«Dio benedica il fascismo!». Viceparroco romano commemora i morti della Repubblica sociale italiana

“Adista”
n. 33, 1 ottobre 2016

Luca Kocci

«Dio benedica l’Italia e il fascismo». È la preghiera che don Marco Solimena, viceparroco di Santa Maria del Buon consiglio – popolosa parrocchia del Quadraro, il “nido di vespe”, come lo chiamavano i nazifascisti, quartiere medaglia d’oro al merito civile che nell’aprile del 1944 subì un durissimo rastrellamento con oltre 900 deportati in Germania, solo la metà tornarono a casa – ha elevato al cielo durante l’omelia della messa con cui domenica 18 settembre, al cimitero Verano di Roma, si è conclusa la commemorazione dei “martiri” di Rovetta, 43 soldati della Legione Tagliamento della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini uccisi dai partigiani il 28 aprile del 1945 a Rovetta, nel bergamasco, alla fine della seconda guerra mondiale.

È da 11 anni che gruppi di nostalgici del Ventennio e di neofascisti romani ricordano al Verano i “legionari” della Tagliamento morti a Rovetta. E ogni anno la commemorazione si conclude con una messa, all’interno del cimitero, celebrata da un prete della diocesi di Roma. Cinque anni fa c’era il parroco dei Santi sette fondatori, il servo di Maria p. Massimo Anghinoni (v. Adista Notizie n. 71/11), da qualche anno tocca a don Solimena, habituée dei raduni fascisti, nonché fra i primi firmatari – insieme anche a don Curzio Nitoglia, confessore e consigliere spirituale di Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, morto a Roma nel 2013 – di una petizione internazionale in difesa della «libertà di espressione nella rete internet», contro gli attacchi della lobby ebraica, «che ha rappresentanti in quasi tutti i governi e in quasi tutte le Nazioni» e che «vuole il web imbavagliato e oscurato».

Sono le 9.30 del 18 settembre quando un centinaio di fascisti – dal vecchio reduce di Salò al giovane fascista del 2000, testa rasata, tatuaggi e bicipiti in mostra – si raduna davanti all’ingresso laterale del Verano. Si scambiano saluti romani, indossano foulard della Legione Tagliamento e della X Mas, magliette della Rsi e di Casa d’Italia (un centro sociale di destra dell’hinterland romano), si vede qualche fez e parecchie camicie nere, ma anche uomini di mezz’età in doppiopetto e signore ingioiellate. Alle 10 uno degli organizzatori, fascio littorio un po’ sbiadito tatuato sull’avambraccio, grida «Camerati! Attenti!» e, osservato a distanza da 5-6 poliziotti in borghese, parte un minicorteo, guidato dai labari della Tagliamento, della Rsi e della Associazione nazionale volontari di guerra – anche se più che una legione sembra l’Armata Brancaleone – che attraversa i vialetti del Verano fino alla tomba dei caduti di Rovetta.

Lì parlano i reduci di Salò: «Oggi siamo qui per ricordare ed onorare dei veri italiani uccisi per un ideale sempre presente in noi». Interviene Augusto Sinagra, docente di Diritto dell’Unione europea all’università “Sapienza” di Roma, già avvocato di Licio Gelli nonché iscritto alla P2: «Ci hanno sconfitto in battaglia ma non sono state sconfitte le nostre idee, solo il fascismo è stato in grado di realizzare la giustizia sociale in Italia». Parla anche il giovane presidente, in abiti militari,  dell’associazione intitolata alla 29.ma Divisione SS italiana – i volontari italiani che dopo l’8 settembre 1943 giurarono ad Hitler e furono inquadrati nelle SS – che conclude il suo intervento con il triplice grido nazista “Sieg Heil”.

Poi «l’appello ai caduti»: un reduce scandisce uno per uno i 43 nomi dei fascisti uccisi a Rovetta, tutti tendono il braccio destro e rispondono «Presente!», facendo risuonare il grido fra le tombe del Verano. E la preghiera del legionario: «Dio, che accendi ogni fiamma e fermi ogni cuore, rinnova ogni giorno la passione mia per l’Italia. Rendimi sempre più degno dei nostri morti, affinché loro stessi, i più forti, rispondano ai vivi: “Presente”. Nutrisci il mio libro della tua saggezza e il mio moschetto della tua volontà. (…). Signore, fa’ della tua croce l’insegna che precede il labaro della mia legione. E salva l’Italia nel duce sempre e nell’ora di nostra bella morte».

Arriva don Solimena, subito un anziano lo accoglie regalandogli un santino del carmelitano p. Antonio Intreccialagli, il «legionario di Dio», cappellano della la Legione Tagliamento negli anni della Rsi, morto nel 2000. «Camerati radunatevi all’altare, comincia la messa, i fascisti sono cattolici», esorta uno degli organizzatori. Ma attorno all’altare si ritrovano in pochi, e don Solimena esprime il suo disappunto: «È triste vedere che a tanti camerati non frega nulla!». La messa viene celebrata con rito rigorosamente preconciliare, tutta in latino, tranne l’omelia, in cui il viceparroco del Quadraro commenta il brano del Vangelo in cui Gesù guarisce un paralitico: «La nostra Nazione è paralitica, la nostra comunità ideale è paralitica. Eppure il fascismo è la migliore idea mai pensata dagli uomini per vivere bene su questa terra, trasmettiamo questa idea ai nostri figli. Prego ogni sera perché Dio benedica l’Italia e benedica il fascismo». Ite missa est.

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