Archive for gennaio 2017

“Giovani, fede e discernimento vocazionale”: il Documento preparatorio del Sinodo dei vescovi 2018

27 gennaio 2017

“Adista”
n. 4, 28 gennaio 2017

Luca Kocci

Sarà dedicato ai «giovani, la fede e il discernimento vocazionale» il Sinodo ordinario dei vescovi che si terrà in Vaticano nell’ottobre 2018. La modalità è quella già sperimentata nel precedente Sinodo – Documento preparatorio, Questionario (sia per i vescovi che per i giovani), redazione dell’Instrumentum laboris, Assemblea sinodale nel 2018 – ma l’evento si preannuncia meno “avvincente” e potenzialmente dirompente rispetto al Sinodo sulla famiglia che si svolse in due tappe nel 2014 e 2015: all’ordine del giorno non vi sono temi scottanti e particolarmente divisivi (come la questione dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, dei conviventi, delle coppie omosessuali, della contraccezione) ma un confronto generale sui giovani, la loro fede e le loro scelte vocazionali, ridotte sostanzialmente e due: matrimonio o vita consacrata.

Il documento preparatorio, indirizzato «ai Sinodi dei vescovi e ai Consigli dei gerarchi delle Chiese orientali cattoliche, alle Conferenze episcopali, ai dicasteri della Curia romana e all’Unione dei superiori generali», presentato in Vaticano lo scorso 13 gennaio, è stato sintetizzato dal card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo, e si divide in tre parti: «La prima invita a mettersi in ascolto della realtà; la seconda evidenzia l’importanza del discernimento alla luce della fede per arrivare a compiere scelte di vita che corrispondano realmente al volere di Dio e al bene della persona; la terza concentra la sua attenzione sull’azione pastorale della comunità ecclesiale».

Giovani «senza Dio» e «senza Chiesa»

La prima parte del documento («I giovani del mondo di oggi»), pur tentando di operare delle «differenze fra le diverse aree del pianeta», brilla per ovvietà. Si descrive un «contesto di fluidità e incertezza mai sperimentate» che provoca «vulnerabilità» («cioè la combinazione di malessere sociale e difficoltà economica») e «insicurezza», causata da «disoccupazione», «flessibilità», «sfruttamento» e migrazioni. Inoltre «l’intreccio tra paradigma tecnocratico e ricerca spasmodica del profitto a breve termine sono all’origine di quella cultura dello scarto che esclude milioni di persone, tra cui molti giovani, e che conduce allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e al degrado dell’ambiente, minacciando il futuro delle prossime generazioni».

In molte parti del mondo, inoltre, i giovani sperimentano «condizioni di particolare durezza»: «Povertà ed esclusione», impossibilità di andare a scuola, ci sono poi «bambini e ragazzi di strada», «sfollati e migranti», «vittime di sfruttamento, tratta e schiavitù», «bambini soldato» e «spose bambine». Invece in altri Paesi del Nord del mondo è sempre più diffuso il fenomeno dei Neet (not in education, employment or training, cioè «giovani non impegnati in un’attività di studio né di lavoro né di formazione professionale») e della «iperconnessione» nel «mondo virtuale», che presenta «opportunità» e «rischi».

In questo contesto i giovani «nutrono spesso sfiducia, indifferenza o indignazione verso le istituzioni» (quelle politiche, ma anche «la Chiesa, nel suo aspetto istituzionale»). «L’appartenenza confessionale e la pratica religiosa diventano sempre più tratti di una minoranza e i giovani non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa, salvo affidarsi a forme di religiosità e spiritualità alternative e poco istituzionalizzate o rifugiarsi in sette o esperienze religiose a forte matrice identitaria». Tutto ciò produce, soprattutto nella «cultura occidentale», «una concezione di libertà intesa come possibilità di accedere ad opportunità sempre nuove», che però, sia «nelle relazioni affettive», sia «nel mondo del lavoro», si traduce in «opzioni sempre reversibili più che in scelte definitive» («Oggi scelgo questo, domani si vedrà»).

«Discernimento alla luce della fede»

Quindi, e veniamo alla seconda parte del documento («Fede, discernimento, vocazione»), «la Chiesa vuole ribadire il proprio desiderio di incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane», affinché «la loro vita sia esperienza buona», «non si perdano su strade di violenza o di morte», «la delusione non li imprigioni nell’alienazione».

L’accompagnamento dei giovani non può che «partire della fede», «con il chiaro obiettivo di sostenerli nel loro discernimento vocazionale e nell’assunzione delle scelte fondamentali della vita, a partire dalla consapevolezza del carattere irreversibile di alcune di esse», sia quelle che riguardano lo «stato di vita» («matrimonio, ministero ordinato o vita consacrata?»), sia quelle che riguardano «i propri talenti» («vita professionale, volontariato, servizio agli ultimi, impegno in politica»).

Il discernimento è un «processo lungo», che si articola in tre tappe: «Riconoscere» («gli effetti che gli avvenimenti della mia vita, le persone che incontro, le parole che ascolto o che leggo producono sulla mia interiorità»); «interpretare», cioè «comprendere a che cosa lo Spirito sta chiamando»; «scegliere», ovvero «l’atto di decidere», sottratto «alla forza delle pulsioni a cui un certo relativismo contemporaneo finisce per assegnare il ruolo di criterio ultimo». In particolare, «nei luoghi dove la cultura è più profondamente segnata dall’individualismo, occorre verificare quanto le scelte siano dettate dalla ricerca della propria autorealizzazione narcisistica e quanto invece includano la disponibilità a vivere la propria esistenza nella logica del generoso dono di sé».

«Educare le nuove generazioni»

Nella terza parte del documento si delineano alcune strategie di «azione pastorale» su cui il Sinodo dovrà interrogarsi: «Uscire, anzitutto da quelle rigidità che rendono meno credibile l’annuncio della gioia del Vangelo, dagli schemi in cui le persone si sentono incasellate e da un modo di essere Chiesa che a volte risulta anacronistico»; «vedere», ovvero «la disponibilità a passare del tempo» con i giovani, «ad ascoltare le loro storie, le loro gioie e speranze, le loro tristezze e angosce, per condividerle»; infine «chiamare», che significa «ridestare il desiderio, smuovere le persone da ciò che le tiene bloccate o dalle comodità in cui si adagiano», «porre domande a cui non ci sono risposte preconfezionate».

Un compito – quello di «educare le nuove generazioni» – che riguarda «tutta la comunità cristiana» (anche inserendo «negli organismi di partecipazione delle comunità diocesane e parrocchiali, a partire dai consigli pastorali»), ed in particolare «genitori», «pastori» (da formare, soprattutto «coloro a cui è affidato il compito di accompagnatori del discernimento vocazionale in vista del ministero ordinato e della vita consacrata») e «insegnanti e altre figure educative».

Sinodo dei vescovi 2018: due Questionari per interpellare Chiesa e giovani

27 gennaio 2017

“Adista”
n. 4, 28 gennaio 2017

Luca Kocci

«Parte integrante» del Documento preparatorio al Sinodo dei vescovi del 2018 su «giovani, fede e discernimento vocazionale» (v. notizia precedente) e non «semplice appendice» – ha precisato il segretario generale del Sinodo, card. Lorenzo Baldisseri – è un Questionario di venti domande indirizzato agli organismi ecclesiali.

Come il Documento, anche il Questionario appare piuttosto generico. Nella sezione dedicata alla lettura della situazione, per esempio, compaiono domande come: «In che modo ascoltate la realtà dei giovani?», «Quali sono le sfide principali e quali le opportunità più significative per i giovani del vostro Paese/dei vostri Paesi oggi?», «Che cosa chiedono concretamente i giovani del vostro Paese/i alla Chiesa oggi?». Oppure quesiti più specifici sulla «pastorale giovanile vocazionale» o sull’accompagnamento spirituale messo in campo dalle diocesi. A questo primo Questionario ne seguirà un altro, rivolto direttamente ai giovani, per consultarli «sulle loro aspettative e la loro vita» – spiega mons. Fabio Fabene, sottosegretario del Sinodo dei vescovi – che verrà diffuso su un sito internet appositamente predisposto dalla Segreteria generale del Sinodo. «Sembra importante coinvolgere i giovani nella fase preparatoria dell’Assemblea sinodale – aggiunge Fabene – perché il prossimo Sinodo non vuole solo interrogarsi su come accompagnare i giovani nel discernimento della loro scelta di vita alla luce del Vangelo, ma vuole anche mettersi in ascolto dei desideri, dei progetti, dei sogni che hanno i giovani per la loro vita, come anche delle difficoltà che incontrano per realizzare il loro progetto a servizio della società, nella quale chiedono di essere protagonisti attivi».

Sulla base delle risposte ad entrambi i Questionari, come già fatto in occasione del Sinodo sulla famiglia (quando però c’era un unico Questionario rivolto a «tutto il popolo di Dio» senza distinzioni), verrà redatto l’Instrumentum laboris, la traccia di lavoro per l’assemblea dei vescovi dell’ottobre 2018.

«Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità», scrive papa Francesco nella lettera indirizzata direttamente ai giovani in occasione della presentazione del Documento preparatorio. «Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori».

Cei, volge al termine l’era Bagnasco

24 gennaio 2017

“il manifesto”
24 gennaio 2017

Luca Kocci

Volge al termine l’era del cardinal Bagnasco alla guida della Conferenza episcopale italiana. Si è aperta ieri l’ultima riunione del Consiglio episcopale permanente (una sorta di consiglio dei ministri) presieduto dall’arcivescovo di Genova. A maggio l’Assemblea generale dei vescovi eleggerà i tre nomi fra i quali papa Francesco individuerà il nuovo presidente.

Forse anche per questo la prolusione di Bagnasco è stata breve e ha toccato pochi temi. A cominciare dalla povertà. «Dall’inizio della crisi – ha detto il presidente della Cei –, le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate del 155%: nel 2007 erano 1milione ed 800mila, oggi sono 4milioni e 600mila». Una crisi economica che pesa soprattutto «sui giovani e sul Meridione» e contro la quale è necessario attuare delle misure strutturali: il «Reddito d’inclusione (Rei)», il «Piano nazionale contro la povertà» e quei «provvedimenti a favore della famiglia che potrebbero non solo alleviare le sofferenze, ma anche aiutare il Paese a ripartire».

Eppure la politica si occupa di altro, ad esempio di fine vita». Che il dibattito sia incentrato su questo se n’è accorto forse solo Bagnasco, ma del resto quello dei temi etici (unioni omosessuali, gender, testamento biologico, ecc.) è stato il filo rosso che ha segnato il suo decennio alla guida della Cei. E anche nel suo quasi commiato – l’ultima prolusione di Bagnasco sarà all’assemblea di maggio – non poteva mancare. «La discussione politica – ha sottolineato – verte su altri versanti, quali ad esempio il fine vita, con implicazioni assai delicate e controverse in materia di consenso informato, pianificazione delle cure e dichiarazioni anticipate di trattamento. Ci preoccupano non poco le proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo», «sostegni vitali come idratazione e nutrizione assistite, ad esempio, verrebbero equiparate a terapie, che possono essere sempre interrotte».

Quindi i migranti, in particolare i «minori non accompagnati», con una proposta che farà infuriare Salvini: il «riconoscimento della cittadinanza ai minori che hanno conseguito il primo ciclo scolastico».

E dopo un inevitabile pensiero alle vittime del terremoto e del maltempo, ma anche ai soccorritori, la conclusione che lancia il prossimo appuntamento, «l’Assemblea generale dove saremo chiamati a eleggere la terna relativa alla nomina del presidente della Cei». Non è la soluzione pienamente democratica che auspicava Francesco, ovvero l’elezione diretta del presidente come avviene in tutte le Conferenze episcopali del mondo, ma una mediazione: i vescovi voteranno tre nomi e fra questi il papa sceglierà il nuovo presidente. Bergoglio si è distinto per alcune nomine episcopali sorprendenti e fuori dalle cordate tradizionali, ma la maggioranza dei vescovi italiani proviene ancora dall’epoca Ratzinger-Ruini-Bagnasco, quindi la discontinuità non è affatto assicurata.

Chiesa e ‘ndrangheta: dalle omissioni alla denuncia. Un’inchiesta del mensile “Jesus”

21 gennaio 2017

“Adista”
n. 3, 21 gennaio 2017

Luca Kocci

C’è anche don Pino Strangio, parroco di San Luca (Rc) e canonico del santuario della Madonna di Polsi, tra gli indagati per la costituzione di un’associazione segreta di tipo massonico nell’ambito della recente inchiesta della Procura di Reggio Calabria su ‘ndrangheta e massonerie deviate. Segnale evidente che, nonostante il parroco si dichiari innocente e prosegua regolarmente nell’esercizio del ministero e delle sue funzioni in attesa che l’indagine vada avanti e la magistratura accerti il suo eventuale effettivo coinvolgimento, le relazioni fra ‘ndrangheta e pezzi di Chiesa esistono e non sono fantasiose invenzioni della stampa e della pubblicistica.

Al tema “Chiesa e ‘ndrangheta” dedica una approfondita inchiesta Jesus (gennaio 2017), il mensile dei religiosi paolini, soffermandosi sulle omissioni e le collusioni di chi nella Chiesa, nel passato e nel presente, ha chiuso gli occhi o si è voltato dall’altra parte, ma anche e soprattutto su «chi dice basta a silenzi e paure» e si impegna per la legalità e la giustizia: comunità ecclesiali, preti e, in alcuni frangenti storici, vescovi, come testimonia anche il volumetto da poco pubblicato dalla casa editrice Tau di Assisi, La ‘ndrangheta è l’antievangelo, che riproduce i principali documenti contro il fenomeno ‘ndranghetista prodotti in cento anni dalla Conferenza episcopale calabra (v. Adista Notizie n. 28/16).

Se per decenni, si legge nell’inchiesta di Jesus firmata da Silvana Pepe, la festa della Madonna della montagna «è stata anche la sagra dei capi della ‘ndrangheta, che a Polsi si sono dati appuntamento per decidere strategie, pianificare omicidi, fare affari, stringere alleanze o dichiarare guerre», da qualche tempo la situazione sembra cambiata. «Ho chiesto perdono a tutti per questi errori», ha spiegato a Jesus mons. Francesco Oliva, vescovo di Locri (nel cui territorio si trova il santuario di Polsi). «Se qui c’è stata gente di malaffare, ora vogliamo guardare avanti. Non vogliamo più che questo sia considerato il santuario della ‘ndrangheta», questo luogo «deve essere restituito alla gente semplice e umile di questa terra che vede nella Madonna di Polsi la propria Madonna» (e c’è da aggiungere che parole simili vennero utilizzate oltre sei anni fa dall’allora vescovo di Locri, mons. Giuseppe Fiorini Morosini, che scrisse una “lettera aperta a coloro i quali hanno fatto del santuario di Polsi il centro di incontri e raduni illegali”, v. Adista Notizie n. 64/10).

Allo stesso modo molte diocesi calabre stanno tentando di porre un argine al controllo mafioso delle processioni, spesso utilizzate dai boss come occasioni per riaffermare visibilità, consenso, prestigio e dominio sul territorio (per esempio portando loro stessi le statue della madonna e dei santi, imponendo soste e “inchini” in punti strategici, applicando il pizzo alle bancarelle degli ambulanti della festa, v. Adista Notizie nn. 23/08; 64/10; 65/11; 4/12; 31/14), con la benedizione ecclesiastica: le diocesi di Mileto (Vv) e di Oppido Mamertina (Rc) hanno emanato dei regolamenti molto stringenti per evitare le infiltrazioni da parte dei clan di ‘ndrangheta nell’organizzazione e gestione delle processioni religiose (v. Adista Notizie n. 12/15), anticipando di qualche mese la stessa Conferenza episcopale calabra che nel settembre 2015 ha pubblicato gli Orientamenti pastorali Per una Nuova Evangelizzazione della pietà popolare che, pur valorizzando tutte quelle espressioni della «pietà popolare», mettono in guardia da possibili distorsioni antievangeliche e, per prevenire questi rischi, offrono delle indicazioni precise sulla scelta dei padrini e madrine di battesimo e cresima, sui funerali per gli ‘ndranghetisti, e sulle feste patronali e le processioni religiose (v. Adista Notizie n. 31/15).

Lo riconosce, intervistato da Jesus, anche il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri («Sì, qualcosa è cambiato»), che pure in passato non era stato tenero con gli intrecci fra Chiesa e ‘ndrangheta («‘Ndrangheta e Chiesa camminano per mano», v. Adista Notizie n. 42/13). Sebbene mostri come fra gli ‘ndranghetisti il bisogno di dirsi ed apparire cattolici sia ancora molto forte. «La quasi totalità dei malavitosi appartenenti alla criminalità organizzata si definiscono persone di fede – spiega Gratteri, fra l’altro autore, con Antonio Nicasio, di Acqua santissima. La Chiesa e la ‘ndrangheta: storia di potere, silenzi e assoluzioni –. Nel 2013 sottoposi un questionario a 111 detenuti di alta sicurezza (imputati e condannati per associazione mafiosa) nel carcere di Reggio Calabria: ebbene, alla domanda “lei è religioso?”, 99 detenuti risposero di sì, 10 dissero di no, uno non rispose e un altro disse di esserlo a seconda della convenienza».

«La Chiesa punta da sempre su due direttrici: legalità e sviluppo», spiega a Jesus mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro e presidente della Conferenza episcopale calabra. «Certo ciascuno dovrà fare una parte, magari quella che normalmente recita. Diceva in proposito il beato Pino Puglisi, assassinato dai sicari della cupola mafiosa di Brancaccio (Bertolone è stato postulatore della causa di beatificazione del parroco di Brancaccio ucciso da Cosa nostra nel 1993, ndr), che se ciascuno fa il suo, allora tutti insieme possono mandare avanti un progetto, che è progetto di nuova evangelizzazione. Per costruire una società più giusta, bisogna scegliere da che parte stare, esporsi, sporcarsi le mani».

La legge elettorale che vogliamo: diritto di voto per gli immigrati. Una proposta del Centro per la pace di viterbo

15 gennaio 2017

15 gennaio 2017

Luca Kocci

Fra Italicum, Mattarellum e Consultellum, al Parlamento italiano che nei prossimi mesi dovrà presumibilmente rimettere mano alla legge elettorale arriva anche un’altra proposta: riconoscere il diritto di voto ai cittadini immigrati e residenti nel nostro Paese, perché «l’Italia, essendo una repubblica democratica, non può continuare a negare il primo diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui».

L’idea, sotto forma di lettera aperta ai parlamentari italiani, è di Peppe Sini, del Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo, è ha incassato il sostegno, fra gli altri, del comboniano p. Alex Zanotelli, di Francesco Gesualdi (fondatore e animatore del Centro nuovo modello di sviluppo nonché ex allievo della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani), di Lidia Menapace, di Alberto L’Abate (presidente onorario di Ipri – Rete Corpi civili di pace) e di Daniele Lugli (presidente onorario del Movimento nonviolento).

«Vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro Paese», si legge nella lettera aperta ai parlamentari. «Queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro Paese, sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all’Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano». Quindi questa è «l’occasione propizia» perché si possa finalmente riconoscere loro il diritto di voto, con legge ordinaria per le elezioni amministrative (nelle quali peraltro il diritto di voto è già riconosciuto agli stranieri provenienti da altri paesi dell’Unione Europea), e con legge costituzionale per le elezioni politiche.

«Il riconoscimento dei diritti politici – prosegue la lettera – è il modo migliore, la guarentigia indispensabile, per contrastare adeguatamente il razzismo e lo schiavismo, due crimini da cui anche il nostro Paese è aggredito», nonché «l’emarginazione e la disperazione di persone che private degli elementari diritti democratici divengono ipso facto vittime reali o potenziali di ogni sorta di abusi e umiliazioni». E quindi è anche il modo migliore per contrastare «il conseguente montare dello smarrimento e del risentimento e con essi le possibili derive violente e criminali da parte di persone così brutalmente sopraffatte e fin annichilite da perdere la cognizione del bene e del male e divenir preda di poteri mafiosi e terroristi, di farneticanti, sadici e necrofili criminali predicatori d’odio e seminatori di strage. La barbarie si contrasta con il diritto, con la civiltà, con l’umanità». E con la democrazia

Fiera delle armi di Vicenza: i pacifisti chiedono regole stringenti

14 gennaio 2017

“Adista”
n. 2, 14 gennaio 2017

Luca Kocci

Non consentire a bambini ed adolescenti l’ingresso a Hit Show, la più importante fiera italiana di armi e munizioni sportive e civili che si svolgerà a Vicenza dall’11 al 13 febbraio. Lo chiedono la Rete italiana per il disarmo, l’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia (Opal), la diocesi di Vicenza (in particolare il Servizio diocesano di pastorale giovanile e la Commissione diocesana per la pastorale sociale, lavoro, giustizia, pace, salvaguardia del creato) ed oltre venti associazioni di base vicentine, fra cui Acli, Azione cattolica, Beati i costruttori di pace, Cristiani per la pace, Pax Christi.

Il punto di partenza della riflessione e della richiesta della Curia vicentina e delle associazioni è il recentissimo messaggio di papa Francesco in occasione della Giornata mondiale della pace dell’1 gennaio 2017, “La nonviolenza: stile di una politica per la pace” (v. Adista Notizie n. 45/16), la prima volta in cinquant’anni – da quando nacque la giornata “inventata” da Paolo VI – che un pontefice pone al centro del messaggio della giornata il tema della nonviolenza.

«Papa Francesco ci ricorda innanzitutto che la nonviolenza non va intesa, come purtroppo spesso fanno molti per sminuirne il valore, “nel senso di resa, disimpegno e passività”, bensì nella sua valenza positiva e propositiva come “stile di una politica di pace”», scrivono le associazioni in una nota pubblicata anche sulla Voce dei Berici, il settimanale della diocesi di Vicenza (1/1/17). «Per questo – proseguono –, il messaggio del papa ci interpella tutti», in particolare quando Francesco invita alla «costruzione della pace mediante la nonviolenza attiva». «Questo – afferma il papa – è anche un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. Una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace».

Un invito alla nonviolenza attiva che per le associazioni significa quindi mobilitarsi in vista di Hit Show (Hunting, Individual Protection and Target Sports), la principale fiera italiana di armi e munizioni sportive e civili che da due anni si tiene a Vicenza, nei confronti della quale sono state rilevate diverse «criticità», già segnalate sia all’amministrazione comunale che ai promotori dell’evento (Fiera di Vicenza e Associazione nazionale dei produttori armi e munizioni). In particolare, spiegano le associazioni, «è stato evidenziato come Hit Show compia, consapevolmente o meno, un’operazione di tipo ideologico-culturale che si configura come una promozione delle armi di ogni tipo, escluse quelle per specifico impiego militare», che riteniamo «inammissibile in assenza di un’approfondita riflessione culturale e, soprattutto, di una precisa regolamentazione dell’evento fieristico». Il Comune, aggiungono, si è impegnato a farsi promotore, «presso Fiera di Vicenza dell’opportunità della predisposizione di un Codice di responsabilità sociale» per l’edizione del 2017 di Hit Show, ma «al momento non abbiamo ricevuto risposta». Per questo le associazioni rilanciano, con due proposte specifiche: elaborare un regolamento «sia per gli espositori, definendo con chiarezza i criteri di ammissibilità e le tipologie di armi e materiali propagandistici esposti, sia per i visitatori, con particolare riferimento al divieto ai visitatori che non abbiano compiuto la maggiore età, anche se accompagnati, di accedere ai padiglioni della fiera in cui siano esposte armi di qualsiasi tipologia».

«Si tratta di regole di buon senso, che tra l’altro sono in vigore in tutte le principali fiere europee, e che riteniamo indispensabili per una manifestazione come Hit Show che punta a diventare l’appuntamento di riferimento in Italia e in Europa per il comparto armiero made in Italy», concludono le associazioni. «Nel suo messaggio, papa Francesco ci ricorda che “tutti possono essere artigiani di pace”. Spetta a tutti noi, amministratori, promotori della manifestazione fieristica e associazioni, dimostrarlo, affrontando la questione Hit Show in maniera costruttiva per contribuire a realizzare “un mondo libero dalla violenza, primo passo verso la giustizia e la pace”».

Riforma della Chiesa, migranti, povertà: la lettera di Natale dei preti del Nord-Est

14 gennaio 2017

“Adista”
n. 2, 14 gennaio 2017

Luca Kocci

Una Chiesa non «clericale» ma «umana», che apra i ministeri, anche quello presibiterale, agli uomini sposati e alle donne. È una delle proposte che emerge dalla ormai tradizionale “Lettera di Natale” di un gruppo di preti del nord est (Pierluigi Di Piazza, Franco Saccavini, Mario Vatta, Pierino Ruffato, Paolo Iannaccone, Giacomo Tolot, Piergiorgio Rigolo, Renzo De Ros, Luigi Fontanot, Alberto De Nadai, Albino Bizzotto, Antonio Santini) presentata il 21 dicembre al Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud).

Ministero presbiterale per tutte e tutti

«La diminuzione drastica e inarrestabile dei preti dovrebbe sollecitare a percorrere altre strade, ad aprirsi ad altre possibilità con una decisione prioritaria, irrinunciabile che, ad enunciarla, potrebbe sembrare scontata, ma tale non è: quella del ritorno sine glossa, senza parentesi, adeguamenti, facilitazioni e scorciatoie, al Vangelo di Gesù di Nazareth, alla rivoluzione del Vangelo, perché tale è, e a scelte di vita conseguenti come persone, come comunità, come Chiesa», scrivono i preti che propongono un nuovo modello di Chiesa, non più «clericale», maschile e verticale, ma semplicemente «umana».

«Ci pare – scrivono – che si sia perso tempo, con la chiusura nelle tradizionali ma presunte sicurezze clericali di essere sicuri, bravi ed efficienti. Si sono persi decenni senza promuovere e riconoscere il protagonismo attivo di donne e di uomini di fede disponibili e responsabili, di diaconi, donne e uomini, che oggi potrebbero assumere, senza essere pallide e conformiste controfigure del clero, compiti significativi di guida, animazione, coordinamento delle esperienze comunitarie. Avvertiamo ancora titubanze e freni anche rispetto alle celebrazioni delle comunità senza la presenza del prete; eppure si tratta di esperienze che sono vissute da decenni in migliaia di comunità in Africa, America Latina e altrove nel mondo».

Quindi «i diversi ministeri nelle comunità siano diversificati in modo aperto e pluralista», e «il ministero del presbiterato possa essere esercitato da uomini celibi, da uomini sposati nelle condizioni di poter essere ordinati, da preti che si sono sposati e a motivo della legge del celibato obbligatorio hanno dovuto lasciare il loro ministero ma sentono giusto e importante poterlo esercitare nuovamente; da donne ordinate prete. Soprattutto queste ultime potrebbero portare alla comunità, come tante di loro già fanno senza riconoscimento ufficiale, la ricchezza della loro diversità di genere. Questa Chiesa sarebbe più umana, più coinvolta nella vita delle persone, più credibile, certo sempre in stretto, continuo e vivo rapporto con Gesù e il suo Vangelo e con la fedele e coerente testimonianza».

«I migranti ci svelano il mondo»

La Lettera di Natale affronta anche temi sociali, a cominciare da quello dei migranti, i quali, scrivono i preti, ci «rivelano le situazioni del mondo: la povertà, le violenze e la violazione dei diritti umani, le guerre, i disastri ambientali, il più delle volte provocati dal potere dei molti soldi nelle mani di pochi». E la «loro presenza ci provoca a liberarci dalla convinzione secolare che ha identificato il mondo con il “nostro” mondo e che ha indotto a considerare gli altri mondi comunque inferiori e quindi da poter dominare, opprimere e sfruttare».

Ma «il nostro mondo si chiama fuori dalle gravi responsabilità nella storia passata e recente nei loro confronti, come se loro stessi fossero causa dei loro esodi costretti. Volutamente, con ignoranza consapevole e colpevole, dichiariamo la nostra innocenza e con ipocrisia proponiamo, ora che arrivano da noi, di intervenire nei loro Paesi per fermarne i flussi». Interrogativi, perplessità e paure sono comprensibili, perché «espressione di un contesto sociale, culturale, umano e religioso segnato da difficoltà personali e relazionali, economiche, etiche e politiche». Sono «un vissuto da riconoscere e su cui riflettere, non sono da sminuire ed esorcizzare», ma nemmeno da amplificare, come spesso capita: «Molte situazioni di rifiuto che fanno capo a ideologie di stampo razzista non suscitano purtroppo indignazione perfino nel nostro mondo cattolico».

Che fare? «Non abbiamo la capacità di indicare progetti concreti di grande scala, operiamo entro contesti ristretti, nel piccolo, per come ci è possibile, cerchiamo di vivere l’accoglienza delle persone che fanno fatica, senza distinzioni fra residenti e immigrati», confessano i dodici preti della Lettera di Natale, che avanzano una proposta pragmatica: riteniamo che lo Stato e la Regione «dovrebbero orientarsi a progetti d’inserimento lavorativo in zone spopolate e abbandonate dove è necessaria la presenza di persone e un impegno lavorativo che riguardi l’ambiente, l’agricoltura, l’allevamento, la lavorazione dei prodotti; e questo coinvolgendo insieme italiani e stranieri».

I poveri, «carne di Cristo»

Infine i «poveri». «I problemi reali nelle nostre città sono tanti e di varia natura – scrivono i preti del nord est –. È paradossale che quello delle strade da “ripulire” dalla povera gente appaia il principale impegno da affrontare per un’amministrazione pubblica», tanto più se questi termini – «fare pulizia» – vengono usati per indicare la «presenza ingombrante di gente ai margini, povera, indicata come mendicante, immigrata, che “importuna” con la questua, presenze scomode che “deturpano” (sic) i siti urbani più adatti a una presentazione della città in modo adeguato che a ospitare visioni… puzzolenti di gente che trascina la propria disgrazia, non raramente ostentata attraverso vere o false menomazioni. Si amplificano le tinte, si esaspera la rappresentazione degli scenari: le amministrazioni reagiscono minacciando sanzioni, multe, repressione e non raramente forme di “deportazione urbana”».

Anche in questo caso, la proposta è «umana». «Far rispettare la legge e contemporaneamente rispettare la dignità delle persone sono due doveri che non possono venire scissi», scrivono i preti: «I cristiani che in qualche modo aderiscono al messaggio evangelico, non possono dimenticare che Francesco, il vescovo di Roma, ha definito, in linea con il Maestro di Nazareth, che i poveri “sono la carne di Cristo”. Una città che vuol spazzar via i poveri si troverà a breve impoverita dei valori che l’hanno, negli anni, caratterizzata».

Solo l’amore salva

«Chi e che cosa può salvarci?», si chiedono gli autori della Lettera di Natale. «Il pensiero, la scienza, la tecnica sono stati straordinari, sono indispensabili e hanno contribuito e contribuiscono a tante situazioni umane positive. Guardando le situazioni drammatiche del mondo attuale dobbiamo però constatare che non ci salvano: non ci salvano dalla fame, dalle guerre, dalle migliaia di morti in mare, dalla distruzione dell’ambiente vitale. E questo, soprattutto, perché si sono configurate come concentrazione di potere, perseguendo un’illusione di onnipotenza e perché non hanno saputo convertire la ricchezza delle loro scoperte e realizzazioni al servizio umile e disinteressato del bene comune».

Potrà salvarci la fede, ma solo «sentendoci salvati, portiamo segni di salvezza nella storia», perché «la fede senza amore può diventare facilmente spiritualismo astratto, istituzione di potere, ritualismo vuoto». Così come «la speranza senza amore può essere illusione temporanea» e «volontarismo affannoso». Non resta che l’amore, perché «solo l’amore sollecita la fede a farsi concreta prossimità, a incarnarsi nella storia per contribuire a renderla più umana» e solo «l’amore rende consistente la speranza che, così, può esprimere parole e gesti di bene, riprendendo energia e forza interiore dopo sconferme, stanchezze e avvilimenti».

Don Lorenzo Milani. La battaglia quotidiana per una scuola “non di classe”

11 gennaio 2017

“il manifesto”
11 gennaio 2017

Luca Kocci

Cinquanta anni fa, il 26 giugno 1967, moriva don Lorenzo Milani. Di origine ebraica, appartenente ad una famiglia borghese dell’intelligencija laica – anzi anticlericale – fiorentina, a vent’anni si convertì al cattolicesimo, diventò prete, si sforzò di vivere il Vangelo in modo radicale accanto ai giovani operai di Calenzano e ai giovanissimi montanari del Mugello, scontrandosi con i poteri politici, militari e clericali dell’Italia democristiana e conformista degli anni ’50-‘60, legò la sua vita e la sua azione pastorale alle lotte civili per una scuola democratica e non di classe e per l’obiezione di coscienza al militarismo, fu autore di testi dirompenti come la Lettera ai cappellani militari e, insieme ai ragazzi e alle ragazze della scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa.

In questo 2017, cinquantesimo anniversario della morte, a don Milani saranno dedicati convegni e libri, alcuni già usciti nelle scorse settimane, altri in calendario nei prossimi mesi. A cominciare dal volume dei Meridiani Mondadori – in primavera – che raccoglierà per la prima volta l’opera omnia di don Milani (a cura di Anna Carfora, Valentina Oldano, Federico Ruozzi e Sergio Tanzarella, diretta da Alberto Melloni): Esperienze pastorali (il libro fatto ritirare dal commercio dal Sant’Uffizio nel 1958 e solo recentemente “riabilitato”), le Lettere ai cappellani militari e ai giudici, Lettera a una professoressa, gli articoli per giornali e riviste, l’epistolario (anche se molte lettere private sono ancora inaccessibili). «Abbiamo iniziato il lavoro sette anni fa – spiega Tanzarella – con l’intento di raccogliere in un’opera sola tutti gli scritti di Milani e di restituirgli una quanto più possibile aderenza agli originali. Grazie ad appelli pubblici e ricerche di archivio sono state recuperate oltre cento lettere inedite e molte altre sono state restaurate nella versione originale, senza i tagli arbitrari cui erano state sottoposte nel tempo».

Lo stesso Tanzarella, in primavera, darà alle stampe La parrhesia di don Lorenzo Milani. Maestro di vita e di coscienze critiche (Il pozzo di Giacobbe): un profilo del priore di Barbiana a partire dalla sua scelta di parlare con parrhesia, ovvero con franchezza e libertà, senza calcoli e diplomazie clericali («il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso», scriverà Milani, riferendosi a De Gaulle e alla guerra di Algeria, in articolo pubblicato postumo dall’Espresso, “Un muro di foglio e di incenso”).

Altri due libri invece sono già usciti a fine 2016.

Il primo è una biografia di don Milani, scritta da Michele Gesualdi, Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana (San Paolo, pp. 256, euro 16), un titolo che spazza via l’ultimo tentativo revisionista dell’arcivescovo di Firenze, card. Betori, il quale, impegnato da tempo a trasmettere un’immagine pacifica e “normalizzata” di don Milani, recentemente ha dichiarato che quello di Barbiana – piccolo borgo di montagna del Mugello dove Milani fu spedito nel 1954 per motivi politici: non era ciecamente allineato alle direttive pro Democrazia Cristiana della Curia di Firenze – non fu esilio ma «una destinazione normale» per un prete giovane. Quella di Gesualdi è una biografia atipica: non ha il rigore di altre, ma è un racconto dall’interno di uno dei primi ragazzi di Barbiana, quello che è stato a più stretto contatto con don Milani e che ha vissuto con lui per oltre dieci anni.

L’altro, di Mario Lancisi, è dedicato al processo per l’obiezione di coscienza al servizio militare – di cui vengono ricostruite le fasi e il clima politico-sociale che vedeva diffondersi anche in Italia un movimento antimilitarista –, scaturito dalla Lettera ai cappellani militari (Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani, Laterza, pp. 158, euro 16). Dopo un comunicato di alcuni cappellani militari toscani che avevano definito l’obiezione di coscienza alla naja «insulto alla patria», «estranea al comandamento cristiano dell’amore» ed «espressione di viltà», don Milani rispose con una lettera pubblicata da Rinascita, settimanale del Pci (i giornali cattolici la ignorarono). Denunciato per incitamento alla diserzione e alla disubbidienza militare, processato (in aula non andò – era malato di linfoma di Hodgkin – ma inviò una memoria difensiva, la Lettera ai giudici, destinata anch’essa a diventare una pietra miliare dell’antimilitarismo e della disobbedienza, anzi dell’obbedienza non ad un’autorità ma alla propria coscienza), sarà prima assolto e poi condannato (come Luca Pavolini, direttore di Rinascita), se il reato non fosse stato dichiarato estinto perché era appena morto.

“Barbiana? Non fu esilio”. Il revisionismo del card. Betori sulla vicenda di don Milani

7 gennaio 2017

“Adista”
n. 1 , 7 gennaio 2017

Luca Kocci

«Si è detto che don Milani fu mandato a Barbiana in esilio. Ma quella era una destinazione normale per un prete con alle spalle pochi anni di esperienza in parrocchia». Lo ha “rivelato” l’arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori, in una lunga intervista al Corriere Fiorentino (l’inserto di Firenze del Corriere della Sera, 3/12), aggiungendo così un ulteriore tassello alla “normalizzazione” di don Lorenzo Milani, a ridosso del cinquantesimo anniversario della sua morte (26 giugno 1967-26 giugno 2017). Come del resto lo stesso Betori aveva già fatto due anni fa, in occasione della cosiddetta “riabilitazione” di Esperienze pastorali – l’unico libro firmato da don Milani e pubblicato dalla Libreria editrice fiorentina nel 1958 prima di essere giudicato «inopportuno» dal Sant’Uffizio –, asserendo che «non c’è stato mai nessun decreto di condanna contro Esperienze pastorali», ma solo «una comunicazione data dalla Congregazione all’arcivescovo di Firenze nella quale si suggeriva di ritirare dal commercio il libro e di non ristamparlo o tradurlo» (v. Adista Notizie nn. 16 e 45/14 e Adista Segni Nuovi n. 18/14).

«Don Lorenzo, più di ogni altro, ha attualità pastorale e culturale, ed è anche la figura ecclesialmente più radicale nella fede», spiega Betori rispondendo alla domanda del cronista del Corriere, Paolo Ermini, sui «grandi» del cattolicesimo fiorentino del Novecento. «Ha molto da insegnare a me e ai miei preti», aggiunge Betori, il quale annuncia che nel 2017 la diocesi di Firenze organizzerà una iniziativa proprio sull’attualità di Esperienze pastorali. «Però nella chiarezza – puntualizza l’arcivescovo di Firenze –. Ad esempio si è detto che don Milani fu mandato a Barbiana in esilio. Ma quella era una destinazione normale per un prete con alle spalle pochi anni di esperienza in parrocchia. Un mese prima Barbiana era stata affidata a don Renzo Rossi, che poi non ci andò. Certo, probabilmente in quella decisione c’era anche la piccola vendetta di monsignor Tirapani, il vicario del vescovo, che di don Milani era stato professore di Sacre Scritture in seminario, ma che don Milani non riteneva adeguato. Com’è da considerare il fatto che don Milani voleva restare a Calenzano dopo aver rotto con tutti i sacerdoti della zona… Non era proprio possibile. Barbiana dunque fu sì esilio, sì punizione, ma anche una destinazione normale per un prete come lui. Ne ho contate di parrocchie della Diocesi che allora non avevano più di 50 abitanti, senza strada, nel bosco. Almeno altre otto. Per altri preti quelle parrocchie erano un esilio prima della terra promessa: una parrocchia più popolosa, magari in un grande centro. Don Milani invece fece della parrocchia di Barbiana la sua terra promessa. E si giocò la vita per quelle 50 persone, per quei 50 figli di Dio».

Al di là della contraddizione interna che emerge dalla risposta («Barbiana dunque fu sì esilio, sì punizione, ma anche una destinazione normale»: delle due l’una!), le parole di Betori appaiono come una vera e propria mistificazione storica, perché la parrocchia di Barbiana, come hanno dimostrato le più autorevoli biografie (di Neera Fallaci e Maurizio Di Giacomo) e diversi studi su don Milani, era stata destinata alla chiusura: partito definitivamente l’ultimo parroco (don Torquato Mugnaini) nell’ottobre 1953, a don Renzo Rossi, parroco a Rossoio (un’altra località di montagna del Mugello, nei pressi di Vicchio), sarebbe toccato solo di andarvi a celebrare la messa la domenica, mentre durante la settimana la chiesa sarebbe stata chiusa (v. notizia successiva). Ma per la necessità di trovare una parrocchia dove isolare don Milani – sostanzialmente per motivi politici dal momento che, durante i suoi anni a Calenzano, non si era completamente allineato alle direttive per il voto alla Democrazia Cristiana che giungevano dalla Curia di Firenze soprattutto in occasione delle elezioni del 1953 – l’arcivescovo di Firenze, card. Elia Dalla Costa (fortemente influenzato dal vicario, mons. Mario Tirapani, e probabilmente dal neo vescovo ausiliare imposto a Dalla Costa, mons. Ermenigildo Florit), decise di tenere stabilmente aperta la parrocchia Barbiana, dove poi don Milani costruirà la sua pastorale evangelica e rivoluzionaria, soprattutto a partire dalla scuola.

Don Lorenzo Milani e l’esilio di Barbiana. Il nuovo libro di Michele Gesualdi

7 gennaio 2017

“Adista”
n. 1 , 7 gennaio 2017

Luca Kocci

La migliore testimonianza che quello di Barbiana per don Milani fu un vero e proprio esilio l’ha fornita uno dei protagonisti di quella vicenda, don Renzo Rossi (il parroco di Rossoio che vi sarebbe dovuto andare a celebrare la messa la domenica, v. notizia precedente), a Neera Fallaci – autrice della prima biografia di don Milani nel 1974 –, e ora ripubblicata in un libro appena uscito di Michele Gesualdi, eloquente fin dal titolo: Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana (San Paolo, 2016, pp. 256, euro 16). «Avrei dovuto andare io a Barbiana invece di Lorenzo – raccontò don Rossi –. Nell’ottobre del 1954 mons. Tirapani (vicario generale della diocesi di Firenze, ndr) mi chiamò per dirmi che, appena il parroco di Barbiana, don Torquato Mugnaini, si fosse trasferito, avrei preso il suo posto: oltre che a Rossoio, dov’ero parroco da due anni, la domenica avrei fatto il servizio a Barbiana. Avrei potuto continuare a risiedere a Vicchio durante la settimana, siccome a Barbiana c’erano ormai pochi abitanti. Ma, a metà di novembre, il vicario generale mi convocò di nuovo: non era più necessario che mi interessassi di Barbiana; ci sarebbe andato don Milani. Mi meravigliai (e glielo dissi) che un don Milani dovesse fare il parroco fisso a Barbiana dove, fino a pochi giorni prima, si pensava bastasse mandar me di domenica. Rispose che, al momento, non c’era altro di adatto al caso». E lo stesso arcivescovo di Firenze che firmò il trasferimento a Barbiana di don Milani, il card. Elia Dalla Costa, in un appunto in occasione della visita pastorale che aveva effettuato a Barbiana qualche anno prima – riportato sempre da Gesualdi – scriveva: «Data la piccolezza del popolo e la posizione scomoda della chiesa, un sacerdote valido a Barbiana non avrebbe lavoro adeguato». «L’anno della visita pastorale, Barbiana contava 224 abitanti – commenta Gesualdi –, invece nel 1954, quando fu mandato parroco don Milani, erano scesi a 127 e destinati in poco tempo ad abbassarsi ulteriormente, a causa dell’esodo dei monti. Nel frattempo però il cardinale aveva cambiato opinione…».

Quella scritta da Michele Gesualdi è una biografia atipica del priore di Barbiana. Non ha il rigore storico e documentario di altre ricerche e studi pubblicati negli anni da altri autori – ad esempio non sono indicate le fonti, per cui non è sempre facile capire se Gesualdi sta citando lettere e documenti già editi, inediti oppure ricordi personali –, ma è un racconto in “presa diretta” da parte di quello che è stato uno dei primi sei ragazzi di Barbiana e di colui che è stato a più stretto contatto con don Milani, dal momento che, insieme al fratello Francesco, ha vissuto nella canonica di Barbiana, insieme a don Lorenzo. «Scrivere di quell’esperienza non è cosa semplice, perché si affacciano alla memoria dodici anni di vita in comune con don Lorenzo – spiega Gesualdi nella sua nota introduttiva –: una montagna di ricordi dell’uomo, del prete, del maestro, del fratello-babbo», molti dei quali «appartengono alla sfera dell’anima che non si desidera condividere con nessuno». Ma che adesso, per la prima volta, Gesualdi sceglie di scrivere, sia perché «stuzzicato e spronato» dalla figlia Sandra, sia perché indebolito da una malattia rara che gli rende più difficile raccontare a voce, come ha fatto incessantemente negli anni, per esempio con tutti coloro che si recavano a Barbiana e avevano la possibilità di incontrarlo.

E così la vita di don Milani narrata da Gesualdi fornisce al lettore una miriade di episodi “minori” – soprattutto di Barbiana, ma anche della precedente esperienza a Calenzano – che non stravolge quello che la ricerca più seria ha già portato alla luce lavorando sulle carte e sui documenti, ma arricchisce la vicenda umana e l’azione pastorale del priore di Barbiana di una serie di particolari inediti e di momenti di vita quotidiana che ne consentono una comprensione più ampia e in un certo senso più viva.