Adunata fascista al Verano con il viceparroco del “rosso” Quadraro

“il manifesto”
20 settembre 2016

Luca Kocci

«Dio benedica l’Italia e il fascismo». È la preghiera che don Marco Solimena ha elevato al cielo durante l’omelia della messa con cui domenica scorsa, 18 settembre, al cimitero Verano di Roma, si è conclusa l’annuale commemorazione dei “martiri” di Rovetta, 43 soldati della Legione Tagliamento della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, uccisi dai partigiani il 28 aprile del 1945 a Rovetta, nel bergamasco, alla fine della seconda guerra mondiale.

Sono le 9.30 quando un centinaio di fascisti – dal vecchio reduce di Salò al giovane fascista del 2000, cranio rasato, tatuaggi e bicipiti in mostra – si raduna davanti all’ingresso laterale del Verano. Saluti romani, foulard della Tagliamento e della X Mas, magliette della Rsi e di Casa d’Italia di Colleverde, qualche fez, parecchie camicie nere, ma anche uomini in doppiopetto e signore ingioiellate. Alle 10 uno degli organizzatori, fascio littorio un po’ sbiadito tatuato sull’avambraccio, grida «Camerati! Attenti!» e, osservato a distanza da 5-6 poliziotti in borghese, parte un minicorteo – ma più che una legione sembra l’Armata Brancaleone – che attraversa i vialetti del Verano fino alla tomba dei caduti di Rovetta.

Parlano i reduci di Salò: «Oggi ricordiamo dei veri italiani uccisi per un ideale sempre presente in noi». Interviene Augusto Sinagra, docente di Diritto dell’Unione europea all’università “Sapienza” di Roma, già avvocato di Licio Gelli nonché iscritto alla P2: «Ci hanno sconfitto in battaglia ma non sono state sconfitte le nostre idee, solo il fascismo è stato in grado di realizzare la giustizia sociale in Italia». Parla anche il giovane presidente, in abiti militari,  dell’associazione intitolata alla 29.ma Divisione SS italiana – i volontari italiani che dopo l’8 settembre 1943 giurarono ad Hitler e furono inquadrati nelle SS – che conclude il suo intervento con il triplice grido nazista “Sieg Heil”.

Poi «l’appello ai caduti». Un reduce scandisce uno per uno i 43 nomi dei fascisti uccisi a Rovetta, tutti tendono il braccio destro e rispondono «Presente», facendo risuonare il grido fra le tombe del Verano.

Arriva don Marco Solimena, viceparroco al Quadraro, il “nido di vespe”, come lo chiamavano i nazifascisti, quartiere medaglia d’oro al merito civile che nell’aprile del 1944 subì un durissimo rastrellamento con oltre 900 deportati in Germania, solo la metà tornarono a casa alla fine della guerra. «Camerati radunatevi all’altare, comincia la messa, i fascisti sono cattolici», esorta uno degli organizzatori. Ma attorno all’altare si ritrovano in pochi, e don Solimena esprime il suo disappunto: «È triste vedere che a tanti camerati non frega nulla!». Messa con rito preconciliare, tutta in latino, tranne l’omelia, in cui il viceparroco del Quadraro – assiduo frequentatore dei raduni fascisti – commenta il brano del Vangelo in cui Gesù guarisce un paralitico: «La nostra Nazione è paralitica, la nostra comunità ideale è paralitica. Eppure il fascismo è la migliore idea mai pensata dagli uomini per vivere bene su questa terra, trasmettiamo questa idea ai nostri figli. Prego ogni sera perché Dio benedica l’Italia e benedica il fascismo». Ite missa est.

Qualcuno, prima del pranzo, va a rendere omaggio alla vicina tomba di Claretta Petacci, l’amante di Mussolini, su cui si legge un avviso dell’Ama: «Manufatto in stato di abbandono». Pochi metri oltre comincia il Reparto israelitico del Verano, dove sono sepolti gli ebrei romani. Una delle prime lapidi ricorda: «Mario Volterra, deportato, 21 agosto 1916 – 22 marzo 1945».

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