Archive for giugno 2016

Colloqui Stato-Chiesa sui cappellani militari: a vantaggio del risparmio, non della credibilità

25 giugno 2016

“Adista”
n. 23, 25 giugno 2016

Luca Kocci

Risparmi in vista, per lo Stato, sul fronte delle spese per i cappellani militari, ma nessuna possibilità per la smilitarizzazione dei preti-soldati. Solo Pax Christi continua a chiedere: «Cappellani sì, militari no».

È aperto, già da qualche mese, un tavolo di confronto fra governo italiano e Conferenza episcopale italiana con l’obiettivo di ridurre i costi a carico dello Stato per il mantenimento dei cappellani militari, inseriti a pieno titolo nella gerarchia militare, e quindi con gli stipendi – a cui però va sottratta una serie di indennità – pagati dal ministero della Difesa: l’ordinario militare è assimilato ad un generale di corpo d’armata il quale, in base alle tabelle ministeriali, percepisce uno stipendio mensile di 9mila e 500 euro lordi; il vicario generale è generale di divisione (o maggiore generale, 8mila euro); l’ispettore è generale di brigata (o brigadiere generale, 6mila euro); il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono assimilati ad un colonnello (4-5mila euro); il primo cappellano capo è un maggiore (3-4mila euro); il cappellano capo è capitano (3mila euro); il cappellano semplice ha il grado di tenente (2mila e 500 euro).

L’accordo, se verrà siglato, farà gradualmente risparmiare allo Stato circa quattro milioni di euro, su un totale di oltre dieci spesi annualmente (10.445.732 euro, secondo la legge di bilancio 2015). I dettagli li ha spiegati all’Agi mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare. «Il taglio che dovrebbe riportare entro quota cinque-sei milioni di euro le spese totali dell’assistenza spirituale alle Forze armate prevista dal Concordato del 1929 e dalla sua revisione del 1984 – ha detto Frigerio – è reso possibile da una diminuzione di 46 unità (dai 204 previsti a 158) e da una davvero rilevante riduzione dei posti dirigenziali, cioè dei gradi militari più alti attribuiti ai nostri cappellani: attualmente ne sono previsti 14 (un generale di corpo d’armata, un generale di divisione, 3 ispettori che sono generali di brigata e 9 colonnelli). Di questi ne rimarranno solo due: l’arcivescovo ordinario militare assimilato ad un generale di corpo d’armata e il vicario generale che è assimilato a un generale di divisione. Gli altri cappellani avranno una carriera limitata con uno scatto di grado ogni 10 anni che li porterà dopo 30 anni ad essere tenenti colonnelli poco prima di andare in pensione».

Dall’accordo resta fuori il capitolo pensioni (attualmente ne vengono pagate circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno e un totale di 7 milioni di euro), anche se in prospettiva, grazie alla progressiva riduzione del numero degli ufficiali, i risparmi riguarderanno anche tale comparto. E su questo argomento alla fine di maggio, per rispondere ad alcuni articoli giornalistici che rilanciavano una petizione pubblica per abolire la pensione agli ex ordinari militari in cui si attribuiva al card. Angelo Bagnasco un assegno da 4mila euro al mese (v. Adista Notizie n. 10/16), è arrivata una nota della Cei per «precisare che l’unico trattamento previdenziale che il cardinale percepisce è quello standard del Fondo clero, pari a 650,50 euro lordi».

La smilitarizzazione dei preti-soldati resta invece una questione “non negoziabile”. Ancora mons. Frigerio all’Agi: «Abbiamo ritenuto di conservare i gradi ma come ufficiali subordinati confrontandoci con le esperienze degli altri Paesi della Nato. I cappellani non sono militari puri ma nemmeno estranei al mondo militare. Il concetto chiave è quello dell’assimilazione. Nelle Forze armate ci sono ad esempio i medici che fanno i medici e hanno la deontologia e la scienza come riferimento, analogamente i cappellani sono nelle Forze armate in maniera peculiare». E aggiunge: «Per un cappellano seguire quello che dice papa Francesco è più facile: non ha la casa parrocchiale o la chiesa dove mettere marmi di Carrara, ed è obbligato a vivere in caserma in un alloggio modesto. Nell’essenzialità, seguendo la vita dei suoi uomini, e cioè accontentandosi di stare sotto le tende se loro dormono sotto le tende. Seguendoli nelle missioni di pace. Preti con le stellette, questo sì, ma anche preti che vivono con la loro gente, i militari, nelle periferie».

L’esatto contrario di quello che, da oltre vent’anni, sostiene Pax Christi, ribadito nell’editoriale sul fascicolo di giugno di Mosaico di pace a firma di Sergio Paronetto, vicepresidente nazionale del movimento cattolico per la pace: «Va superata l’enfasi sulla “militarità”, la figura del “prete ufficiale” delle Forze armate, non tanto sulla base dei costi economici ma, soprattutto, sulla base della fedeltà al Vangelo di Cristo, maestro di nonviolenza. Tonino Bello, intervistato da Panorama il 28 giugno 1992 sui costi economici dell‘integrazione dei sacerdoti nelle strutture militari, si dichiarava sensibile soprattutto ai costi relativi alla credibilità evangelica ed ecclesiale. Per lui, e per noi, è necessario mantenere un servizio “pastorale” distinto dal ruolo militare. “Accade già nelle carceri – osservava l’allora presidente di Pax Christi – non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle Forze armate. Cappellani sì, militari no”».

Il nodo del «genocidio» nel primo viaggio di Francesco in Armenia

24 giugno 2016

“il manifesto”
24 giugno 2016

Luca Kocci

Comincia oggi il quattordicesimo viaggio internazionale di papa Francesco, destinazione Armenia, il «primo Paese cristiano», come recita il logo scelto della Santa sede per enfatizzare la decisione del re Tiridate III, convertito e battezzato da Gregorio Illuminatore, di adottare nel 301 il cristianesimo come religione di Stato.

«La vostra storia e le vicende del vostro amato popolo suscitano in me ammirazione e dolore, perché avete trovato la forza di rialzarvi sempre, anche da sofferenze che sono tra le più terribili che l’umanità ricordi», ha detto il papa in un videomessaggio diffuso alla vigilia della partenza. «Desidero venire tra voi per sostenere ogni sforzo sulla via della pace e condividere i nostri passi sul sentiero della riconciliazione, che genera la speranza».

Parole che sintetizzano i contenuti di un viaggio breve – dal 24 al 26 giugno – ma importante per i significati religiosi, ecumenici e geopolitici che riveste, prima tappa di un itinerario che proseguirà a settembre quando Francesco visiterà altri due Paesi del Caucaso, Georgia e Azerbaigian, quest’ultimo in conflitto proprio con l’Armenia per il controllo del Nagorno-Karabakh.

La maggioranza dei quasi tre milioni di abitanti fa riferimento alla Chiesa apostolica armena (i cattolici sono meno del 10%, circa 280mila), una delle Chiese ortodosse orientali, che accolse i primi tre Concili ecumenici della cristianità ma rifiutò il quarto, quello di Calcedonia del 451, aderendo al “miafisismo”, dottrina secondo cui Gesù ha una sola natura, nata dall’unione delle nature divina ed umana. Per sottolineare il carattere ecumenico del viaggio, Francesco sarà accompagnato dal card. Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, e alloggerà non nel palazzo vescovile o nella nunziatura, ma nella residenza del catholicos Karenin II, il capo della Chiesa apostolica armena.

Domani l’appuntamento più atteso, quando il papa visiterà il Tzitzernakaberd memorial complex – incontrando anche alcuni discendenti dei perseguitati –,  il memoriale delle vittime del Metz Yeghérn («Grande Male»), il genocidio degli armeni compiuto dagli ottomani fra il 1915 e il 1918 che provocò quasi un milione e 500mila vittime, morte di fame, di stenti e di malattie durante la deportazione nel deserto siriano e uccise dalle forze dell’esercito regolare, dai gruppi paramilitari che facevano capo all’Organizzazione speciale e dalle violenze delle popolazioni soprattutto curde e circasse.

Già un anno fa, durante il centenario del Metz Yeghérn celebrato in Vaticano (12 aprile 2015), papa Francesco condannò il massacro degli armeni, chiamandolo «il primo genocidio del XX secolo», utilizzando cioè lo stesso termine («genocidio», respinto dai turchi) presente nella Dichiarazione comune di Giovanni Paolo II e di Karekin II sottoscritta durante il viaggio in Armenia di papa Wojtyla nel 2001. Ankara protestò duramente, così come ha protestato tre settimane fa, dopo l’approvazione, da parte del Bundestag tedesco, di una risoluzione che ha riconosciuto il «genocidio» degli armeni.

Il giudizio della Santa sede è quindi chiaro, ma chissà se Francesco parlerà di nuovo di «genocidio» o preferirà dribblare le polemiche. Probabilmente non ci sarà la firma di una Dichiarazione congiunta, inizialmente prevista, con Karenin II. Padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, ha fatto capire che non è stato trovato un accordo sul testo e ha aggiunto: «La parola Metz Yeghérn è anche più forte di genocidio. Nessuno di noi nega che ci siano stati massacri orribili, lo sappiamo bene, lo riconosciamo, andiamo al memoriale per ricordarlo, ma non vogliamo essere intrappolati in discussioni politico-sociologiche».

Domenica, dopo alcuni incontri ecumenici ed una messa pubblica a Gymuri, seconda città del Paese, il papa si recherà nel monastero di Khor Virap – dove, secondo la tradizione fu imprigionato Gregorio Illuminatore –, a pochi chilometri dalla frontiera con la Turchia. Si ipotizzava che Francesco volesse raggiungere il confine, attualmente chiuso, ma probabilmente si limiterà a liberare delle colombe verso il monte Ararat, dove, secondo la tradizione, si incagliò l’Arca di Noè dopo il diluvio universale. Il papa sarà «vicinissimo al confine con la Turchia», ha spiegato Lombardi, e liberare le colombe «in direzione del monte Ararat» è «un messaggio significativo».

Francesco visiterà il Memoriale e ricorderà il «Metz Yeghern»

3 giugno 2016

“il manifesto”
3 giugno 2016

Luca Kocci

La risoluzione del Bundestag che ha riconosciuto il «genocidio» della popolazione armena da parte degli ottomani e le conseguenti proteste del premier turco Erdogan arrivano a tre settimane dal viaggio apostolico che papa Francesco effettuerà in Armenia dal 24 al 26 giugno. Inevitabilmente contribuiscono ad aumentare la tensione e a rendere più complicata una trasferta annunciata da tempo e molto attesa da governo, Chiese e popolo armeno, durante la quale il pontefice visiterà anche il Memoriale del genocidio e tornerà a condannare i massacri degli armeni, quasi certamente utilizzando lo stesso termine – «genocidio» – contenuto nella risoluzione approvata ieri dalla Camera bassa tedesca.

Del resto non sarebbe una novità. Già il 12 aprile del 2015, in Vaticano, in occasione del centenario del «Metz Yeghern» (il «Grande Male»), papa Francesco – riprendendo le parole della Dichiarazione comune di Giovanni Paolo II e del catholicos della Chiesa armena Karekin II sottoscritta durante il viaggio in Armenia di papa Wojtyla nel 2001 – si espresse in questi termini: «La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come “il primo genocidio del XX secolo”, ha colpito il vostro popolo armeno, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi». Immediate, anche in quel caso, le reazioni turche: Ankara convocò il nunzio apostolico (l’ambasciatore della Santa sede in Turchia) per una protesta formale ed espresse «forte irritazione» per le parole del papa, giudicate «senza fondamento» e «lontane dalla realtà storica», e aggiungendo che “l’incidente” avrebbe provocato un problema di fiducia nei rapporti con il Vaticano.

L’atmosfera quindi si presenta surriscaldata, tanto più che, come ha spiegato alla Radio Vaticana l’arcivescovo degli armeni cattolici di Aleppo mons. Boutros Marayati, se il viaggio di Giovanni Paolo II «ha avuto un carattere molto privato», questo di papa Francesco «avrà invece un’apertura più forte». Oltre al Memoriale del genocidio, infatti, incontrerà le massime autorità civili e religiose del Paese, parteciperà ad una liturgia apostolica, celebrerà una messa in piazza a Gyumiri (nel nord, dove c’è una forte presenza di armeni cattolici) e sottoscriverà una nuova dichiarazione comune con il capo della Chiesa apostolica armena, Kerenin II. Francesco vorrebbe anche recarsi alla frontiera, oggi chiusa, con la Turchia («se si potesse aprire quella frontiera, sarebbe una cosa bella», aveva auspicato il papa durante il volo di ritorno da Istanbul, nel settembre 2014), ma il progetto sembra di difficile realizzazione, anche se Bergoglio – come quando a Betlemme si fermò per toccare il muro di separazione con Israele –, ha compiuto diversi fuori programma.