Archive for marzo 2017

Giovanni Miccoli. Uno storico della Chiesa attento alle “alternative”

30 marzo 2017

“il manifesto”
30 marzo 2017

Luca Kocci

È morto il 28 marzo a Trieste, città dove era nato e nella cui università ha insegnato per molti anni, all’età di 84 anni, Giovanni Miccoli, uno dei più autorevoli studiosi di Storia della Chiesa.

Storico rigoroso, allergico e distante da un uso mediatico della storia utile a conquistare le prime pagine dei giornali o le “ospitate” nelle prime serate televisive spesso a detrimento della serietà della ricerca, senza tuttavia rinunciare a partecipare al dibattito pubblico e ad esprimere giudizi sempre argomentati e mai acriticamente apologetici o aprioristicamente di condanna – ad esempio sulle contraddizioni del pontificato di Giovanni Paolo II o sulla virata anticonciliare di Ratzinger sia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede che come papa Benedetto XVI –, con la sua scomparsa la cultura e la storiografia italiana perdono un protagonista di primo piano.

Nato nel 1933 a Trieste, si è laureato all’università di Pisa in Storia medievale e poi diplomato alla Scuola normale superiore, dove è stato allievo, fra gli altri, del grande storico modernista Delio Cantimori, e dove ha insegnato Storia della Chiesa dal 1962 al 1967. Nel 1968 è tornato a Trieste, e lì – tranne una breve parentesi a Venezia – ha trascorso tutta la sua vita accademica, insegnando Storia medievale e soprattutto Storia della Chiesa. Ha fatto parte dei comitati scientifici di Cristianesimo nella storia e della Rivista di storia del cristianesimo comitato e della direzione di Studi storici, la rivista dell’Istituto Gramsci. Dal punto di vista politico-culturale è stato vicino all’area della sinistra cristiana, senza farne mai parte organicamente: negli anni ‘70 e ‘80 ha partecipato attivamente ai convegni di Bozze, la rivista diretta da Raniero La Valle quando era parlamentare della Sinistra indipendente nelle liste del Pci, e negli 2000 è stato più volte invitato a tenere relazioni ai convegni dei preti operai italiani (l’ultima volta nel 2011).

I suoi interessi storiografici hanno spaziato dal medioevo all’età contemporanea. Ha studiato la riforma gregoriana dell’XI secolo e ha scritto un importante volume su Francesco d’Assisi, pubblicato da Einaudi nel 1991 e recentemente riproposto da Donzelli (Francesco. Il santo di Assisi all’origine dei movimenti francescani, 2013). Prima, nel 1975, aveva dato un significativo contribuito alla monumentale Storia d’Italia dell’Einaudi con il lungo saggio Storia religiosa dall’alto Medioevo al ‘500. Ma il volume che probabilmente gli ha dato maggiore notorietà è stato I dilemmi e i silenzi di Pio XII (Rizzoli, 2000), uno dei primi libri ad indagare il ruolo di papa Pacelli durante la Shoah. Negli ultimi anni si occupato prevalentemente del papato contemporaneo, osservando con occhio critico ma sempre attento il pontificato di Wojtyla (In difesa della fede, Rizzoli 2007), la parabola di Ratzinger e il nuovo vigore del tradizionalismo cattolico (La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma, Laterza, 2011).

Un impegno storiografico mai disgiunto dalla militanza civile. Nel 2011Miccoli è stato promotore di un appello «Contro i lager italiani» (i Cie); e nel 2014 ha firmato un appello, promosso dal movimento Noi Siamo Chiesa, per la «riabilitazione» di Ernesto Buonaiuti, prete e storico modernista, scomunicato, espulso dall’università da Mussolini perché non aveva giurato al fascismo, mai riammesso per l’applicazione retroattiva di una norma dei Patti lateranensi che prevedeva il divieto, per un prete scomunicato, di occupare una cattedra in un’università statale.

«Voglio ricordare in particolare due aspetti della ricerca di Miccoli», spiega al manifesto Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa e curatore (insieme Giuseppe Battelli) di un volume dedicato allo storico appena scomparso (Una storiografia inattuale? Giovanni Miccoli e la funzione civile della ricerca storica, Viella, 2005): «L’attenzione al papato nel lungo periodo e al suo ruolo nel voler orientare la presenza dei cattolici nella storia e nella società. E, in maniera speculare, l’attenzione alle alternative, per esempio Francesco d’Assisi, e alle proposte di chi nella Chiesa ha seguito un percorso meno istituzionale e più evangelico».

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Caritas italiana, Pax Christi e Movimento dei Focolari: è l’ora del disarmo

26 marzo 2017

“Adista”
n. 12, 25 marzo 2017

Luca Kocci

In vista degli appuntamenti all’Assemblea generale dell’Onu, in programma dal prossimo 27 marzo, in cui si avvieranno i negoziati per un trattato sulla messa al bando delle armi nucleari, il card. Francesco Montenegro (presidente di Caritas italiana e vescovo di Agrigento) e mons. Giovanni Ricchiuti (presidente di Pax Christi e vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti) fanno appello al governo italiano perché si impegni «in modo attivo e costruttivo» per il disarmo nucleare.

Il punto di riferimento è il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale della pace dello scorso 1 gennaio 2017. «Rivolgo un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica», disse allora il papa. E i presidenti di Caritas e Pax Christi rilanciano il richiamo di Francesco. «È fondamentale un impegno serio e approfondito perché la messa al bando delle armi nucleari divenga realtà e sia vincolante per ogni Stato», scrivono in una nota congiunta il card. Montenegro e mons. Ricchiuti. «Il rischio nucleare che l’umanità intera oggi corre è altissimo. Le armi nucleari provocano danni irreversibili, hanno conseguenze umanitarie catastrofiche per l’ambiente e per tutta l’umanità e il loro uso, in qualsiasi circostanza, è ingiustificabile. Una via senza ritorno», come del resto già indicò il Concilio Vaticano II con la Gaudium et Spes: «Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione».

Per questo, esortano i presidenti di Caritas e Pax Christi, «chiediamo che anche l’Italia partecipi in modo attivo e costruttivo agli appuntamenti all’Assemblea generale dell’Onu, a cominciare dal prossimo 27 marzo. Invitiamo tutti i gruppi, le associazioni, le singole persone, i movimenti, le parrocchie, le istituzioni, ecc. a prendere coscienza della grave situazione che il mondo vive oggi e a far pressione perché il nostro governo si impegni direttamente e attivamente a favore del disarmo nucleare».

Dal fronte internazionale a quello italiano, dove è invece il movimento dei Focolari ad intervenire ugualmente sul tema del disarmo, tramite una lettera firmata da Carlo Cefaloni (esponente dei Focolari nonché redattore di Città Nuova, mensile del movimento fondato da Chiara Lubich) e pubblicata dal quotidiano della Cei Avvenire (9/3) che denuncia la «violazione della legge 185/90 sulla produzione e sul commercio di armi a partire dal caso eclatante dell’invio di bombe in Arabia Saudita, Paese alla guida di una coalizione coinvolta nei bombardamenti sullo Yemen. Le risposte finora avanzate dagli esponenti del governo – prosegue la lettera – sono imbarazzanti quando si fanno scudo della mancanza di un veto dell’Onu. Come se la legge 185/90 e la stessa Costituzione non esistessero».

Anche in questo caso il riferimento è a papa Francesco, che «il 4 febbraio 2017 ci ha invitato laicamente a leggere la parabola del samaritano non limitandoci solo a soccorrere il ferito che resta sulla strada ma ad “agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime”. Possibile che tante persone di coscienza che pure siedono in Parlamento possano restare indifferenti all’invio di bombe verso i Paesi in guerra?», chiede Cefaloni. «Non dare risposte vuol dire lasciare interi territori davanti al ricatto tra lavoro e concorso alla guerra. Senza una vera riconversione economica rischiamo solo di fare del facile moralismo che scarica il peso della responsabilità politica sulle spalle degli operai di una regione, come nel caso della Sardegna, investita duramente dalla crisi economica».

«Sono domande fuori luogo oggi nel 2017 a cento anni dal grido sull’inutile strage della Grande guerra», che «qualcuno ancora descrive come il luogo di nascita dell’unità nazionale?», conclude la lettera pubblicata dal quotidiano dei vescovi. «Nel 2014 al sacrario di Redipuglia, papa Francesco ha affermato che “anche oggi, dietro le quinte, ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi”, coloro cioè che hanno impresso nel cuore il motto di Caino: “A me che importa?”. Proporre un percorso di pace a partire dalla necessità di disarmare l’economia vuol dire coltivare un giudizio realista ma non pessimista sull’essere umano che è invece capace di bene e di gratuità e quindi di andare oltre varie obbedienze per rispondere, citando don Lorenzo Milani a 50 anni dalla scomparsa, “a me importa”, “me ne prendo cura”».

Il sermone ai leader di papa Francesco: «Senza memoria»

25 marzo 2017

“il manifesto”
25 marzo 2017

Luca Kocci

Priva di memoria e lacerata dai populismi e dai particolarismi egoistici. È l’Europa secondo papa Francesco, così come l’ha mostrata ieri sera ai 27 capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione europea, ricevuti in Vaticano in occasione del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma.

Rispetto alle precedenti due puntate del discorso del papa alle istituzioni europee – la prima con gli interventi al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa nel novembre 2014 a Strasburgo, la seconda per la consegna  del premio “Carlo Magno” nel maggio 2016 –, questa volta i toni sono più pacati, ma i contenuti chiari.

La memoria è il punto di partenza, e non poteva essere diversamente dal momento che i leader dell’Ue sono a Roma per commemorare un evento. Una memoria che «non può essere solo un viaggio nei ricordi» – «sarebbe infatti sterile se non servisse a indicarci un cammino» –, ma deve servire per affrontare «le sfide dell’oggi e del domani», ammonisce Francesco, secondo il quale «i nostri giorni» sembrano contraddistinti  da un «vuoto di memoria» che ha cancellato la «fatica» profusa per «far cadere» il muro che divideva l’Europa («quell’innaturale barriera dal Mar Baltico all’Adriatico»). «Laddove generazioni ambivano a veder cadere i segni di una forzata inimicizia, ora si discute di come lasciare fuori i “pericoli” del nostro tempo – ecco, secondo il papa, il simbolo del «vuoto di memoria» di oggi –: a partire dalla lunga colonna di donne, uomini e bambini, in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari». I leader europei ascoltano in silenzio.

Francesco fa riferimento alle radici cristiane dell’Europa – come fa del resto il premier italiano Gentiloni, nel saluto iniziale, associandole alle conquiste dell’Illuminismo –, ma senza insistere troppo, anzi parla della necessità di «edificare società autenticamente laiche, scevre da contrapposizioni ideologiche, nelle quali trovano ugualmente posto l’oriundo e l’autoctono, il credente e il non credente».

Insiste invece sulla «solidarietà», parola chiave dell’Europa da costruire, affinché i Trattati non rimangano «lettera morta». Una solidarietà «quanto mai necessaria oggi, davanti alle spinte centrifughe, come pure alla tentazione di ridurre gli ideali fondativi dell’Unione alle necessità produttive, economiche e finanziarie». Soprattutto, puntualizza il pontefice, una «solidarietà che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi» e che non deve rimanere «un buon proposito», ma un’azione politica, «caratterizzata da fatti e gesti concreti, che avvicinano al prossimo, in qualunque condizione si trovi. Al contrario, i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e “guardare oltre”».

È «alla politica che spetta tale leadership ideale, che eviti di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ma piuttosto elabori, in uno spirito di solidarietà e sussidiarietà, politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione in uno sviluppo armonico, così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa». In un certo senso si tratta di una rilettura in chiave solidaristica dell’Europa “a due velocità”. Il premier greco Tsipras sembra annuire, la cancelliera tedesca Merkel ascolta immobile. «L’Europa – aggiunge Francesco – non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire», e anche da questo deriva «la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee, sovente percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione».

Oltre alla solidarietà, secondo il papa, il futuro di un’Europa, liberata dalla «paura di false sicurezze» e alleggerita da un benessere che sembra «averle tarpato le ali», risiede del «dialogo», nella «pace» e nello «sviluppo». «La sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale», «non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza», prosegue il pontefice. «Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Esso riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche». «Non c’è vera pace – conclude – quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria. Non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso».

All’insegna della cordialità e (forse) del dissenso, il papa riceve i leader europei

24 marzo 2017

“il manifesto”
24 marzo 2017

Luca Kocci

Questa sera in Vaticano papa Francesco riceverà i capi di Stato e di governo dell’Unione europea appena arrivati in Italia per il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, le cui celebrazioni si terranno domani, in una Roma più blindata che mai, dopo il nuovo allarme per l’attentato terroristico di Londra di due giorni fa.

L’incontro si svolgerà all’insegna della cordialità – come recitano sempre gli irenici comunicati della Santa sede relativi a queste udienze –, ma c’è da scommettere che papa Francesco non perderà l’occasione per richiamare i leader europei sui temi sociali che già in passato ha posto all’attenzione dei Paesi dell’Unione europea: i diritti umani e dei migranti, il lavoro, lo strapotere della finanza, il disarmo. Anche se non è escluso che, pur senza l’enfasi e i toni da crociata di papa Wojtyla e papa Ratzinger, sottolineerà anche la necessità della difesa della famiglia tradizionale e della vita che nasce (ovvero no all’aborto) e la «colonizzazione ideologica» della cultura del gender.

«Sogno un’Europa in cui essere migrante non è un delitto», invece quella che si vede oggi è un’Europa che costruisce attorno a sé «recinti» e «trincee», disse nel maggio 2016 ai leader europei accorsi in Vaticano per presenziare al conferimento al pontefice del premio “Carlo Magno”. In quell’occasione Francesco parlò un un’Europa che aveva smarrito i «grandi ideali» dei fondatori, «tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione». Il mese prima, in visita al campo profughi dell’isola di Lesbo, aveva ricordato che «l’Europa è la patria dei diritti umani, e chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare». E al Parlamento europeo, a novembre 2014, era stato ancora più chiaro: «Non si può tollerare che il mar Mediterraneo diventi un grande cimitero!».

A Strasburgo Francesco aveva parlato anche di economia e lavoro, ammonendo gli europarlamentari a difendere il valore delle «democrazie», «evitando che la loro forza reale sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali, che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti». E a salvaguardare il diritto al lavoro: «È tempo di favorire le politiche di occupazione, soprattutto è necessario ridare dignità al lavoro, garantendo adeguate condizioni per il suo svolgimento – disse agli europarlamentari –. Ciò implica, da un lato, reperire nuovi modi per coniugare la flessibilità del mercato con le necessità di stabilità e certezza delle prospettive lavorative, indispensabili per lo sviluppo umano dei lavoratori; d’altra parte, significa favorire un adeguato contesto sociale, che non punti allo sfruttamento delle persone, ma a garantire, attraverso il lavoro, la possibilità di costruire una famiglia e di educare i figli».

Di guerra e conflitti aveva parlato invece al Consiglio d’Europa, puntando il dito sulla produzione e sul commercio di armamenti, di cui diversi Paesi europei, fra cui l’Italia, sono leader mondiali. La guerra «è foraggiata da un traffico di armi molto spesso indisturbato» e da una «corsa agli armamenti» che «è una delle piaghe più gravi dell’umanità».

Il braccio destro di Francesco, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, ha anticipato il senso politico del discorso di questa sera del papa: «La politica è il servizio alla polis portato avanti con abnegazione», ha detto ieri alla Stampa. «Purtroppo oggi la politica viene ridotta ad un insieme di reazioni, spesso urlate, spia della carenza d’ideali e della tendenza moderna a barcamenarsi. La politica è finita per essere solo la ricerca immediata del consenso elettorale» ed ostaggio dei «populismi».

Nel clima di autocelebrazione e di unanimismo che caratterizzerà le celebrazioni romane dei leader europei, le uniche parole fuori dal coro potranno arrivare dalle manifestazioni dei movimenti e,forse, da papa Francesco, che disse di «sognare un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia». Il contrario della Fortezza Europa.

Bagnasco, ultima prolusione contro il testamento biologico

21 marzo 2017

“il manifesto”
21 marzo 2017

Luca Kocci

Dalla famiglia tradizionale alla «cultura del gender», dalle unioni omosessuali al fine vita. Nella sua ultima prolusione al Consiglio episcopale permanente (cominciato ieri a Roma) prima di lasciare la presidenza della Conferenza episcopale italiana, come in una sorta di testamento – non biologico –, il card. Bagnasco elenca e richiama i temi che hanno caratterizzato il suo decennio alla guida dei vescovi italiani. A maggio infatti l’Assemblea generale sarà chiamata ad eleggere – per la prima volta nella storia della Cei, il cui presidente è stato sempre nominato direttamente dal papa – la terna di vescovi che verrà presentata a Francesco perché individui il successore.

L’occasione, quindi, era imperdibile: ora o mai più, perlomeno da capo dell’episcopato italiano. E Bagnasco non la manca.

Dopo un breve accenno a crisi economica e mancanza di lavoro soprattutto per i giovani e al sud (temi anch’essi spesso presenti nelle prolusioni degli ultimi anni), snocciola quelli che erano i «principi non negoziabili» dell’era Wojtyla-Ratzinger, a cominciare dalla vita come «bene indisponibile», demolendo dalle fondamenta la legge sul testamento biologico in discussione in Parlamento: è «radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato», afferma il presidente della Cei. «La categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva», e «si rimane sconcertati vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza». La conclusione: «La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento terapeutico – affermazione che potrebbe sembrare un passo avanti rispetto ad alcune vicende del recente passato –, ma neppure anticipata con l’eutanasia», di cui peraltro nel ddl non si parla.

Quindi la famiglia, «fondata sul matrimonio e aperta alla vita», costantemente sotto attacco da «un certo pensiero unico» che «continua a denigrare l’istituto familiare e a promuovere altri tipi di unione», nonché a «presentarla come un modello superato o fra altri, tutti equivalenti». E se la legge sulle unioni civili fa ormai parte dell’ordinamento dello Stato, c’è sempre il rischio che qualcuno provi a rilanciare il tema delle adozioni anche da parte delle coppie omosessuali. Pertanto Bagnasco ribadisce «il diritto dei figli ad essere allevati da papà e mamma, nella differenza dei generi che, come l’esperienza universale testimonia, completa l’identità fisica e psichica del bambino». Chi agisce diversamente, «nega ai minori un diritto umano basilare» che «non può essere schiacciato dagli adulti, neppure in nome dei propri desideri», magari facendo ricorso alla «pratica della maternità surrogata», che altro non è, secondo il presidente della Cei, «una violenza discriminatoria verso le donne».

Infine la «cultura del gender» diffusa nelle scuole con cui «si banalizza la sessualità umana ridotta ad un vestito da cambiare a piacimento». Bagnasco rilancia le parole più volte pronunciate da papa Francesco, che su questo tema non ha mai mostrato intenzioni di analisi più approfondite e complesse: «Indottrinamento della teoria del gender» e «inaccettabile “colonizzazione ideologica”». E invita docenti e genitori alla vigilanza attiva: «nessuna iniziativa, come nessun testo che promuova concezioni contrarie alle convinzioni dei genitori, deve condizionare lo sviluppo affettivo armonico e la sessualità dei minori».

Memoria e impegno. A Locri la XXII giornata per le vittime delle mafie

20 marzo 2017

“Adista”
n. 12, 25 marzo 2017

Luca Kocci

«Facciamo obiezione di coscienza alla mentalità mafiosa, prepotente e arrogante». Con queste parole il vescovo della diocesi di Locri-Gerace (Rc), mons. Francesco Oliva, saluta i partecipanti alla ventiduesima Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime della mafie promossa da Libera – la rete antimafia fondata e guidata da don Luigi Ciotti – che il prossimo 21 marzo, come da tradizione, si svolgerà per la prima volta nella sua diocesi, da anni in prima linea nelle attività per la giustizia, per la legalità e contro le mafie.

«Memoria ed impegno sono due parole chiave del nostro cammino civile e religioso», scrive mons. Oliva. «La memoria richiama il sangue versato da faide violente che hanno seminato morte e distrutto i nostri paesi, della sofferenza che il tempo dei sequestri ha cagionato. Memoria delle tante vittime spezzate dalla violenza della mafia, vite di uomini e donne, giovani e meno giovani, ragazzi e bambini, vittime innocenti di una criminalità spietata che non si è mai fermata davanti a niente. Stringiamoci ai familiari delle tante vittime innocenti delle mafie. Vittime delle mafie anche loro. Facciamo nostro il loro dolore, ponendoci accanto a loro e condividendone la sofferenza. Essi ci consegnano un messaggio importante: dare al dolore il senso della cittadinanza responsabile, del servizio alla comunità. Una consegna che in questa terra può trasformare le fragilità ed il dolore in risorse preziose per un cammino nuovo».

Ma non solo memoria, anche «impegno» che, spiega il vescovo di Locri, deve diventare «volontà di cambiamento, di conversione e di vita nuova». Aggiunge mons. Oliva: «Mai più nella nostra terra violenza e spargimento di sangue, sequestri di persone e faide distruttive! Scompaia ogni tentazione di fare uso della forza e della vendetta! Vengano meno tutte le forme di associazione criminale! Vogliamo condividere lo stesso sentimento, rinnegare ogni forma di comportamento mafioso. La ‘ndrangheta è morte per la nostra terra, la causa principale del nostro sottosviluppo. Chi uccide non è uomo di onore, ma un vero disonore per la nostra terra. Ogni uomo e donna di buona volontà dica per sempre no ad ogni forma di illegalità e criminalità. Facciamo obiezione di coscienza di fronte a qualunque progetto di morte ed alla mentalità mafiosa, prepotente ed arrogante. Impegno è volontà di costruire una società nuova, di ridare dignità alla nostra terra, di ricostruire rapporti di pace e di riconciliazione, di favorire legami di cooperazione nel bene, di volere un lavoro per tutti».

C’è spazio anche per una autocritica rispetto alle omissioni della Chiesa. «La condanna dei mafiosi, l’invito al pentimento e a cambiare vita  espresso da papa Francesco in terra di Calabria (il 21 giugno 2014, durante la visita pastorale a Cassano allo Jonio, all’epoca guidata dall’attuale segretario della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, papa Francesco pronunciò la scomunica ai mafiosi, n.d.r.) ha riscattato silenzi e timidezze che troppo spesso hanno caratterizzato anche la nostra azione», riconosce mons. Oliva. «Da qui l’impegno a non aver paura e a ritrovare il coraggio e la speranza di andare avanti. La Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno è tutto questo: un tempo propizio per ripartire».

A Locri sono attese decine di migliaia di partecipanti, soprattutto giovani, da tutta Italia. Si comincia il 18 marzo, con l’assemblea dei familiari delle vittime innocenti delle mafie all’auditorium del Palazzo vescovile. Il giorno successivo l’incontro con un familiare “illustre” di una vittima di mafia, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il cui fratello, Piersanti, all’epoca presidente della Regione Sicilia, venne ucciso da Cosa Nostra a Palermo il 6 gennaio 1980. Il 21 marzo la giornata clou, con la grande marcia per le vie di Locri e la lettura, arrivati in Piazza dei Martiri, dei nomi delle vittime innocenti delle mafie.

Per la prima volta quest’anno l’iniziativa ha il formale riconoscimento delle Istituzioni, dal momento che il Parlamento, lo scorso primo marzo, ha approvato in via definitiva (418 voti a favore e nessun contrario), la legge che istituisce il 21 marzo quale Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. «Abbiamo segnato un passo di grande valore simbolico nella lotta alle mafie. L’approvazione della legge che istituisce il 21 marzo Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia, testimonia la volontà delle Istituzioni di rendere patrimonio vivo e fecondo l’esempio di quanti sono caduti sotto i colpi della violenza mafiosa», spiega Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia. «È un lungo elenco, di donne e uomini, anziani, giovani e bambini che da oltre vent’anni, grazie a Libera, nel primo giorno di primavera risuona in tante piazze del Paese e che finalmente da oggi diventa la data in cui tutta l’Italia si riconosce nell’impegno comune contro l’illegalità e la criminalità organizzata. Ringrazio le centinaia di familiari che con grande dignità ci hanno insegnato a cercare con tenacia la verità, a non rimuovere la realtà, a non cadere nell’indifferenza. La storia d’Italia è anche storia dei condizionamenti dei poteri mafiosi e il valore civile di una memoria condivisa rappresenta una condizione essenziale per fronteggiare le nuove mafie, sempre più collusive e meno violente, promuovere la giustizia e difendere la democrazia».

Josef Mayr-Nusser, un beato obiettore a Bolzano. L’uomo che disse no a Hitler

18 marzo 2017

“il manifesto”
18 marzo 2017

Luca Kocci

«Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, sono cristiano, la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono». Con queste parole Josef Mayr-Nusser, un giovane cattolico altoatesino che era stato anche dirigente dell’Azione cattolica, il 4 ottobre 1944 decretò la propria condanna a morte. Il suo no, come quello dei martiri cristiani del III-IV secolo che in nome di Dio rifiutavano il servizio militare nelle truppe imperiali, venne infatti pronunciato davanti al suo superiore del centro reclute delle Ss di Konitz, in Prussia. E per lui la corte marziale emanò una sentenza inappellabile: condanna a morte, nel lager di Dachau. Ma a Dachau Mayr-Nusser non arrivò nemmeno: morì su un vagone piombato durante il viaggio di trasferimento.

Sarà questo il motivo formale per cui per molti anni l’iter della sua causa di beatificazione si arenò: la morte – sostenevano gli oppositori – è avvenuta in treno, per cause naturali, quindi non c’è stata uccisione «in odium fidei» (in odio alla fede), la formula canonica imprescindibile per il riconoscimento del martirio, anche perché i nazisti non odiavano o perseguitavano i cristiani. Sotto traccia agivano motivazioni più profonde: poco prudente beatificare un obiettore di coscienza agli ordini militari, troppo “pericolosa” la scelta di Mayr-Nusser, come ha sottolineato il vescovo di Bolzano, mons. Ivo Muser: «Rimarrà scomodo anche da beato. Ci abbiamo messo tanto, come società e come Chiesa, a guardarlo in faccia. Quelli sono stati anni di scelte, e chi ha scelto in modo sbagliato va in crisi con Mayr-Nusser. Ancora oggi c’è chi non accetta fino in fondo il suo messaggio: no ai populismi, no alle scelte facili, sì alla convivenza, non solo con i nuovi arrivati, ma anche tra i nostri gruppi etnici, tra tedeschi e italiani». Obiezioni che somigliano – sebbene le vicende siano imparagonabili – a quelle che per anni bloccarono il riconoscimento del martirio di padre Pino Puglisi: se i mafiosi si dicono cattolici, possono uccidere un prete in odium fidei?

Poi a luglio 2016, dopo otto anni in cui è rimasto fermo in Vaticano, l’iter si sblocca. C’entra anche papa Francesco, il cui ruolo è stato fondamentale per far camminare un altro processo di beatificazione che si era insabbiato, quello di monsignor Romero? E oggi Mayr-Nusser viene proclamato martire nel duomo di Bolzano dall’inviato papale, il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione vaticana per le cause dei santi.

«Mayr-Nusser è il primo obiettore di coscienza cattolico al militare del nostro Paese, riscatta i silenzi, le paure e le contraddizioni della Chiesa durante gli anni del nazifascismo», spiega Francesco Comina, autore di una importante biografia sul giovane altoatesino (L’uomo che disse no a Hitler, Il Margine). «La sua testimonianza contro l’idolatria del potere ha un valore civile e politico enorme, anche la Chiesa cattolica ora lo riconosce, speriamo che non venga depotenziata e Mayr-Nusser reso un innocuo “santino”».

Quella del giovane altoatesino non fu una scelta improvvisa ed estemporanea. Nato nel 1910 da una famiglia di contadini cattolici, maturò presto la sua opposizione al fascismo e al nazismo, tanto che nel 1939, in seguito ad un accordo bilaterale fra le due dittature, quando i sudtirolesi furono invitati a decidere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich di Hitler, Mayr-Nusser, ostile ad entrambi i regimi e alla formula nazionalista “sangue e suolo”, rifiutò di scegliere e si dichiarò dableiber, cioè non optante. I difficili anni successivi li visse fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che resistevano all’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese che sognava la Grande Germania di Hitler; dall’altra i fascisti intenzionati ad italianizzare l’Alto Adige. Mayr-Nusser decise di non scegliere, perché non si poteva decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e iniziò a collaborare con la Lega “Andreas Hofer”, un’associazione clandestina antifascista e antinazista

Nell’agosto 1944, in piena occupazione tedesca dell’Alto Adige, a Mayr-Nusser arrivò la cartolina di arruolamento nelle Ss. Partì per Konitz, dove il 4 ottobre 1944 avrebbe dovuto prestare quel giuramento che rifiutò. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo mi tormenta il cuore, o fedele compagna, ma questo dovere di testimoniare è inevitabile», scrisse alla giovane moglie Hildegard Straub, sposata due anni prima e con cui aveva generato Albert, che oggi, 74enne, assiste alla beatificazione del padre.

«Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te a ai superiori fedeltà e obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista», erano queste le parole che Mayr-Nusser rifiutò di pronunciare. «Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?», si chiese. «Signor maresciallo, io non posso giurare».

Arrestato, condannato per disfattismo, nel febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, venne messo nei vagoni piombati di un treno diretto a Dachau. Ma non arrivò a destinazione: la linea fu bombardata, e il 20 febbraio il treno si fermò ad Erlangen, senza poter più andare avanti. Mayr Nusser stava male, le privazioni e la dissenteria lo stavano uccidendo. Lo portarono in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista lo rimandò indietro. Tornò sul treno e nella notte del 24 febbraio morì. «Broncopolmonite», attesterà il telegramma che oltre un mese dopo arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito che non giurò ad Hitler.

Bilanci vaticani: qualche reticenza e qualche opacità

17 marzo 2017

“Adista”
n. 11, 18 marzo 2017

Luca Kocci

Più che i conti, in rosso per la Santa sede e in attivo per la Città del Vaticano, la vera notizia che emerge dallo scarno comunicato con cui la Segreteria per l’economia guidata dal cardinale australiano George Pell lo scorso 4 marzo ha reso noti i bilanci consuntivi del Vaticano relativi al 2015 è che la revisione contabile dei dicasteri nonché la tanto annunciata trasparenza finanziaria è ancora ben lontana dall’essere realizzata. Infatti nonostante il considerevole ritardo (di circa otto mesi) con cui i bilanci sono stati divulgati – che faceva presagire un lavoro dettagliato e particolareggiato –, le informazioni sono più lacunose del solito: mancano completamente le voci relative a entrate e uscite generali, sono riportati solo alcune cifre e soprattutto si segnala che il rendiconto «non è stato sottoposto a revisione contabile», elemento che avrebbe dovuto essere il punto qualificante del nuovo corso finanziario dettato da papa Francesco.

«La Santa sede ha registrato, nel 2015, un disavanzo di euro 12,4 milioni», spiega la nota della Segreteria per l’economia, con una perdita dimezzata rispetto al 2014 (-25 milioni) e al 2013 (-24 milioni). Invece «il Governatorato della Città del Vaticano, per il 2015, ha registrato un surplus di euro 59,9 milioni», leggermente inferiore rispetto al 2014, quanto l’asticella toccò quota +63 milioni. Quindi considerando unitariamente i risultati dei due bilanci – che sono le due gambe di un unico corpo –, il Vaticano chiude il 2015 con un cospicuo attivo di 47,5 milioni di euro (nel 2014 fu di 38 milioni). Se a questa cifra poi venissero aggiunti anche i risultati positivi dello Ior (ente autonomo, con una contabilità separata), che nel 2015 ha fatto segnare un utile netto di 16 milioni, e i proventi dell’Obolo di san Pietro (le offerte al papa «per le necessità della Chiesa universale e per le opere di carità» da parte dei fedeli di tutto il mondo) – non si conoscono le somme raccolte nel 2015, l’ultimo dato disponibile è relativo al 2013, quando furono raccolti 78 milioni di dollari (57 milioni di euro) – il risultato finale sarebbe ancora più roseo.

Per quanto riguarda la Santa sede (ovvero il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale), il comunicato della Segreteria per l’economia precisa che «le principali voci di entrata per il 2015, in aggiunta ai rendimenti degli investimenti, si riferiscono ai contributi relativi al Canone 1271 del Codice di diritto canonico (euro 24 milioni, i contributi obbligatori delle diocesi di tutto il modo, ndr) ed ai contributi dall’Istituto per le opere di religione (euro 50 milioni). Come negli anni precedenti, la voce di spesa più significativa della Santa Sede si riferisce al costo del personale». La nota non lo specifica, ma chiudono in rosso anche i mezzi di comunicazione (Osservatore Romano e Radio Vaticana), mentre sono in attivo il Ctv – il Centro televisivo vaticano che riprende in esclusiva le immagini del papa e degli eventi in Vaticano e le vende alle tv di tutto il mondo – e la Libreria editrice vaticana (Lev), proprietaria dei diritti d’autore sui discorsi e gli scritti del papa (e dei papi dell’ultimo cinquantennio).

Invece, aggiunge il comunicato della Segreteria per l’economia, «il governatorato della Città del Vaticano, per il 2015, ha registrato un surplus di euro 59,9 milioni, principalmente dovuto alle ricorrenti entrate derivanti dalle attività culturali, in particolar modo quelle collegate ai Musei». Ma anche ad investimenti, di cui non viene specificata né natura né entità

Dopo le cifre, la Segreteria per l’economia spiega che «il Rendiconto annuale consolidato 2015 rappresenta la prima informativa finanziaria predisposta in conformità con le Politiche vaticane di financial management (Vfmp), approvate da papa Francesco il 24 ottobre 2014, che si basano sui Principi contabili internazionali per il settore pubblico (Ipsas)». Ma le procedure sono ancora in alto mare, come viene detto, con linguaggio felpato: «La Segreteria per l’economia ha informato il Consiglio per l’economia che il percorso verso la piena applicazione delle Vfmp è saldamente in corso ed ha evidenziato che sarà, tuttavia, necessario qualche anno per il completamento di questo processo e per l’attuazione di una revisione contabile completa. Il Rendiconto annuale consolidato 2015 rappresenta un passo importante sia per le riforme economiche che per il percorso di adozione delle nuove politiche, le quali stanno ben procedendo. Il Consiglio per l’economia ha preso quindi atto del Rendiconto annuale consolidato 2015 che, in questo periodo di transizione, non è stato sottoposto a revisione contabile».

«La sensazione generale è che la montagna, per ora, abbia partorito il topolino», spiega su Vatican Insider Francesco Peloso, giornalista esperto di finanza vaticana (che nel 2015 ha pubblicato un documentato libro sullo Ior, La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, v. Adista Notizie n. 32/15). «Ma c’è una spiegazione – prosegue Peloso –. La realtà è che far confluire in un sistema omogeneo e coerente, tutti i numerosi enti e dicasteri vaticani, è un compito più impegnativo di quanto non fosse stato previsto all’inizio. Si sta ancora lavorando, per esempio, sui principi contabili da applicare ai vari dicasteri e uffici della Curia, mentre gli organismi che più direttamente si occupano della gestione finanziaria sono già avviati su un percorso di riforma e di trasparenza. Un lavoro lungo, anche perché sconta le difficoltà derivanti da cambiamenti di abitudini, dalla necessità di rimuovere consuetudini ormai non più compatibili con i tempi e di coordinare numerose e diverse strutture».

Lavori in corso, quindi, ma per il completamento dell’opera – se verrà completata – ci vorrà ancora molto tempo

“Noi siamo chiesa”: «bugia-gaffe» di mons. Galantino sui bilanci diocesani

11 marzo 2017

“Adista”
n. 10, 11 marzo 2017

Luca Kocci

«Galantino dice bugie rispondendo alla nostra richiesta che le diocesi pubblichino i loro bilanci». È la netta conclusione a cui arriva il movimento Noi Siamo Chiesa che, in una lettera indirizzata ai vescovi del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, aveva chiesto che i bilanci delle diocesi fossero resi pubblici e a cui il segretario della Cei, mons. Nunzio Galantino, interpellato da Adista durante la conferenza stampa finale del Consiglio episcopale permanente di fine gennaio, aveva risposto che «i bilanci delle diocesi sono già tutti pubblici, si trovano sui siti internet delle diocesi e sono pubblicati sui settimanali diocesani» (v. Adista Notizie n. 6/17). Dopo aver verificato – grazie ad una mini inchiesta di Adista (v. Adista Notizie n. 7/17) – che non è così e che i bilanci delle diocesi sono tutt’altro che pubblici, Noi Siamo Chiesa parla di «clamorosa gaffe/bugia» del segretario della Cei e conclude: «I segreti di curia restano segreti, magari avesse ragione Galantino nel sostenere che i bilanci sono pubblici», ma evidentemente il segretario della Cei «non è al corrente di come vanno le cose nelle nostre diocesi».

In realtà la vicenda ha un precedente, che risale esattamente a dieci anni fa, quando sempre il movimento Noi Siamo Chiesa, in seguito ad un convegno sul tema “Povertà della Chiesa e nella Chiesa e gratuità del ministero” (i cui contenuti sono poi stati raccolti nel volumetto Sulla Chiesa povera, edito dalla Meridiana), promosse una ricerca su quanto veniva reso pubblico dalle tante curie sulle proprie risorse, otto per mille compreso. A rispondere fu una sparuta minoranza: sette diocesi sulle 226 interpellate, ma solo relativamente all’otto per mille, non dicendo una parola sui bilanci complessivi della diocesi.

Dopo dieci anni Noi Siamo Chiesa ci ha riprovato. «Dopo aver atteso per anni qualcosa di nuovo con papa Francesco che aveva iniziato a parlare di Chiesa dei poveri – spiegano dal movimento –, dopo aver visto che la diocesi di Padova in ottobre aveva pubblicato il suo bilancio (un vero bilancio con Stato patrimoniale e Conto economico, v. Adista Notizie n. 40/16), ci è sembrato naturale chiedere ai vescovi di esigere che tutte le diocesi andassero nella stessa direzione. Abbiamo scritto una lettera a tutti i membri del Consiglio episcopale permanente che si riuniva, come ci consueto, a fine gennaio (v. Adista Notizie n. 5/17). Non abbiamo ricevuto risposte, la cosa non ci meraviglia. More solito, purtroppo. Ma un redattore di Adista ha chiesto a Galantino nella conferenza stampa che tiene sempre alla fine di questo tipo di incontri se avessero preso in considerazione la lettera di Noi Siamo Chiesa che, nel frattempo, avevamo reso pubblica. La risposta è quella che leggete nel pezzo che Adista ha scritto in proposito (v. Adista Notizie nn. 6 e 7/17). Speriamo proprio che Galantino non cerchi ora di giustificare la sua clamorosa gaffe/bugia con gli interventi indicati nella mappa online del sito http://www.sovvenire.it, che si occupa di ottopermille. Avevamo chiesto non l’elenco degli interventi periferici dell’ottopermille ma il bilancio delle diocesi e degli Istituti per il sostentamento del clero (di questi ultimi, anche la diocesi di Padova non parla, sono una cosa separata, speriamo che a Padova vadano avanti nella meritoria linea che hanno scelto e che crediamo dia fastidio a tutti gli altri vescovi)».

La conclusione di Noi Siamo Chiesa è affidata ad Antonio Rosmini (beatificato nel 2007, quindi dovrebbe trattarsi di figura autorevole per la Chiesa cattolica. «A proposito di Galantino – scrive Noi Siamo Chiesa nella sua nota – dobbiamo ricordare altro, per quanto ci dispiaccia perché sappiamo che è tra gli “amici” di papa Francesco. Nel febbraio del 2014 si tenne un incontro a Roma per il trentennale della firma del nuovo Concordato Craxi-Casaroli. Nel suo intervento Galantino partì dal ricordare le cinque piaghe del Rosmini per giustificare ed apprezzare il sistema in vigore particolarmente quello dell’otto per mille. Ci sembrava un arrampicarsi sugli specchi. Abbiamo riletto la quinta piaga del piede sinistro, quella che parla dei beni ecclesiastici, dove si dicono cose molto esplicite. Il Rosmini sosteneva che gli “antichi vescovi conferivano col loro popolo e col clero anche per ciò che riguardava i beni temporali”, e che si doveva pubblicare “un annuale rendiconto (…) sicchè l’opinione dei fedeli di Dio potesse esprimere una sanzione di pubblica stima o di biasimo”. E nella sesta massima della quinta piaga scriveva che “le risorse siano gestite in modo trasparente e pubblico, ci siano criteri certi, siano amministrate con vigilanza, chi le amministra (preti e diaconi) abbia il suffragio della plebe cristiana secondo la tradizione apostolica (Atti 6, 2): essere persone a lei note di piena sua confidenza”».

Se non vogliono ascoltare Noi Siamo Chiesa – che per molti vescovi è in odore di eresia –, chissà se dalla Cei ascolteranno perlomeno il beato Rosmini

Ordinare «presbiteri di comunità sposati». I dehoniani di “Settimana” rilanciano una proposta latinoamericana

4 marzo 2017

“Adista”
n. 9, 4 marzo 2017

Luca Kocci – Eletta Cucuzza

«A quando i presbiteri di comunità sposati?». È la domanda che pone don Francesco Strazzari su Settimana news (dello scorso 18 febbraio) – versione online del quindicinale dei dehoniani, che ha cessato le pubblicazioni cartacee il 31 dicembre 2015 (v. Adista Notizie nn. 28, 32, 44/15 e 1/16) – rilanciando un dibattito che è piuttosto vivo in altre parti del mondo ma che in Italia non è mai stato avviato.

Lo fa citando, non a caso, tre fonti straniere. Innanzitutto il teologo benedettino p. Ghislain Lafont, che ha definito i «presbiteri di comunità» come «persone umanamente e cristianamente mature» alle quali viene riconosciuto il carisma di presiedere l’assemblea eucaristica (dovrebbero cioé essere formate per l’ordinazione sacerdotale dalle stesse loro comunità di appartenenza – sacerdoti in primis – e svolgerebbero il loro ministero all’interno di esse, magari solo per determinati periodi di tempo o anche a tempo parziale, sposati o no. Adista ha seguito l’iter dei “presbiteri di comunità” nei numeri 17 e 37/2011; 26, 40 e 45/2014; 39/2015).

Ma cita soprattutto il vescovo emerito di Jales (Brasile), dom Demetrio Valentini, per anni presidente della Caritas brasiliana, il quale, nell’omelia al santuario nazionale di Aparecida, lo scorso 14 febbraio, ha invitato la Chiesa del Brasile a riflettere sulla questione dei cattolici che non possono accedere all’eucaristia con frequenza per mancanza di preti. Dom Valentini parlava nel giorno della commemorazione dei 25 anni dell’Associazione nazionale dei presbiteri del Brasile. «Senza eucaristia non esiste comunità cristiana – ha detto Valentini, ripreso da Settimana news –. Questo è stato solennemente affermato qui in questa basilica da papa Benedetto XVI aprendo la quinta Conferenza generale dei vescovi dell’America Latina e dei Caraibi. Senza eucaristia non esiste comunità cristiana. È necessario adesso verificare che conseguenze pratiche tiriamo da questa verità così importante affermata dal papa. Qui entra in pieno di nuovo la questione presbiterale», ha affermato dom Demetrio, aggiungendo tra l’altro: «Papa Francesco con il suo coraggio e, nello stesso tempo, con prudenza ha chiesto alla Conferenza dei vescovi brasiliani di presentare un progetto; sarebbe già una motivazione da assumere con rapidità e dedizione. Personalmente, mi permetto di manifestare qui la mia posizione, ben consapevole che potrà avere poco peso. La vita insegna a relativizzare le aspirazioni personali e a situarle in una dimensione più ampia della storia. Non importa se non vediamo realizzati tutti i nostri sogni, ancora più adesso che, come vescovo emerito, non comando più niente. Ma non posso non dirlo. Mi prendo la libertà di chiedere alla Conferenza dei vescovi brasiliani che faciliti la discussione sul problema inerente alla questione dei presbiteri di comunità perché possa essere definita nei suoi dettagli e possiamo provvedere e attuare la disposizione di papa Francesco di mettere in movimento questo provvedimento, affinché in questa questione, che coinvolge profondamente la vita della Chiesa, il papa non si veda ostacolato dalla resistenza ecclesiale interna, ma possa contare sul chiaro appoggio della Conferenza dei vescovi brasiliani, in special modo dei presbiteri del Brasile rappresentati qui oggi dall’Associazione nazionale dei presbiteri del Brasile».

Infine, ricorda il settimanale dei dehoniani molto diffuso fra il clero – quindi la sua presa di posizione è particolarmente significativa –, a favore dei presbiteri di comunità si erano espressi, il 20 ottobre del 2016, diciotto vescovi di Brasile, Messico, Cile e Argentina, riuniti a Embu, nei pressi di San Paolo, per riflettere su temi riguardanti la loro missione episcopale. In una “mozione” sottoscritta dai diciotto vescovi e inviata al card. Rubén Salazar Gomez, arcivescovo di Bogotà e presidente del Consiglio episcopale latino-americano (Celam) perché venga esaminata «con affetto» e senza attendere troppo, hanno chiesto alle Conferenze episcopali di affrontare «con urgenza» il progetto di ordinare uomini sposati perché possano esercitare il ministero presbiterale nelle loro comunità. «La questione – scrivevano i vescovi – è già da molto tempo sul tappeto ed è giunto il momento di passare all’azione. Ci prendiamo la libertà di suggerire ad ogni Conferenza episcopale di mettere in cammino adeguatamente questo tema, affinché si arrivi quanto prima possibile a quegli ampi consensi che l’iniziativa richiede».

In Italia, intanto, tutto tace, il dibattito sui «presbiteri di comunità» non è mai stato realmente avviato, e la Conferenza episcopale sembra in altre faccende affaccendata.

Il “cammino” dei presbiteri di comunità

“Padre” della locuzione “presbiteri di comunità” è il vescovo emerito Fritz Lobinger, tedesco (esercitò il suo ministero in Sudafrica fra il 1987 e il 2004), che la espose fra l’altro in due suoi libri, Équipe di ministri ordinati e L’altare vuoto (l’editrice tedesca Herder pubblicò il primo nel 2003; la Emi pubblicò nel 2009 Preti per domani; in spagnolo, El altar Vacío è apparso nel 2011, accompagnato da un testo proprio di mons. Valentini; in portoghese Altar Vacío vide la luce per i tipi dell’Edizione Santuario di Aparecida). Un’idea ben nota a papa Francesco (sappiamo peraltro che era già stata sottoposta alle alte sfere vaticane e a papa Ratzinger da un vescovo brasiliano che ha sempre voluto rimanere anonimo) stando a quanto scrisse il settimanale spagnolo Vida nueva (5/12/2014) dopo un colloquio con il vescovo della diocesi brasiliana di Xingu, mons. Erwin Kraütler che aveva incontrato il pontefice il 4 aprile del ‘14: «Lo stesso Bergoglio si riferì ad alcune “teorie interessanti”, come quella già citata del vescovo Lobinger sui ministri ordinati che appartengono alla comunità e che continuano la loro vita familiare e professionale, rivela il prelato brasiliano di origine austriaca (Kraütler, ndr)». A Kraütler, d’altronde, che a Francesco faceva presente il pressante bisogno di sacerdoti nella sua diocesi, il papa aveva detto: siate, voi vescovi più «coraggiosi» nel fornire suggerimenti concreti.