«Un vescovo che si ispiri davvero al Concilio». Gruppi ecclesiali milanesi sul successore del card. Scola

“Adista”
n. 45, 24 dicembre 2016

Luca Kocci

I gruppi ecclesiali e le associazioni di base milanesi scendono in campo in vista della prossima nomina del nuovo vescovo della diocesi ambrosiana, dal momento che l’attuale, il card. Angelo Scola, avendo compiuto 75 anni, come prevede il diritto canonico, lo scorso 7 novembre ha presentato le sue dimissioni nelle mani di papa Francesco, che quindi nei prossimi mesi dovrà scegliere il suo successore sulla cattedra di sant’Ambrogio.

Non si tratta dell’apertura del toto-vescovo. Le associazioni non fanno nomi, ma sollecitano l’avvio di un percorso, affinché il nuovo vescovo sia in pastore «che si ispiri veramente al Concilio e sia in sintonia con il nuovo corso di papa Francesco».

«Nei primi secoli della Chiesa  il vescovo è stato espressione di un consenso fraterno espresso dalla comunità dei credenti (popolo e clero) che veniva confermato dai vescovi delle diocesi limitrofe e poi dal vescovo di Roma», il cui intervento diretto «era finalizzato soprattutto a impedire le ingerenze del potere politico», scrivono i gruppi milanesi riuniti nel coordinamento “9 marzo” (Comunità ecclesiale di S.Angelo, Noi Siamo Chiesa, Il Graal, Centro Helder Camara, Preti operai della Lombardia, Rosa Bianca). Tuttavia, nel corso del tempo, «la nomina dei vescovi  è stata  progressivamente sottratta al clero e al popolo», tanto che «attualmente il vescovo è nominato dal papa senza che egli debba  dare alcuna indicazione sui criteri usati». E «non possiamo dimenticare che, per trentacinque anni, il criterio di gran lunga principale nelle nomine è stato a senso unico, penalizzando forze vive presenti nella Chiesa e anche provocando lacerazioni. Sono state poco considerate le capacità personali  e il rapporto con la Chiesa locale a vantaggio del criterio della fedeltà  alle direttive romane e a una ortodossia generatrice solo di conservazione con ben poca attenzione ai segni dei tempi».

Il problema non riguarda solo i meccanismi di nomina. «Nell’attuale struttura fortemente gerarchica della Chiesa – aggiungono le associazioni – molte cose (troppe) dipendono dal vescovo. Egli  ha poteri discrezionali nella gestione del mondo ecclesiastico che, nella situazione di oggi, vanno ben al di là  di molte affermazioni  del Concilio che ha posto al centro della comunità ecclesiale il ruolo del Popolo di Dio e non l’attuale struttura clericale». Anche se, pur all’interno di «un sistema di nomina che non condividiamo e che è estraneo a una larga parte della storia della Chiesa, ci sono pastori che hanno lasciato un segno positivo e che sono rimasti nella coscienza popolare, altri hanno solo gestito l’ordinaria amministrazione  contribuendo a quel diffuso immobilismo nella pastorale  che da tempo constatiamo nel nostro Paese e nella nostra diocesi».

Questa è la situazione delineata dalle associazioni milanesi, che però immaginano un percorso diverso: «Pensiamo che siano necessari interventi, discussioni e proposte che servano a riflettere sulle questioni di fondo dell’evangelizzazione (oltre che sui problemi concreti della gestione delle strutture), per cercare di delineare progetti per il futuro anche solo densi di  interrogativi e di questioni di cui discutere»; e che «si debba lentamente creare, in modo diffuso, una cultura che crei le condizioni perché il sistema attuale venga modificato con la presenza di tutte le componenti ecclesiali (vedi Lumen Gentium, 12) che si esprimano e che contino non lasciando voce solo alle curie e al papa». L’auspicio e la speranza è che «papa Francesco, pure all’interno del sistema vigente, riesca a liberarsi dalle lobby curiali e a indicare un vescovo per la nostra diocesi  che venga dal basso e che si ispiri al Concilio in modo non retorico od obbligato».

Sul piatto le associazioni milanesi mettono alcune delle questioni che hanno sollevato negli scorsi anni e che dovrebbero essere all’ordine del giorno del nuovo vescovo, chiunque egli sia: «la mancanza di dialogo, di relazioni, di laicità nell’affrontare tanti problemi (sessualità, omosessualità, famiglia, testamento biologico, rapporto con la politica ecc…) quando essi sono posti in modo non conformista; il ruolo delle donne nella Chiesa, anche in quella ambrosiana; il problema della pedofilia del clero, finora affrontato solo proponendo alla vittima di rivolgersi al vescovo; l’impegno ecumenico e il dialogo interreligioso, sovente «limitato ad iniziative di vertice senza un vero impegno a creare consapevolezza della necessità di un cammino paziente  da percorrere ovunque verso l’unità nella diversità»; «una gestione veramente condivisa, pubblica e trasparente delle risorse economiche sia parrocchiali che diocesane».

«Abbiamo la convinzione – aggiungono – che nella nostra diocesi ci sia troppa ordinaria amministrazione, troppo trantran abitudinario, anche se spesso accompagnato da molto attivismo e da iniziative meritevoli soprattutto in campo sociale. Tutto ciò non basta più, in un momento di veloci cambiamenti nei modi di vivere e nelle culture e in cui si assiste, insieme agli aspetti negativi della secolarizzazione,  ad una ripresa della ricerca di senso  nei confronti della quale il messaggio evangelico ha parole di liberazione e di speranza. L’arrivo di un nuovo vescovo dovrebbe  essere l’occasione che lo Spirito ci offre per ripensare tutto». A partire da quattro punti fermi, «che fanno parte dell’eredità migliore della  nostra diocesi» (e che pare riconoscersi in quella del card. Carlo Maria Martini): «la centralità della Parola di Dio», non subordinata «a precettistiche di ogni tipo, ad arroccamenti su proprie certezze, all’efficientismo nell’organizzazione e nelle iniziative pastorali»; l’ecumenismo e il dialogo interreligioso; «il dialogo positivo con la cultura “laica” e il cammino comune con chi è in ricerca»; «la pratica di rapporti sociali equi nei luoghi di lavoro e in ogni altra attività, l’accoglienza dell’immigrato, la difesa e la promozione della legalità, la ricerca della pace fondata sulla giustizia tra sud e nord del mondo, il contrasto nei confronti della terza guerra mondiale a pezzi, la salvaguardia del creato, l’impegno al perdono come condizione della pace devono essere  lo stile condiviso e messo in atto da ogni credente nel proprio vissuto quotidiano  e nella società».

«In questo modo – concludono le associazioni –, se accompagnato da parole e da segni inediti, ci pare che il nuovo vescovo potrà essere il pastore che ascolta e che si mette in sintonia con l’insegnamento  di Francesco, vescovo di Roma, accettandone con convinzione il “nuovo corso” nella  vita della nostra Chiesa».

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