Una conciliazione pagata cara. L’anniversario del Patti lateranensi e del “nuovo concordato”

“Adista”
n. 8, 25 febbraio 2017

Luca Kocci

Era il 18 febbraio 1984 quando il presidente del Consiglio Bettino Craxi e il cardinale segretario di Stato vaticano Agostino CasaroliGiovanni Paolo II regnante – firmarono l’Accordo di revisione dei Patti lateranensi del 1929. E se i Patti dell’11 febbraio 1929 – costituiti da Trattato, Concordato e Convenzione finanziaria – sottoscritti da Mussolini e dal card. Pietro Gasparri, segretario di Stato di Pio XI, chiudevano la “questione romana” apertasi nel Risorgimento, l’Accordo del 1984 li aggiornava, tenendo conto, si legge nel preambolo, «del processo di trasformazione politica e sociale verificatosi in Italia negli ultimi decenni e degli sviluppi promossi nella Chiesa dal Concilio Vaticano II».

Gli eventi sono stati celebrati anche quest’anno, come ogni anno, lo scorso 14 febbraio a Palazzo Borromeo, ambasciata d’Italia presso la Santa sede, alla presenza delle più alte cariche istituzionali italiane (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni) e vaticane (il segretario di Stato card. Pietro Parolin). Ma al di là del valore storico-politico della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.

Otto per mille: un miliardo l’anno

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. In apparenza trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà, come è noto, presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario, ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2013, la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato nell’apposita casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando i quattro quinti delle risorse, ovvero 1.018.842.766,06 euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).

La ripartizione dei fondi del 2016 è, in termini percentuali, sostanzialmente la stessa da diversi anni: il 20-25% per le attività di solidarietà sociale, il 40-45% per il culto e la pastorale, il 35-40% per il sostentamento del clero. E anche la cifra complessiva incassata, da 12 anni a questa parte, si aggira sempre attorno al miliardo di euro l’anno: si va dai 910 milioni del 2002 (l’anno precedente, nonostante si fosse trattato del maggior introito dalla nascita del sistema dell’otto per mille, la cifra fu nettamente più bassa: 763 milioni) ai 1.148 del 2012; e dal 2010 (1.067 milioni), l’incasso è stabilmente superiore al miliardo annuo (tranne nel 2015: 995 milioni).

Continua a diminuire invece la percentuale dei contribuenti che firmano la casella dell’otto per mille pro-Chiesa cattolica: nel 2007 (dichiarazioni dei redditi 2004) era dell’89,81% – confermata l’anno successivo con una percentuale sostanzialmente identica: 89,82% – nel 2016 (dichiarazioni dei redditi 2013) è scesa all’80,91%. Una flessione leggera ma costante, che in 10 anni ha registrato un calo di quasi il 9% (a cui non ha corrisposto una diminuzione degli incassi perché c’è stato un aumento del gettito Irpef), segno di una minima ma progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti della Chiesa cattolica. Disaffezione che risulta più evidente se si analizza l’andamento delle offerte deducibili (totalmente volontarie, possono essere dedotte dalle tasse fino a 1.032,91 euro ogni anno) per il sostentamento del clero, in calo continuo dal 1994 (23.736.000 euro) ad oggi (9.687.000 euro nel 2015, ultimo dato comunicato dalla Cei): in 20 anni le donazioni si sono ridotte del 60%.

Assistenza religiosa a spese dello Stato

Un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.

I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro. Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.

Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi (sono 200), ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Santo Marcianò, in passato lo fu anche il card. Angelo Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del Ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.

L’ora di religione

Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di Religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato, ma la parità scolastica dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer nel 2000: 500 milioni di euro nel 2016), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono individuati dai vescovi diocesani – che possono togliergli l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: una separazione matrimoniale, una convivenza, la scoperta dell’omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato, come un qualsiasi insegnante. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica – nonostante religione cattolica sia una materia facoltativa, e il numero di coloro che vi si avvalgono è in lenta ma progressiva diminuzione –, mentre gli altri sono supplenti annuali o temporanei, per una spesa annua superiore ad 800 milioni di euro.

Privilegi ed esenzioni concordatarie

Ci sono poi una serie di esenzioni che riguardano esclusivamente il Vaticano e che trovano fondamento nel Concordato, come per esempio l’articolo 6 del Trattato tra Italia e Santa Sede, che fa parte dei Patti lateranensi: «L’Italia provvederà, a mezzo degli accordi occorrenti con gli enti interessati, che alla Città del Vaticano sia assicurata un’adeguata dotazione di acque in proprietà». Nel 1999 lo Stato Città del Vaticano aveva bollette arretrate nei confronti dell’Acea (l’azienda municipalizzata dell’acqua) per 44 miliardi di lire. Ne nacque un contenzioso, ma a saldare i conti fu il Ministero dell’Economia, con la garanzia che il Vaticano avrebbe cominciato a pagare almeno il servizio di smaltimento delle acque di scarico (2 milioni di euro l’anno). Il Vaticano però non pagò nemmeno quella parte del suo debito e così un emendamento alla legge finanziaria 2004 provvide allo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005».

E sono ovviamente esenti da tasse tutti gli immobili e le attività commerciali (la farmacia, il supermercato, la tabaccheria all’interno delle mura leonine oppure le pompe di benzina in Vaticano e al Laterano, in teoria accessibili solo ai residenti e ai dipendenti vaticani, in realtà con movimenti e giri di affari decisamente superiori: 10 milioni l’anno la tabaccheria, 21 milioni il supermercato, 27 milioni il benzinaio) e turistiche (come per esempio l’Opera romana pellegrinaggi) che hanno sede legale nei palazzi vaticani che godono del regime di extraterritorialità – stabilito dal Concordato –, e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

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