Un prete e il suo popolo. Una testimonianza inedita su don Pino Puglisi

“Adista”
n. 34, 8 ottobre 2016

Luca Kocci

È il 15 settembre 1993, a Palazzo delle Aquile, sede del Municipio di Palermo, p. Giuseppe Puglisi, parroco a Brancaccio, e i rappresentanti del Comitato intercondominiale, si incontrano con Piero Mattei, vice commissario straordinario del Comune, per sollecitare, per l’ennesima volta, la realizzazione della scuola media, del distretto socio-sanitario e degli altri servizi pubblici che mancano a Brancaccio, quartiere controllato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, boss di primo piano di Cosa nostra. La riunione è tesa. Alle richieste di avviare subito un’attività sociale in alcuni locali abbandonati, Mattei risponde che si può fare ma che tutte le spese devono essere a carico dei cittadini, del Comitato, della parrocchia. Don Puglisi sbotta: è inutile continuare a discutere – dice al vice commissario –, siamo su due livelli diversi di intendere i problemi sociali. La sera dello stesso 15 settembre don Puglisi viene ucciso dai killer di Cosa nostra.

L’episodio, raccontato da Pino Martinez, uno dei tre leader del Comitato intercondominiale, aiuta a fare luce su un aspetto spesso poco considerato della vita e dell’azione pastorale di don Puglisi: il parroco di Brancaccio non era un “battitore libero” o un “eroe solitario”, ma un prete totalmente immerso nella vita e nei problemi del popolo del suo quartiere; per questo, fino all’ultimo giorno, ha collaborato strettamente con il Comitato («Noi del Comitato intercondominiale» era solito dire Puglisi, ricorda Martinez) per tentare di rendere migliore il quartiere; per questo il suo ministero – e il suo martirio – non possono essere pienamente compresi mettendo fra parentesi questo aspetto. E anzi l’assassinio di Puglisi si capisce proprio perché il parroco di Brancaccio era stato capace di dare vita ad un legame profondo e ad una collaborazione intensa con il Comitato, che poteva mettere a rischio l’egemonia di Cosa Nostra nel quartiere. Un legame da spezzare, con l’intimidazione (come quando una notte vennero bruciate le porte di ingresso degli appartamenti dei tre responsabili del Comitato intercondominiale) e con la violenza omicida, perché questa alleanza – un prete con il suo popolo – costituiva un esempio che, se imitato in altri quartieri della città, poteva essere pericoloso per Cosa Nostra. Questa storia viene ora raccontata da uno dei suoi protagonisti, Pino Martinez, in un testo-testimonianza (Un martire dell’Amore. Per le vie di Brancaccio con don Puglisi) che si può liberamente leggere sul sito I Siciliani Giovani, diretto da Riccardo Orioles (http://www.isiciliani.it/_/wp-content/uploads/downloads/2016/09/un-martire-dell-amore.pdf).

Tutto comincia nei primi mesi del 1991, quando i cittadini del Comitato intercondominiale – che già erano impegnati per migliorare il quartiere – chiedono di incontrare il nuovo parroco di Brancaccio, don Puglisi. In breve tempo, racconta Martinez, nasce «un sodalizio composto da un semplice parroco e semplici cittadini, per il riscatto di un quartiere che si apre alla speranza, per ottenere la libertà dai tiranni mafiosi e dai politici corrotti attraverso una forma d’impegno che a tutt’oggi dà fastidio al potere costituito perché parte dal basso». La prima battaglia è per la realizzazione della fognatura, poi per la scuola media, per il presidio sanitario e per tutti gli altri servizi che mancano a Brancaccio, volutamente lasciato nel degrado dal sistema politico-mafioso per generare sottomissione e creare clientele: raccolte di firme – anche in parrocchia – incontri con gli amministratori locali, denunce pubbliche, manifestazioni, per ottenere come diritto quello che talvolta viene concesso come favore.

È proprio questo che infastidisce: l’avvio di un percorso, avvertito «come un ostacolo dal sistema politico-mafioso che da sempre si sentiva il potere forte che non andava scavalcato e a cui tutti nel quartiere erano abituati a bussare in caso di bisogno». «Eravamo, forse, dei don Chisciotte convinti di volere cambiare il mondo?», si chiede Martinez. «Perché non pensare piuttosto a persone normali che si impegnavano per affermare i diritti di ogni cittadino, il rispetto della dignità donataci da Dio che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza e per essere uomini liberi». E per testimoniare nel quotidiano la «incompatibilità tra mafia e Vangelo».

Arrivano le minacce, le intimidazioni – a don Puglisi ma anche ai più impegnati nella battaglia per la riqualificazione e la liberazione di Brancaccio dal dominio mafioso – fino all’assassinio del parroco di San Gaetano, il 15 settembre 1993, 23 anni fa. Oggi beato e martire (perché ucciso «in odium fidei», recita la formula canonica, ma per Martinez sarebbe più corretto dire «in odium amoris» per il suo popolo e per la giustizia), al tempo piuttosto isolato dalla Chiesa palermitana: Martinez ricorda l’indifferenza, quando non l’insofferenza, verso don Puglisi da parte di molti preti, ma anche la freddezza del card. Salvatore Pappalardo, allora vescovo di Palermo. «Il cardinale Pappalardo conosceva abbastanza bene la linea adottata da padre Puglisi per svolgere la sua azione pastorale in un quartiere con una forte presenza mafiosa. Era a conoscenza dei rischi di ritorsione mafiosa, fra l’altro già messi in pratica, che correvano il parroco e alcune persone della comunità di San Gaetano. Se il cardinale avesse preso una chiara posizione per far comprendere che il proprio presbitero non era solo, ma anzi godeva del sostegno della Chiesa palermitana, padre Puglisi sarebbe morto lo stesso? Probabilmente sarebbe ancora con noi», ricorda con amarezza Martinez.

Don Puglisi beato è un riconoscimento ma anche un rischio, perché – avverte Martinez – «posto in una nicchia sopra l’altare è inimitabile e irraggiungibile, una giustificazione per i mediocri e i vigliacchi che consolano la propria coscienza dicendo “solo lui poteva fare queste cose perché santo, eroe”». Ma resiste: non è diventato «un innocuo santino di devozione», dice p. Francesco Michele Stabile, «non è un santo taumaturgo che fa miracoli da attirare le folle», la forza della sua presenza si manifesta ancora «nelle scelte di coraggio di questi suoi amici che si espongono per la verità e per la giustizia, nella nostra coscienza di uomini sensibili alle istanze degli oppressi di tutto il mondo. Puglisi guarisce la coscienza per liberarla dall’apatia e dal disimpegno e spingerla al cambiamento radicale che parte dall’intreccio di nuovi rapporti umani e di nuove strutture sociali. È questo il miracolo capace di far cambiare rotta alla nostra terra».

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