Il mio nemico è l’indifferenza. Essere cristiani nel tempo del grande esodo. Un libro di Pierluigi Di Piazza

“Adista”
n. 32, 24 settembre 2016

Luca Kocci

«Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”». Così scriveva don Lorenzo Milani nella lettera inviata ai giudici che, nel 1965, lo stavano processando per “apologia di reato” dopo la sua lettera ai cappellani militari. E I care, me ne importa, potrebbe essere la sintesi e la proposta che emerge dall’ultimo libro di don Pierluigi Di Piazza, fondatore, ormai quasi trent’anni fa del Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud), Il mio nemico è l’indifferenza. Essere cristiani nel tempo del grande esodo (Laterza, Roma-Bari 2016, pp. 96, euro 12), dedicato soprattutto – ma non solo – al temi dell’immigrazione.

«Non ci si può dichiarare cristiani e prendere parte alle ingiustizie, alle discriminazioni, alla distruzione dell’ambiente», spiega ad Adista don Di Piazza. «Ma ho l’impressione che oggi prevalga drammaticamente l’atteggiamento di Caino che risponde a Dio che gli chiede dov’è Abele: “Non so. Sono forse io il custode di mio fratello?”. Indifferenza, paura, distacco, difesa da ogni possibile coinvolgimento. Allora l’I care sul cartello appeso alla parete della scuola di Barbiana assume una valenza di forza profetica ed insieme commovente. È il fondamento pedagogico di ogni storia personale che qualifica la maggior o minor umanità.Prendere a cuore, vibrare intimamente e profondamente, sentirsi interpellati, muoversi verso, agire, coinvolgersi, prendersi cura accompagnare. Contrario del motto fascista “me ne frego”: se ne frega perché si sente forte, superiore e pretende di decidere della vita dell’altro, della sua libertà, dei suoi diritti, dei suoi bisogni, specie se è diverso, fragile, debole, indifeso. Per questo me ne frego è un’espressione del fascismo mentre “I care” lo è di  umanità autentica, profonda, del Vangelo vissuto nell’incontro con gli altri».

Il tuo libro prende spunto dall’espressione “globalizzazione dell’indifferenza” utilizzata da papa Francesco a Lampedusa. Come si manifesta nel nostro tempo questa “indifferenza”?

«Dallo scostare lo sguardo per dirigerlo dall’altra parte, o dal guardare in modo frettoloso, superficiale, ad esempio anche scorrendo velocemente dei numeri ma senza pensare che dietro a  ciascuno c’è una storia umana. Nel non ascoltare il grido, il gemito e di non interpretare quei silenzi che coprono dolori immensi e  per i quali sono necessarie antenne particolarmente sensibili, ricettive; oppure nell’ascoltare in modo frettoloso, superficiale. Si può considerare come alle volte l’indifferenza sia, almeno in parte, motivata dalla difesa di se stessi, dal prendere le distanze per non essere coinvolti nella sofferenza. Può esserci questo vissuto che di fatto poi conduce ad una diminuzione della sensibilità, ad un ritrarsi in una posizione individualistica o di un piccolo gruppo. Le paure possono allontanare e portare a chiusura, per questo è importante esprimerle, condividerle, analizzare le cause e cercare e trovare insieme il modo per poter convivere con esse o per riuscire a liberarsene. Diametralmente opposti sono l’atteggiamento e le azioni di chi alimenta e diffonde le paure, perché su di esse si può agire in modo strumentale, sostenendo e incrementando avversione nei confronti di coloro che nella logica semplificatoria del capro espiatorio. Le paure sono contagiose e diffondono in modo esteso sfiducia e sospetto nei confronti degli altri; diventano insieme una grande occasione per politiche che si nutrono all’emotività irrazionale che alimentano e diffondono trovando così terreno fertile per linguaggi, atteggiamenti, decisioni disumane, antitetiche al messaggio del Vangelo di Gesù che questa stessa politica richiama per quella religione facile del consenso che non ha nulla a che vedere con la fede nel Dio di Gesù».

In alcuni casi si ha l’impressione di trovarci di fronte a problemi più grandi di noi, di fronti a quali gli sforzi e l’impegno delle persone posso fare poco-niente. Che fare?

«Certamente viviamo un tempo storico di densa complessità e di profonde tribolazioni. Le grandi questioni dell’umanità per il cui cambiamento ci si è impegnati nei decenni passati – ingiustizia, violenze e guerre, discriminazioni e razzismo, distruzione dell’ambiente vitale – si ripresentano in situazioni drammatiche; le istituzioni e la politica, per altro indispensabili, mancano di progettualità e di decisioni operative di immediato, medio e lungo termine; a mio avviso questo avviene per la grave lacuna di una profonda riflessione antropologica e una ridefinizione dei contenuti e dei fini di un’etica mondiale, laicamente intesa, arricchita della ispirazioni delle fedi religiose e dei diversi umanesimi. Se la politica non può o non cerca di alimentarsi a queste fonti dove mai troverà motivazioni, contenuti, fini? Sarà guidata da interessi particolari e dai calcoli che questi esigono. C’è papa Francesco che con parole e segni straordinari di fatto si pone come guida. Ma quanti oltre ad ascoltare e ad esprimere con le parole il suo nome lo seguono poi nelle scelte di vita? A me pare di percepire che le ricadute nelle diocesi e nelle parrocchie siano scarse, ancora meno nella politica. Allora, che fare? Continuare a riflettere, a incontrarsi, a dialogare, a scegliere e a vivere esperienze positive significative. E insieme scoprire i segni positivi presenti nella nostra società, sul Pianeta e nella Chiesa, nelle altre fedi religiose. Vivere costantemente la memoria storica delle donne, degli uomini, delle comunità profetiche e martiri, di coloro che hanno vissuto resistenze con forza interiore, con coraggio, con dedizione fino  a dare la vita stessa».

Nel libro metti il nodo su una contraddizione dell’Europa: da un lato la rivendicazione – in verità negli ultimi tempi un po’ meno aggressiva – delle “radici cristiane”, dall’altro lato le legislazioni e le azioni contro i migranti…

«In verità negli ultimi tempi si è diluita anche questa rivendicazione. L’evidenza dell’assenza dell’Europa dei popoli è mortificante e triste. Mancano classi dirigenti illuminate, capaci, decise, in continuità con il pensiero e l’azione dei fondatori. Rispetto alla questione dei migranti, un’evidente vergogna: non si è stati capaci di nessuna decisione se non di quella incredibile e disumana dell’accordo con la Turchia al costo di 3 miliardi e mezzo di euro. Si tratta di un vero e proprio “traffico istituzionale degli esseri umani”. In questi mesi abbiamo visto con dolore muri, fili spinati, bombe lacrimogene, pallottole di gomma sparate ad altezza di bambino; il campo di Idomeni, al confine fra Grecia e Macedonia, con 14mila persone e 4mila bambini, dovrebbe far parte della memoria storica delle azioni della disumanità».

Nel libro affronti soprattutto in tema delle migrazioni. Ma l’indifferenza dei cristiani si manifesta anche su altre questioni. Quali ti sembrano quelle più urgenti?

«Tutte quelle in cui le persone per motivi culturali, religiosi, sessuali, di malattia, di condizione esistenziale e sociale, si pensi ad esempio ai carcerati, non sono riconosciute nella loro dignità di esseri umani e subiscono indifferenza, discriminazione, umiliazione, abbandono».

Cosa ci insegnano gli ultimi, come s’intitola un capitolo del libro?

«Prima di tutto evidenziano i criteri del tutto arbitrari, spesso disumani, della classificazione  delle persone, senza conoscere le loro storie, ma solo per motivazioni sociali, culturali, moralistiche, economiche e anche religiose. L’essere primi, cioè considerati positivamente, dovrebbe derivare dalla sensibilità, dall’attenzione agli altri, dal bene espresso. Tante volte da persone considerate ultime nella società e nella Chiesa mi sono sentito profondamente istruito in umanità».

Un altro capitolo ha come titolo “Il Vangelo e la rivoluzione”. Anche la rivoluzione del Vangelo è stata soffocata da una sorta di “riformismo”?

«Il Vangelo è un’autentica rivoluzione. Non si può essere cristiani e capitalisti, cristiani e razzisti, cristiani e militari, cristiani e indifferenti, cristiani e complici della distruzione dell’ambiente. Una rivoluzione che continua a provocarci, ma nei confronti della quale si sono approntati antidoti che purtroppo hanno funzionato e continuano a funzionare. Spesso il messaggio del Vangelo è tradotto nel supporto a un quieto vivere, a una tranquillizzazione interiore, ad un anestetico dei cuori, delle coscienze, delle menti, a quella religione sociale che nulla muove e conferma l’esistente».

 

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