Archive for novembre 2016

Grande Guerra: nessuna riabilitazione per i disertori

25 novembre 2016

“Adista”
n. 41, 26 novembre 2016

Luca Kocci

Perdóno sì, riabilitazione no. È la conclusione a cui è giunta, lo scorso 2 novembre, la commissione Difesa del Senato a proposito dei soldati condannati a morte dai tribunali militari italiani – per lo più con l’accusa di diserzione – oppure fucilati sommariamente durante la prima guerra mondiale per “dare l’esempio” e mantenere la disciplina fra la truppa.

Sono stati 750 i soldati italiani condannati a morte ed effettivamente fucilati da “mano amica” – spesso plotoni di carabinieri destinati a questo compito –, oltre 300 hanno invece subito una fucilazione sommaria documentata, a cui andrebbe aggiunto un numero imprecisato di esecuzioni e decimazioni non documentate (un numero complessivo molto più alto rispetto a quello degli altri Stati “vincitori” della Triplice Intesa, che pure combatterono un anno in più rispetto all’Italia: 700 condannati a morte dalla Francia, 300 dal Regno Unito).

Attendono giustizia, sebbene post mortem, da 100 anni. Al massimo otterranno il «perdono» – e non si capisce per cosa dovrebbero essere perdonati, dal momento che sono stati loro ad essere fucilati, semmai sono lo Stato e le Forze armate a dover ammettere gli errori ed implorare il perdono –, ma non quella riabilitazione che da tempo chiedono famigliari, storici e militanti pacifisti e che la Camera dei deputati era riuscita ad inserire in un disegno di legge approvato nel maggio 2015. Ma nel frattempo è intervenuta la longa manus dei vertici delle Forze armate e di settori del Ministero della Difesa, guidato dalla ex scout Roberta Pinotti, che ha prima insabbiato il dibattito e poi ha trasformato la «riabilitazione» in «perdono». Non è una differenza da poco, perlomeno in questo caso, perché i soldati uccisi resteranno formalmente iscritti nel “libro nero” dei traditori, dei disertori, dei disfattisti, dei codardi, come li chiamava il generale Cadorna, capo di Stato maggiore dell’esercito italiano dall’entrata in guerra fino alla disfatta di Caporetto del 24-25 ottobre 1917, di cui peraltro fu uno dei massimi responsabili.

La storia comincia nel 2014, all’inizio del centenario della Grande guerra. Sergio Dini, pubblico ministero padovano con un passato nella giustizia militare, chiede al ministro «un provvedimento di clemenza di carattere generale, a favore di tutti i condannati a morte del primo conflitto mondiale», perché, scrive, «anche i caduti sotto il fuoco di un plotone d’esecuzione sono morti in guerra, e (perché no?) sono morti per la Patria, furono mobilitati contro la loro volontà, per una guerra di cui non ben comprendevano gli scopi, come fu per la maggior parte dei morti in combattimento o in prigionia».

Appelli analoghi vengono poi rivolti a due presidenti della Repubblica (Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella) prima da un gruppo di storici (fra cui Alberto Monticone, Mimmo Franzinelli e Nicola Tranfaglia) e poi da intellettuali, gruppi, riviste e militanti pacifisti (fra cui i Beati i costruttori di pace, Luisa Morgantini e Mao Valpiana; per aderire si può scrivere ad uno dei promotori, Francesco Cecchini, e-mail: francesco_cecchini2000@yahoo.com).

Infine il mondo cattolico. Prima 13 preti del Nord Est (don Pierluigi Di Piazza, don Albino Bizzottodon Andrea Bellavite e altri), in occasione della visita di papa Francesco al sacrario militare di Redipuglia del settembre 2014, chiedono di riabilitare i disertori: «Migliaia e migliaia di soldati sono stati processati e uccisi perché si sono rifiutati di obbedire a comandi contro l’umanità. Sono stati a lungo bollati come vigliacchi e disertori, per noi sono profetici testimoni di umanità e di pace, meritano di essere esplicitamente ricordati nella celebrazione della memoria». Poi a farlo è addirittura l’ordinario militare per l’Italia, mons. Santo Marcianò, in un’intervista all’AdnKronos, il 4 novembre 2014 (v. Adista Notizie nn. 32 e 41/14, Adista Segni Nuovi n. 7/15).

Si attiva anche la politica. Il deputato del Partito democratico Gian Piero Scanu presenta come primo firmatario un disegno di legge che, fra l’altro, prevede «la riabilitazione dei militari delle Forze armate italiane che nel corso della prima guerra mondiale abbiano riportato condanna alla pena capitale»; l’inserimento dei loro nomi «nell’Albo d’oro del Commissariato generale per le onoranze ai caduti»; e, «al fine di manifestare la volontà della Repubblica di chiedere il perdono», l’affissione di «una targa in bronzo che ne ricorda il sacrificio» all’interno del Vittoriano di Roma. La Camera approva all’unanimità, il 21 maggio 2015.

È a questo punto che tutto si blocca. Il disegno di legge viene parcheggiato su un binario morto di Palazzo Madama, mentre la ministra Pinotti, con una tipica manovra di insabbiamento nelle paludi del Palazzo, costituisce un apposito Comitato tecnico-scientifico di studio e ricerca sul tema del «fattore umano» nella prima guerra mondiale, presieduto dall’ex ministro della Difesa Arturo Parisi e composto per lo più da ufficiali militari. «Il Senato sta indugiando troppo», denuncia Scanu, «mi auguro che non sia un brutto segnale. Dopo l’approvazione del ddl alla Camera, alcuni “sinedri” hanno manifestato la loro insofferenza. Voglio sperare che non sia stato fatto “apostolato” da parte di qualcuno per bloccare la legge» (v. Adista Notizie n. 38/15).

Ed è proprio quello che si verifica. La legge non viene bloccata, ma irrimediabilmente stravolta. Il nodo è quello della «riabilitazione», inammissibile per alcuni settori della Difesa e delle Forze armate. Ad ottobre scorso il disegno di legge arriva in Commissione Difesa e dal dibattito si capisce subito che aria tira. Per Antonio Gasparri il testo del ddl approvato dalla Camera è «eccessivamente schematico», meglio mettere da parte la riabilitazione e restare «su un piano squisitamente culturale e storico». Per il ciellino Mario Mauro «l’utilizzo dello strumento legislativo ai fini dell’interpretazione e della rivisitazione dei fatti storici appare decisamente improprio». Il piddino Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa, prepara un nuovo testo, licenziato il 2 novembre, in cui sparisce «ogni riferimento all’istituto della riabilitazione», sostituito dal «riconoscimento del sacrificio dei cosiddetti “fucilati per l’esempio”, ingiustamente condannati senza alcun processo», e dal «perdono offerto a coloro che, pur condannati a seguito di regolare processo, pagarono con la vita l’applicazione di una legislazione militare eccessivamente dura». Per tutti si propone di affiggere una lapide “riparatoria” all’interno del Vittoriano in Roma: «Nella ricorrenza del centenario della grande guerra e nel ricordo perenne del sacrificio di un intero popolo – questo il testo proposto –, l’Italia onora la memoria dei propri figli in armi fucilati senza le garanzie di un giusto processo. A chi pagò con la vita il cruento rigore della giustizia militare del tempo offre il proprio commosso perdono» (ma per Gasparri è troppo anche questo: meglio «limitarsi al primo dei due periodi proposti dal testo» ed evitare la parola «perdono» e qualsiasi critica alla «giustizia militare»).

Se questo dovrà essere l’approdo finale di un provvedimento nato con l’intento di fare giustizia e restituire dignità, allora forse meglio nessuna legge che questa legge ambigua ed ipocrita.

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Francesco assolve l’aborto: l’amore è superiore alla legge

22 novembre 2016

“il manifesto”
22 novembre 2016

Luca Kocci

Tutti i preti cattolici potranno concedere l’assoluzione per il «peccato di aborto».

Il Giubileo della misericordia, concluso ufficialmente domenica scorsa con la chiusura della “porta santa” della basilica di san Pietro – verrà riaperta in occasione del Giubileo ordinario del 2025 –, termina con una lettera apostolica di papa Francesco (Misericordia et misera) che modifica in maniera sostanziale la rigidità della prassi pastorale della Chiesa romana in materia di aborto. D’ora in poi, infatti – è scritto nel paragrafo 12 del documento firmato dal pontefice il giorno 20 ma reso noto solo ieri –, «tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero», avranno «la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto». Quindi non solo le donne che scelgono di interrompere la gravidanza, ma anche medici, infermieri e tutto il personale socio-sanitario coinvolto. Fino a ieri per tutti c’era la scomunica automatica (latae sententiae), e potevano essere assolti solo da un vescovo o da un prete delegato appositamente dal vescovo stesso.

È una misura che non cancella il «peccato di aborto» («l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente», puntualizza Francesco) – quindi non c’è nessuna modifica dottrinale –, ma introduce un profondo aggiornamento pastorale e giuridico, tanto che in Vaticano metteranno mano anche al Codice di diritto canonico, come spiega mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione: il diritto canonico «è un insieme di leggi, nel momento in cui c’è una disposizione del papa che modifica il dettato della legge si deve necessariamente cambiare l’articolo che riguarda quella specifica disposizione» (ovvero il canone 1398: «Chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae»).

Il criterio che ha guidato papa Francesco – a partire dai racconti evangelici della «adultera» e della «peccatrice» perdonate da Gesù – è che «l’amore» è superiore alla «legge» e che «nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia». Pertanto «non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito». Compreso l’aborto.

Nonostante la misura non giunga del tutto inaspettata – rende permanente ciò che era stato già permesso limitatamente alla durata del Giubileo –, è certo che provocherà forti terremoti all’interno della Chiesa cattolica, dove il fronte reazionario è già sul piede di guerra. Solo pochi giorni fa, infatti, quattro cardinali ultraconservatori (fra cui l’ex arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra), che già durante il Sinodo sulla famiglia animarono il fronte integralista contrario ad ogni apertura, hanno diffuso – tramite il blog del vaticanista Sandro Magister, sempre più megafono dell’opposizione conservatrice a papa Francesco – una lettera in cui chiedono al pontefice di chiarire «cinque dubbi» della Amoris laetitia, l’Esortazione post sinodale che contiene moderate aperture «caso per caso» per esempio sulla possibilità di concedere l’assoluzione e l’accesso alla comunione ai divorziati risposati. Ora, con questa nuova e più decisa azione di aggiornamento pastorale, le contestazioni dei reazionari non mancheranno, anzi saranno sicuramente accese.

Nella lettera apostolica di papa Francesco c’è una seconda misura di rilievo, anche questa concessa inizialmente per il Giubileo ed ora «estesa nel tempo»: la facoltà per i preti ultratradizionalisti lefebvriani della Fraternità San Pio X – non pienamente in comunione con la Chiesa di Roma, per non aver mai riconosciuto i risultati del Concilio Vaticano II – di confessare e impartire «validamente e lecitamente l’assoluzione» ai fedeli.

Potrebbe sembrare, da parte di papa Francesco, un’operazione trasformista – un’apertura a sinistra (assoluzione per l’aborto) e una a destra (“sanatoria” per i lefebvriani) – per accontentare tutti, o non scontentare nessuno. Senz’altro c’è il tentativo di tenere insieme tutti i pezzi della Chiesa cattolica, contraddizioni comprese.

Infine l’indizione, per l’ultima domenica dell’anno liturgico cattolico – è stata domenica scorsa, quindi se ne parlerà a novembre prossimo – della Giornata mondiale dei poveri. Perché, scrive Francesco, la misericordia deve avere un «carattere sociale», e «la giustizia e una vita dignitosa non rimangano parole di circostanza ma siano l’impegno concreto di chi intende testimoniare la presenza del Regno di Dio».

Diocesi trasparente. La curia di Padova pubblica il proprio bilancio economico. Lo farà anche la Cei?

18 novembre 2016

“Adista”
n. 40, 19 novembre 2016

Luca Kocci

Operazione trasparenza nella Diocesi di Padova. Lo scorso 29 ottobre, nel teatro dell’Opera della Provvidenza Sant’Antonio di Sarmeola di Rubano (Pd), alla presenza del vescovo mons. Claudio Cipolla e del vicario episcopale per i beni temporali della Chiesa, don Gabriele Pipinato, è stato presentato il Rapporto annuale dell’ente Diocesi, che comprende stato patrimoniale e conto economico, ovvero il bilancio della Diocesi.

Una novità pressoché assoluta nel panorama delle diocesi italiane e della stessa Conferenza episcopale italiana, che per prima – a parte una rendicontazione complessiva e generica relativa ai fondi dell’otto per mille – non rende pubblico il proprio bilancio. Quindi la scelta della Curia patavina – «frutto di un lungo percorso iniziato con il vescovo Antonio (Mattiazzo, il predecessore di Cipolla, n.d.r.) nella primavera del 2013 e intensificato sotto la guida del vescovo Claudio», si legge nel Rapporto, pubblicato anche sul settimanale diocesano La Difesa del popolo (6/11) – appare particolarmente significativa.

«La presentazione del bilancio – spiegano dalla diocesi – è frutto di un lavoro di tre anni in cui si è intrapreso un nuovo sistema contabile a livello locale e centrale. È cambiata la modalità di presentazione dei rendiconti delle parrocchie alla Diocesi, ma soprattutto si è attivato un lavoro di formazione e sensibilizzazione nel territorio, in particolare a livello di Consigli parrocchiali per la gestione economica – per aumentare la consapevolezza della necessità di conti sempre più rispondenti alla missione della Chiesa». È maturata la convinzione, proseguono, che «la credibilità della Chiesa passa per la gestione responsabile e la precisa rendicontazione di quanto viene offerto». E soprattutto significa «mettere bene in chiaro quali sono le priorità pastorali che una comunità diocesana si è data, perché è dall’utilizzo che facciamo dei soldi, inutile girarci intorno, che capiamo noi per primi, e mostriamo al mondo, cosa ci sta veramente a cuore. Senza mai dimenticare che solo la trasparenza aiuta a costruire quel clima di fiducia che alimenta la carità delle gente, specie in un momento di grandi difficoltà economiche».

Il nostro modello deve diventare Zaccheo, il pubblicano che – racconta il Vangelo di Luca (19, 1-10) –, dopo che Gesù va a casa sua, decide di dare la metà dei suoi beni ai poveri e di restituire il quadruplo a chi è stato frodato, spiega don Gabriele Pipinato, che però aggiunge: «So già che non ci sarà possibile fare come Zaccheo, so già che il prossimo anno non riusciremo a mostrare che abbiamo dato metà dei nostri beni ai poveri. Tuttavia nemmeno vogliamo rinunciare a fare qualche passo concreto». Innanzitutto sul terreno della trasparenza che, data la situazione della Chiesa italiana, non sembra piccolo. Il bilancio che rendiamo pubblico, prosegue il vicario per i beni temporali della Chiesa della diocesi di Padova, «è solo una fotografia di come usiamo le nostre risorse economiche e finanziarie, ma potrebbe diventare di più, quasi una radiografia delle convinzioni che ci animano. Nella Chiesa, la gestione dei beni è il terreno dove si gioca la credibilità del messaggio che annunciamo, e quindi si tratta di autentica pastorale».

Passando ai numeri del bilancio, il conto economico 2015 della Diocesi di Padova segnala uscite per 10.930.541 euro e ricavi per 10.475.934 euro, quindi con una perdita di esercizio di euro 454.607. Le uscite, in percentuale, sono così suddivise: circa il 20 per cento (poco più di due milioni di euro) per attività pastorali specifiche e di funzionamento; circa il 18 per cento (due milioni) per il personale, le consulenze professionali e i collaboratori; circa il 41 per cento (poco più di quattro milioni) per la carità, il culto e la pastorale; mentre circa il 18 per cento (due milioni) è stato accantonato, la metà per un fondo emergenze appositamente attivato. Mancano all’appello i costi per il sostentamento del clero – una voce “pesante” – perché questi arrivano direttamente dalla Cei, tramite l’Istituto per il sostentamento del clero. Invece per quanto riguarda le entrate, le voci sono queste: il 15 per cento (poco più di 1,5 milioni di euro) da attività varie; il 39 per cento da contributi Cei mediante l’otto per mille (precisamente 4.011.831 euro), tranne i soldi per il sostentamento del clero; il 13 per cento (1 milione abbondante) da contributi pubblici e privati; il 21 per cento (poco più di due milioni) da offerte e donazioni, il restante 12 per cento (poco più di un milione) da proventi straordinari.

«Trasparenza e responsabilità: è questo il binomio che vogliamo provare a tradurre in azioni concrete», spiega mons. Cipolla, nominato vescovo di Padova da papa Francesco nel luglio 2015. «Se impariamo a gestire con responsabilità e trasparenza il nostro patrimonio, apriamo una porta al dialogo, la nostra parola diventa credibile e forse possiamo creare le condizioni per arricchirci tutti del Vangelo, che è il nostro vero e unico patrimonio».

L’esempio di trasparenza della Curia di Padova sarà imitato dalle altre diocesi italiane e magari dalla stessa Cei?

Il 4 novembre dei pacifisti: ricordare le vittime, promuovere la difesa civile

8 novembre 2016

“Adista”
n. 39, 12 novembre 2016

Luca Kocci

In pieno centenario della prima guerra mondiale (1914-1918), i pacifisti hanno ricordato le «vittime di tutte le guerre», promuovendo lo scorso 4 novembre (che per l’Italia è l’anniversario della fine della guerra) «commemorazioni nonviolente» in tutte le città italiane. E nello stesso giorno, a Trento – una delle città simbolo della Grande guerra –, si sono svolti gli Stati generali della difesa civile non armata e nonviolenta, organizzati dai promotori della campagna “Un’altra difesa è possibile” e dal Forum trentino per la pace e i diritti umani: un primo passo – spiegano – per coordinare e creare un confronto tra i diversi soggetti che già ora agiscono nel settore della difesa civile, sia enti istituzionali (ministero della Difesa, dipartimento della Protezione civile, ufficio per il Servizio civile nazionale) sia associazioni e organizzazioni non governative che lavorano per la pace e il disarmo.

«Il 4 novembre è giorno di lutto e non di festa per la partecipazione alla “inutile strage” della prima guerra mondiale», scrivono in un comunicato congiunto Movimento nonviolento, PeaceLink, Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo e associazione Antimafie “Rita Atria”, le organizzazioni che hanno promosso le commemorazioni nonviolente del 4 novembre. «Commemorazioni che siano anche solenne impegno contro tutte le guerre e le violenze», prosegue il comunicato, affinché il 4 novembre «cessi di essere il giorno in cui i poteri assassini irridono gli assassinati e diventi invece il giorno in cui nel ricordo degli esseri umani defunti vittime delle guerre gli esseri umani viventi esprimono, rinnovano, inverano l’impegno perché non ci siano mai più guerre, mai più uccisioni, mai più persecuzioni. Oltre cento anni dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, mentre è tragicamente in corso la “terza guerra mondiale a pezzi” – l’espressione coniata da papa Francesco –, è ora di dire basta».

Iniziative e manifestazioni nonviolente organizzate da decine di associazioni e gruppi di base si sono svolte in diverse città italiane: per lo più deposizione di corone di fiori davanti alle lapidi e ai monumenti alle vittime delle guerre, accompagnate da letture pubbliche di testi della tradizione pacifista. Tutte accomunate dallo stesso slogan: “Ogni vittima ha il volto di Abele”.

Insieme al ricordo delle vittime, il sostegno alla campagna “Un’altra difesa è possibile” che ha depositato in Parlamento – sostenuta da 50mila firme – una proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione e il finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta, v. Adista Segni Nuovi n. 35/14). «Obiettivo della campagna – spiegano i promotori – è quello di organizzare la difesa civile, non armata e nonviolenta, ossia la difesa della Costituzione e dei diritti civili e sociali che in essa sono affermati; la preparazione di mezzi e strumenti non armati di intervento nelle controversie internazionali; la difesa dell’integrità della vita, dei beni e dell’ambiente dai danni che derivano dalle calamità naturali, dal consumo di territorio e dalla cattiva gestione dei beni comuni – anziché finanziare cacciabombardieri, sommergibili, portaerei e missioni di guerra, che lasciano il Paese indifeso dalle vere minacce che lo colpiscono e lo rendono invece minaccioso agli occhi del mondo».

Ovvero la riaffermazione della Costituzione repubblicana che «ripudia la guerra» (articolo 11), afferma la difesa dei diritti di cittadinanza ed affida ad ogni cittadino il «sacro dovere della difesa della patria» (articolo 52).

Radio Maria, sospeso il frate del «castigo divino»

6 novembre 2016

“il manifesto”
6 novembre 2016

Luca Kocci

Il terremoto? Un «castigo di Dio» per le «offese alla legge divina, alla dignità della famiglia e del matrimonio», per esempio con le unioni civili. Così il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, dai microfoni di Radio Maria, ha spiegato perché l’Italia è devastata dal sisma. Ha poi ribadito a Radio24: «Le unioni gay sono un peccato contro natura, meritano il castigo divino». E a Radio Capital ha profetizzato: «Arriveranno altri castighi».

Scontata la condanna del Vaticano («affermazioni offensive e scandalose») e la dissociazione di Radio Maria, che ieri lo ha sospeso «con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile»  (ma per Cavalcoli c’è lo zampino della Massoneria). Tuttavia Radio Maria è recidiva: nel 2011 fu lo storico Roberto De Mattei (vicepresidente del Cnr in era berlusconiana) a dire via radio che i terremoti sono punizioni divine: quello di Fukushima appena accaduto, ma anche quello di Messina del 1908. Chi prese allora le difese di De Mattei? Sempre lui: padre Cavalcoli.

«Misericordia e diritti». Celebrata in tutta Italia la XV Giornata del dialogo cristiano-islamico

5 novembre 2016

“Adista”
n. 38, 5 novembre 2016

Luca Kocci

La Giornata del dialogo cristiano-islamico è arrivata alla sua quindicesima edizione. È stata celebrata ufficialmente in tutta Italia lo scorso 27 ottobre (25 muharram 1438, secondo il calendario islamico), con un evento centrale a Roma, a Palazzo Madama, promossa dal mensile Confronti (vi hanno partecipato, fra gli altri, il pastore Luca Anziani, vicemoderatore della Tavola Valdese, Claudio Cianfaglioni del movimento dei Focolari, il giornalista marocchina Karima Moual) e molte altre iniziative di base che si sono svolte in tutta Italia anche nei giorni immediatamente precedenti e successivi. Quest’anno, in un certo senso, per la prima volta vi ha preso parte anche la Conferenza episcopale italiana: il 22 settembre si è svolto infatti il primo incontro tra il Gruppo per l’Islam dell’ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei diretto da don Cristiano Bettega ed esponenti di realtà comunitarie musulmane in Italia. «Il dialogo, valorizzando esperienze già avviate in diverse realtà locali – si legge nel comunicato finale congiunto della Cei e di varie realtà islamiche in Italia, redatto in italiano e in arabo – ha consentito di intraprendere un percorso di reciproca conoscenza e di approfondire il valore della misericordia in questo momento storico segnato da conflittualità e sofferenze, con l’intento di individuare forme e linee di azione di un impegno condiviso per il bene comune della società italiana».

Partita quindici anni fa, all’indomani dell’attentato terroristico alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, per volontà di pochi “pionieri” dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso di base (in particolare il periodico online Il Dialogo di Monteforte Irpino e il suo direttore Giovanni Sarubbi, v. Adista Notizie n. 81/01), la Giornata del dialogo cristiano-islamico è ormai diventata un’iniziativa di rilevanza nazionale, pur senza aver perso le sue caratteristiche peculiari di “ecumenismo dal basso”, grazie alla partecipazione di decine di comunità di base, parrocchie cattoliche, Chiese protestanti, moschee e comunità islamiche.

«Tutto è iniziato l’11 settembre del 2001, di cui nei giorni scorsi si è celebrato il quindicesimo anniversario», si legge nel documento per la Giornata di quest’anno, che è stata dedicata al tema “Misericordia, diritti: presupposti per un dialogo costruttivo”. «Quindici anni – prosegue il documento – da quei tragici attentati di New York e Washington che furono usati per dare inizio a quella che oggi oramai tutti riconoscono essere la terza guerra mondiale, sia pure a pezzi, come la chiama papa Francesco. Da allora il rumore della guerra è diventato una costante della vita delle nostre comunità e che ha già provocato alcuni milioni di morti, decine di milioni di profughi e immense distruzioni».

Ma oltre che per la guerra, i bombardamenti e gli attentati terroristici, «quei giorni furono usati anche per rilanciare il dialogo tra le religioni e l’impegno per la pace», spiegano dal comitato promotore della Giornata di quest’anno. «Mentre veniva dispiegata la più grande macchina da guerra che la storia abbia mai registrato, compresi potenti media che hanno soffiato sul fuoco dell’odio e hanno diffuso l’idea della “guerra di religione”, dal basso, uomini e donne di pace, teologi, giornalisti, studiosi, associazioni, lanciarono con un appello l’idea di una Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico che, da allora, è diventata un appuntamento fisso della nostra vita sociale, coinvolgendo singoli, comunità religiose, e istituzioni a tutti i livelli, dai Comuni alla Presidenza della Repubblica».

Ed eccoci così arrivati alla Giornata numero quindici, in un tempo in cui la guerra e la violenza non solo non sono terminate, ma probabilmente sono aumentate e si sono maggiormente diffuse. Ma anche il dialogo e collaborazione sono cresciuti. «Negli ultimi anni – si legge ancora nel documento – abbiamo registrato un moltiplicarsi di iniziative di dialogo come reazione agli attentati che nel 2015 e 2016 sono avvenuti in alcuni Paesi europei. Dal male può nascere il bene, come è accaduto a fine luglio dopo la brutale uccisione in Francia di padre Jacques Hamel. Dopo quell’omicidio, e grazie alle coraggiose prese di posizione di papa Francesco, appare sempre più evidente che la religione con la guerra in corso non c’entra nulla e che è sempre più necessario rafforzare il dialogo fra le religioni».

E così, con questo spirito, anche quest’anno si sono svolte iniziative di dialogo cristiano-islamico in tutta Italia. Al centro di tutte gli eventi, parole come «misericordia» e «diritti», unici «presupposti per un dialogo costruttivo».

«Uniti nell’impegno»

1 novembre 2016

“il manifesto”
1 novembre 2016

Luca Kocci

Non c’è stata la ricomposizione dell’unità o l’annullamento delle differenze che da cinquecento anni dividono cattolici e luterani, ma è stato mosso un nuovo passo del cammino ecumenico che le due Chiese percorrono da cinquant’anni, alla ricerca di una comunione che oggi pare potersi fondare non tanto su “tavoli teologici” quanto su un impegno di solidarietà verso gli esseri umani sofferenti, in particolare i rifugiati.

È questo il senso della Dichiarazione congiunta firmata ieri dal vescovo Munib Yunan, presidente della Federazione luterana mondiale (Flm), e da papa Francesco, nella cattedrale luterana di Lund, in Svezia, durante la Commemorazione ecumenica – 450 ospiti delle Chiese cristiane di tutto il mondo – che ha dato il via al cinquecentenario della Riforma protestante e ne ha ricordato il primo atto: l’affissione sul portale della chiesa del castello di Wittenberg, in Sassonia, il 31 ottobre 1517, delle 95 tesi di Martin Lutero sulle indulgenze.

«È molto più quello che ci unisce di quello che ci separa, siamo rami della stessa pianta», ha detto Martin Junge, segretario generale della Flm. «Non possiamo rassegnarci alla divisione, abbiamo la possibilità di riparare ad un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che ci hanno impedito di comprenderci gli uni gli altri», ha fatto eco papa Francesco – la prima volta di un pontefice romano ad una commemorazione della Riforma protestante –, riconoscendo il valore della «esperienza spirituale di Lutero» e i meriti della Riforma («ha contribuito a dare maggiore centralità alla Sacra scrittura nella vita della Chiesa»).

La Dichiarazione congiunta sottoscritta dai capi delle due Chiese indica un cammino che «dal conflitto» muove «verso la comunione», senza tuttavia negare le diversità. «Differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti, e la religione è stata strumentalizzata per fini politici», si legge nel documento. «Mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati»: si può e si deve rifiutare «ogni odio e violenza, passati e presenti, specialmente quelli attuati in nome della religione», «mettere da parte ogni conflitto» e «camminare verso la comunione».

È generico, ma è un mea culpa per una storia che ha provocato migliaia di vittime da ambo le parti ed è stata anche collusione, complicità e ricerca del potere. «Dobbiamo riconoscere l’errore e chiedere perdono», ha detto papa Francesco durante il suo intervento, dobbiamo riconoscere che la nostra divisione «è stata storicamente perpetuata da uomini di potere di questo mondo più che per volontà del popolo fedele», oggi «non pretendiamo di realizzare una inattuabile correzione di quanto è accaduto, ma di raccontare questa storia in modo diverso». Ha aggiunto Junge: «Impegniamoci, cattolici e luterani, per allontanarci da un passato oscurato da conflitti e divisioni e per camminare nella comunione», «non usiamo le pietre per scagliarle contro gli altri o innalzare muri di separazione e di esclusione, ma per costruire ponti e mense di condivisione».

Tuttavia non sembra dietro l’angolo la soluzione delle controversie teologiche che dividono cattolici e luterani. Più semplice, allora, realizzare l’unità nel comune impegno sociale. «Chiediamo a Dio ispirazione e forza per andare avanti insieme nel servizio, difendendo la dignità e i diritti umani, specialmente dei poveri, lavorando per la giustizia e rigettando ogni forma di violenza», afferma la Dichiarazione congiunta, che invita «luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo». Parole che in serata, in un evento nella Malmö Arena in cui si sono avvicendate varie testimonianze – dalla Colombia, dal Burundi, dal Sud Sudan e del vescovo caldeo di Aleppo – sono diventate una dichiarazione di intenti tra Caritas internationalis e World service (l’organismo di servizio della Flm) per rafforzare l’impegno comune in favore di rifugiati, migranti e sviluppo sostenibile.