Mons. Bertolone: «La ‘ndrangheta è l’antievangelo». Un secolo di documenti antimafia della Chiesa calabra

“Adista”
n. 28, 30 luglio 2016

Luca Kocci

«Ogni mafia, anche se usa un linguaggio pseudo religioso, è un’organizzazione pagana, atea e areligiosa», e «gli adepti sono degli scomunicati». L’arcivescovo di Catanzaro, mons. Vincenzo Bertolone, ribadisce la condanna senza appello delle organizzazioni mafiose, in particolare della ‘ndrangheta calabrese, la regione di cui, dal settembre 2015, guida la Conferenza episcopale.

L’occasione viene fornita dalla pubblicazione – da parte della casa editrice Tau di Assisi – di un prezioso volumetto che riproduce alcuni dei principali documenti contro il fenomeno ‘ndranghetista prodotti in cento anno dalla Conferenza episcopale calabra (La ‘ndrangheta è l’antievangelo. Un secolo di documenti, pp. 144, euro 12). Una sorta di antologia antimafia che comincia con la Lettera pastorale dell’episcopato calabrese per la Santa Quaresima del 1916, in cui si ponevano le prime basi per una purificazione della pietà popolare, individuando, già allora – e non si può non pensare agli “inchini” di oggi delle statue mariane sotto le case dei boss –, punti deboli come le «processioni, il ruolo dei padrini, la scarsa formazione del clero»; e si conclude, nel giugno 2015, con gli Orientamenti pastorali per le Chiese di Calabria Per una nuova evangelizzazione della pietà popolare (v. Adista Notizie n. 31/15), che si affiancano e completano la Nota pastorale sulla ‘ndrangheta Testimoniare la verità del Vangelo emanata dalla Conferenza episcopale calabra (Cec) il 25 dicembre 2014, la quale definì la mafia «struttura di peccato» (v. Adista Notizie n. 2/15).

Quello della ‘ndrangheta, scrive mons. Bertolone nella presentazione al libro, è «un fenomeno vecchio, capace di trasformarsi continuamente, non parallelo ma intimamente legato al contesto sociale e culturale calabrese» che però viene poi ampiamente superato: a partire dagli anni ’50, aggiunge il presidente della Cec, «le mafie escono dal loro ambito storico dell’onorata società latifondista, trasferendosi dalla campagna alla città, alla Regione, al Paese, al continente europeo e al mondo intero», agendo «come una multinazionale del crimine e degli affari».

In questa storia e in questo percorso si intreccia anche il cammino della Chiesa, dal momento che la ‘ndrangheta – così come le altre mafie – occupa anche lo spazio religioso, utile per lo costruzione del proprio consenso sociale nei territori. Da questo punto di vista, mons. Bertolone riconosce i tentennamenti della Chiesa cattolica, ma rivendica i progressi fatti, soprattutto negli ultimi decenni: ci sono stati «ritardi», che però non possono essere fatti passare «per immobilismo generalizzato, per silenzi, omissioni e in qualche caso larvata connivenza». E vengono citati la Lettera pastorale del 1948 dei vescovi meridionali, la lettera dei vescovi calabresi del 1975 intitolata Episcopato calabro contro la mafia disonorante piaga della società e i documenti della Conferenza episcopale degli anni ’80 e ’90, a cominciare da Educare alla legalità del 1991.

Insomma, conclude Bertolone – che è stato anche postulatore della causa di beatificazione di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso da Cosa Nostra 15 settembre 1993 per il suo impegno pastorale e civile antimafia –, «non sono mancate irresponsabili connivenze di pochi, nonché omertosi silenzi di molti», di cui i credenti «sanno e vogliono chiedere perdono»; ma, soprattutto dopo la «svolta» del Concilio Vaticano II, la Chiesa ha cominciato a parlare con voce più chiara, chiamando «ateismo e irreligione la sensibilità mafiosa, stigmatizzandone il perverso e diabolico tentativo di scimmiottare riti e linguaggi religiosi, o addirittura adulterare processioni, solennità religiose, santuari e aggregazioni di fede». L’antidoto al «veleno mafioso» è sempre lo stesso: il Vangelo.

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