Consiglio permanente Cei: in fine mandato prolusione in tono minore del card. Bagnasco

“Adista”
n. 5, 4 febbraio 2017

Luca Kocci

Forse perché quella con cui ha aperto il Consiglio permanente della Conferenza episcopale del 23-25 gennaio era la sua penultima prolusione prima di lasciare, dopo dieci anni, la guida dei vescovi italiani – a maggio, nell’Assemblea generale, voteranno la terna all’interno della quale papa Francesco sceglierà il nuovo presidente della Cei – che il discorso con cui il card. Angelo Bagnasco ha aperto i lavori del “consiglio dei ministri” dei vescovi è stato particolarmente breve.

Pochissimi i temi affrontati. Inevitabile un pensiero alle vittime dei terremoti e del maltempo di queste settimane – ma anche ai «parroci che non hanno lasciato la terra» e a tutti coloro che sono impegnati «per salvare le vite altrui», «il volto migliore del nostro Paese» –, prima di cominciare con la povertà, in grande crescita. «Dall’inizio della crisi – ha detto il presidente della Cei – le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate del 155%: nel 2007 erano 1milione ed 800mila mentre oggi sono 4milioni e 600mila». Una crisi economica che pesa soprattutto «sui giovani e sul Meridione» e contro la quale è necessario attuare delle misure strutturali, come l’introduzione del «Reddito d’inclusione» – una proposta su cui da anni si sta spendendo un cartello di associazioni che comprende, fra le altre, Acli, Azione Cattolica, Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Movimento dei Focolari –, la «predisposizione del Piano nazionale contro la povertà» (v. Adista Notizie nn. 41/13, 28/14, 36/15 e 7/16) e tutti quei «provvedimenti a favore della famiglia che potrebbero non solo alleviare le sofferenze, ma anche aiutare il Paese a ripartire». E che invece fanno «fatica a essere realmente presi in carico e portati a effettivo compimento».

Nonostante questa urgenza, la politica si occupa di altro, «ad esempio il fine vita». Che il dibattito politico di queste settimane sia incentrato su questo tema se ne è accorto forse solo Bagnasco, ma del resto quello dei temi etici (unioni civili omosessuali, gender, testamento biologico, ecc.) è stato il filo rosso che ha accompagnato il suo decennio alla guida della Cei. E anche in questo suo penultimo discorso non poteva mancare. «La discussione politica – ha sottolineato Bagnasco – verte su altri versanti, quali ad esempio il fine vita, con le implicazioni, assai delicate e controverse, in materia di consenso informato, pianificazione delle cure e dichiarazioni anticipate di trattamento. Ci preoccupano non poco le proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo»; «sostegni vitali come idratazione e nutrizione assistite, ad esempio, verrebbero equiparate a terapie, che possono essere sempre interrotte. Crediamo che la risposta alle domande di senso che avvolgono la sofferenza e la morte non possa essere trovata con soluzioni semplicistiche o procedurali; la tutela costituzionale della salute e della vita deve restare non solo quale riferimento ideale, bensì quale impegno concreto di sostegno e accompagnamento».

Quindi i migranti, in particolare i «minori non accompagnati ed esposti ad ogni sorta di abuso». Su questo tema, dalla Cei arriva una proposta importante, che farà infuriare Salvini, ammesso che il segretario della Lega si dedichi alla lettura delle Prolusione del presidente della Cei: il «riconoscimento della cittadinanza ai minori che hanno conseguito il primo ciclo scolastico».

All’ordine del giorno dei vescovi la preparazione due documenti: un sussidio sul rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente e una comunicazione in vista del Sinodo dei vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” (v. Adista Notizie n. 4/17). E poi l’Assemblea generale di maggio, quando, ricorda Bagnasco, «saremo chiamati a eleggere la terna relativa alla nomina del presidente della Cei». Non è la soluzione pienamente democratica che auspicava papa Francesco – ovvero l’elezione diretta del presidente, come del resto avviene in tutte le Conferenze episcopali del mondo –, ma una mediazione: i vescovi voteranno tre nomi e fra questi tre il papa sceglierà il nuovo presidente. Il “totonomi” è già partito: Galantino (segretario generale della Cei), Bassetti (arcivescovo di Perugia), Zuppi (arcivescovo di Bologna), Semeraro (vescovo di Albano) oppure un outsider “francescano” – nel senso di Bergoglio – come Menichelli (arcivescovo di Ancona). Sembra però un esercizio piuttosto velleitario: in questi quasi quattro anni di pontificato, Bergoglio si è distinto per alcune nomine episcopali sorprendenti e fuori dalle cordate tradizionali, ma la maggioranza dei vescovi italiani proviene ancora dall’epoca Ratzinger-Ruini-Bagnasco, e la terna la eleggeranno loro. Quindi la discontinuità non è affatto assicurata.

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