Josef Mayr-Nusser, un beato obiettore a Bolzano. L’uomo che disse no a Hitler

“il manifesto”
18 marzo 2017

Luca Kocci

«Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, sono cristiano, la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono». Con queste parole Josef Mayr-Nusser, un giovane cattolico altoatesino che era stato anche dirigente dell’Azione cattolica, il 4 ottobre 1944 decretò la propria condanna a morte. Il suo no, come quello dei martiri cristiani del III-IV secolo che in nome di Dio rifiutavano il servizio militare nelle truppe imperiali, venne infatti pronunciato davanti al suo superiore del centro reclute delle Ss di Konitz, in Prussia. E per lui la corte marziale emanò una sentenza inappellabile: condanna a morte, nel lager di Dachau. Ma a Dachau Mayr-Nusser non arrivò nemmeno: morì su un vagone piombato durante il viaggio di trasferimento.

Sarà questo il motivo formale per cui per molti anni l’iter della sua causa di beatificazione si arenò: la morte – sostenevano gli oppositori – è avvenuta in treno, per cause naturali, quindi non c’è stata uccisione «in odium fidei» (in odio alla fede), la formula canonica imprescindibile per il riconoscimento del martirio, anche perché i nazisti non odiavano o perseguitavano i cristiani. Sotto traccia agivano motivazioni più profonde: poco prudente beatificare un obiettore di coscienza agli ordini militari, troppo “pericolosa” la scelta di Mayr-Nusser, come ha sottolineato il vescovo di Bolzano, mons. Ivo Muser: «Rimarrà scomodo anche da beato. Ci abbiamo messo tanto, come società e come Chiesa, a guardarlo in faccia. Quelli sono stati anni di scelte, e chi ha scelto in modo sbagliato va in crisi con Mayr-Nusser. Ancora oggi c’è chi non accetta fino in fondo il suo messaggio: no ai populismi, no alle scelte facili, sì alla convivenza, non solo con i nuovi arrivati, ma anche tra i nostri gruppi etnici, tra tedeschi e italiani». Obiezioni che somigliano – sebbene le vicende siano imparagonabili – a quelle che per anni bloccarono il riconoscimento del martirio di padre Pino Puglisi: se i mafiosi si dicono cattolici, possono uccidere un prete in odium fidei?

Poi a luglio 2016, dopo otto anni in cui è rimasto fermo in Vaticano, l’iter si sblocca. C’entra anche papa Francesco, il cui ruolo è stato fondamentale per far camminare un altro processo di beatificazione che si era insabbiato, quello di monsignor Romero? E oggi Mayr-Nusser viene proclamato martire nel duomo di Bolzano dall’inviato papale, il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione vaticana per le cause dei santi.

«Mayr-Nusser è il primo obiettore di coscienza cattolico al militare del nostro Paese, riscatta i silenzi, le paure e le contraddizioni della Chiesa durante gli anni del nazifascismo», spiega Francesco Comina, autore di una importante biografia sul giovane altoatesino (L’uomo che disse no a Hitler, Il Margine). «La sua testimonianza contro l’idolatria del potere ha un valore civile e politico enorme, anche la Chiesa cattolica ora lo riconosce, speriamo che non venga depotenziata e Mayr-Nusser reso un innocuo “santino”».

Quella del giovane altoatesino non fu una scelta improvvisa ed estemporanea. Nato nel 1910 da una famiglia di contadini cattolici, maturò presto la sua opposizione al fascismo e al nazismo, tanto che nel 1939, in seguito ad un accordo bilaterale fra le due dittature, quando i sudtirolesi furono invitati a decidere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich di Hitler, Mayr-Nusser, ostile ad entrambi i regimi e alla formula nazionalista “sangue e suolo”, rifiutò di scegliere e si dichiarò dableiber, cioè non optante. I difficili anni successivi li visse fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che resistevano all’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese che sognava la Grande Germania di Hitler; dall’altra i fascisti intenzionati ad italianizzare l’Alto Adige. Mayr-Nusser decise di non scegliere, perché non si poteva decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e iniziò a collaborare con la Lega “Andreas Hofer”, un’associazione clandestina antifascista e antinazista

Nell’agosto 1944, in piena occupazione tedesca dell’Alto Adige, a Mayr-Nusser arrivò la cartolina di arruolamento nelle Ss. Partì per Konitz, dove il 4 ottobre 1944 avrebbe dovuto prestare quel giuramento che rifiutò. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo mi tormenta il cuore, o fedele compagna, ma questo dovere di testimoniare è inevitabile», scrisse alla giovane moglie Hildegard Straub, sposata due anni prima e con cui aveva generato Albert, che oggi, 74enne, assiste alla beatificazione del padre.

«Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te a ai superiori fedeltà e obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista», erano queste le parole che Mayr-Nusser rifiutò di pronunciare. «Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?», si chiese. «Signor maresciallo, io non posso giurare».

Arrestato, condannato per disfattismo, nel febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, venne messo nei vagoni piombati di un treno diretto a Dachau. Ma non arrivò a destinazione: la linea fu bombardata, e il 20 febbraio il treno si fermò ad Erlangen, senza poter più andare avanti. Mayr Nusser stava male, le privazioni e la dissenteria lo stavano uccidendo. Lo portarono in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista lo rimandò indietro. Tornò sul treno e nella notte del 24 febbraio morì. «Broncopolmonite», attesterà il telegramma che oltre un mese dopo arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito che non giurò ad Hitler.

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