Archive for dicembre 2016

«Un vescovo che si ispiri davvero al Concilio». Gruppi ecclesiali milanesi sul successore del card. Scola

28 dicembre 2016

“Adista”
n. 45, 24 dicembre 2016

Luca Kocci

I gruppi ecclesiali e le associazioni di base milanesi scendono in campo in vista della prossima nomina del nuovo vescovo della diocesi ambrosiana, dal momento che l’attuale, il card. Angelo Scola, avendo compiuto 75 anni, come prevede il diritto canonico, lo scorso 7 novembre ha presentato le sue dimissioni nelle mani di papa Francesco, che quindi nei prossimi mesi dovrà scegliere il suo successore sulla cattedra di sant’Ambrogio.

Non si tratta dell’apertura del toto-vescovo. Le associazioni non fanno nomi, ma sollecitano l’avvio di un percorso, affinché il nuovo vescovo sia in pastore «che si ispiri veramente al Concilio e sia in sintonia con il nuovo corso di papa Francesco».

«Nei primi secoli della Chiesa  il vescovo è stato espressione di un consenso fraterno espresso dalla comunità dei credenti (popolo e clero) che veniva confermato dai vescovi delle diocesi limitrofe e poi dal vescovo di Roma», il cui intervento diretto «era finalizzato soprattutto a impedire le ingerenze del potere politico», scrivono i gruppi milanesi riuniti nel coordinamento “9 marzo” (Comunità ecclesiale di S.Angelo, Noi Siamo Chiesa, Il Graal, Centro Helder Camara, Preti operai della Lombardia, Rosa Bianca). Tuttavia, nel corso del tempo, «la nomina dei vescovi  è stata  progressivamente sottratta al clero e al popolo», tanto che «attualmente il vescovo è nominato dal papa senza che egli debba  dare alcuna indicazione sui criteri usati». E «non possiamo dimenticare che, per trentacinque anni, il criterio di gran lunga principale nelle nomine è stato a senso unico, penalizzando forze vive presenti nella Chiesa e anche provocando lacerazioni. Sono state poco considerate le capacità personali  e il rapporto con la Chiesa locale a vantaggio del criterio della fedeltà  alle direttive romane e a una ortodossia generatrice solo di conservazione con ben poca attenzione ai segni dei tempi».

Il problema non riguarda solo i meccanismi di nomina. «Nell’attuale struttura fortemente gerarchica della Chiesa – aggiungono le associazioni – molte cose (troppe) dipendono dal vescovo. Egli  ha poteri discrezionali nella gestione del mondo ecclesiastico che, nella situazione di oggi, vanno ben al di là  di molte affermazioni  del Concilio che ha posto al centro della comunità ecclesiale il ruolo del Popolo di Dio e non l’attuale struttura clericale». Anche se, pur all’interno di «un sistema di nomina che non condividiamo e che è estraneo a una larga parte della storia della Chiesa, ci sono pastori che hanno lasciato un segno positivo e che sono rimasti nella coscienza popolare, altri hanno solo gestito l’ordinaria amministrazione  contribuendo a quel diffuso immobilismo nella pastorale  che da tempo constatiamo nel nostro Paese e nella nostra diocesi».

Questa è la situazione delineata dalle associazioni milanesi, che però immaginano un percorso diverso: «Pensiamo che siano necessari interventi, discussioni e proposte che servano a riflettere sulle questioni di fondo dell’evangelizzazione (oltre che sui problemi concreti della gestione delle strutture), per cercare di delineare progetti per il futuro anche solo densi di  interrogativi e di questioni di cui discutere»; e che «si debba lentamente creare, in modo diffuso, una cultura che crei le condizioni perché il sistema attuale venga modificato con la presenza di tutte le componenti ecclesiali (vedi Lumen Gentium, 12) che si esprimano e che contino non lasciando voce solo alle curie e al papa». L’auspicio e la speranza è che «papa Francesco, pure all’interno del sistema vigente, riesca a liberarsi dalle lobby curiali e a indicare un vescovo per la nostra diocesi  che venga dal basso e che si ispiri al Concilio in modo non retorico od obbligato».

Sul piatto le associazioni milanesi mettono alcune delle questioni che hanno sollevato negli scorsi anni e che dovrebbero essere all’ordine del giorno del nuovo vescovo, chiunque egli sia: «la mancanza di dialogo, di relazioni, di laicità nell’affrontare tanti problemi (sessualità, omosessualità, famiglia, testamento biologico, rapporto con la politica ecc…) quando essi sono posti in modo non conformista; il ruolo delle donne nella Chiesa, anche in quella ambrosiana; il problema della pedofilia del clero, finora affrontato solo proponendo alla vittima di rivolgersi al vescovo; l’impegno ecumenico e il dialogo interreligioso, sovente «limitato ad iniziative di vertice senza un vero impegno a creare consapevolezza della necessità di un cammino paziente  da percorrere ovunque verso l’unità nella diversità»; «una gestione veramente condivisa, pubblica e trasparente delle risorse economiche sia parrocchiali che diocesane».

«Abbiamo la convinzione – aggiungono – che nella nostra diocesi ci sia troppa ordinaria amministrazione, troppo trantran abitudinario, anche se spesso accompagnato da molto attivismo e da iniziative meritevoli soprattutto in campo sociale. Tutto ciò non basta più, in un momento di veloci cambiamenti nei modi di vivere e nelle culture e in cui si assiste, insieme agli aspetti negativi della secolarizzazione,  ad una ripresa della ricerca di senso  nei confronti della quale il messaggio evangelico ha parole di liberazione e di speranza. L’arrivo di un nuovo vescovo dovrebbe  essere l’occasione che lo Spirito ci offre per ripensare tutto». A partire da quattro punti fermi, «che fanno parte dell’eredità migliore della  nostra diocesi» (e che pare riconoscersi in quella del card. Carlo Maria Martini): «la centralità della Parola di Dio», non subordinata «a precettistiche di ogni tipo, ad arroccamenti su proprie certezze, all’efficientismo nell’organizzazione e nelle iniziative pastorali»; l’ecumenismo e il dialogo interreligioso; «il dialogo positivo con la cultura “laica” e il cammino comune con chi è in ricerca»; «la pratica di rapporti sociali equi nei luoghi di lavoro e in ogni altra attività, l’accoglienza dell’immigrato, la difesa e la promozione della legalità, la ricerca della pace fondata sulla giustizia tra sud e nord del mondo, il contrasto nei confronti della terza guerra mondiale a pezzi, la salvaguardia del creato, l’impegno al perdono come condizione della pace devono essere  lo stile condiviso e messo in atto da ogni credente nel proprio vissuto quotidiano  e nella società».

«In questo modo – concludono le associazioni –, se accompagnato da parole e da segni inediti, ci pare che il nuovo vescovo potrà essere il pastore che ascolta e che si mette in sintonia con l’insegnamento  di Francesco, vescovo di Roma, accettandone con convinzione il “nuovo corso” nella  vita della nostra Chiesa».

“Menti distorte”, il papa striglia la Curia romana

23 dicembre 2016

“il manifesto”
23 dicembre 2016

Luca Kocci

Gattopardi, «menti distorte», «cuori impietriti»: se ne sono sentiti dire di tutti i colori i cardinali della Curia romana, convocati ieri da papa Francesco nel Palazzo apostolico vaticano per i tradizionali auguri natalizi. Ma invece delle parole soavi che solitamente si accompagnano al “buon Natale”, Francesco ha impugnato la clava e ha colto l’occasione per denunciare e bastonare le resistenze – e i resistenti – alla riforma della Curia: «La logica del Natale è il capovolgimento della logica mondana, della logica del potere, del comando, della logica fariseistica», pertanto «ho scelto come argomento di questo nostro incontro annuale la riforma della Curia romana».

Non è la prima volta che Bergoglio utilizza l’appuntamento degli auguri alla Curia per parlare chiaro ai cardinali. Fece scalpore – anche perché fu il primo – il discorso del Natale 2014 sulle «quindici malattie» della Curia: potere, accumulazione di beni materiali, rivalità, carrierismo, opportunismo, ipocrisia, adulazione, indifferenza e via elencando.

Il discorso di ieri non è stato meno forte. «La riforma sarà efficace solo se si attua con uomini “rinnovati” e non semplicemente con “nuovi” uomini», ha detto Francesco, non solo «con il cambiamento delle persone, che senz’altro avviene e avverrà, ma con la conversione nelle persone», perché «senza un mutamento di mentalità lo sforzo funzionale risulterebbe vano». Che in questo percorso vi siano delle «resistenze» è «normale, anzi salutare», ha aggiunto Francesco, che usa il bastone ma non rinuncia allo zuccherino.

Quali resistenze? Le più sane sono «le resistenze aperte, che nascono spesso dalla buona volontà e dal dialogo ‎sincero». Poi però ci sono quelle più diffuse nei sacri palazzi: «le resistenze nascoste, che nascono dai cuori impauriti o impietriti che si alimentano dalle parole vuote del “gattopardismo” spirituale di chi a parole si dice pronto al cambiamento, ma vuole che tutto resti come prima»; e «le resistenze malevole, che germogliano in menti distorte e si presentano quando il demonio ispira intenzioni cattive (spesso “in veste di agnelli”)». Facile pensare ad eventi recenti: i “corvi”, la fuga di documenti riservati dalle stanze vaticane (il Vatileaks), le false notizie lanciate a mezzo stampa (Bergoglio malato di tumore al cervello, quindi “fuori di testa”).

Ci sarebbe da discutere su quanto siano state incisive e profonde le riforme di papa Francesco, che hanno ristrutturato ma non ricostruito l’edificio curiale: Ior più trasparente (ma ben saldo al proprio posto); maggior controllo sulle strutture finanziare vaticane; accorpamento e creazione di nuovi dicasteri (come la Segreteria per l’economia, affidata però al controverso card. Pell, e la Segreteria per la Comunicazione, per centralizzare i media vaticani); norme più severe contro i vescovi che coprono i preti pedofili; alcuni aggiornamenti pastorali e disciplinari, come la semplificazione delle procedure per la dichiarazione di nullità dei matrimoni, la possibilità di accesso ai sacramenti per i divorziati risposati distinguendo i singoli casi, la facoltà a tutti i preti di assolvere dal peccato di aborto. Anche se la cautela potrebbe essere imputata proprio alle resistenze incontrate, che evidentemente Francesco non vuole “asfaltare”.

La prospettiva sembra chiara, perlomeno nelle dichiarazioni: la riforma non è un «lifting» o «un’operazione di chirurgia plastica per togliere le rughe», ha detto il papa ai cardinali, «non sono le rughe che nella Chiesa si devono temere, ma le macchie!». Dopo questo discorso, si vedrà come Francesco andrà avanti.

Su “Civiltà cattolica”, la conversazione tra papa Francesco e la Congregazione generale dei gesuiti

17 dicembre 2016

Adista
n. 44, 17 dicembre 2016

Luca Kocci

La colonizzazione, la globalizzazione e la distruzione del popoli indigeni, il discernimento e l’Amoris laetitia, il clericalismo. È stata una conversazione a 360 gradi quella che papa Francesco ha avuto a Roma lo scorso 24 ottobre con i gesuiti che partecipavano alla XXXVI Congregazione generale della Compagnia di Gesù, durante la quale è stato eletto il nuovo preposito generale dell’ordine fondato da Sant’Ignazio di Loyola, il venezuelano p. Arturo Sosa Abascal (v. Adista Notizie n. 37/16). Quel dialogo viene ora pubblicato integralmente da Civiltà Cattolica, il quindicinale dei gesuiti diretto da p. Antonio Spadaro, nel quaderno del 10 dicembre, con il titolo – che è anche l’invito rivolto dal papa ai gesuiti – “Avere coraggio e audacia profetica”.

«Oggi abbiamo più consapevolezza di ciò che significa la ricchezza dei popoli indigeni, proprio nell’epoca in cui, sia sotto l’aspetto politico sia sotto quello culturale, li si vuole sempre più annullare tramite la globalizzazione, concepita come una “sfera”, ovvero una globalizzazione in cui tutto viene uniformato», dice papa Francesco a proposito del popoli indigeni. Invece, «la nostra figura della globalizzazione non dev’essere la sfera, ma piuttosto il poliedro. Mi piace la figura geometrica del poliedro, perché è uno, ma ha facce differenti. Ecco, l’unità si fa conservando le identità dei popoli, delle persone, delle culture. Ecco quale ricchezza oggi dovremmo dare al processo di globalizzazione, che altrimenti è uniformante e distruttivo. Nel processo di globalizzazione uniformante e distruttivo rientra la distruzione delle culture indigene, che invece vanno recuperate. E bisogna recuperarle con l’ermeneutica corretta, che ci facilita nel compito. Quest’ermeneutica non è la stessa che c’era nell’epoca coloniale. L’ermeneutica di quell’epoca consisteva nel cercare la conversione dei popoli, di allargare la Chiesa… e pertanto le indipendenze indigene venivano annullate. Era un’ermeneutica di tipo centralista, dove l’impero dominatore in qualche modo imponeva la sua fede e la sua cultura», invece «oggi è assolutamente necessaria un’ermeneutica radicalmente differente», che valorizzi «ogni popolo, la sua cultura, la sua lingua».

Un altro passaggio significativo della conversazione con i gesuiti è dedicato all’Amoris laetitia, recentemente attaccata da quattro cardinali ultraconservatori (v. Adista Notizie n. 41/16). «Il discernimento, la capacità di discernere, è l’elemento chiave», spiega Francesco. Invece «rischiamo di abituarci al “bianco o nero” e a ciò che è legale. Siamo abbastanza chiusi, in linea di massima, al discernimento. Una cosa è chiara: oggi in una certa quantità di seminari è tornata a instaurarsi una rigidità che non è vicina a un discernimento delle situazioni. Ed è una cosa pericolosa, perché può condurci a una concezione della morale che ha un senso casuistico. Pur con formulazioni diverse, sarebbe sempre su quella stessa linea. Questo mi fa molta paura». È vero che «in campo morale bisogna avanzare senza cadere nel situazionismo; ma, d’altra parte, va risvegliata quella grande ricchezza contenuta nella dimensione del discernimento; e ciò è proprio della grande scolastica. Notiamo una cosa: san Tommaso e san Bonaventura affermano che il principio generale vale per tutti, ma, lo dicono esplicitamente, nella misura in cui si scende nei particolari, la questione si diversifica e assume sfumature senza che il principio debba cambiare». Ed è questo «il metodo che si è utilizzato nell’ultima esortazione apostolica, Amoris laetitia».

Infine il «clericalismo, che è uno dei mali più seri della Chiesa», dice Francesco. «A me è successo a Buenos Aires, da vescovo, che preti molto buoni, più di una volta, conversando dicessero: “In parrocchia ho un laico che vale oro”!. E me lo dipingevano come un laico di “prima categoria”. E poi mi chiedevano: “Che le sembra se lo facciamo diacono?”. Ecco il problema: il laico che vale lo vogliamo fare subito diacono, lo vogliamo clericalizzare». «Il clericalismo non lascia crescere, non lascia crescere la forza del battesimo. È la grazia del battesimo a possedere la forza e la grazia evangelizzatrice dell’espressione missionaria. E il clericalismo disciplina male questa grazia e induce dipendenze che a volte mantengono interi popoli in un forte stato di immaturità. Mi ricordo quanti scontri ci furono quando, mentre io ero studente di teologia o giovane prete, apparvero le Comunità ecclesiali di Base. Perché? Proprio perché là i laici cominciarono ad avere un ruolo un po’ forte di protagonisti, e i primi a sentirsi insicuri erano alcuni preti. Sto generalizzando troppo, ma lo faccio di proposito: se caricaturizzo il problema, è perché il problema del clericalismo è molto serio».

L’obbedienza non è più una virtù. In un libro, il processo a don Milani

17 dicembre 2016

“Adista”
n. 44, 17 dicembre 2016

Luca Kocci

«Non discuterò qui l’idea di patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». Scriveva così, poco più di cinquanta anni fa, nel 1965, don Lorenzo Milani ai cappellani militari in congedo della Toscana i quali, al termine di un incontro in ricordo della firma dei Patti lateranensi, avevano attaccato l’obiezione di coscienza al servizio militare, definendola «insulto alla patria», «estranea al comandamento cristiano dell’amore» ed «espressione di viltà».

La vicenda comincia quasi per caso, in un giorno di febbraio. Da oltre 11 anni don Milani viveva a Barbiana, sul monte Giovi, nel Mugello (Fi), dove l’arcivescovo di Firenze, il card. Dalla Costa, lo aveva spedito in “esilio” nel dicembre 1954 e dove don Lorenzo aveva messo in piedi una scuola per i piccoli montanari. La lettura collettiva del giornale era una delle attività quotidiane delle scuola di Barbiana. E così, il 14 febbraio 1965, informato da Agostino Ammannati – un professore del liceo “Cicognini” di Prato che collaborava con don Milani a Barbiana –, don Milani legge insieme ai suoi ragazzi un trafiletto pubblicato due giorni prima sulla Nazione di Firenze: «Nell’anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno: I cappellani militari in congedo della Regione Toscana (in realtà sono solo 20 su 120, n.d.r.), nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Non si può tacere. E così don Milani – insieme agli alunni della scuola – si mette subito al lavoro per replicare ai cappellani, dal momento che, scrive, «avete rotto il silenzio voi, e su un giornale». In pochi giorni è pronta la Lettera ai cappellani militari che viene ciclostilata e inviata ai preti della diocesi di Firenze e ad una serie di giornali, molti dei quali cattolici, ma solo il settimanale del Partito comunista italiano, Rinascita, il 6 marzo la pubblica.

Ha un effetto deflagrante: il priore di Barbiana viene isolato ancora di più dalle gerarchie cattoliche, denunciato da un gruppo di reduci (insieme al direttore di Rinascita, Luca Pavolini) per incitamento alla diserzione e istigazione alla disubbidienza militare, processato, prima assolto e poi condannato (come Pavolini), se il reato non fosse stato dichiarato estinto perché era morto poco prima, il 26 giugno 1967.

Alla vicenda dedica ora un libro il giornalista e scrittore toscano Mario Lancisi (Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani, Laterza, 2016, pp. 158, euro 16; il libro è acquistabile anche presso Adista: tel. 06/6868692; fax 06/6865898; e-mail: abbonamenti@adista.it; oppure acquistato online su http://www.adista.it), che sulla lettera ai cappellani esprime un giudizio netto: anche se sono passati cinquant’anni, «conserva intatta la sua carica eversiva». Perché mette il dito su tre piaghe: la patria, la guerra («ogni guerra è classista» perché «altro non è per il priore che la difesa degli interessi materiali ed economici delle classi dominanti») e i cappellani militari.

La lettera e il processo non arrivano come un fulmine a ciel sereno: nel 1961 il sindaco di Firenze La Pira aveva fatto proiettare il film antimilitarista francese Tu ne tueras point (Tu non uccidere), ignorando la censura e attirandosi le critiche di Andreotti, dell’Osservatore Romano e un processo penale; nel 1963 il primo obiettore cattolico, Giuseppe Gozzini, era stato condannato a sei mesi, e padre Balducci, che lo aveva difeso in un’intervista ad un quotidiano, ad otto mesi; Giovanni XXIII aveva emanato la Pacem in Terris, e il Concilio Vaticano II sfiorato il tema, preferendo però soprassedere. Ma il tuono è decisamente più fragoroso, anche per la potenza della scrittura di Milani, distante anni luce dalla prudenza ecclesiastica («il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso», scriverà Milani, riferendosi a De Gaulle e alla guerra di Algeria, in articolo pubblicato post mortem dall’Espresso).

Al processo don Milani non va: è malato, un linfoma di Hodgkin lo sta consumando. Viene difeso da un avvocato d’ufficio – che curiosamente è un “principe del foro”, Adolfo Gatti –, ma invia, come memoria difensiva, un nuovo testo (la Lettera ai giudici), destinato anch’esso a diventare una pietra miliare dell’antimilitarismo e della disobbedienza, o piuttosto dell’obbedienza non ad un’autorità precostituita – sia militare che clericale – ma alla propria coscienza («l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni»).

Il libro di Lancisi non aggiunge particolari inediti, ma contestualizza e ricostruisce con puntualità e rigore le fasi del processo attraverso le cronache del tempo, fino all’assoluzione in primo grado con formula piena. Don Milani muore, ma la storia va avanti, con la condanna in appello di Pavolini e della Lettera ai cappellani. La sentenza arriva il 28 ottobre 1967, quarantacinquesimo anniversario della marcia su Roma. «Era nel ‘22 che bisognava difendere la patria aggredita. Ma l’esercito non la difese», aveva scritto Milani nella lettera. «Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la coscienza invece che con l’obbedienza cieca, pronta, assoluta, quanti mali sarebbero stati evitati alla patria e al mondo».

“Il lavoro che vogliamo”. Presentata la 48.ma Settimana Sociale dei cattolici in Italia

10 dicembre 2016

“Adista”
n. 43, 10 dicembre 2016

Luca Kocci

Sarà dedicata al lavoro la 48ma Settimana sociale dei cattolici in Italia, in programma il prossimo anno a Cagliari, dal 26 al 29 ottobre 2017. Lo ha annunciato a fine novembre la Conferenza episcopale italiana che ha scelto come titolo una frase tratta dalla Evangelii Gaudium, l’Esortazione apostolica di papa Francesco: «Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale».

Nate all’inizio del secolo scorso – la prima si svolse a Pistoia dal 23 al 28 settembre 1907, quando era ancora in vigore il non expedit di Pio IX e i cattolici organizzati si impegnavano solo sul fronte sociale – per iniziativa dell’Unione popolare cattolica italiana, guidata dall’economista Giuseppe Toniolo, le Settimane sociali hanno avuto una storia piuttosto irregolare, con  due lunghe interruzioni, fra il 1934 e il 1945 prima e fra il 1970 al 1991 poi, quando la Cei del card. Camillo Ruini decise di restituire continuità all’iniziativa. Da quel momento si sono svolte ogni 3-5 anni – l’ultima nel 2013 sul tema sinodale “Famiglia, speranza e futuro per la società italiana” –, caratterizzandosi come eventi più di vetrina che di sostanza: relatori “affidabili” scelti da un Comitato organizzatore “emanazione” diretta della Presidenza della Cei, interventi perlopiù “allineati”, assenza di dibattito.

Si vedrà ora se la prossima Settimana sociale – che comincia, fin dalla sua preparazione, in epoca “bergogliana” – si distanzierà dal cliché delle ultime edizioni e riacquisterà il peso che ebbe in passato, oppure ripeterà la tradizionale liturgia e si condannerà ad una sostanziale irrilevanza.

Il tema è sicuramente rilevante, come traspare anche dalla lettera-invito alla Settimana sociale del 2017 di mons. Filippo Santoro, vescovo di Taranto e presidente della Commissione per i problemi sociali e lavoro della Cei, ciellino, la cui carriera ecclesiastica comincia in Brasile come oppositore della Teologia della Liberazione e continua in Equador come “normalizzatore” del Vicariato apostolico di San Miguel de Sucumbíos guidato per decenni dal carmelitano scalzo spagnolo mons. Gonzalo López Marañón (v. Adista Notizie nn. 88/10 e 91/11), ma che da quando è tornato in Italia è molto presente e attivo sulle questioni sociali, con iniziative e prese di posizione di rilievo: dalla partecipazione ai presidi degli operai in lotta per la difesa del posto di lavoro (v. Adista Notzie n. 38/13), passando per il moderato riposizionamento della diocesi tarantina dalla parte dell’ambiente nella vicenda dell’Ilva (v. Adista Segni Nuovi n. 42/13), fino al sostegno al referendum di aprile contro le trivelle petrolifere in mare (v. Adista Notizie n. 14/16).

«Il paradigma del lavoro come “impiego” – scrive Santoro nella sua lettera – si sta esaurendo con una progressiva perdita dei diritti lavorativi e sociali, in un contesto di perdurante crisi economica che coinvolge fasce sempre più ampie della popolazione. È forte la necessità che quel modello di “lavoro degno” affermato dal Magistero sociale della Chiesa e dalla Costituzione italiana trovi un’effettiva attuazione nel rispetto e nella promozione della dignità della persona umana». E a partire da cinque prospettive del lavoro – «vocazione», «opportunità», «valore», «fondamento di comunità», «promozione di legalità» –, la Settimana sociale del 26-29 ottobre 2017 intende muoversi lungo quattro «registri comunicativi»: la «denuncia» delle situazioni «più gravi e inaccettabili», come «sfruttamento, lavoro nero, insicurezza, disuguaglianza, disoccupazione», con un’attenzione particolare rivolta ai migranti; il «racconto» del lavoro «nelle sue profonde trasformazioni, dando voce ai lavoratori e alle lavoratrici»; le «buone pratiche che, a livello aziendale, territoriale e istituzionale, stanno già offrendo nuove soluzioni ai problemi del lavoro e dell’occupazione»; infine «alcune proposte che, sul piano istituzionale, aiutino a sciogliere alcuni dei nodi che ci stanno più a cuore».

La prima tappa di “avvicinamento” alla Settimana sociale si è già svolta: il festival della Dottrina sociale della Chiesa, che si è concluso a Verona lo scorso 27 novembre. E poi altri appuntamenti: il convegno “Chiesa e lavoro. Quale futuro per i giovani nel Sud?” (in programma a Napoli l’8-9 febbraio 2017), il Seminario nazionale dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Cei (a Firenze dal 23 al 25 febbraio 2017) e il convegno nazionale di Retinopera sul “Senso del lavoro oggi. Famiglia, giovani, generazioni a confronto sul presente e sul futuro del lavoro” (Roma, 13 maggio 2017). Infine le giornate di Cagliari, ad ottobre 2017.

«Disarmiamo l’economia che uccide». Il movimento dei focolari scrive a papa Francesco

9 dicembre 2016

“Adista”
n. 43, 10 dicembre 2016

Luca Kocci

«Caro papa Francesco, non possiamo accettare che si continuino a inviare armi verso i Paesi in guerra o che non rispettano i diritti umani», quindi «ti dichiariamo che vogliamo contribuire a disarmare “l’economia che uccide” impegnandoci a lavorare per una riconversione integrale della produzione e della finanza. Adesso, non domani».

Con una lettera indirizzata a papa Francesco – che più volte ha denunciato la produzione e il commercio internazionale delle armi – al termine del Giubileo della misericordia, il Movimento dei focolari rilancia il proprio impegno per «riconvertire l’economia che uccide». E organizza un primo incontro pubblico sul tema “Scelte di pace e industria delle armi” il 6 dicembre, presso la sede di Archivio Disarmo, a cui partecipano fra gli altri Maurizio Simoncelli (Archivio Disarmo), Vincenzo Comito (Sbilanciamoci!) e Carlo Cefaloni, del gruppo “Economia disarmata” del Movimento dei focolari.

«Abbiamo inviato una lettera al papa in risposta al suo invito a prendere sul serio il no alla guerra, a partire dalla radice dell’economia che uccide perché invece di agire per ridurre le inaccettabili diseguaglianze, causa di tutti i mali sociali, fabbrica le armi da destinare ai Paesi attraversati da orribili conflitti», spiegano dal Movimento dei Focolari in una nota che accompagna la lettera. «Non possiamo restare indifferenti e accettare l’atteggiamento di chi dice “a me che importa?”, come ha detto papa Francesco quando, il 13 settembre del 2014, si è recato al cimitero dei caduti della Grande Guerra a Redipuglia e ha affermato, davanti alle tombe di tanti giovani mandati al macello un secolo addietro, che “anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante!”» (v. Adista Notizie n. 32/14). «Nel marzo del 2016 – proseguono i Focolari –, dopo un incontro nelle aule parlamentari, abbiamo affermato che non potevamo accettare il fatto che dal nostro Paese partissero delle bombe destinate al terribile conflitto in corso nello Yemen (v. Adista Segni Nuovi n. 24/16). Concordiamo con le associazioni aderenti a Rete Disarmo che, di fronte a troppi silenzi, hanno deciso di denunciare davanti alla magistratura la violazione della legge 185/90 sulla produzione, il commercio e il transito di armamenti verso Paesi in guerra o che violino i diritti umani (v. Adista Notizie n. 36/16). Rischia di rimanere disattesa, infatti, una legge nata grazie alla testimonianza e all’impegno della migliore società civile italiana, a cominciare da coloro che hanno rischiato il lavoro facendo obiezione di coscienza alla produzione di armi».

Da queste riflessioni, la decisione di scrivere a papa Francesco per schierare il Movimento – già da tempo impegnato nella promozione della “economia di comunione” e da qualche anno molto attivo anche sui temi del disarmo – per «disarmare l’economia». «Sappiamo che non possiamo costruire ponti di pace senza aver rifiutato ogni compromesso con “l’economia dell’esclusione e dell’inequità”», scrivono i Focolari al papa. «Non possiamo dire “a me che importa?”. Non possiamo restare inerti di fronte alle tue parole che ci invitano a riconoscere l’esistenza dei “sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra. Allora si fabbricano e si vendono armi e così i bilanci delle economie che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro ovviamente vengono sanati. E non si pensa ai bambini affamati nei campi profughi, non si pensa ai dislocamenti forzati, non si pensa alle case distrutte, non si pensa neppure a tante vite spezzate”».

La via di uscita? La conversione delle coscienze, e la riconversione dell’economia di guerra. «Tutta la nostra economia è chiamata ad una conversione integrale capace di incidere sulle cause strutturali dell’inequità», conclude il Movimento dei Focolari. «Su questo cammino, aperto a tutti come percorso di liberazione delle coscienze, vogliamo continuare ad andare avanti nel segno del Vangelo di pace che abbiamo scelto di abbracciare».

Calabria: “cambiamento e riscatto”. Il manifesto del gruppo Goel

9 dicembre 2016

“Adista”
n. 43, 10 dicembre 2016

Luca Kocci

Un manifesto per il «cambiamento e il riscatto della Calabria». Lo ha elaborato e reso pubblico lo scorso 28 novembre il Goel, gruppo cooperativo nato oltre dieci anni fa – anche per impulso di mons. Giancarlo Bregantini quando era vescovo di Locri – che da tempo lavora e promuove l’imprenditoria sociale per contrastare il fenomeno mafioso e contribuire alla rinascita economico-sociale della Calabria.

Si tratta di una rete che conta 12 cooperative (di cui 10 sociali, per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, come per esempio disabili ed ex detenuti), 2 associazioni di volontariato, 1 fondazione e 28 aziende, che impiega oltre 200 dipendenti e che nel 2015 ha fatturato quasi 6milioni e 500mila euro, in settori diversi: agroalimentare biologico (Goel Bio), ristorazione, turismo responsabile (I viaggi di Goel), moda (Cangiari), servizi socio-assistenziali. È «l’etica efficace», così declinata dal Goel: «Un’etica che ha come criterio fondante i suoi destinatari più deboli, chi patisce i problemi e la sofferenza, si misura sulla sua capacità di rimuovere da costoro le cause e gli effetti di tale condizione. L’etica non può accontentarsi di essere solo giusta, ma deve essere anche efficace», ed è efficace «se risolve i problemi senza crearne altri, in tutti i campi, economia, società, politica, ambiente, imprenditoria».

L’obiettivo del Goel espresso nel Manifesto è il «cambiamento e il riscatto della Calabria», sulla base di una serie di criteri: l’«affermazione piena della libertà da poteri oppressivi e logiche clientelari», «la democrazia effettiva attraverso la pratica diffusa della partecipazione e della sussidiarietà», «l’equità sociale ed economica», «la pari opportunità delle persone» e delle «fasce sociali più deboli e marginali», «la pari dignità per tutti», «il bene comune delle comunità locali e dei territori», «la nonviolenza attiva come via maestra per la risoluzione dei conflitti», «la salvaguardia dell’ambiente», «la libertà di mercato e la sua effettiva accessibilità».

Un programma fortemente ostacolato dalle mafie, che infatti negli anni hanno più volte aggredito le imprese del Goel, con una serie di attentati ed intimidazioni: furti, incendi e danneggiamenti alle coltivazioni e ai beni strumentali, attentati incendiari, messaggi intimidatori di vario tipo (v. Adista Notizie nn. 27 e 31/06, 33/07, 3/12, 32/14, 39/15). Nonostante ciò Goel continuerà ad impegnarsi, si legge nel Manifesto, «per opporsi ad ogni movimento di potere che opera all’insegna di violenza, sopraffazione, elitarismo, clientelismo, controllo e manipolazione del consenso, segretezza, mutualismo escludente e legato alle appartenenze di potere, utilizzo privato di risorse pubbliche, controllo sociale attraverso la precarietà, condizionamento a fini speculativi e privati della libertà economica e di mercato». Ovvero opponendosi e contrastando ‘ndrangheta e massonerie deviate, che in Calabria – ma non solo in Calabria – esercitano un controllo e un dominio che ancora non è stato estirpato.

Dalla Difesa trenta milioni ai cappellani militari. Pax Christi: smilitarizziamoli

4 dicembre 2016

“il manifesto”
4 dicembre 2016

Luca Kocci

Quasi 30 milioni di euro per i cappellani militari nei prossimi tre anni. È la spesa che lo Stato dovrà sostenere per mantenere i preti-soldato delle Forze armate italiane, come risulta dalla Nota integrativa del ministero della Difesa allegata al Disegno di legge di bilancio per il triennio 2017-2019 in discussione al Parlamento.

Per il 2017 è previsto che ci saranno 200 cappellani militari in servizio (81 nell’Esercito, 31 nei Carabinieri, 30 nell’Aereonautica, 28 nella Guardia di Finanza, 27 nella Marina e 3 svincolati dall’appartenenza ad un corpo specifico), per una spesa totale di 9.579.962 euro, destinata al pagamento degli stipendi. E siccome la Nota integrativa, euro in più euro in meno, ipotizza cifre analoghe anche per il 2018 e il 2019, l’esborso totale ammonta a poco meno di 30 milioni nel triennio.

I salari dei preti con le stellette, infatti, non vengono pagati con i fondi dell’otto per mille destinati alla Chiesa cattolica (che contempla una specifica voce “sostentamento del clero”) ma sono totalmente a carico dello Stato, perché i cappellani sono assimilati ai soldati e inseriti nella gerarchia militare: l’arcivescovo ordinario militare (attualmente è mons. Santo Marcianò, in passato lo fu anche il card. Angelo Bagnasco, oggi presidente della Conferenza episcopale italiana), è assimilato ad un generale di corpo d’armata il quale, in base alle tabelle ministeriali, percepisce uno stipendio lordo di 124mila euro annui (circa 9.500 euro al mese); il vicario generale è generale di divisione (o maggiore generale, 8mila euro al mese, 107mila annui); l’ispettore è generale di brigata (o brigadiere generale, 6mila euro al mese, 79mila annui); il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono assimilati ad un colonnello (4.500-5mila euro al mese, 60-70mila all’anno); il primo cappellano capo è un maggiore (3-4mila euro); il cappellano capo è un capitano (3mila euro); il cappellano semplice ha il grado di tenente (2mila e 500 euro).

Rispetto al 2015 – quando per 205 cappellani lo Stato spese la cifra record di 10.445.732 euro – ci sarà un taglio di quasi 900mila euro. Nulla a che vedere però con quel risparmio di 4-5 milioni di euro annunciato a giugno – ed ora scomparso – da mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare, mentre era in corso un tavolo di  confronto fra governo e Cei: i cappellani sarebbero dovuti diminuire di un quarto (-46 unità) e i posti dirigenziali – quelli con i gradi e gli stipendi più alti – addirittura da 14 a 2, restando cioè solo l’arcivescovo ordinario militare (generale di corpo d’armata) e il vicario generale (generale di divisione); inoltre verrebbero “condensati” gli scatti di carriera, così da andare in pensione, dopo 30 anni di servizio, al massimo come tenente colonnello. Pensioni, anch’esse pagate dallo Stato, che costituiscono un capitolo contabile a parte: attualmente ne vengono erogate circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di 7 milioni di euro.

Da decenni Pax Christi e le comunità di base chiedono la smilitarizzazione dei cappellani, ma i vescovi continuano a respingere la proposta: la «militarità», spiegano, è una componente essenziale della missione pastorale dei cappellani, «militari fra i militari».

 

Dieci milioni di euro per i cappellani militari: nel 2017 lo Stato non risparmia sull’Ordinariato

3 dicembre 2016

“Adista”
n. 42, 3 dicembre 2016

Luca Kocci

Quasi dieci milioni di euro per i cappellani militari. A tanto ammonta la spesa che lo Stato sosterrà il prossimo anno per mantenere i preti-soldato delle Forze armate italiane, come si evince dalla Nota integrativa del ministero della Difesa allegata al Disegno di legge di bilancio per l’anno 2017 e per il triennio 2017-2019. E la stessa cifra, se la legge di bilancio verrà approvata senza modifiche, è prevista anche per il 2018 e il 2019: quindi poco meno di 30 milioni di euro in tre anni.

I cappellani militari in servizio saranno complessivamente duecento (81 in forza nell’Esercito, 31 nei Carabinieri, 30 nell’Aereonautica, 28 nella Guardia di Finanza, 27 nella Marina e 3 svincolati dall’appartenenza ad un corpo specifico), per una spesa totale di 9.579.962 euro, destinata al pagamento degli stipendi. I salari dei preti con le stellette, infatti, sono totalmente a carico dello Stato, perché i cappellani sono soldati a tutti gli effetti, inseriti a pieno titolo nella gerarchia militare: il vescovo castrense, l’ordinario militare per l’Italia (attualmente mons. Santo Marcianò), è assimilato ad un generale di corpo d’armata il quale, in base alle tabelle ministeriali, percepisce uno stipendio mensile di 9mila e 500 euro lordi (124mila annui, compresa la tredicesima); il vicario generale è generale di divisione (o maggiore generale, 8mila euro al mese, 107mila annui); l’ispettore è generale di brigata (o brigadiere generale, 6mila euro al mese, 79mila annui); il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono assimilati ad un colonnello (4.500-5mila euro al mese, fra i 60 e i 70mila all’anno, a seconda dell’anzianità di servizio); il primo cappellano capo è un maggiore (3-4mila euro); il cappellano capo è capitano (3mila euro); il cappellano semplice ha il grado di tenente (2mila e 500 euro). Da decenni Pax Christi e le comunità di base ne chiedono la smilitarizzazione, ma i vescovi hanno sempre respinto la proposta, ritenendo la «militarità» una componente essenziale della missione pastorale dei cappellani, «militari fra i militari».

Nel 2015 per il mantenimento dell’Ordinariato, gli stipendi di 205 cappellani e i vari benefit, lo Stato spese la cifra record di 10.445.732 euro (nel 2014, per 173 cappellani, 8.379.673 euro; nel 2013, per 169 cappellani, 7.680.353 euro). Rispetto al 2015, quindi, il prossimo anno ci sarà un taglio di quasi 900mila euro. Ma non c’è traccia di quel risparmio di 4-5 milioni di euro annunciato nello scorso mese di giugno da mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare, che sarebbe stato l’esito di un tavolo di confronto fra il governo di Matteo Renzi e la Conferenza episcopale italiana proprio sui costi della diocesi castrense. «Il taglio che dovrebbe riportare entro quota cinque-sei milioni di euro le spese totali dell’assistenza spirituale alle Forze armate prevista dal Concordato del 1929 e dalla sua revisione del 1984 – spiegò allora mons. Frigerio all’Agi (v. Adista Notizie n. 23/16) – è reso possibile da una diminuzione di 46 unità (dai 204 previsti a 158) e da una davvero rilevante riduzione dei posti dirigenziali, cioè dei gradi militari più alti attribuiti ai nostri cappellani: attualmente ne sono previsti 14 (un generale di corpo d’armata, un generale di divisione, 3 ispettori che sono generali di brigata e 9 colonnelli). Di questi ne rimarranno solo due: l’arcivescovo ordinario militare assimilato ad un generale di corpo d’armata e il vicario generale che è assimilato a un generale di divisione. Gli altri cappellani avranno una carriera limitata con uno scatto di grado ogni 10 anni che li porterà dopo 30 anni ad essere tenenti colonnelli poco prima di andare in pensione». Ma stando alla Nota integrativa allegata al bilancio 2017-2019, i cappellani in servizio saranno appunto duecento, e nove di loro occuperanno ruoli dirigenziali, con i gradi di generali e colonnelli.

E i conti complessivi sono ancora più salati. Dal bilancio, infatti, resta escluso il capitolo pensioni. Attualmente ne vengono pagate circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di ulteriori sette milioni di euro.