L’obbedienza non è più una virtù. In un libro, il processo a don Milani

“Adista”
n. 44, 17 dicembre 2016

Luca Kocci

«Non discuterò qui l’idea di patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». Scriveva così, poco più di cinquanta anni fa, nel 1965, don Lorenzo Milani ai cappellani militari in congedo della Toscana i quali, al termine di un incontro in ricordo della firma dei Patti lateranensi, avevano attaccato l’obiezione di coscienza al servizio militare, definendola «insulto alla patria», «estranea al comandamento cristiano dell’amore» ed «espressione di viltà».

La vicenda comincia quasi per caso, in un giorno di febbraio. Da oltre 11 anni don Milani viveva a Barbiana, sul monte Giovi, nel Mugello (Fi), dove l’arcivescovo di Firenze, il card. Dalla Costa, lo aveva spedito in “esilio” nel dicembre 1954 e dove don Lorenzo aveva messo in piedi una scuola per i piccoli montanari. La lettura collettiva del giornale era una delle attività quotidiane delle scuola di Barbiana. E così, il 14 febbraio 1965, informato da Agostino Ammannati – un professore del liceo “Cicognini” di Prato che collaborava con don Milani a Barbiana –, don Milani legge insieme ai suoi ragazzi un trafiletto pubblicato due giorni prima sulla Nazione di Firenze: «Nell’anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno: I cappellani militari in congedo della Regione Toscana (in realtà sono solo 20 su 120, n.d.r.), nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Non si può tacere. E così don Milani – insieme agli alunni della scuola – si mette subito al lavoro per replicare ai cappellani, dal momento che, scrive, «avete rotto il silenzio voi, e su un giornale». In pochi giorni è pronta la Lettera ai cappellani militari che viene ciclostilata e inviata ai preti della diocesi di Firenze e ad una serie di giornali, molti dei quali cattolici, ma solo il settimanale del Partito comunista italiano, Rinascita, il 6 marzo la pubblica.

Ha un effetto deflagrante: il priore di Barbiana viene isolato ancora di più dalle gerarchie cattoliche, denunciato da un gruppo di reduci (insieme al direttore di Rinascita, Luca Pavolini) per incitamento alla diserzione e istigazione alla disubbidienza militare, processato, prima assolto e poi condannato (come Pavolini), se il reato non fosse stato dichiarato estinto perché era morto poco prima, il 26 giugno 1967.

Alla vicenda dedica ora un libro il giornalista e scrittore toscano Mario Lancisi (Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani, Laterza, 2016, pp. 158, euro 16; il libro è acquistabile anche presso Adista: tel. 06/6868692; fax 06/6865898; e-mail: abbonamenti@adista.it; oppure acquistato online su http://www.adista.it), che sulla lettera ai cappellani esprime un giudizio netto: anche se sono passati cinquant’anni, «conserva intatta la sua carica eversiva». Perché mette il dito su tre piaghe: la patria, la guerra («ogni guerra è classista» perché «altro non è per il priore che la difesa degli interessi materiali ed economici delle classi dominanti») e i cappellani militari.

La lettera e il processo non arrivano come un fulmine a ciel sereno: nel 1961 il sindaco di Firenze La Pira aveva fatto proiettare il film antimilitarista francese Tu ne tueras point (Tu non uccidere), ignorando la censura e attirandosi le critiche di Andreotti, dell’Osservatore Romano e un processo penale; nel 1963 il primo obiettore cattolico, Giuseppe Gozzini, era stato condannato a sei mesi, e padre Balducci, che lo aveva difeso in un’intervista ad un quotidiano, ad otto mesi; Giovanni XXIII aveva emanato la Pacem in Terris, e il Concilio Vaticano II sfiorato il tema, preferendo però soprassedere. Ma il tuono è decisamente più fragoroso, anche per la potenza della scrittura di Milani, distante anni luce dalla prudenza ecclesiastica («il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso», scriverà Milani, riferendosi a De Gaulle e alla guerra di Algeria, in articolo pubblicato post mortem dall’Espresso).

Al processo don Milani non va: è malato, un linfoma di Hodgkin lo sta consumando. Viene difeso da un avvocato d’ufficio – che curiosamente è un “principe del foro”, Adolfo Gatti –, ma invia, come memoria difensiva, un nuovo testo (la Lettera ai giudici), destinato anch’esso a diventare una pietra miliare dell’antimilitarismo e della disobbedienza, o piuttosto dell’obbedienza non ad un’autorità precostituita – sia militare che clericale – ma alla propria coscienza («l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni»).

Il libro di Lancisi non aggiunge particolari inediti, ma contestualizza e ricostruisce con puntualità e rigore le fasi del processo attraverso le cronache del tempo, fino all’assoluzione in primo grado con formula piena. Don Milani muore, ma la storia va avanti, con la condanna in appello di Pavolini e della Lettera ai cappellani. La sentenza arriva il 28 ottobre 1967, quarantacinquesimo anniversario della marcia su Roma. «Era nel ‘22 che bisognava difendere la patria aggredita. Ma l’esercito non la difese», aveva scritto Milani nella lettera. «Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la coscienza invece che con l’obbedienza cieca, pronta, assoluta, quanti mali sarebbero stati evitati alla patria e al mondo».

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