Archive for luglio 2016

Si è dimesso Martin Drennan, vescovo che coprì i preti pedofili

30 luglio 2016

“il manifesto”
30 luglio 2016

Luca Kocci

Ci sono voluti sei anni, ma alla fine ha lasciato la guida della diocesi di Galway e Kilmacduagh (Irlanda) mons. Martin Drennan, ex vescovo ausiliare di Dublino, accusato di aver coperto gli abusi sessuali sui minori compiuti da alcuni preti della sua diocesi denunciati nei due rapporti governativi – Ryan e Murphy, risalenti al 2009 – che svelarono il pesante coinvolgimento del clero irlandese in uno dei più grandi scandali di pedofilia che ha riguardato la Chiesa cattolica.

Dal punto di vista formale non si tratta di una rimozione. «Il santo padre Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Galway and Kilmacduagh, presentata da mons. Drennan, in conformità al can. 401 paragrafo 2 del Codice di diritto canonico», si legge nello scarno comunicato della sala stampa vaticana. Ma il paragrafo 2 – a differenza del paragrafo 1, che determina il pensionamento ordinario per raggiunti limiti di età, 75 anni – regola le dimissioni «per infermità o altra grave causa», una formula che spesso nasconde il coinvolgimento dei vescovi in faccende indicibili. E infatti nella nota della Conferenza episcopale irlandese si spiegano le dimissioni «sulla base di motivi di salute e per suggerimento dei medici», e nella breve biografia di mons. Drennan non si fa alcun riferimento alla questione pedofilia.

Insomma, al di là dell’estremo tentativo di nascondere i fatti del passato, quelle di Drennan – che a gennaio ha compiuto 72 anni e quindi avrebbe avuto almeno altri due anni e mezzo di episcopato davanti a sé – sarebbero dimissioni “incoraggiate” dalla Santa sede. Anche se qualche dubbio permane, dal momento che la regola non varrebbe per tutti. Infatti dei sei vescovi chiamati in causa dai rapporti governativi per aver insabbiato i casi di abusi sessuali sui minori – ma che si sono sempre dichiarati non responsabili dei fatti loro addebitati –, Drennan è il quarto ad essere stato pensionato, ma altri due, mons. Eamonn Walsh e mons. Raymond Field, benché abbiano presentato le dimissioni a fine 2009 – quando sul soglio pontificio sedeva papa Ratzinger, che pure mise in riga la Chiesa irlandese dopo la pubblicazione dei rapporti governativi – sono tuttora in servizio come vescovi ausiliari di Dublino. Segno che Oltretevere non sono convinti di un loro effettivo coinvolgimento, oppure che si preferisce fare finta di nulla.

Il primo dei due rapporti, quello della commissione presieduta dal giudice dell’Alta corte Sean Ryan, pubblicato nel maggio 2009, prese in esame un periodo di oltre 60 anni, a partire dal 1936, indagando su oltre 30mila casi di abusi sessuali, fisici e psicologici su minori che vivevano per lo più in scuole, orfanotrofi e riformatori gestiti da enti cattolici. Risultarono coinvolti oltre 800 fra preti, religiosi, suore e laici, molti dei quali appartenenti alle congregazioni dei Christian brothers e delle Sisters of Mercy.

Il rapporto Murphy – pubblicato nel novembre 2009, alla fine di un’indagine condotta da una commissione indipendente incaricata dal governo e guidata dal giudice dell’Alta corte Yvonne Murphy – analizzò invece decine di denunce contro preti e religiosi per abuso sessuale tra il 1975 e il 2004, per valutare le conseguenti azioni delle istituzioni ecclesiastiche. Emerse che «la preoccupazione principale dell’arcidiocesi di Dublino nella gestione dei casi di abuso sessuale su minori, almeno fino alla metà degli anni ‘90, è stata mantenere il segreto, evitare lo scandalo, proteggere la reputazione della Chiesa e preservare il suo patrimonio. Tutte le altre considerazioni, compreso il benessere dei bambini e la giustizia per le vittime erano subordinate a queste priorità. L’Arcidiocesi non ha rispettato le norme del diritto canonico e ha fatto del suo meglio per evitare qualsiasi applicazione della legge dello Stato».

Mons. Bertolone: «La ‘ndrangheta è l’antievangelo». Un secolo di documenti antimafia della Chiesa calabra

28 luglio 2016

“Adista”
n. 28, 30 luglio 2016

Luca Kocci

«Ogni mafia, anche se usa un linguaggio pseudo religioso, è un’organizzazione pagana, atea e areligiosa», e «gli adepti sono degli scomunicati». L’arcivescovo di Catanzaro, mons. Vincenzo Bertolone, ribadisce la condanna senza appello delle organizzazioni mafiose, in particolare della ‘ndrangheta calabrese, la regione di cui, dal settembre 2015, guida la Conferenza episcopale.

L’occasione viene fornita dalla pubblicazione – da parte della casa editrice Tau di Assisi – di un prezioso volumetto che riproduce alcuni dei principali documenti contro il fenomeno ‘ndranghetista prodotti in cento anno dalla Conferenza episcopale calabra (La ‘ndrangheta è l’antievangelo. Un secolo di documenti, pp. 144, euro 12). Una sorta di antologia antimafia che comincia con la Lettera pastorale dell’episcopato calabrese per la Santa Quaresima del 1916, in cui si ponevano le prime basi per una purificazione della pietà popolare, individuando, già allora – e non si può non pensare agli “inchini” di oggi delle statue mariane sotto le case dei boss –, punti deboli come le «processioni, il ruolo dei padrini, la scarsa formazione del clero»; e si conclude, nel giugno 2015, con gli Orientamenti pastorali per le Chiese di Calabria Per una nuova evangelizzazione della pietà popolare (v. Adista Notizie n. 31/15), che si affiancano e completano la Nota pastorale sulla ‘ndrangheta Testimoniare la verità del Vangelo emanata dalla Conferenza episcopale calabra (Cec) il 25 dicembre 2014, la quale definì la mafia «struttura di peccato» (v. Adista Notizie n. 2/15).

Quello della ‘ndrangheta, scrive mons. Bertolone nella presentazione al libro, è «un fenomeno vecchio, capace di trasformarsi continuamente, non parallelo ma intimamente legato al contesto sociale e culturale calabrese» che però viene poi ampiamente superato: a partire dagli anni ’50, aggiunge il presidente della Cec, «le mafie escono dal loro ambito storico dell’onorata società latifondista, trasferendosi dalla campagna alla città, alla Regione, al Paese, al continente europeo e al mondo intero», agendo «come una multinazionale del crimine e degli affari».

In questa storia e in questo percorso si intreccia anche il cammino della Chiesa, dal momento che la ‘ndrangheta – così come le altre mafie – occupa anche lo spazio religioso, utile per lo costruzione del proprio consenso sociale nei territori. Da questo punto di vista, mons. Bertolone riconosce i tentennamenti della Chiesa cattolica, ma rivendica i progressi fatti, soprattutto negli ultimi decenni: ci sono stati «ritardi», che però non possono essere fatti passare «per immobilismo generalizzato, per silenzi, omissioni e in qualche caso larvata connivenza». E vengono citati la Lettera pastorale del 1948 dei vescovi meridionali, la lettera dei vescovi calabresi del 1975 intitolata Episcopato calabro contro la mafia disonorante piaga della società e i documenti della Conferenza episcopale degli anni ’80 e ’90, a cominciare da Educare alla legalità del 1991.

Insomma, conclude Bertolone – che è stato anche postulatore della causa di beatificazione di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso da Cosa Nostra 15 settembre 1993 per il suo impegno pastorale e civile antimafia –, «non sono mancate irresponsabili connivenze di pochi, nonché omertosi silenzi di molti», di cui i credenti «sanno e vogliono chiedere perdono»; ma, soprattutto dopo la «svolta» del Concilio Vaticano II, la Chiesa ha cominciato a parlare con voce più chiara, chiamando «ateismo e irreligione la sensibilità mafiosa, stigmatizzandone il perverso e diabolico tentativo di scimmiottare riti e linguaggi religiosi, o addirittura adulterare processioni, solennità religiose, santuari e aggregazioni di fede». L’antidoto al «veleno mafioso» è sempre lo stesso: il Vangelo.

Dolore per le vittime ma un chiaro no allo scontro religioso

27 luglio 2016

“il manifesto”
27 luglio 2016

Luca Kocci

Quello avvenuto ieri mattina nella parrocchia di Saint Etienne du Rouvray, vicino Rouen, è il primo attacco terroristico compiuto in una chiesa cattolica europea rivendicato dall’Isis.

Troppo presto per dire se si tratti dell’apertura di un nuovo fronte in Europa. Le modalità dell’azione, nonostante la ferocia dell’atto, in base alle prime notizie che arrivano dalla Francia – due assalitori isolati, armati di coltello – porterebbero ad escluderlo. In ogni caso le reazioni della Santa sede e dell’episcopato francese parlano di dolore e preoccupazione, ma sono soprattutto tese a smorzare ogni possibile “scontro di civiltà” che coinvolga le religioni.

«Il Signore ispiri a tutti pensieri di riconciliazione e fraternità in questa nuova prova», ha scritto il segretario di Stato vaticano, cardinale Parolin, in un telegramma «inviato a nome del santo padre» all’arcivescovo di Rouen, monsignor Lebrun. «È una nuova notizia terribile, che si aggiunge ad una serie di violenze che in questi giorni ci hanno sconvolto, creando immenso dolore e preoccupazione», ha aggiunto il portavoce della Santa sede, padre Lombardi, dicendo che il papa «partecipa al dolore e all’orrore per questa violenza assurda, con la condanna più radicale di ogni forma di odio». E il quotidiano della Santa sede, L’Osservatore Romano, titola a tutta pagina «La semina dell’odio» e scrive, in un fondo del direttore Giovanni Maria Vian: «Va detto e ripetuto ancora una volta, con la stragrande maggioranza degli esponenti religiosi di ogni fede, che le religioni non sono di per sé all’origine della violenza, ma al contrario che in esse vi sono i semi della convivenza e della pace. Semi che possono e devono essere curati e coltivati da ogni essere umano che professi una credenza religiosa, insieme a ogni donna e a ogni uomo di buona volontà», «l’odio seminato per fomentare lo scontro tra culture e tra religioni evocando e agitando fantasmi del passato deve essere in ogni modo respinto e prevenuto da tutti». Ha capito al volo il fascio-leghista Salvini, che si è sfogato su Facebook: «Francia, sgozzano il parroco inneggiando allo Stato islamico. Ma sì, che volete che sia, l’Islam è pace… Saranno contenti quegli uomini di Chiesa che festeggiano il Ramadan e predicano sbarchi, silenzio, accoglienza e sottomissione».

Un messaggio di pace è giunto anche dall’arcivescovo di Rouen, che si trovava a Cracovia, dove ieri è cominciata la Giornata mondiale della gioventù, e che è subito ripartito per la Francia: «La risposta giusta al terrorismo è quella di riunirsi e vivere la fratellanza e l’incontro tra i popoli», ha dichiarato alla Radio Vaticana. «Non vogliamo chiedere allo Stato una protezione particolare, lo Stato deve assumersi le proprie responsabilità, ma io non voglio pensare di pregare con le guardie intorno, le chiese sono sempre aperte e questo deve continuare». E poi un appello «a tutti gli uomini di buona volontà: non fate di tutta l’erba un fascio, vivete nell’amore che non chiede vendetta».

È certo però che l’aggressione di Rouen farà salire la tensione a Cracovia, dove oggi arriverà papa Francesco – che venerdì visiterà anche il lager di Auschwitz Birkenau – e dove fino a domenica si raduneranno centinaia di migliaia di giovani da tutta Europa per il tradizionale mega-raduno biennale della Gmg.

Antimafia sotto attacco nel Casertano: colpita una cooperativa vicina a Libera

26 luglio 2016

“Adista”
n. 27, 23 luglio 2016

Luca Kocci

Quattro ettari di terreno coltivati a noci andati in fumo insieme ad un pezzo del “Giardino della memoria”, i cui alberi ricordano le vittime innocenti di mafia.

È il terzo attentato mafioso in pochi giorni contro le cooperative agricole antimafia. Prima è stata la volta di due aziende calabresi di Goel Bio – il consorzio di cooperative sociali che aggrega gli agricoltori della Locride che si oppongono alla ‘ndrangheta –, le quali si sono viste tagliare gli alberi di ulivo (v. Adista Notizie n. 25/16) ed estirpare le cipolle rosse di Tropea appena messe a dimora (v. Adista Notizie n. 26/16). La scorsa settimana è toccato alla cooperativa “Al di là dei sogni” di Sessa Aurunca (Ce) – aderente al consorzio Nuova cooperazione organizzata (che fa parte della galassia di Libera, di don Luigi Ciotti), il cui acronimo, Nco, fa il verso alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, attiva negli anni ‘70 e ‘80 – che produce ortaggi e frutta su 17 ettari di terreno confiscati al clan Moccia, dando lavoro a più di venti persone con disagio mentale, diverse delle quali provenienti dall’ex Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa.

Le fiamme, appiccate in più punti, hanno risparmiato i terreni e le coltivazioni circostanti, ma hanno completamente distrutto quattro ettari di terra coltivati a noci ed interessato anche una parte del “Giardino della memoria”, boschetto simbolico impiantato dai giovani di “Al di là dei sogni” per ricordare con ogni albero una vittima innocente di mafia, a cominciare da don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe (Ce) ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 per il suo impegno pastorale e civile antimafia (v. Adista Documenti n. 28/94). Sui terreni andati in fiamme è stata fatta ritrovare anche una testa di bufala, per gli inquirenti un segnale di avvertimento.

«Se pensano di fermarci in questo modo, hanno sbagliato i conti. Siamo abituati a non abbassare la testa», ha risposto subito Simmaco Perillo, responsabile della cooperativa “Al di là dei sogni”, parlando ad una cinquantina di volontari arrivati da tutta Italia per i campi estivi di lavoro organizzati da Libera. «Solidarietà alla cooperativa aderente», «condanna» dell’episodio e promessa di «non indietreggiare di un solo passo» sono arrivate dal Comitato don Peppe Diana, Libera Caserta, Forum nazionale dell’Agricoltura sociale e Consorzio Nuova cooperazione organizzata. E Mariano Di Palma, coordinatore della segreteria regionale campana di Libera ha aggiunto: «La cooperativa “Al di là dei sogni” è uno dei segni più importanti del riscatto dei territori campani, una realtà che a Sessa Aurunca con coraggio ha trasformato un pezzo di territorio che prima era in mano alle camorre in una realtà produttiva, credibile, capace di costruire attorno alla cooperativa una comunità che racconta una storia straordinaria. L’attacco che è stato fatto ai danni del bene è un atto vile che però non intimidisce nessuno di noi. Non abbiamo paura. La forza della nostra rete è innanzitutto quella di reagire assieme per liberare i territori. I beni confiscati sono occasione di posti di lavoro, di una nuova occupazione, libera da mafie e sfruttamento. I beni confiscati sono il potere dei segni contro i segni del potere come direbbe qualcuno. E da qualche anno anche di più: una realtà economica del territorio che dimostra che non è semplice testimonianza, ma alternativa reale alle camorre».

Non è la prima intimidazione che la cooperativa “Al di là dei sogni” subisce. Gli attacchi erano cominciati già alla consegna delle chiavi del bene confiscato da parte del Comune di Sessa Aurunca, alla fine di dicembre 2008. La masseria era stata ristrutturata con fondi europei (1.020.000 euro), ma all’ingresso gli assegnatari si erano accorti che i bagni non avevano le finestre e che le porte sbattevano contro i water. Denunciarono tutto e, in risposta, pochi giorni dopo ci furono atti vandalici sui terreni. L’ultimo attentato lo scorso 16 gennaio: alla vigilia dell’arrivo di un gruppo di ragazzi per un periodo di pratica nell’azienda agricola, ignoti hanno distrutto l’impianto idraulico, sfondato porte e finestre, tranciato cavi dell’elettricità e buttato giù due pareti. Per ricominciare, anche questa volta, il prossimo 23 luglio, nell’ambito del Festival dell’impegno civile, a Maiano di Sessa Aurunca, sui terreni di “Al di là dei sogni”, è prevista un’iniziativa di solidarietà.

Dopo gli ulivi, le cipolle. Continuano intimidazioni e furti ai danni delle cooperative anti-‘ndrangheta

15 luglio 2016

“Adista”
n. 26, 16 luglio 2016

Luca Kocci

Mentre ancora si stavano facendo i conti dei danni dell’intimidazione subita da un’azienda agricola di Stilo (Rc) lo scorso 25-26 giugno (v. Adista Notizie n. 25/16), un’altra cooperativa agricola aderente a Goel Bio – il consorzio di cooperative sociali che aggrega aziende agricole calabresi che si oppongono alla ‘ndrangheta –, la coop Briatico Welfare, ha subito un nuovo attacco: nella notte tra il 30 giugno e l’1 luglio, ignoti hanno estirpato e portato via cipolle rosse di Tropea biologiche per un valore di circa ottomila euro, che verrà immediatamente rimborsato dal consorzio.

«Il furto – raccontano dal Goel, il consorzio di cooperative sociali calabresi, di cui Goel Bio fa parte – nato oltre dieci anni fa anche grazie all’impulso dell’ex vescovo di Locri mons. Giancarlo Bregantini – è avvenuto ad opera di ignoti che si sono introdotti nei campi coltivati la notte stessa in cui le cipolle erano state messe a dimora a terra, ad essiccare, e si sono dileguati nel buio. Mancavano due ore all’alba quando i rappresentanti della cooperativa si sono recati nel campo a tirare le cipolle e metterle in cassetta nel capannone, ma al loro posto hanno trovato i solchi lasciati dal mezzo con cui presumibilmente ne hanno portato via oltre cinquanta quintali».

Anche qualche altro produttore in zona è stato colpito da analoghi furti, quindi stavolta potrebbe anche non trattarsi di aggressioni ed intimidazioni di matrice ‘ndranghetista, come invece probabile per l’episodio di Stilo e per i numerosissimi attentati di cui sono state fatte oggetto negli anni le cooperative del consorzio Goel (v. Adista Notizie nn. 27 e 31/06, 33/07, 3/12, 32/14, 39/15. Ma la coincidenza di due atti in meno di una settimana – a Briatico il furto delle cipolle appena impiantate, a Stilo l’abbattimento di 13 alberi di ulivo – contro due aziende agricole aderenti allo stesso consorzio noto per il suo impegno antimafia e per la legalità, non consente di respingere questa ipotesi.

«Ogni volta che veniamo colpiti diventiamo più forti», spiega Vincenzo Linarello, presidente di Goel e direttore dell’Ufficio per la Pastorale del Lavoro della diocesi di Locri-Gerace». «Da una parte ci siamo noi che creiamo sviluppo e lavoro in Calabria, dall’altra parte c’è la ‘ndrangheta che distrugge, ruba e devasta. Il nostro consenso cresce, la gente è dalla nostra parte. Per questo piantiamo 26 alberi di ulivo (a Stilo, dove ne sono stati abbattuti 13, n.d.r.), per far vedere che da ogni aggressione ne usciamo rafforzati!». L’appuntamento con la “festa della Ripartenza” è in contrada Tavoleria, a Stilo, il prossimo 15 luglio.

Escono i gesuiti, entra, o meglio rientra l’Opus Dei

12 luglio 2016

“il manifesto”
12 luglio 2016

Luca Kocci

Escono i gesuiti, entra, anzi rientra, l’Opus Dei.

Dopo dieci anni trascorsi alla guida della Sala stampa della Santa sede, il 74enne gesuita padre Federico Lombardi lascia l’incarico di “portavoce del papa”. Al suo posto arriva il giornalista statunitense Gregory Burke, membro numerario dell’Opus Dei, cioè un laico che ha il vincolo del celibato e che è pienamente inserito nell’organizzazione che Giovanni Paolo II volle eleggere come Prelatura personale, caso unico nell’ordinamento canonico della Chiesa cattolica romana.

Si tratta di una “seconda volta” dell’Opus Dei nell’ufficio che gestisce la comunicazione del papa e, in un certo senso, di un ritorno all’èra Wojtyla: prima di Lombardi, infatti, la Sala stampa vaticana è stata guidata per 22 anni – dal 1984 al 2006, buona parte del pontificato di Giovanni Paolo II – dallo spagnolo Joaquín Navarro-Valls, anche lui numerario dell’Opus Dei.

Arriva anche una nuova vicedirettrice: la giornalista spagnola (corrispondente da Roma per la radio cattolica spagnola Cadena Cope) Paloma García Ovejero, la prima volta di una donna, in linea con quella valorizzazione delle donne anche nei ruoli decisionali più volte proclamata da papa Francesco ma che, fino a ieri, si era vista poco.

È presto per dire cosa cambierà nella comunicazione della Santa sede, bisognerà attendere i nuovi portavoce alle prime prove, da agosto in poi, perché padre Lombardi resterà in carica fino al 31 luglio, quando rientrerà dall’ultimo viaggio internazionale con papa Francesco, in Polonia (per la Giornata mondiale della gioventù), dove visiterà anche il lager di Auschwitz.

Risultano però evidenti tre scelte: l’internazionalizzazione, la laicizzazione e, in un certo senso, una maggiore professionalizzazione della Sala stampa vaticana. Al posto di due religiosi italiani – Lombardi e il vicedirettore padre Benedettini, in carica fino a gennaio, sostituito proprio da Burke – due giornalisti professionisti stranieri e laici (anche se Burke è un laico sui generis, in quanto numerario dell’Opus Dei).

Che non necessariamente, però, significherà una maggiore apertura, visti i profili piuttosto diversi di Lombardi e Burke. Nipote del gesuita Riccardo Lombardi – il “microfono di Dio” che nel triennio 1945-48 arringava le folle per la Dc – e del giurista Gabrio Lombardi – democristiano di destra, che fu presidente del Comitato per il referendum per l’abrogazione del divorzio nel 1974 –, Federico Lombardi da gesuita è stato moderatamente vicino alla linea riformatrice del “generale” (il superiore dei gesuiti nel mondo) Pedro Arrupe e sostenitore delle posizioni di padre Bartolomeo Sorge, e da direttore della Sala stampa vaticana ha mostrato doti di grande equilibrio “gesuitico”, trovandosi a gestire passaggi “storici”, come le dimissioni di Ratzinger, o particolarmente delicati, come Vatileaks. Burke, 56 anni, ha studiato dai gesuiti ma presto si è avvicinato all’Opus Dei, giornalista professionista, ha lavorato come corrispondente da Roma per il settimanale cattolico conservatore National Catholic Register e per Fox News, l’emittente di Murdoch considerata filo-repubblicana, dal 2012 lavora anche in Vaticano, prima come consulente per la comunicazione e, da dicembre, come vice-direttore della Sala stampa, in attesa della nomina di ieri.

Cooperativa antimafia ancora sotto attacco. “Ripartiremo ancora più forti”

10 luglio 2016

“Adista”
n. 25, 9 luglio 2016

Luca Kocci

La firma non c’è, ma quello avvenuto a Stilo (Rc) nella notte fra il 25 e il 26 giugno sembra proprio essere l’ennesimo attentato intimidatorio che ha colpito un piccolo produttore di Goel Bio, il consorzio di cooperative sociali che aggrega aziende agricole della Locride che si oppongono alla ‘ndrangheta (Goel Bio a sua volta fa parte di Goel, il consorzio di cooperative sociali calabresi nato oltre dieci anni fa anche grazie all’impulso dell’ex vescovo di Locri mons. Giancarlo Bregantini).

Ignoti si sono introdotti nell’uliveto dell’azienda a conduzione famigliare di Daniele Pacicca, socio di Goel Bio che produce l’olio extravergine di oliva “Carolea”, e a colpi di sega hanno abbattuto tredici alberi di ulivo di venti anni di età. «Quei tredici alberi di ulivo abbattuti sul terreno sono l’icona più rappresentativa del disonore della ‘ndrangheta in terra di Calabria», spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente del Goel e da qualche settimana di nuovo direttore dell’ufficio della pastorale del lavoro della diocesi di Locri-Gerace. «Il popolo calabrese onesto – prosegue –, con fatica, cerca di creare lavoro e sviluppo in Calabria. Il popolo calabrese onesto pianta alberi di ulivo per produrre olio. La ‘ndrangheta taglia e distrugge gli alberi. Cerca di recidere ogni possibilità di futuro per la Calabria. Questa è l’unica cosa che sanno fare».

Collegare l’atto vandalico alla ‘ndrangheta – benché non vi siano prove evidenti – è piuttosto semplice. «Nella Locride è molto difficile che atti di questo genere non siano eseguiti o perlomeno “autorizzati” dalle cosche», spiega Linarello, che ricorda come a pochi chilometri da Stilo ci sia Monasterace, sede di un’altra azienda aderente a Goel Bio, “A Lanterna”,  fatta oggetto di sette attentati in sette anni, l’ultimo ad ottobre 2015, quando alcune persone si introdussero nel capannone per il ricovero delle attrezzature dell’azienda e lo incendiarono, distruggendolo completamente, insieme anche a tutti gli attrezzi agricoli posti all’interno, tra cui un trattore, il gasolio agricolo e l’attrezzatura meccanica (v. Adista Notizie n. 39/15). E Goel Bio è una realtà che presenta un modello di agricoltura etica e solidale che dà fastidio in «un mercato spesso condizionato dalla prepotenza della ‘ndrangheta che – aggiunge Linarello – vive da parassita sulle fatiche e sui sacrifici dei calabresi. Per questo abbiamo scelto di stare al fianco degli agricoltori onesti, che resistono giorno per giorno alle pressioni mafiose, che si sono impegnati a rispettare l’ambiente con produzioni biologiche, che si sforzano di promuovere la dignità del lavoro e del territorio».

Dopo l’incendio doloso del 2015 a Monasterace, Goel Bio ha riacquistato il trattore e gli attrezzi agricoli e riparato il capannone per ripartire subito. La stessa cosa accadrà ora, annuncia Linarello: «Goel ripianterà gli alberi di ulivo e farà in modo che, così come è successo a “A Lanterna”, anche l’azienda di Daniele Pacicca possa ripartire ancora più forte e prospera di prima!».

Vatileaks 2. Prosciolti Fittipaldi e Nuzzi, condannati Balda e Chaouqui

8 luglio 2016

“il manifesto”
8 luglio 2016

Luca Kocci

Condannati mons. Ángel Lucio Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, prosciolti i giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi.

Con questa sentenza emessa ieri pomeriggio dal Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, si chiude il cosiddetto Vatileaks 2 – ai tempi di papa Ratzinger ci fu un Vatileaks 1, per cui venne condannato e poi graziato il maggiordomo di Benedetto XVI –, il processo per il trafugamento e la diffusione di documenti vaticani riservati, in particolare “fuoriusciti” dalla Cosea, la Commissione referente di studio e indirizzo sull’organizzazione delle strutture economico-amministrative della Santa sede istituita da papa Francesco nel luglio 2013.

La condanna più pesante è toccata a mons. Vallejo Balda, appartenente alla Società sacerdotale della Santa Croce (legata all’Opus Dei), segretario della Cosea e per un periodo anche segretario della Prefettura degli affari economici della Santa sede, nominato direttamente da papa Francesco. I promotori di giustizia vaticani (i pubblici ministeri) avevano chiesto tre anni e un mese, il tribunale lo ha condannato a 18 mesi, non riconoscendo il reato di associazione a delinquere ma solo il trafugamento e la diffusione di documenti. Stessa sorte per Francesca Chaouqui, pure lei simpatizzante dell’Opus Dei, inserita nella Cosea su segnalazione dello stesso Balda, e in passato protagonista di altri “scandalicchi” vaticani, come l’organizzazione – di nuovo insieme a mons. Balda – di una sorta di ricevimento per 150 vip (fra cui Bruno Vespa) sulla terrazza della Prefettura degli affari economici per seguire dall’alto la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, allietati da un sontuoso buffet: l’accusa aveva chiesto tre anni e nove mesi, il tribunale l’ha condannata a dieci mesi per «il concorso nel reato commesso da Balda», con pena sospesa per cinque anni. Gli imputati hanno tre giorni di tempo per presentare appello.

Prosciolti i giornalisti Nuzzi e Fittipaldi, destinatari dei documenti riservati che sono poi finiti nelle pagine dei due best-seller Via Crucis (Chiarelettere) e Avarizia (Feltrinelli). L’accusa aveva chiesto l’assoluzione per insufficienza di prove per Fittipaldi e la condanna ad un anno per Nuzzi. Il tribunale ha assolto entrambi per «difetto di giurisdizione», dal momento che «i fatti contestati agli imputati sono avvenuti al di fuori del proprio ambito ordinario di giurisdizione», cioè fuori dalle mura vaticane. Nella sentenza c’è anche il riconoscimento della «sussistenza radicata e garantita dal Diritto divino della libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di stampa nell’ordinamento giuridico vaticano».

Il Vaticano è diventato improvvisamente il paladino della libertà di informazione? No, semplicemente Oltretevere si sono accorti del vicolo cieco in cui si erano andati a cacciare e del caso di proporzioni globali che sarebbe scoppiato se i cronisti fossero stati condannati. Quindi meglio il proscioglimento, arricchito dall’apologia della «liberta di stampa» per «diritto divino». Tanto che padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, può ribadire che «questo non era in alcun modo un processo contro la libertà di stampa» e sottolineare le «sentenze di assoluzione di cui non ci si può che rallegrare».

Al termine di una vicenda durata otto mesi e 21 udienze, quello che emerge con sufficiente chiarezza, al di là del gossip boccaccesco che ha riempito le cronache – dal babydoll scomparso di Francesca Chaouqui agli sms a luci rosse di mons. Balda –, è che le lotte di potere nei sacri palazzi non sono terminate (non è un caso che la vicenda abbia ruotato intorno alle strutture economico-finanziarie vaticane). E nessuno può escludere che dopo un Vatileaks 1 e un Vatileaks 2 arrivi anche un Vatileaks 3.

 

Il papa: «Basta al traffico di armi, la pace è possibile»

6 luglio 2016

“il manifesto”
6 luglio 2016

Luca Kocci

Dito puntato, ancora una volta, da papa Francesco contro tutti i Paesi occidentali di area Nato, ma anche contro le monarchie saudite e la Russia, che vendono armi alla Siria o ai ribelli anti Assad mentre contemporaneamente invocano la pace.

«Come si può credere a chi con la mano destra ti accarezza e con la sinistra ti colpisce?», chiede retoricamente il pontefice in un videomessaggio diffuso ieri in occasione del rilancio della campagna per la pace in Siria («Siria, la pace è possibile») promossa dalla Caritas Internationalis, organismo a cui aderiscono 165 Caritas di tutto il mondo, tra cui quella italiana. «Mentre il popolo soffre – si ascolta nel videomessaggio di Francesco –, incredibili quantità di denaro vengono spese per fornire le armi ai combattenti. E alcuni dei Paesi fornitori di queste armi, sono anche fra quelli che parlano di pace».

Nomi Bergoglio non ne fa, ma sul banco degli imputati siedono i principali governi occidentali e i Paesi della Nato, che per anni hanno venduto armi alla Siria e da un po’ di tempo le vendono agli oppositori di Assad (fra cui si annidano anche gli jihadisti dell’Isis e di Al Qaeda), ma anche la Russia di Putin. E qualche giorno fa il New York Times ha rivelato che una grande quantità di armi che la Cia – in collaborazione con i sauditi – aveva destinato ai ribelli siriani contro il regime di Assad è stata rubata dai servizi segreti giordani e collocata sul mercato nero.

Si tratta di una guerra, ricorda il papa nel videomessaggio, «oramai entrata nel suo quinto anno. È una situazione di indicibile sofferenza di cui è vittima il popolo siriano, costretto a sopravvivere sotto le bombe o a trovare vie di fuga verso altri Paesi». E a questo proposito la Rete italiana per il disarmo rilancia il rapporto della ong olandese Stop Wapenhandel (“Border wars”) che denuncia come «le principali aziende europee di armamenti coinvolte nella vendita di sistemi militari al Medio Oriente sono le stesse aziende che stanno traendo profitti dalla crescente militarizzazione delle frontiere dell’Unione europea». Insomma un affare doppio.

Non è la prima volta che papa Francesco denuncia il commercio internazionale delle armi come causa prima delle guerre. E non è la prima volta che interviene sulla Siria, da quando, nel settembre 2013, alla vigilia di quello che sembrava un imminente attacco occidentale alla Siria di Assad, scrisse a Putin (contrario all’azione militare) che presiedeva un G20 a San Pietroburgo per chiedere ai capi di Stato e di governo di abbandonare «ogni vana pretesa di una soluzione militare» contro Damasco; e pochi giorni dopo promosse una giornata di digiuno e una grande veglia per la pace in piazza San Pietro che contribuì a fermare l’intervento armato.

«Appelli puntualmente inascoltati – spiega Giorgio Beretta (Rete disarmo) –, le responsabilità sono tutte dei governi occidentali che continuano a vendere armi nonostante siano ben coscienti delle continue violazioni dei diritti umani in Medio Oriente. Se vogliamo fermare le guerre, il primo passo è la trasparenza e un controllo rigoroso sull’export di armamenti, che invece è in aumento, come confermano i recenti contratti firmati da Finmeccanica e Fincantieri»

Ancora papa Francesco: «Non c’è una soluzione militare per la Siria, ma solo una politica. La comunità internazionale deve sostenere i colloqui di pace verso la costruzione dì un governo di unità nazionale. La pace in Siria è possibile!».

Spotlight pugliese. A Brindisi, ancora un prete arrestato per pedofilia. I fedeli: il vescovo intervenga

3 luglio 2016

“Adista”
n. 24, 2 luglio 2016

Luca Kocci

È stato arrestato a metà giugno, con l’accusa di atti sessuali continuati e pluriaggravati su un minore, don Francesco Caramia, parroco di San Giustino de Jacobis, a Brindisi, fino al dicembre 2015, quando si dimise dall’incarico dopo aver appreso di essere indagato dalla magistratura, anche se ufficialmente «per motivi di salute». Si tratta del terzo arresto in poco più di anno, tanto che un gruppo di cattolici brindisini riuniti nel gruppo “Manifesto 4 ottobre”, che da tempo chiede al proprio arcivescovo, mons. Domenico Caliandro, di prendere provvedimenti più energici di quelli adottati finora e di istituire una commissione diocesana di inchiesta sulla pedofilia, parla di un vero e proprio «caso Spotlight» pugliese, il film premio Oscar (Il Caso Spotlight), che ha raccontato gli abusi sessuali sui minori commessi da decine di preti dell’arcidiocesi di Boston negli anni ‘80 e ‘90.

L’ordine di arresto di don Caramia da parte del Gip è scattato dopo aver ascoltato la testimonianza della vittima, che ha raccontato di aver subito numerosi abusi da parte del parroco – che si professa innocente –, spesso al termine degli incontri di catechismo, nel periodo 2009-2010, quando aveva circa dieci anni.

L’ex parroco di San Giustino de Jacobis è il terzo prete brindisino a finire nel mirino della magistratura. Il primo fu don Giampiero Peschiulli, arrestato a maggio 2015 con l’accusa di abusi sessuali su minori (a dare il via alle indagini era stato un servizio della trasmissione televisiva Le Iene) e a gennaio condannato in primo grado con rito abbreviato a 3 anni e 8 mesi, che il prete sta scontando ai domiciliari in una comunità di recupero per religiosi (prima della sentenza della magistratura era arrivata quella del Vaticano, il 3 dicembre 2015, con il decreto di dimissioni dallo stato clericale di don Peschiulli). Poi toccò a don Francesco Legrottaglie, accusato di detenzione di materiale pedopornografico – nel 2000 aveva già subito una condanna a un anno e dieci mesi (pena sospesa) per analoghi reati commessi negli anni ’90 – e condannato in primo grado, con l’aggravante della recidiva, a quattro anni. E secondo alcune indiscrezioni di stampa, sotto indagine ci sarebbe anche un quarto prete, di cui non si conosce il nome.

«Nel maggio 2015 – spiegano i cattolici del “Manifesto 4 ottobre” – dopo l’arresto del primo prete, Peschiulli, scrivemmo al vescovo di Brindisi una lettera con la quale, sull’esempio di quanto fatto in altre diocesi, si proponeva l’istituzione di una commissione di indagine (v. Adista Notizie n. 21/15, ndr). Nessuna risposta! Nel novembre successivo, dopo l’arresto del secondo prete ad Ostuni con l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico, richiedemmo al vescovo Caliandro “se a fronte di certi comportamenti sia sufficiente l’allontanamento dal ministero pubblico dei presbiteri coinvolti o se, invece, nel dare segnali chiari e rigorosi di riprovazione, non sia giusto procedere, rapidamente, dopo le prescritte verifiche, alla sospensione da qualsiasi funzione pastorale e sacramentale in pubblico e in privato (sospensione a divinis), almeno fino a quando non risultasse l’innocenza degli accusati”». E allora la risposta del vescovo fu caustica: «Ci sono alcuni laici che credono di essere più santi degli altri» (v. Adista Notizie n. 45/15).

Ora il nuovo arresto di don Caramia. «La comunità ecclesiale e quella civile – interviene di nuovo il gruppo “Manifesto 4 ottobre” – sono ferite e preoccupate davanti a tali fatti, ai quali non si può sommariamente rispondere con un’intervista concessa dal vescovo sulla stampa locale; si tratta di eventi e di problematiche che coinvolgono prima di tutto la Chiesa diocesana nella sua totalità. Ci permettiamo pertanto di chiedere al nostro vescovo di favorire una diffusa e meditata attenzione ad una questione così grave in tutti gli organismi della Chiesa diocesana, perché esca dal circuito del mugugno e del facile scandalismo, se ne individuino le cause ed i fattori favorenti e si ponga mano a coraggiosi correttivi in una prospettiva di corresponsabilità interna ed anche nei riguardi di tutta la società».