo spettro della xenofobia e del razzismo», ma «l’Europa non deve essere quella dei muri e dei fili spinati, l’Europa non può essere governata solo dalla finanza».

Il mondo cattolico è allineato con papa Francesco. «Come il viaggio a Lampedusa, anche questo a Lesbo parla a tutti, anche senza parole. Ed è un appello accorato all’Europa, e al mondo, perché non distolga lo sguardo dai volti di uomini, di donne, di bambini costretti dalla guerra e dalla miseria a lasciare i loro Paesi, le loro case, le loro famiglie», si legge nell’editoriale dell’Osservatore romano firmato dal direttore Vian. «Chi chiude le porte a migranti sostiene la violazioni dei diritti umani», denunciano le suore scalabriniane, impegnate con i migranti). Senza giri di parole i gesuiti del Centro Astalli per i rifugiati: l’Ue «interrompa immediatamente l’accordo scellerato con la Turchia».

Papa Francesco: «I migranti non sono dei nemici»

16 aprile 2016

“il manifesto”
16 aprile 2016

Luca Kocci

Quello di oggi a Lesbo è uno dei viaggi più brevi e nello stesso tempo più importanti di papa Francesco.

Poco meno di cinque ore nell’isola dell’Egeo in cui nacquero la poetessa Saffo e il poeta Alceo e che oggi si presenta come una delle frontiere più avanzate del Mediterraneo. Non più il mare crocevia dei popoli narrato dallo storico Fernand Braudel, ma il mare fossato di separazione voluto dai governatori della fortezza Europa. Quando non il mare tomba dei migranti, come ha detto lo stesso Francesco durante la Via Crucis di quest’anno al Colosseo: «O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata».

In Vaticano, nonostante le smentite obbligatorie, si ha ben presente il significato politico della visita del papa a Lesbo. Ieri, presentando il viaggio, il direttore della sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, ha precisato che si tratta di una visita «di natura strettamente umanitaria ed ecumenica», che «non ha direttamente nessun risvolto di prese di posizione politiche». Poi però ha parlato di «una situazione in cui ci sono tante persone che soffrono di problemi le cui soluzioni non sono state trovate. Questo mi sembra che sia assolutamente evidente. Il fatto stesso che ci sia una situazione seria e grave di carattere umanitario da richiamare all’attenzione, significa che c’è ancora molto da fare per trovare soluzioni degne dell’uomo». E il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del Consiglio dei cardinali che sta mettendo a punto, insieme al papa, la riforma della Curia romana, a margine della Conferenza per il 25.mo della Centesimus Annus promossa dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali – a cui partecipano importanti leader socialisti di tutto il mondo, come il presidente boliviano Evo Morales e il candidato alle presidenziali Usa Bernie Sanders – ha detto alla Radio Vaticana: «Nel momento in cui alcuni Paesi cercano di chiudersi, il papa “si apre” e si apre fino ad arrivare a Lesbo», anche «per far riflettere tutta la comunità sul fatto che i rifugiati e i migranti non sono dei nemici» e che «i muri sono la negazione della solidarietà».

È più esplicito mons. Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, l’organismo pastorale per le migrazioni della Cei: «Questa visita assume un significato politico molto importante. Nel momento in cui crescono i muri, c’è una chiusura, c’è l’esternalizzazione verso la Turchia della protezione internazionale da parte dell’Europa, il viaggio diventa una critica forte a questa politica perché ritrovi la solidarietà e l’attenzione a un diritto fondamentale su cui si poggia la democrazia».

Il papa atterrerà all’aeroporto di Mytilene poco dopo le 10 di questa mattina. Ad accoglierlo troverà il premier greco Alexis Tsipras – con cui avrà un breve incontro privato – ma anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, e l’arcivescovo della Chiesa ortodossa di Atene e di tutta la Grecia, Ieronymos. Per questo, la visita di Francesco a Lesbo riveste anche un forte significato ecumenico. Tutte le attività in programma, infatti, verranno svolte insieme da tutti e tre i capi religiosi: la visita al campo profughi di Moria (che ospita circa 2.500 richiedenti asilo), la firma di una dichiarazione congiunta, la memoria e la preghiera per le vittime delle migrazioni al porto. Alle 15 il rientro a Roma.

Il papa: «A Lesbo, solidale con i migranti»

14 aprile 2016

“il manifesto”
14 aprile 2016

Luca Kocci

«Sabato prossimo mi recherò nell’isola di Lesbo, dove nei mesi scorsi sono transitati moltissimi profughi». La notizia era già nota da qualche giorno, ma ieri mattina, al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro – proprio mentre l’Austria costruisce un nuovo muro anti-immigrati al Brennero e la polizia macedone spara lacrimogeni contro i migranti a Idomeni –, papa Francesco ha voluto annunciarlo direttamente ai fedeli, spiegando anche i motivi della sua vista: ci andrò, ha detto, «per esprimere vicinanza e solidarietà sia ai profughi sia ai cittadini di Lesbo e a tutto il popolo greco, tanto generoso nell’accoglienza». Con Francesco ci saranno anche due importanti autorità della Chiesa ortodossa: il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo (che l’ha invitato, insieme al presidente greco Paulopolus), e l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Hieronimus II.

L’arrivo di Francesco è previsto sabato mattina all’aeroporto di Mitilene, dove ad accoglierlo ci sarà anche il premier greco Tsipras. Quindi il papa, Bartolomeo e Hieronimus, dopo un momento di preghiera ecumenica al porto, getteranno in mare una corona di fiori, in ricordo delle vittime e poi visiteranno il campo profughi. In serata il rientro in Vaticano.

Una visita lampo che ricorda quella effettuata a Lampedusa, nel luglio 2013, il primo viaggio del pontificato di Bergoglio: entrambe piccole isole nel cuore del Mediterraneo e dell’Egeo – «divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata», aveva detto Francesco durante la Via Crucis al Colosseo, il venerdì santo –, punti di approdo per tanti uomini e donne in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente, luoghi di accoglienza soprattutto grazie alla generosità degli abitanti, ambedue candidate al Nobel per la pace.

Una visita per esprimere «solidarietà» ai profughi e al popolo greco, ma anche per mettere sotto i riflettori il dramma delle migrazioni e sferzare l’Europa. «Il papa non fa degli atti di carattere direttamente politico, fa degli atti di carattere umano, morale e religioso estremamente significativi che richiamano però la responsabilità di ognuno – ha spiegato padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana –. Quindi, certamente è anche un invito ai politici ad agire nella ricerca delle soluzioni più umane, rispettose e solidali nei confronti delle persone che soffrono in questi grandi movimenti problematici del mondo di oggi».

Ancora più chiaro, e critico vero le politiche anti-immigrati dell’Ue, il card. Turkson, presidente del Pontificio consiglio Giustizia e Pace, intervistato dalla Radio Vaticana: «Dare una grande somma di denaro alla Turchia affinché quest’ultima fermi l’arrivo dei profughi, serve per l’interesse di chi? Forse l’Europa ora sarà un po’ più tranquilla, ma quanto tempo durerà questa tranquillità? Se queste persone non riescono ad arrivare via mare, troveranno altre maniere. Per giungere ad una soluzione di lungo termine, invece, dobbiamo fare tutto quello che possiamo per creare una situazione di pace».

Il papa apre ai divorziati

9 aprile 2016

“il manifesto”
9 aprile 2016

Luca Kocci

Il Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ad ottobre, aveva aperto qualche spiraglio sulla possibilità per i divorziati risposati di accedere ai sacramenti. Ora papa Francesco allarga quelle fessure e afferma esplicitamente che, in casi particolari, il divieto per i divorziati risposati di fare la comunione può cadere.

Si chiude così, con la pubblicazione dell’ampia esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco Amoris laetitia (“La gioia dell’amore”, un titolo che ricalca quello della prima esortazione del pontefice, Evangelii gaudium, “La gioia del Vangelo”), firmata il 19 marzo ma resa nota ieri mattina, il percorso del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, dopo due anni di dibattito dentro e fuori le mura vaticane. Il Sinodo, infatti, è un organismo solo consultivo, e l’esortazione post-sinodale ne costituisce in un certo senso l’interpretazione autentica e l’attuazione.

Chi si aspettava che il papa avrebbe spalancato tutte le porte che la maggioranza dei vescovi aveva sprangato – per esempio su coppie omosessuali e contraccezione – resterà deluso. Del resto viene esplicitato fin dalle prime righe della Amoris laetitia che non era questa l’intenzione di Bergoglio: «I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche».

Non è stata formulata nessuna nuova norma canonica generale, semmai – scrive il papa – spetta alla Chiese locali di «interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano». La parola chiave per affrontare le situazioni «irregolari» è «discernimento», la stessa che ebbe un posto centrale nella Relazione finale del Sinodo. Che va applicato, da parte dei pastori e degli stessi fedeli coinvolti, soprattutto alla situazione dei divorziati risposati, nei confronti dei quali già il Sinodo si era mostrato maggiormente indulgente, sebbene in modo un po’ ambiguo e piuttosto controverso (un paragrafo “aperturista” della Relazione finale su questa questione fu approvato per un solo voto).

Ora papa Francesco si spinge più in là: i divorziati risposati «non devono sentirsi scomunicati», «nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo»; e scrive – ma curiosamente in due note a piè di pagina – che potranno accedere ai sacramenti, possibilità finora canonicamente preclusa.

Una strada resta quella di ottenere dai tribunali ecclesiastici la «dichiarazione di nullità matrimoniale», le cui procedure sono state recentemente semplificate dallo stesso Francesco, affidando maggiori responsabilità ai vescovi diocesani. Poi c’è il «discernimento» dei pastori, che valuti le «attenuanti» e distingua i casi, perché un conto «è una seconda unione consolidata nel tempo», altro è «una nuova unione che viene da un recente divorzio». Sarebbe «meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale», «come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone». Invece «è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato», «si possa vivere in grazia di Dio», «ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa». E, precisa la nota a piè di pagina redatta dal papa, «in certi casi potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti», considerando che «l’Eucaristia non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli».

A parte queste aperture «caso per caso», la dottrina cattolica tradizionale sul matrimonio è ribadita in più occasioni: «Unione indissolubile tra l’uomo e la donna» contraddistinta dalla «apertura alla vita», quindi tesa alla procreazione («nessun atto genitale degli sposi può negare questo significato, benché per diverse ragioni non sempre possa generare una nuova vita»).

«Altre forme di unione – si legge – contraddicono radicalmente questo ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale». Un riferimento, quest’ultimo, al «matrimonio solo civile» o persino ad «una semplice convivenza» stabile, tuttavia «da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio». La condanna, invece, è per le unioni tra persone omosessuali, utilizzando fra l’altro – come fece anche il Sinodo – una formulazione redatta a suo tempo dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata allora dal card. Ratzinger: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Ne consegue, inevitabilmente, la considerazione che «ogni bambino ha il diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi necessari per la sua maturazione integra e armoniosa»; «diversamente, il figlio sembra ridursi ad un possesso capriccioso».

«Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione», scrive Francesco, evidentemente prevedendo le obiezioni dei conservatori all’apertura sui divorziati risposati. «Ma la Chiesa non è una dogana», e «il Vangelo stesso di richiede di non giudicare e di non condannare». «Questa è la logica che deve prevalere nella Chiesa».

Non è un «balzo in avanti», ma – all’interno di un sistema dottrinale tradizionale e limitatamente ad una situazione circoscritta – una «maglia rotta nella rete».

Inchiesta sull’attico che scotta

1 aprile 2016

“il manifesto”
1 aprile 2016

Luca Kocci

L’appartamento dell’ex segretario di Stato vaticano, il cardinal Tarcisio Bertone, continua a far parlare di sé.

Ieri il Vaticano ha confermato un’anticipazione dell’Espresso: Giuseppe Profiti, ex presidente del Cda dell’ospedale pediatrico “Bambin Gesù”, e Massimo Spina, ex tesoriere, sono indagati dalla magistratura vaticana. L’accusa sarebbe di peculato, appropriazione e uso illecito di denaro. Avrebbero cioè utilizzato i soldi della Fondazione “Bambin Gesù” per pagare i lavori di ristrutturazione dell’appartamento vaticano dell’ex segretario di Stato che, secondo il settimanale, sarebbero costati 422mila euro (e che in passato Bertone ha sostenuto di aver pagato di tasca sua, per un importo di 300mila euro). Contestualmente il vicedirettore della Sala stampa della Santa sede, Greg Burke, precisa che «Bertone non è indagato».

L’Espresso in edicola oggi pubblica un’inchiesta di Emiliano Fittipaldi – autore del bestseller Avarizia, sotto processo in Vaticano insieme a Gianluigi Nuzzi (autore di Via Crucis), a mons. Lucio Vallejo Balda e a Francesca Immacolata Chaouqui, in passato componenti della Cosea, la Commissione referente di studio e indirizzo sull’organizzazione delle strutture economico-amministrative della Santa sede, nell’ambito dell’inchiesta “Vatileaks” sulla divulgazione di documenti riservati – sul caso “attico” di Bertone.

In particolare il settimanale rende noto un carteggio fra Profiti e Bertone risalente al novembre 2013. In una lettera del 7 novembre, Profiti propone al cardinale di ospitare, in «quella che sarà la dimora dell’Eminenza vostra», una serie di «riunioni e incontri con i più rappresentativi referenti delle istituzioni politiche ed economiche» per «veicolare progetti e istanze» dell’ospedale. La presenza di Bertone, scrive Profiti, «sarebbe garanzia certa di successo in quanto a partecipazione e relativamente nei successivi ritorni istituzionali ed economici». Per questo motivo, scrive l’ex presidente del “Bambin Gesù”, «sia gli incombenti necessari a realizzare in modo adeguato quanto occorrente a ospitare tali incontri quanto gli oneri per il loro svolgimento» sarebbero a carico della Fondazione.

Il giorno dopo parte la risposta di Bertone, che accoglie la proposta, precisando «che sarà mia cura fare in modo che la copertura economica occorrente alla realizzazione degli interventi proposti nella documentazione che allego, venga messa a disposizione della Fondazione a cura di terzi, affinché nulla resti a carico di codesta Istituzione».

Con questa risposta, spiega l’avvocato di Bertone, Michele Gentiloni Silveri, il cardinale chiarisce la propria volontà «di nulla porre a carico della Fondazione “Bambin Gesù”», precisando che sarà sua cura «procedere alla ricerca di finanziamenti per lavori da espletarsi nell’appartamento. Successivamente – prosegue l’avvocato – il cardinale Bertone, non avendo ricevuto sussidio da parte di terzi, ha pagato personalmente l’importo richiesto dal Governatorato in relazione ai lavori effettuati nell’appartamento a lui assegnato e di proprietà di quest’ultimo. Il cardinale ribadisce di non aver mai dato indicazioni, o autorizzato, la Fondazione “Bambin Gesù” ad alcun pagamento in relazione all’appartamento da lui occupato».

Inappuntabile. Però a questo punto non si spiega per quale motivo mesi fa lo stesso Bertone avrebbe versato 150mila euro alla Fondazione “Bambin Gesù”, come dichiarato a dicembre dalla nuova presidente del Cda dell’ospedale, Mariella Enoc: «Il cardinal Bertone non ha ricevuto direttamente del denaro, ma ha riconosciuto che abbiamo avuto un danno e quindi ci viene incontro con una donazione di 150mila euro». Se la Fondazione non ha speso un centesimo, quale «danno» avrebbe subito che Bertone si è poi sentito in obbligo di risarcire? L’inchiesta andrà avanti e, forse, i dubbi verranno chiariti.