Dieci milioni di euro per i cappellani militari: nel 2017 lo Stato non risparmia sull’Ordinariato

“Adista”
n. 42, 3 dicembre 2016

Luca Kocci

Quasi dieci milioni di euro per i cappellani militari. A tanto ammonta la spesa che lo Stato sosterrà il prossimo anno per mantenere i preti-soldato delle Forze armate italiane, come si evince dalla Nota integrativa del ministero della Difesa allegata al Disegno di legge di bilancio per l’anno 2017 e per il triennio 2017-2019. E la stessa cifra, se la legge di bilancio verrà approvata senza modifiche, è prevista anche per il 2018 e il 2019: quindi poco meno di 30 milioni di euro in tre anni.

I cappellani militari in servizio saranno complessivamente duecento (81 in forza nell’Esercito, 31 nei Carabinieri, 30 nell’Aereonautica, 28 nella Guardia di Finanza, 27 nella Marina e 3 svincolati dall’appartenenza ad un corpo specifico), per una spesa totale di 9.579.962 euro, destinata al pagamento degli stipendi. I salari dei preti con le stellette, infatti, sono totalmente a carico dello Stato, perché i cappellani sono soldati a tutti gli effetti, inseriti a pieno titolo nella gerarchia militare: il vescovo castrense, l’ordinario militare per l’Italia (attualmente mons. Santo Marcianò), è assimilato ad un generale di corpo d’armata il quale, in base alle tabelle ministeriali, percepisce uno stipendio mensile di 9mila e 500 euro lordi (124mila annui, compresa la tredicesima); il vicario generale è generale di divisione (o maggiore generale, 8mila euro al mese, 107mila annui); l’ispettore è generale di brigata (o brigadiere generale, 6mila euro al mese, 79mila annui); il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono assimilati ad un colonnello (4.500-5mila euro al mese, fra i 60 e i 70mila all’anno, a seconda dell’anzianità di servizio); il primo cappellano capo è un maggiore (3-4mila euro); il cappellano capo è capitano (3mila euro); il cappellano semplice ha il grado di tenente (2mila e 500 euro). Da decenni Pax Christi e le comunità di base ne chiedono la smilitarizzazione, ma i vescovi hanno sempre respinto la proposta, ritenendo la «militarità» una componente essenziale della missione pastorale dei cappellani, «militari fra i militari».

Nel 2015 per il mantenimento dell’Ordinariato, gli stipendi di 205 cappellani e i vari benefit, lo Stato spese la cifra record di 10.445.732 euro (nel 2014, per 173 cappellani, 8.379.673 euro; nel 2013, per 169 cappellani, 7.680.353 euro). Rispetto al 2015, quindi, il prossimo anno ci sarà un taglio di quasi 900mila euro. Ma non c’è traccia di quel risparmio di 4-5 milioni di euro annunciato nello scorso mese di giugno da mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare, che sarebbe stato l’esito di un tavolo di confronto fra il governo di Matteo Renzi e la Conferenza episcopale italiana proprio sui costi della diocesi castrense. «Il taglio che dovrebbe riportare entro quota cinque-sei milioni di euro le spese totali dell’assistenza spirituale alle Forze armate prevista dal Concordato del 1929 e dalla sua revisione del 1984 – spiegò allora mons. Frigerio all’Agi (v. Adista Notizie n. 23/16) – è reso possibile da una diminuzione di 46 unità (dai 204 previsti a 158) e da una davvero rilevante riduzione dei posti dirigenziali, cioè dei gradi militari più alti attribuiti ai nostri cappellani: attualmente ne sono previsti 14 (un generale di corpo d’armata, un generale di divisione, 3 ispettori che sono generali di brigata e 9 colonnelli). Di questi ne rimarranno solo due: l’arcivescovo ordinario militare assimilato ad un generale di corpo d’armata e il vicario generale che è assimilato a un generale di divisione. Gli altri cappellani avranno una carriera limitata con uno scatto di grado ogni 10 anni che li porterà dopo 30 anni ad essere tenenti colonnelli poco prima di andare in pensione». Ma stando alla Nota integrativa allegata al bilancio 2017-2019, i cappellani in servizio saranno appunto duecento, e nove di loro occuperanno ruoli dirigenziali, con i gradi di generali e colonnelli.

E i conti complessivi sono ancora più salati. Dal bilancio, infatti, resta escluso il capitolo pensioni. Attualmente ne vengono pagate circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di ulteriori sette milioni di euro.

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