Archive for ottobre 2016

Bergoglio, mano tesa ai luterani 500 anni dopo la Riforma

30 ottobre 2016

“il manifesto”
30 ottobre 2016

Luca Kocci

Era il 31 ottobre 1517 quando il monaco agostiniano Martin Lutero affisse sul portale della chiesa del castello di Wittenberg – anche se non tutti sono concordi sulla storicità dell’episodio – le 95 tesi sulle indulgenze, dando il via alla Riforma protestante.

Domani l’evento sarà ricordato in Svezia, a Lund, sede della Federazione luterana mondiale (Flm), con un incontro ecumenico che aprirà gli eventi ufficiali del Cinquecentenario della Riforma. Nella cattedrale luterana di Lund si ritroveranno insieme il pastore cileno Martin Junge, segretario generale della Flm, l’arcivescova di Upssala primate della Chiesa luterana svedese Antje Jackélen, e papa Francesco, per una commemorazione e una preghiera comune che non sancirà la ritrovata unità fra protestanti e cattolici – troppi i nodi teologici ed ecclesiali che separano le due confessioni – ma che sarà un ulteriore tassello del dialogo cominciato cinquanta anni fa.

Nella Chiesa “costantiniana” collusa con il potere e diventata mondana, ricca e corrotta, della necessità di una riforma si parlava già nel XII secolo, con i “pionieri” Valdo di Lione e Francesco d’Assisi, il primo dichiarato eretico, il secondo ricondotto all’ordine e “normalizzato” post mortem. Poi nel ‘500 partì la grande campagna di vendita delle indulgenze per costruire la basilica di San Pietro, e in Germania, dove il monaco domenicano Johann Tetzel (in accordo con papa Leone X e l’arcivescovo di Magdeburgo Alberto di Hohenzollern) predicava che «quando il soldo suona nella cassetta, l’anima in cielo sale benedetta», Lutero prese posizione, per riportare il Vangelo alla sua essenzialità, affermando che la salvezza non si comprava, ma si raggiungeva solo con la fede e per grazia di Dio. Fu scomunicato da Leone X e di lì a poco, nel contesto decisivo dello scontro fra papato, impero e principi tedeschi – durante il quale furono massacrati anche migliaia di contadini, la cui rivolta venne condannata da Lutero –, nacquero le Chiese protestanti.

Dopo secoli di conflitti e scontri, con il Concilio Vaticano II il dialogo fra protestanti e cattolici fu avviato, e domani il papa va a Lund, riconoscendo con questo gesto il valore di Lutero, tanto che i cattolici più reazionari sono critici: è una resa, crea confusione e alimenta il relativismo.

Non era scontato che il papa partecipasse all’anniversario della Riforma. Del resto nel 1985, quando era ancora in Argentina, Bergoglio parlava di Lutero come di un «eretico» e di Calvino come di uno «scismatico» e di un «boia spirituale», sposando di fatto le tesi controriformistiche (il testo di Bergoglio, Chi sono i Gesuiti. Storia della Compagnia di Gesù, tratto da una conferenza sui gesuiti, è stato pubblicato in Italia dalla Emi nel 2014). Ma negli anni ha rielaborato le proprie posizioni. Tornando dal viaggio in Armenia, nello scorso giugno, il papa ha definito Lutero un «riformatore» e una «medicina» per tutta la Chiesa. E in un’intervista al gesuita svedese Ulf Jonsson, pubblicata l’altro ieri su Civilità Cattolica, ha attribuito a Lutero il merito di «mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo». Tanto che il teologo valdese Paolo Ricca può affermare che la presenza del papa a Lund «è il riconoscimento che la Riforma è stata un evento positivo per il cristianesimo nel suo insieme».

Molte cose dividono protestanti e cattolici. Nodi teologici e questioni ecclesiali, a partire dal ruolo delle persone omosessuali e delle donne nelle Chiese protestanti, in cui ricoprono ruoli ministeriali anche di vertice, come dimostra che ad accogliere il papa a Lund ci sarà una donna arcivescova, primate della Chiesa luterana svedese. Ma anche sui temi etici le distanze sono notevoli, basti pensare alle idee quasi in antitesi su bioetica, fine-vita (in molte Chiese protestanti si sottoscrivono testamenti biologici) e famiglia. Da questo punto di vista non sono previsti cambi di direzione di nessun tipo. Si proseguirà però sulla via dell’ecumenismo “pratico”, a partire dalle emergenze sociali: domani pomeriggio, nella Malmö Arena, sarà firmato un accordo di cooperazione fra Federazione luterana mondiale e Caritas internazionale per l’assistenza ai rifugiati di tutto il mondo.

«Ma la protesta di Lutero fu soprattutto un atto di fede». Intervista a Luca Negro (Fcei)

30 ottobre 2016

“il manifesto”
30 ottobre 2016

Luca Kocci

«Quello di Lund è un evento storico. Chi avrebbe mai pensato fino a poco tempo fa che il papa di Roma, che per Lutero era l’Anti-Cristo, sarebbe stato invitato ad aprire le celebrazioni per i 500 anni della Riforma e che avrebbe prontamente accettato l’invito!».

La pensa così Luca Maria Negro, pastore battista e presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), l’organismo che raduna battisti, luterani, metodisti, valdesi più le altre Chiese del protestantesimo storico. E non teme che il papa possa in un certo senso “colonizzare” l’evento. «In questi anni, penso in particolare alla visita di Francesco alla Chiesa valdese nel giugno 2015, abbiamo sperimentato la grande correttezza e sensibilità ecumenica di Bergoglio».

Però…

«In Italia il rischio è che i mezzi di comunicazione, che brillano per un certo “provincialismo” in campo religioso, non colgano l’importanza ecumenica di questo evento, che per noi protestanti non vuole essere un’occasione di affermazione identitaria ma di confronto con tutti i credenti, di qualunque Chiesa».

Domani si ricorda l’inizio della Riforma. Qual è il punto centrale della “protesta” di Lutero?

«Le 95 tesi sulle indulgenze non costituiscono che l’avvio della Riforma protestante, eppure vi ritroviamo già gli elementi centrali del pensiero di Lutero. La tesi 62, per esempio, dove si contrappone il falso tesoro delle indulgenze al “vero tesoro della Chiesa”, ovvero il “sacrosanto Vangelo”. È indubbio che nelle 95 tesi c’è una protesta contro gli abusi del clero e di Roma, ma vale la pena ricordare che il nome di “protestanti” deriva dal latino protestari, che significa testimoniare, dichiarare pubblicamente. La “protesta” di Lutero allora è anzitutto una testimonianza di fede e rappresenta la riscoperta di quel “nocciolo” della fede cristiana che era diventato irriconoscibile sotto le incrostazioni di superstizioni, interessi economici e potere clericale».

Le istanze che Lutero poneva 500 anni fa sono superate dalla storia o sono ancora attuali?

«I tempi sono cambiati, e certamente alcune delle controversie che hanno diviso i cristiani nel ‘500 sono superate, come per esempio quella sulla “giustificazione per fede”, sulla quale cattolici e luterani hanno prodotto un documento di consenso nel 1999. Ma l’attualità del pensiero della Riforma resta, sotto tanti profili. La Federazione luterana mondiale ha centrato le celebrazioni del 2017 proprio sull’attualità, con il tema “Liberati dalla grazia di Dio” e tre sottotemi che traducono il  termine “grazia” con not for sale, “non in vendita”, intrecciando così la tematica teologica alla testimonianza concreta dei cristiani nel mondo di oggi: “Gli esseri umani non sono in vendita”, “Il creato non è in vendita”, “La salvezza non è in vendita”. Riscoprire la grazia di Dio, insomma, per combattere la mercificazione degli esseri umani e dell’ambiente, cioè per opporsi al neo-liberismo imperante».

Molti nodi teologici ed ecclesiali dividono protestanti e cattolici, come per esempio il ruolo delle donne e degli omosessuali nella Chiesa – che fra i protestanti assumono ruoli ministeriali anche di vertice –, ma anche questioni sociali relative alla bioetica, al fine-vita, alla concezione aperta e plurale della famiglia. Sarà possibile una maggiore comunione?

«Certamente vi è una lunga lista di questioni che ancora ci dividono. Nel suo discorso ai valdesi, però, Bergoglio ha detto alcune cose significative: ha riconosciuto che unità non significa uniformità e che già nel Nuovo Testamento sono testimoniate diverse forme di organizzazione della chiesa. E che “le differenze su importanti questioni antropologiche ed etiche che continuano ad esistere” tra cattolici e protestanti non impediscono “di trovare forme di collaborazione in questi ed altri campi”».

Dove per esempio?

«L’accoglienza dei migranti. Come Fcei siamo molto soddisfatti di aver realizzato il progetto dei Corridoi umanitari, che ha portato in Italia in sicurezza e legalità già 400 rifugiati siriani, proprio come un’iniziativa ecumenica, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio».

Fermo restando che il papato è uno dei maggiori elementi di divisione fra protestanti e cattolici, papa Francesco ha in qualche modo favorito il dialogo?

«Con i suoi predecessori avevamo la sensazione di un ecumenismo a due velocità: più veloce con ortodossi e anglicani, soprattutto perché hanno conservato una struttura ecclesiale più “cattolica” – anche se dopo le aperture degli anglicani alle donne vescovo e agli omosessuali mi sembra che ci sia stata una frenata anche nei loro confronti –, al rallentatore con il protestantesimo. Oggi sentiamo di essere nuovamente degli interlocutori a pieno titolo, quello di papa Francesco ci sembra un ecumenismo a 360 gradi».

500 anni dalla Riforma. Intervista al pastore Luca Maria Negro

30 ottobre 2016

“Adista”
n. 38, 5 novembre 2016

Luca Kocci

Cinquecento anni fa, con la pubblicazione a Wittenberg delle 95 tesi di Martin Lutero (31 ottobre 1517), prese avvio la Riforma protestante. La ricorrenza, e con esso l’apertura del cinquecentenario della Riforma, verrà celebrato nel pomeriggio di lunedì 31 ottobre a Lund, in Svezia, città in cui ha sede la Federazione luterana mondiale, che ha organizzato l’evento. Vi prenderà parte anche papa Francesco, che parteciperà ad una preghiera ecumenica comune nella cattedrale luterana di Lund e poi ad in incontro ecumenico nella cattedrale di Malmoe.

Ne abbiamo parlato con Luca Maria Negro, pastore battista e presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), l’organismo che raduna battisti, luterani, metodisti, valdesi più le altre Chiese del protestantesimo storico.

Cinquecento anni fa il primo atto della Riforma. Qual è il punto centrale, il “nocciolo” della “protesta” e della “riforma” di Lutero?

Le 95 tesi sulle indulgenze, affisse a Wittenberg il 31 ottobre 1517, non costituiscono che l’avvio della Riforma protestante, eppure vi ritroviamo già gli elementi centrali del pensiero di Lutero. Prendiamo ad esempio la tesi 62, laddove si contrappone il falso tesoro delle indulgenze al “vero tesoro della Chiesa” che “è il sacrosanto Vangelo della gloria e della grazia di Dio”. Questa tesi contiene tre dei cinque “sola” della Riforma, gli slogan che ne sintetizzano il messaggio: sola Scrittura, per sola grazia, solo a Dio la gloria (gli altri due “sola” sono: solo Cristo e  per sola fede). È indubbio che nelle 95 tesi c’è una protesta contro gli abusi del clero e di Roma, ma vale la pena ricordare che il nome di “protestanti” deriva dal verbo latino protestari, che significa testimoniare, dichiarare pubblicamente. La “protesta” di Lutero è anzitutto una testimonianza di fede e rappresenta la riscoperta di quel “nocciolo” della fede cristiana che era diventato irriconoscibile sotto le incrostazioni di superstizioni, interessi economici e potere clericale.

La Chiesa (le Chiese) continua ad aver bisogno di “riforma”? In quale direzione?

Un altro slogan protestante è “Ecclesia reformata semper reformanda”, ovvero la chiesa riformata è sempre da riformare. Qualcosa del genere lo ha detto recentemente anche papa Francesco. Ogni chiesa deve continuamente lasciarsi riformare dallo Spirito, tornando alle fonti della fede, il “sacrosanto Vangelo”, per usare l’espressione di Lutero. Negli ultimi decenni le chiese protestanti le “riforme” hanno riguardato passi come l’apertura del pastorato alle donne e l’accoglienza delle persone omosessuali, tanto per citare gli esempi più discussi e controversi; ma anche la riscoperta del legame profondo tra la fede cristiana e la testimonianza concreta nel mondo per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

Papa Francesco andrà a Lund: è davvero un evento storico?

Certamente, si tratta di un evento storico. Chi avrebbe mai pensato, fino a poco tempo fa, che il papa di Roma, che per Lutero era l’Anti-Cristo, sarebbe stato invitato ad aprire le celebrazioni per i 500 anni della Riforma, e che avrebbe prontamente accettato l’invito!

Sulla partecipazione del papa, sebbene minoritarie, si sono levate delle voci critiche sia nell’area cattolica che in quella protestante. Per i cattolici più reazionari Bergoglio non doveva andare “in casa” protestante, per di più in occasione dei 500 della Riforma: è una sorta di “resa”, crea confusione, alimenta il relativismo. Dall’altra parte si teme che la presenza del papa possa in qualche modo “oscurare” una ricorrenza del mondo protestante e “appropriarsene”. Cosa ne pensa di questi rilievi? Come è vissuto questo appuntamento fra i protestanti?

Non credo ci sia un gran timore di “appropriazione”, anche perché in questi anni, e penso in particolare alla storica visita di papa Francesco alla Chiesa valdese nel giugno 2015, abbiamo sperimentato la grande correttezza e sensibilità ecumenica di Bergoglio. Semmai in Italia il timore è che i mezzi di comunicazione, che da noi brillano per un certo “provincialismo” in campo religioso, non colgano l’importanza ecumenica di questo evento, che per noi protestanti non vuole essere un’occasione di affermazione identitaria ma di confronto con tutti i credenti, a qualunque Chiesa appartengano. Per quanto riguarda i rilievi critici in casa cattolica, non saprei che cosa dire, se non ripetere un po’ provocatoriamente un vecchio adagio cattolico-romano: “Roma locuta, causa finita”, quando Roma ha parlato il caso è chiuso. Chissà perché questo principio dovrebbe valere solo quando Roma parla per difendere posizioni tradizionali, e non quando il papa si apre agli altri cristiani e al mondo.

Si potrà mai arrivare ad un giudizio condiviso, perlomeno dal punto di vista storico? E magari ad una autocritica per le guerre di religione, i roghi…

Come minoranza protestante in Italia, perseguitata per secoli, auspichiamo che la riconciliazione tra le Chiese includa anche la “riconciliazione delle memorie” e la rivisitazione comune degli eventi dolorosi che ci hanno visti contrapposti. Visitando la Chiesa valdese di Torino il papa lo ha in parte già fatto, chiedendo perdono “da parte della Chiesa cattolica” per “gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi”.

Qualche autocritica è arrivata anche da parte protestante?

Da tempo l’Alleanza mondiale delle Chiese riformate ha avviato una riflessione sulle omissioni e le responsabilità dei protestanti in tema di schiavismo e di apartheid. Qualche anno fa i riformati hanno chiesto perdono ai mennoniti, una delle principali comunità dell’anabattismo, per i massacri perpetrati ai loro danni nel XVI secolo. E a livello storiografico esistono diverse ricerche sull’antisemitismo di Martin Lutero.

La storia dei rapporti fra protestanti e cattolici è stata molto conflittuale, ora quella stagione pare finita. A che punto è il cammino del dialogo fra cattolici e protestanti?

Il dialogo tra cattolici e protestanti ha ormai mezzo secolo di vita; il problema è che esiste un divario, che negli ultimi vent’anni sembrava crescente, tra le affermazioni teologiche comuni e la prassi. Se i dialoghi teologici non vengono recepiti nella vita quotidiana delle Chiese, sono di scarsa utilità. Il nodo è la “ricezione” concreta dell’abbondante mole di dialoghi, sia bilaterali (tra la Chiesa cattolica e le singole confessioni) che multilaterali (fra tutte le confessioni cristiane), realizzati in questi anni.

Possiamo fare qualche esempio di questa mancata ricezione nella prassi?

L’eucaristia. C’è una riflessione comune sull’eucaristia, cattolici e protestanti non siamo più fermi alla rigidità dottrinale del Cinquecento e Seicento, ma ancora non si vedono passi concreti non dico sul piano della condivisione, ma nemmeno su quello della “ospitalità eucaristica”. Per usare un’immagine, possiamo dire che ci sono molte coppie miste cattolico-protestanti che dormono nello stesso letto ma non mangiano alla stessa mensa eucaristica. Al recente Sinodo dei vescovi cattolici sulla famiglia c’è stata una proposta su questo tema, ma è stata bocciata. Pochi mesi dopo però papa Francesco, in visita alla Chiesa luterana di Roma, rispondendo ad una domanda di una donna, l’ha esortata a seguire la propria coscienza.

Papa Francesco ha cambiato qualcosa in questo percorso?

Con i suoi predecessori avevamo la sensazione di un ecumenismo a due velocità: più veloce il dialogo con gli ortodossi e con gli anglicani, soprattutto perché hanno conservato una struttura ecclesiale più “cattolica” (anche se dopo le aperture degli anglicani alle donne vescovo e agli omosessuali mi sembra che ci sia stata una frenata anche nei loro confronti), al rallentatore il dialogo con il protestantesimo. Oggi sentiamo di essere nuovamente degli interlocutori a pieno titolo. Non necessariamente privilegiati: quello di papa Francesco è un ecumenismo a 360 gradi.

Scuola: dall’ora di religione targata Cei, all’ora delle religioni gestita dallo Stato

29 ottobre 2016

“Adista”
n. 37, 29 ottobre 2016

Luca Kocci

Eliminare l’insegnamento della religione cattolica (Irc) appaltato alla Conferenza episcopale italiana e introdurre nelle scuole di ogni ordine e grado un insegnamento obbligatorio inerente il fenomeno religioso a totale gestione statale. È l’invito che giunge dal Centro internazionale di studi sul religioso contemporaneo di San Gimignano (Si), animato da Arnaldo Nesti, che da oltre venti anni promuove la International Summer school on religions.

Durante la XXIII Summer school di quest’anno (24-28 agosto), dedicata al tema “Violenza e religioni”, è stato avviato il confronto su un documento che verrà successivamente trasformato in un appello pubblico (la Carta di San Gimignano)

È alla scuola pubblica che compete «il ruolo di “alfabetizzare” la totalità degli alunni sulle grandi aree dell’esperienza umana, non esclusa l’area dell’universale esperienza simbolico-religiosa», si legge nell’appello che verrà lanciato ufficialmente il prossimo 15 novembre.  Un compito che al momento la scuola italiana non assolve: infatti «la gestione di una parziale “istruzione religiosa” resta monopolizzata dagli accordi tra Stato e Chiesa cattolica e dalle successive intese applicative», ovvero dal Concordato e dalle sue modifiche. Pertanto «non è più rinviabile il superamento dei limiti oggettivi di tale normativa pattizia». Una normativa che determina «limiti e incongruenze che, oggi più che ieri, continuano a produrre discriminazione tra cittadini credenti e diversamente credenti, discredito culturale della materia Irc e discredito professionale del suo insegnante, discontinuità organizzative nella didattica, tendenze identitaristiche fra studenti» e «che spesso, paradossalmente, non permettono nemmeno di conseguire i livelli di prima alfabetizzazione religiosa presso gli stessi alunni avvalentisi del corso», come dimostrato, per esempio, dall’ultimo Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia (Il Mulino, 2014) curato da Alberto Melloni (v. Adista Notizie n. 18/14).

Che fare quindi? Riaprire subito un tavolo ministero dell’Istruzione–Cei innanzitutto per «sanare quell’increscioso “vuoto culturale” o “insulto pedagogico” creato dalla quasi totale assenza di una qualche “materia alternativa”, la quale, per esclusiva competenza statale, dovrebbe comunque essere assicurata,  nel curricolo degli alunni che liberamente non si avvalgono dell’offerta confessionale». E poi «istituire, prescindendo da logiche pattizie con la Chiesa di maggioranza o con le formazioni religiose minoritarie, ma sollecitandone comunque gli opportuni pareri e discrezionali apporti collaborativi, il profilo giuridico e pedagogico di una “nuova” disciplina curricolare tesa a fornire gli strumenti minimi e necessari per apprendere la grammatica-base del “religioso”, sia esso storico e contemporaneo, sia simbolico che esperienziale, sia esso inteso come patrimonio culturale che come fonte di ricerca di senso e di valori umanizzanti».

Un insegnamento a diretta ed esclusiva gestione statale che, in un percorso legislativo-amministrativo che dovrà necessariamente essere graduale, gli estensori della Carta di San Gimignano immaginano articolarsi in due tappe: prima «una forma di opzionalità obbligatoria tra due discipline a rispettiva gestione ecclesiastica e statale», poi «una vera e propria disciplina curricolare a gestione statale». Quindi no un’ora di religione cattolica facoltativa controllata dalla Cei, sì ad un’ora delle religioni – o meglio ad un’ora del religioso – obbligatoria e affidata a docenti dello Stato, senza bisogno di placet episcopali.

Preliminare alla realizzazione di questo progetto, due precondizioni: la «riprogettazione dell’intero sistema del sapere religioso in Italia, università compresa, in quanto l’autorevolezza delle scienze religiose non è più solo problema interno di singole Chiese, ma una necessità della società civile» (anche per formare, in questo modo, i docenti di “ora delle religioni”); l’approvazione di «una legge parlamentare sulla libertà religiosa, che sancisca tra l’altro la pari dignità delle formazioni religiose e filosofiche nello spazio pubblico della scuola».

Chiesa e mafia. Verso la liberazione?

22 ottobre 2016

“Adista”
n. 36, 22 ottobre 2016

Luca Kocci

Qual è stato l’atteggiamento dell’episcopato italiano – e in particolare della Cei – rispetto alla mafia? Quale linguaggio ha usato? Quali parole ha detto, o non ha detto? Prova a rispondere a queste domande Rosario Giuè (prete palermitano, già parroco a Brancaccio prima di don Puglisi, oggi saggista e collaboratore dell’edizione palermitana di Repubblica) nel suo ultimo libro, Vescovi e potere mafioso (Cittadella, Assisi 2016, pp. 184, euro 14,90), che esce un anno dopo Peccato di mafia. Potere criminale e questioni pastorali (v. Adista Segni Nuovi n. 11/15), in cui metteva a fuoco in maniera più generale le relazioni fra Chiesa e mafia.

«Sono convinto che occorre conoscere e comprendere ciò che è accaduto nei decenni passati per poter volgere fiduciosi lo sguardo sul futuro, per una rinnovata credibilità della Chiesa italiana nell’annuncio del Vangelo», spiega Giuè ad Adista, che così motiva la sua scelta, ora, di dedicarsi in particolare all’episcopato: «Se non si analizza la posizione della Cei sulla questione del potere mafioso, sarà più difficile chiedere al solitario parroco d’impegnarsi».

Quello di Giuè è un viaggio che passa attraverso le relazioni fra vescovi italiani e mafia, dal Concilio Vaticano II ai nostri giorni: dalla minimizzazione – quando non la cancellazione – del fenomeno mafioso da parte del card. Ruffini alla “doppia stagione” fatta di denunce e di silenzi del card. Pappalardo, dalla Cei del card. Ruini alla Chiesa italiana al tempo di papa Francesco, passando per i martiri di mafia, canonicamente riconosciuti (don Puglisi) o ancora in attesa di essere compresi fino in fondo dalle istituzioni ecclesiastiche (don Diana). Il risultato complessivo è un mosaico di tante tessere e tanti colori, fatto di silenzi, omissioni, denunce e impegno, utile a comprendere la Chiesa di ieri e a capire dove potrà andare quella di domani.

Per tutti gli anni ‘40-‘60 per la Chiesa italiana la mafia “non esiste”, come dimostrano il caso eclatante del card. Ruffini a Palermo ma soprattutto i silenzi generalizzati: ignoranza del fenomeno o disattenzione interessata?

Dopo il lungo pontificato di Pio XII la Chiesa cattolica appariva come una “cittadella assediata”. I tentativi di teologi e di uomini profetici come i preti operai di impegnare la Chiesa nella causa dell’uomo, di mettere al centro il mondo, fu mortificato e condannato. Perché? Perché la paura del comunismo e di esserne strumentalizzati era allora la priorità. Perciò non vi era spazio per testimoniare un Vangelo vissuto politicamente con i lavoratori e dalla parte delle vittime.  Tutto ciò che potesse mettere a rischio, all’interno di delicati equilibri anche politici, la centralità dell’istituzione ecclesiastica era annientato. Chi, al contrario, non contrastava questa dinamica era accettato o tollerato. In riferimento alle mafie il ragionamento era questo: Se la mafia non è contro la Chiesa perché contrastarla? Se anzi quelli che sono indicati come mafiosi sono uomini religiosi e se sul piano politico e dottrinale sostengono le posizioni dell’autorità ecclesiastica, perché prenderne le distanze o denunciarne il potere e le azioni?

Con il Concilio la Chiesa si apre al mondo, ma la mafia continua a essere poco presente – tranne poche eccezioni – nelle preoccupazioni e delle analisi dei vescovi, che invece sono assai interventisti su altri fronti (divorzio, aborto…): come mai?

La recezione del rinnovamento conciliare in Italia fu esitante. Le difficoltà a recepire il modello indicato dal Concilio della “Chiesa nel mondo” erano evidenti, specialmente quando ciò comportava problemi di traduzione pratica in Italia.  Le preoccupazioni maggiori erano date dalle «deviazioni dottrinali» ed era motivo di «inquietudine» la secolarizzazione del Paese. La questione della mafia non era nemmeno minimamente all’ordine del giorno.  Centrale era la preoccupazione per l’eventuale modifica della legislazione familiare e l’introduzione di una legge sul divorzio. Prioritaria, anche per Paolo VI, era salvaguardare l’unità politica dei cattolici.

Il card. Salvatore Pappalardo è una figura decisamente controversa: nella prima parte del suo ministero si distingue per il suo impegno, poi però – anche in seguito allo “sciopero della messa” da parte dei detenuti dell’Ucciardone di Palermo – si raffredda e sceglie il silenzio: che spiegazione dai di questa parabola?

L’arcivescovo di Palermo fu tra i primi a provare a elaborare una lucida analisi della questione mafiosa legandola alla responsabilità pastorale ecclesiale. Ma, successivamente, con l’elezione a papa di Giovanni Paolo II, un uomo che in Polonia aveva combattuto contro il comunismo, nel giro di poco tempo l’asse prioritario della Chiesa italiana fu orientato verso la purezza della dottrina cattolica. La verità e l’uniformità cattolica, anche sul piano politico, doveva ora essere al centro anche della Chiesa italiana. In questo contesto il cardinale Salvatore Pappalardo non poteva e non voleva rimanere solo nella sua testimonianza ministeriale di liberazione anche dalle mafie.

Si può dire che con Giovanni Paolo II c’è una prima svolta?

Direi che la sua invettiva spontanea contro la mafia dopo la messa nella Valle dei Templi del maggio 1993 sul piano simbolico ha rappresentato un segnale nuovo. Ma a tale gesto non ha fatto seguito, a livello episcopale nazionale, alcuna programmazione pastorale adeguata. Sulla questione del potere mafioso, che certo non è costituito, è bene ricordarlo, soltanto dalle storiche organizzazioni criminali, bensì da un intreccio bene più complesso con la politica e pezzi delle istituzioni, come episcopato non ci si è spesi pubblicamente come su altre questioni di interesse cattolico.

La Cei di Ruini non dice una parola sulle stragi di Falcone e Borsellino: è cominciata la stagione dei valori non negoziabili e della questione antropologica?

A quasi un mese dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992 la presidenza della Cei pubblicò un documento nel quale si limitò a parlare di «impudenti imprese della criminalità organizzata». Il nome di Falcone venne semplicemente rimosso in un Paese attonito e smarrito per il significato terroristico-mafioso che assumeva la strage di Capaci. Dopo la strage di Via D’Amelio (19 luglio 1992), comunque, si poteva scegliere di scendere a Palermo per convocarvi una riunione straordinaria del Consiglio permanete della Cei. Sarebbe stato un gesto “politico” importante e di vicinanza evangelica, più di cento documenti. Ma accadde nulla di simile. Le priorità saranno altre. Il “progetto culturale”, la battaglia contro la legge sui “Dico” (unioni civili) o contro la legge 40 sulla procreazione assistita. Tale esposizione mediatica non è stata mai spesa contro il potere mafioso.

Negli stessi anni però ci sono anche i primi martiri di mafia: don Puglisi, don Diana…
La mafia uccide i due preti perché rappresentano quella Chiesa, di uomini e donne, che non sta in silenzio, che non si sente autosufficiente, che non vive chiusa dentro il proprio mondo “istituzionale” separato dal mondo reale di tutti e di tutte. Rappresentano quella Chiesa che non cerca privilegi o alleanze con i partiti politici al potere. Puglisi e Diana, come Romero in America Latina, furono uccisi perché simboli di una Chiesa che si presenta non come una istituzione attenta agli equilibri politici tra poteri. Al di là delle specifiche dinamiche dei due delitti, dei loro risvolti processuali e, sul piano storico e non emotivo, dei moventi immediati dei due omicidi, Puglisi e Diana furono uccisi perché diventano operose figure simboliche nella lotta di resistenza e di liberazione, segni di dignità civile di un popolo dentro un territorio e, insieme, esperienza di fedeltà evangelica. E sono sostanzialmente soli.

Come ti sembra la situazione di oggi? Con papa Francesco siamo a una seconda svolta? E la base come reagisce?

Papa Francesco ha rimesso al centro della vita della Chiesa la dimensione religiosa. Con Francesco, cioè, la via della Chiesa è mettere al centro semplicemente il Vangelo. La via politica, la logica ideologico-istituzionale, ora viene messa da parte o, quanto meno, in secondo piano. Il sorprendente arrivo di Francesco forse ha disorientato una parte dell’Episcopato italiano: quello che è più legato alle logiche del passato. Il papa argentino chiede alla Chiesa di essere una chiesa «in uscita», anche sulla questione del potere mafioso. Non era mai accaduto che un papa abbracciasse un uomo come Luigi Ciotti, testimone di un impegno pubblico e infaticabile di denuncia e di liberazione dal potere mafioso. Ma personalità come don Ciotti non sono mai state invitate nei convegni nazionali della Chiesa italiana! Sembra impossibile, ma per decenni è stato così! Con papa Francesco, dunque,  la Chiesa italiana, se lo  desidera, si può rimettere a «camminare» anche sulla questione della liberazione dal potere mafioso. È il mio augurio.

Convegno neofascista sulle unioni civili. Con la benedizione del vescovo ciellino di Ferrara

18 ottobre 2016

“Adista”
n. 36, 22 ottobre 2016

Luca Kocci

Un’associazione di estrema destra vicina ai neofascisti di Forza Nuova organizza un convegno sulle unioni civili e due vescovi vi partecipano come relatori. È accaduto lo scorso 24 settembre a Lavello (Pz), paese in cui nacque e fu parroco don Marco Bisceglia, prete “di lotta”, sempre dalla parte degli oppressi, sospeso a divinis alla fine degli anni ‘70 dalle autorità ecclesiastiche dell’epoca (misura poi annullata dal card. Joseph Ratzinger negli anni ’90) dopo essere caduto in un tranello organizzato da due giornalisti del settimanale di destra Il Borghese: i due si finsero omosessuali cattolici e chiesero a Bisceglia di benedire la loro unione in forma privata, salvo poi rivelarla sul settimanale per creare lo scandalo che portò alla misura canonica nei confronti del parroco di Lavello (la vita di don Marco è raccontata nel bel libro di Rocco Pezzano, Troppo amore ti ucciderà. Le tre vite di don Marco Bisceglia, Edigrafema, Policoro, 2013, pp. 320, 16€, v. Adista Segni Nuovi n. 14/14). È del tutto «irrilevante» che Lavello sia «casualmente» il paese di don Bisceglia – che fu anche fra i fondatori dell’Arcigay -, hanno commentato gli organizzatori. Sarà. Ma la coincidenza – se così la si vuole chiamare – è come minimo singolare, e la partecipazione dei vescovi decisamente inopportuna.

La sezione della Basilicata di “Ordine Futuro”, rivista di approfondimento nonché associazione che si proclama «a sostegno della battaglia per la ricostruzione nazionale», ha organizzato, al teatro San Mauro di Lavello, il convegno “Unioni civili… e adesso?”, un’iniziativa in difesa della «unica vera famiglia, costituita secondo l’immutabile ordine naturale» e «gravemente minata dalla legalizzazione del matrimonio gay». Insieme ad Ordine Futuro – vicina alle posizioni integraliste e neofasciste di Forza Nuova, il movimento politico fondato e guidato da Roberto Fiore che, insieme all’altro fondatore, Massimo Morsello, venne condannato negli anni ‘80 per associazione sovversiva e banda armata, quando gravitava nella galassia dell’estrema destra extraparlamentare – e a ProVita, altre associazioni locali dai nomi emblematici: Circolo Giovanile San Luigi IX e Sturm und Drang.

Fra i relatori, annunciati dal manifesto del convegno, due vescovi: mons. Gianfranco Todisco, vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa (la diocesi in cui si trova Lavello) e il ciellino mons. Luigi Negri, vescovo di Ferrara – che è intervenuto in videoconferenza –, non nuovo ad esternazioni e ad iniziative «non ispirate a misericordia e a carità ma, anzi, sembra, persino al loro contrario», come hanno recentemente scritto in una lettera indirizzata a papa Francesco e ai vertici della Conferenza episcopale italiana (il presidente, card. Angelo Bagnasco, e il segretario generale, mons. Nunzio Galantino) oltre 300 cattolici ferraresi (v. Adista Notizie n. 2/16), sempre più a «disagio» nei confronti del proprio pastore e delle sue affermazioni contro l’Islam («l’unica religione che tematizza la violenza come direttiva teorica e pratica è l’islam») e contro l’accoglienza degli immigrati (v. Adista Notizie n. 17/15).

La mia partecipazione – ha precisato Negri in una nota, dopo essere stato interpellato sul suo intervento – «è stata unicamente frutto dell’accoglimento dell’invito ricevuto dal responsabile culturale Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Lorenzo Roselli», peraltro anche lui relatore al convegno di Ordine Futuro. «Ci chiediamo quale moto d’animo e profondo convincimento interiore abbia spinto mons. Negri a partecipare ad un evento promosso da chi solo pochi giorni fa definiva gli italiani che non aderirono alla Repubblica sociale italiana (lo Stato satellite della Germania nazista creato nel nord Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e affidato a Mussolini, ndr) come “traditori”», hanno commentato Agedo (Associazione di genitori, parenti e amici di omosessuali) e Famiglie Arcobaleno (l’associazione dei genitori omosessuali). «Non potrebbe essere giunta, anche per lui, l’ora di riflettere su come i suoi pregiudizi verso le persone omosessuali e le loro famiglie lo stiano portando decisamente verso “cattive compagnie”?».

Il crocifisso obbligatorio

15 ottobre 2016

“il manifesto”
15 ottobre 2016

Luca Kocci

Ci sono «questi che da una parte vogliono difendere il cristianesimo in Occidente e dall’altra parte sono contro i rifugiati e le altre religioni». È una «contraddizione», è «ipocrita dirsi cristiano e cacciare via un rifugiato», lo vediamo «ai telegiornali tutti i giorni».

Con chi ce l’aveva papa Francesco quando l’altro ieri ha risposto così alle domande dei giovani luterani tedeschi in pellegrinaggio a Roma?

Il papa non fa nomi, si dice il peccato ma non il peccatore, si sa. Ma il pensiero corre subito ai deputati leghisti che vorrebbero affondare le barche dei migranti – anzi, dei «clandestini» – e chiudere tutte le moschee, ma che hanno da poco presentato in Parlamento una proposta di legge (primo firmatario Roberto Simonetti) per affiggere «in luogo elevato e ben visibile» il crocifisso («emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia») in tutti i luoghi pubblici: non solo nelle solite aule scolastiche, anche nelle università e nelle accademie, negli uffici delle pubbliche amministrazioni e degli enti locali, nelle aule consiliari regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali e delle comunità montane, nei seggi elettorali, nelle carceri, nei tribunali, negli ospedali, persino nelle stazioni, nelle autostazioni, nei porti e negli aeroporti. E per chi lo «rimuova in odio ad esso» oppure «rifiuti» di esporlo, multe salate: da 500 a 1.000 euro.

Un prete e il suo popolo. Una testimonianza inedita su don Pino Puglisi

4 ottobre 2016

“Adista”
n. 34, 8 ottobre 2016

Luca Kocci

È il 15 settembre 1993, a Palazzo delle Aquile, sede del Municipio di Palermo, p. Giuseppe Puglisi, parroco a Brancaccio, e i rappresentanti del Comitato intercondominiale, si incontrano con Piero Mattei, vice commissario straordinario del Comune, per sollecitare, per l’ennesima volta, la realizzazione della scuola media, del distretto socio-sanitario e degli altri servizi pubblici che mancano a Brancaccio, quartiere controllato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, boss di primo piano di Cosa nostra. La riunione è tesa. Alle richieste di avviare subito un’attività sociale in alcuni locali abbandonati, Mattei risponde che si può fare ma che tutte le spese devono essere a carico dei cittadini, del Comitato, della parrocchia. Don Puglisi sbotta: è inutile continuare a discutere – dice al vice commissario –, siamo su due livelli diversi di intendere i problemi sociali. La sera dello stesso 15 settembre don Puglisi viene ucciso dai killer di Cosa nostra.

L’episodio, raccontato da Pino Martinez, uno dei tre leader del Comitato intercondominiale, aiuta a fare luce su un aspetto spesso poco considerato della vita e dell’azione pastorale di don Puglisi: il parroco di Brancaccio non era un “battitore libero” o un “eroe solitario”, ma un prete totalmente immerso nella vita e nei problemi del popolo del suo quartiere; per questo, fino all’ultimo giorno, ha collaborato strettamente con il Comitato («Noi del Comitato intercondominiale» era solito dire Puglisi, ricorda Martinez) per tentare di rendere migliore il quartiere; per questo il suo ministero – e il suo martirio – non possono essere pienamente compresi mettendo fra parentesi questo aspetto. E anzi l’assassinio di Puglisi si capisce proprio perché il parroco di Brancaccio era stato capace di dare vita ad un legame profondo e ad una collaborazione intensa con il Comitato, che poteva mettere a rischio l’egemonia di Cosa Nostra nel quartiere. Un legame da spezzare, con l’intimidazione (come quando una notte vennero bruciate le porte di ingresso degli appartamenti dei tre responsabili del Comitato intercondominiale) e con la violenza omicida, perché questa alleanza – un prete con il suo popolo – costituiva un esempio che, se imitato in altri quartieri della città, poteva essere pericoloso per Cosa Nostra. Questa storia viene ora raccontata da uno dei suoi protagonisti, Pino Martinez, in un testo-testimonianza (Un martire dell’Amore. Per le vie di Brancaccio con don Puglisi) che si può liberamente leggere sul sito I Siciliani Giovani, diretto da Riccardo Orioles (http://www.isiciliani.it/_/wp-content/uploads/downloads/2016/09/un-martire-dell-amore.pdf).

Tutto comincia nei primi mesi del 1991, quando i cittadini del Comitato intercondominiale – che già erano impegnati per migliorare il quartiere – chiedono di incontrare il nuovo parroco di Brancaccio, don Puglisi. In breve tempo, racconta Martinez, nasce «un sodalizio composto da un semplice parroco e semplici cittadini, per il riscatto di un quartiere che si apre alla speranza, per ottenere la libertà dai tiranni mafiosi e dai politici corrotti attraverso una forma d’impegno che a tutt’oggi dà fastidio al potere costituito perché parte dal basso». La prima battaglia è per la realizzazione della fognatura, poi per la scuola media, per il presidio sanitario e per tutti gli altri servizi che mancano a Brancaccio, volutamente lasciato nel degrado dal sistema politico-mafioso per generare sottomissione e creare clientele: raccolte di firme – anche in parrocchia – incontri con gli amministratori locali, denunce pubbliche, manifestazioni, per ottenere come diritto quello che talvolta viene concesso come favore.

È proprio questo che infastidisce: l’avvio di un percorso, avvertito «come un ostacolo dal sistema politico-mafioso che da sempre si sentiva il potere forte che non andava scavalcato e a cui tutti nel quartiere erano abituati a bussare in caso di bisogno». «Eravamo, forse, dei don Chisciotte convinti di volere cambiare il mondo?», si chiede Martinez. «Perché non pensare piuttosto a persone normali che si impegnavano per affermare i diritti di ogni cittadino, il rispetto della dignità donataci da Dio che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza e per essere uomini liberi». E per testimoniare nel quotidiano la «incompatibilità tra mafia e Vangelo».

Arrivano le minacce, le intimidazioni – a don Puglisi ma anche ai più impegnati nella battaglia per la riqualificazione e la liberazione di Brancaccio dal dominio mafioso – fino all’assassinio del parroco di San Gaetano, il 15 settembre 1993, 23 anni fa. Oggi beato e martire (perché ucciso «in odium fidei», recita la formula canonica, ma per Martinez sarebbe più corretto dire «in odium amoris» per il suo popolo e per la giustizia), al tempo piuttosto isolato dalla Chiesa palermitana: Martinez ricorda l’indifferenza, quando non l’insofferenza, verso don Puglisi da parte di molti preti, ma anche la freddezza del card. Salvatore Pappalardo, allora vescovo di Palermo. «Il cardinale Pappalardo conosceva abbastanza bene la linea adottata da padre Puglisi per svolgere la sua azione pastorale in un quartiere con una forte presenza mafiosa. Era a conoscenza dei rischi di ritorsione mafiosa, fra l’altro già messi in pratica, che correvano il parroco e alcune persone della comunità di San Gaetano. Se il cardinale avesse preso una chiara posizione per far comprendere che il proprio presbitero non era solo, ma anzi godeva del sostegno della Chiesa palermitana, padre Puglisi sarebbe morto lo stesso? Probabilmente sarebbe ancora con noi», ricorda con amarezza Martinez.

Don Puglisi beato è un riconoscimento ma anche un rischio, perché – avverte Martinez – «posto in una nicchia sopra l’altare è inimitabile e irraggiungibile, una giustificazione per i mediocri e i vigliacchi che consolano la propria coscienza dicendo “solo lui poteva fare queste cose perché santo, eroe”». Ma resiste: non è diventato «un innocuo santino di devozione», dice p. Francesco Michele Stabile, «non è un santo taumaturgo che fa miracoli da attirare le folle», la forza della sua presenza si manifesta ancora «nelle scelte di coraggio di questi suoi amici che si espongono per la verità e per la giustizia, nella nostra coscienza di uomini sensibili alle istanze degli oppressi di tutto il mondo. Puglisi guarisce la coscienza per liberarla dall’apatia e dal disimpegno e spingerla al cambiamento radicale che parte dall’intreccio di nuovi rapporti umani e di nuove strutture sociali. È questo il miracolo capace di far cambiare rotta alla nostra terra».