Scuola: dall’ora di religione targata Cei, all’ora delle religioni gestita dallo Stato

“Adista”
n. 37, 29 ottobre 2016

Luca Kocci

Eliminare l’insegnamento della religione cattolica (Irc) appaltato alla Conferenza episcopale italiana e introdurre nelle scuole di ogni ordine e grado un insegnamento obbligatorio inerente il fenomeno religioso a totale gestione statale. È l’invito che giunge dal Centro internazionale di studi sul religioso contemporaneo di San Gimignano (Si), animato da Arnaldo Nesti, che da oltre venti anni promuove la International Summer school on religions.

Durante la XXIII Summer school di quest’anno (24-28 agosto), dedicata al tema “Violenza e religioni”, è stato avviato il confronto su un documento che verrà successivamente trasformato in un appello pubblico (la Carta di San Gimignano)

È alla scuola pubblica che compete «il ruolo di “alfabetizzare” la totalità degli alunni sulle grandi aree dell’esperienza umana, non esclusa l’area dell’universale esperienza simbolico-religiosa», si legge nell’appello che verrà lanciato ufficialmente il prossimo 15 novembre.  Un compito che al momento la scuola italiana non assolve: infatti «la gestione di una parziale “istruzione religiosa” resta monopolizzata dagli accordi tra Stato e Chiesa cattolica e dalle successive intese applicative», ovvero dal Concordato e dalle sue modifiche. Pertanto «non è più rinviabile il superamento dei limiti oggettivi di tale normativa pattizia». Una normativa che determina «limiti e incongruenze che, oggi più che ieri, continuano a produrre discriminazione tra cittadini credenti e diversamente credenti, discredito culturale della materia Irc e discredito professionale del suo insegnante, discontinuità organizzative nella didattica, tendenze identitaristiche fra studenti» e «che spesso, paradossalmente, non permettono nemmeno di conseguire i livelli di prima alfabetizzazione religiosa presso gli stessi alunni avvalentisi del corso», come dimostrato, per esempio, dall’ultimo Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia (Il Mulino, 2014) curato da Alberto Melloni (v. Adista Notizie n. 18/14).

Che fare quindi? Riaprire subito un tavolo ministero dell’Istruzione–Cei innanzitutto per «sanare quell’increscioso “vuoto culturale” o “insulto pedagogico” creato dalla quasi totale assenza di una qualche “materia alternativa”, la quale, per esclusiva competenza statale, dovrebbe comunque essere assicurata,  nel curricolo degli alunni che liberamente non si avvalgono dell’offerta confessionale». E poi «istituire, prescindendo da logiche pattizie con la Chiesa di maggioranza o con le formazioni religiose minoritarie, ma sollecitandone comunque gli opportuni pareri e discrezionali apporti collaborativi, il profilo giuridico e pedagogico di una “nuova” disciplina curricolare tesa a fornire gli strumenti minimi e necessari per apprendere la grammatica-base del “religioso”, sia esso storico e contemporaneo, sia simbolico che esperienziale, sia esso inteso come patrimonio culturale che come fonte di ricerca di senso e di valori umanizzanti».

Un insegnamento a diretta ed esclusiva gestione statale che, in un percorso legislativo-amministrativo che dovrà necessariamente essere graduale, gli estensori della Carta di San Gimignano immaginano articolarsi in due tappe: prima «una forma di opzionalità obbligatoria tra due discipline a rispettiva gestione ecclesiastica e statale», poi «una vera e propria disciplina curricolare a gestione statale». Quindi no un’ora di religione cattolica facoltativa controllata dalla Cei, sì ad un’ora delle religioni – o meglio ad un’ora del religioso – obbligatoria e affidata a docenti dello Stato, senza bisogno di placet episcopali.

Preliminare alla realizzazione di questo progetto, due precondizioni: la «riprogettazione dell’intero sistema del sapere religioso in Italia, università compresa, in quanto l’autorevolezza delle scienze religiose non è più solo problema interno di singole Chiese, ma una necessità della società civile» (anche per formare, in questo modo, i docenti di “ora delle religioni”); l’approvazione di «una legge parlamentare sulla libertà religiosa, che sancisca tra l’altro la pari dignità delle formazioni religiose e filosofiche nello spazio pubblico della scuola».

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