Archive for maggio 2016

L’ossessione del cardinale

18 maggio 2016

“il manifesto”
18 maggio 2016

Luca Kocci

Disoccupazione, aumento della povertà, calo della natalità: sono questi i «problemi veri del Paese», sui quali «la gente vuole vedere il Parlamento impegnato» senza soste. Non si capisce, quindi, perché invece perda tempo sulle unioni civili.

Il cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, è intervenuto ieri mattina, nella seconda giornata dell’assemblea generale della Cei – dopo che lunedì papa Francesco l’aveva aperta con un discorso contro le «ambizioni di carriera e di potere» e le tentazioni dei beni economici da parte delle istituzioni ecclesiastiche – e ha affondato la legge sulle unioni civili approvata dalla Camera giovedì scorso.

«Non si comprende come così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze, già per altro previste dall’ordinamento giuridico, ma a schemi ideologici», ha detto Bagnasco nella sua relazione, entrando poi nel merito. «La recente approvazione della legge sulle unioni civili – ha precisato il presidente della Cei – sancisce di fatto una equiparazione al matrimonio e alla famiglia, anche se si afferma che sono cose diverse: in realtà, le differenze sono solo dei piccoli espedienti nominalisti, o degli artifici giuridici facilmente aggirabili, in attesa del colpo finale, così già si dice pubblicamente, compresa anche la pratica dell’utero in affitto, che sfrutta il corpo femminile profittando di condizioni di povertà». Per rafforzare il suo pensiero, ha citato la dichiarazione congiunta sottoscritta a febbraio a L’Avana da papa Francesco e da Kirill, patriarca ortodosso di Mosca: «La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e una donna. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione». E ha anche richiamato le parole del papa sulla «teoria del gender», «uno sbaglio della mente umana».

Una posizione netta e già nota quella di Bagnasco, il quale alla vigilia del Family day di gennaio aveva salutato la manifestazione al Circo Massimo contro l’allora ddl Cirinnà come un’iniziativa «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie». Che però coincide più con quella degli integralisti cattolici alla Adinolfi e Gandolfini – promotori del Family day – o degli atei devoti alla Quagliarello e Ferrara, che con quella dell’intero episcopato italiano, non più allineato come una falange macedone con le posizioni della presidenza della Cei, come sembrava accadere ai tempi di Ruini. Al punto che persino Avvenire, all’indomani dell’approvazione delle unioni civili, aveva preso le distanze dalla proposta di referendum abrogativo lanciato dai crociati del centro destra. «Non appaiono utilmente creative la prospettiva, evocata da alcuni, di una battaglia referendaria per abolire totalmente la nuova legge né quella di fare appello all’obiezione di coscienza di quanti saranno chiamati a registrare le unioni civili previste e regolate dalla legge», scriveva venerdì scorso sul quotidiano della Cei Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione giuristi cattolici italiani.

La relazione di Bagnasco – pronunciata nella Giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, in cui in decine di parrocchie cattoliche e comunità protestanti si celebrano veglie di preghiera in ricordo delle vittime delle discriminazioni – ha affrontato anche altri temi sociali e di politica internazionale, come le violenze contro i cristiani in Medio Oriente e un forte richiamo all’Europa perché accolga i migranti. Per quanto riguarda l’Italia, i problemi si chiamano soprattutto disoccupazione e povertà, che non accennano a diminuire. Poi la diffusione incontrollata del gioco d’azzardo – soprattutto per la «devastante» diffusione delle slot machine negli esercizi commerciali – e il calo della natalità, che richiede misure energiche a favore della famiglia: si vedono «segnali positivi di sostegno e promozione della famiglia» che però «hanno bisogno di essere incentivati» e «diventare strutturali», ha detto Bagnasco, chiedendo «una manovra fiscale coraggiosa che dia finalmente equità alle famiglie con figli a carico».

Papa Francesco, gli arrampicatori e l’otto per mille

18 maggio 2016

“il manifesto”
18 maggio 2016

Luca Kocci

La sete di potere e di soldi è la malattia della Chiesa, dei cristiani e, più in generale, degli esseri umani. Nella quotidiana messa mattutina a casa Santa Marta, ieri papa Francesco è tornato a parlare della «tentazione mondana del potere» e a bacchettare gli «arrampicatori» sociali ed ecclesiali, come aveva fatto anche due giorni fa, aprendo i lavori della 69ma Assemblea generale della Cei.

Lo spunto per la breve omelia sul potere gli è stata fornita dalla lettura del Vangelo del giorno, in cui si legge che gli apostoli discutevano fra loro su «chi fosse il più grande». «Parlano un linguaggio da arrampicatori: chi andrà più in alto nel potere?». Ma questa, ha spiegato Francesco, «è una storia che accade ogni giorno nella Chiesa: da noi chi è il più grande, chi comanda? Le ambizioni. C’è sempre questa voglia di arrampicarsi, di avere il potere».

Dopo oltre tre anni di pontificato, all’interno dell’ultima corte rinascimentale sopravvissuta in Europa, il papa parla per esperienza. «La vanità, il potere, la voglia mondana non di servire ma di essere servito, le chiacchiere, sporcare gli altri… L’invidia e le gelosie fanno questa strada e distruggono. Questo accade oggi in ogni istituzione della Chiesa: parrocchie, collegi, anche nei vescovadi». «Ci farà bene – ha concluso – pensare alle tante volte che abbiamo visto questo nella Chiesa e alle tante volte che noi abbiamo fatto questo».

La prima puntata c’era stata lunedì, quando papa Francesco, parlando ai 235 vescovi italiani riuniti in Vaticano per la loro assemblea sul tema del «rinnovamento del clero», aveva tracciato una sorta di identikit del prete: dia alle fiamme «ambizioni di carriera e di potere», non sia «un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione», perché «non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza». Sembra risuonare, ma Francesco non lo ha citato, il titolo di un libro di Eugen Drewermann, teologo e psicoanalista tedesco – prete per oltre 30 anni, nel 2005 lasciò la Chiesa cattolica –, Funzionari di Dio. Ha nominato però un vescovo in passato poco popolare in Vaticano, per la sua scelta di povertà assoluta e la sua vicinanza alla teologia della liberazione, il brasiliano dom Hélder Câmara: «Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo, prendi il largo!». Un invito ai preti a condurre uno «stile di vita semplice ed essenziale», e alla Chiesa a non restare incollata alle proprie sicurezze e a riflettere sulla «gestione delle strutture e dei beni economici». «In una visione evangelica – ha detto Francesco –, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione», «mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio».

Nei prossimi giorni – l’assemblea finirà giovedì – i vescovi parleranno anche della ripartizione del miliardo di euro dell’otto per mille. Si vedrà l’effetto dell’appello di papa Francesco.

Il papa sprona i parroci italiani. E parla di Isis come frutto di guerre

17 maggio 2016

“il manifesto”
17 maggio 2016

Luca Kocci

I preti diano alle fiamme «ambizioni di carriera e di potere», l’istituzione ecclesiastica tenga solo le «strutture e i beni economici» necessari. Con queste parole papa Francesco ha aperto ieri in Vaticano la 69esima Assemblea generale della Cei, dedicata al tema del «rinnovamento del clero».

Ma le parole che hanno fatto più eco oltre le mura vaticane sono quelle che Bergoglio ha riservato a una intervista concessa al direttore del quotidiano cattolico francese La Croix. «Di fronte al terrorismo islamico, sarebbe meglio interrogarci sul modo in cui un modello troppo occidentale di democrazia è stato esportato in paesi come l’Iraq», ha detto il papa parlando di immigrazione, guerra e laicità.

Alla domanda se l’Europa può avere la capacità di accogliere flussi migratori ingenti, il pontefice ha risposto: «Questa è una domanda responsabile perché uno non può aprire le porte in modo irrazionale. Ma la domanda di fondo da farsi è perché ci sono così tanti migranti ora. I problemi iniziali sono le guerre in Medio Oriente e in Africa e il sottosviluppo del continente africano, che provoca la fame. Se ci sono guerre è perché ci sono fabbricanti di armi e soprattutto trafficanti di armi. Se c’è così tanta disoccupazione, è per mancanza di investimenti capaci di portare il lavoro di cui l’Africa ha così tanto bisogno».

Non basta, ha proseguito dicendo che «più in generale ciò solleva il problema di un sistema economico mondiale che è caduto nell’idolatria del denaro. Più dell’80 per cento delle ricchezze dell’umanità sono nelle mani del 16 per cento della popolazione. Un mercato completamente libero non funziona. I mercati in sé sono un bene ma richiedono una parte terza o uno stato che li monitori e li bilanci. In altre parole ciò che serve è un’economia sociale di mercato».

Nel breve discorso davanti ai 235 vescovi italiani, dell’assemblea che si chiuderà giovedì, ha invece tracciato una sorta di identikit di quello che dovrebbe essere e fare un prete, che non sia «un burocrate» mentre la Chiesa deve riflettere sulla «gestione delle strutture e dei beni economici».

Il papa sferza la viltà della Fortezza Europa

7 maggio 2016

“il manifesto”
7 maggio 2016

Luca Kocci

«Sogno un’Europa in cui essere migrante non è un delitto», invece quella che si vede oggi è un’Europa che costruisce attorno a sé «recinti» e «trincee».

Papa Francesco ha salutato con queste parole i leader europei che ieri sono accorsi in Vaticano per presenziare al conferimento al pontefice del premio internazionale “Carlo Magno”, il riconoscimento che ogni anno la città di Aquisgrana – dove venivano incoronati gli imperatori del Sacro romano impero e nella cui cattedrale sono tumulati i resti di Carlo Magno, il primo imperatore “europeo” – assegna a personalità che si siano contraddistinte per il loro ruolo in favore dei valori europei. La scelta di premiare Bergoglio, recitano le motivazioni del premio, è legata al suo «straordinario impegno a favore della pace, della comprensione e della misericordia in una società europea di valori»».

Una «Europa nonna», «stanca e invecchiata», ha detto Francesco, rilanciando l’espressione che già aveva usato durante la sua visita al Parlamento di Strasburgo, nel novembre 2014. Un’Europa che ha smarrito i «grandi ideali» dei fondatori – ha citato Schuman e De Gasperi, ma non Altiero Spinelli –, «un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione», «che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società».

In prima fila c’erano tutti i leader della “fortezza Europa”: il presidente del Parlamento europeo Schulz, il presidente della Commissione europea Junker, il presidente del Consiglio europeo Tusk, l’alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza Mogherini, poi la cancelliera tedesca Merkel, Filippo VI di Spagna, Renzi, Draghi. Soprattutto a loro il papa ha fatto notare che questa Europa «sembra sentire meno proprie le mura della casa comune», allontanandosi «dall’illuminato progetto architettato dai padri» e cedendo invece agli «egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari».

«L’Europa è la patria dei diritti umani, e chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare», aveva detto Francesco il mese scorso, all’isola di Lesbo. Ieri lo ha ripetuto, in forma di domanda, senza risposta: «Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?».

Per capirlo servirebbe una «trasfusione di memoria», quella auspicata da Elie Wiesel, sopravvissuto ai lager nazisti. «La memoria – ha spiegato il papa – non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato, ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando» e ad «aggiornare l’idea di Europa», lungo tre direttrici: la capacità di «integrare», di «dialogare» e «di generare».

Integrare popoli e persone perché, ha ricordato Francesco, «l’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale», mentre «i riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità».

Poi il «dialogo»: il compito dell’Europa non è realizzare «coalizioni militari o economiche, ma culturali, educative, filosofiche, religiose», le quali «mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici». E la «capacità di generare», con lo sguardo rivolto ai giovani. «Come possiamo fare partecipi i nostri giovani di questa costruzione quando li priviamo di lavoro» e «gli indici di disoccupazione e sottoccupazione sono in aumento?», ha chiesto Bergoglio. «La giusta distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è mera filantropia, è un dovere morale».

«Sogno un’Europa – ha concluso Francesco – che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia».