500 anni dalla Riforma. Intervista al pastore Luca Maria Negro

“Adista”
n. 38, 5 novembre 2016

Luca Kocci

Cinquecento anni fa, con la pubblicazione a Wittenberg delle 95 tesi di Martin Lutero (31 ottobre 1517), prese avvio la Riforma protestante. La ricorrenza, e con esso l’apertura del cinquecentenario della Riforma, verrà celebrato nel pomeriggio di lunedì 31 ottobre a Lund, in Svezia, città in cui ha sede la Federazione luterana mondiale, che ha organizzato l’evento. Vi prenderà parte anche papa Francesco, che parteciperà ad una preghiera ecumenica comune nella cattedrale luterana di Lund e poi ad in incontro ecumenico nella cattedrale di Malmoe.

Ne abbiamo parlato con Luca Maria Negro, pastore battista e presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), l’organismo che raduna battisti, luterani, metodisti, valdesi più le altre Chiese del protestantesimo storico.

Cinquecento anni fa il primo atto della Riforma. Qual è il punto centrale, il “nocciolo” della “protesta” e della “riforma” di Lutero?

Le 95 tesi sulle indulgenze, affisse a Wittenberg il 31 ottobre 1517, non costituiscono che l’avvio della Riforma protestante, eppure vi ritroviamo già gli elementi centrali del pensiero di Lutero. Prendiamo ad esempio la tesi 62, laddove si contrappone il falso tesoro delle indulgenze al “vero tesoro della Chiesa” che “è il sacrosanto Vangelo della gloria e della grazia di Dio”. Questa tesi contiene tre dei cinque “sola” della Riforma, gli slogan che ne sintetizzano il messaggio: sola Scrittura, per sola grazia, solo a Dio la gloria (gli altri due “sola” sono: solo Cristo e  per sola fede). È indubbio che nelle 95 tesi c’è una protesta contro gli abusi del clero e di Roma, ma vale la pena ricordare che il nome di “protestanti” deriva dal verbo latino protestari, che significa testimoniare, dichiarare pubblicamente. La “protesta” di Lutero è anzitutto una testimonianza di fede e rappresenta la riscoperta di quel “nocciolo” della fede cristiana che era diventato irriconoscibile sotto le incrostazioni di superstizioni, interessi economici e potere clericale.

La Chiesa (le Chiese) continua ad aver bisogno di “riforma”? In quale direzione?

Un altro slogan protestante è “Ecclesia reformata semper reformanda”, ovvero la chiesa riformata è sempre da riformare. Qualcosa del genere lo ha detto recentemente anche papa Francesco. Ogni chiesa deve continuamente lasciarsi riformare dallo Spirito, tornando alle fonti della fede, il “sacrosanto Vangelo”, per usare l’espressione di Lutero. Negli ultimi decenni le chiese protestanti le “riforme” hanno riguardato passi come l’apertura del pastorato alle donne e l’accoglienza delle persone omosessuali, tanto per citare gli esempi più discussi e controversi; ma anche la riscoperta del legame profondo tra la fede cristiana e la testimonianza concreta nel mondo per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

Papa Francesco andrà a Lund: è davvero un evento storico?

Certamente, si tratta di un evento storico. Chi avrebbe mai pensato, fino a poco tempo fa, che il papa di Roma, che per Lutero era l’Anti-Cristo, sarebbe stato invitato ad aprire le celebrazioni per i 500 anni della Riforma, e che avrebbe prontamente accettato l’invito!

Sulla partecipazione del papa, sebbene minoritarie, si sono levate delle voci critiche sia nell’area cattolica che in quella protestante. Per i cattolici più reazionari Bergoglio non doveva andare “in casa” protestante, per di più in occasione dei 500 della Riforma: è una sorta di “resa”, crea confusione, alimenta il relativismo. Dall’altra parte si teme che la presenza del papa possa in qualche modo “oscurare” una ricorrenza del mondo protestante e “appropriarsene”. Cosa ne pensa di questi rilievi? Come è vissuto questo appuntamento fra i protestanti?

Non credo ci sia un gran timore di “appropriazione”, anche perché in questi anni, e penso in particolare alla storica visita di papa Francesco alla Chiesa valdese nel giugno 2015, abbiamo sperimentato la grande correttezza e sensibilità ecumenica di Bergoglio. Semmai in Italia il timore è che i mezzi di comunicazione, che da noi brillano per un certo “provincialismo” in campo religioso, non colgano l’importanza ecumenica di questo evento, che per noi protestanti non vuole essere un’occasione di affermazione identitaria ma di confronto con tutti i credenti, a qualunque Chiesa appartengano. Per quanto riguarda i rilievi critici in casa cattolica, non saprei che cosa dire, se non ripetere un po’ provocatoriamente un vecchio adagio cattolico-romano: “Roma locuta, causa finita”, quando Roma ha parlato il caso è chiuso. Chissà perché questo principio dovrebbe valere solo quando Roma parla per difendere posizioni tradizionali, e non quando il papa si apre agli altri cristiani e al mondo.

Si potrà mai arrivare ad un giudizio condiviso, perlomeno dal punto di vista storico? E magari ad una autocritica per le guerre di religione, i roghi…

Come minoranza protestante in Italia, perseguitata per secoli, auspichiamo che la riconciliazione tra le Chiese includa anche la “riconciliazione delle memorie” e la rivisitazione comune degli eventi dolorosi che ci hanno visti contrapposti. Visitando la Chiesa valdese di Torino il papa lo ha in parte già fatto, chiedendo perdono “da parte della Chiesa cattolica” per “gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi”.

Qualche autocritica è arrivata anche da parte protestante?

Da tempo l’Alleanza mondiale delle Chiese riformate ha avviato una riflessione sulle omissioni e le responsabilità dei protestanti in tema di schiavismo e di apartheid. Qualche anno fa i riformati hanno chiesto perdono ai mennoniti, una delle principali comunità dell’anabattismo, per i massacri perpetrati ai loro danni nel XVI secolo. E a livello storiografico esistono diverse ricerche sull’antisemitismo di Martin Lutero.

La storia dei rapporti fra protestanti e cattolici è stata molto conflittuale, ora quella stagione pare finita. A che punto è il cammino del dialogo fra cattolici e protestanti?

Il dialogo tra cattolici e protestanti ha ormai mezzo secolo di vita; il problema è che esiste un divario, che negli ultimi vent’anni sembrava crescente, tra le affermazioni teologiche comuni e la prassi. Se i dialoghi teologici non vengono recepiti nella vita quotidiana delle Chiese, sono di scarsa utilità. Il nodo è la “ricezione” concreta dell’abbondante mole di dialoghi, sia bilaterali (tra la Chiesa cattolica e le singole confessioni) che multilaterali (fra tutte le confessioni cristiane), realizzati in questi anni.

Possiamo fare qualche esempio di questa mancata ricezione nella prassi?

L’eucaristia. C’è una riflessione comune sull’eucaristia, cattolici e protestanti non siamo più fermi alla rigidità dottrinale del Cinquecento e Seicento, ma ancora non si vedono passi concreti non dico sul piano della condivisione, ma nemmeno su quello della “ospitalità eucaristica”. Per usare un’immagine, possiamo dire che ci sono molte coppie miste cattolico-protestanti che dormono nello stesso letto ma non mangiano alla stessa mensa eucaristica. Al recente Sinodo dei vescovi cattolici sulla famiglia c’è stata una proposta su questo tema, ma è stata bocciata. Pochi mesi dopo però papa Francesco, in visita alla Chiesa luterana di Roma, rispondendo ad una domanda di una donna, l’ha esortata a seguire la propria coscienza.

Papa Francesco ha cambiato qualcosa in questo percorso?

Con i suoi predecessori avevamo la sensazione di un ecumenismo a due velocità: più veloce il dialogo con gli ortodossi e con gli anglicani, soprattutto perché hanno conservato una struttura ecclesiale più “cattolica” (anche se dopo le aperture degli anglicani alle donne vescovo e agli omosessuali mi sembra che ci sia stata una frenata anche nei loro confronti), al rallentatore il dialogo con il protestantesimo. Oggi sentiamo di essere nuovamente degli interlocutori a pieno titolo. Non necessariamente privilegiati: quello di papa Francesco è un ecumenismo a 360 gradi.

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