Archive for aprile 2017

Il papa al Cairo: «Estremisti di carità»

30 aprile 2017

“il manifesto”
30 aprile 2017

Luca Kocci

È stata una giornata interamente cattolica quella di ieri, che ha concluso la visita apostolica di papa Francesco in Egitto. Se infatti il primo giorno del viaggio, venerdì, era stato dedicato ai rapporti interreligiosi (visita all’università sunnita di Al-Azhar, incontro con il grande imam Ahmed al-Tayyib), ecumenici (incontro con Tawadros II, papa dei copti, e firma della Dichiarazione congiunta cattolici-copti) e politici (incontro con il presidente al-Sisi), ieri Francesco ha parlato prevalentemente alla minoranza dei cattolici.

In mattinata, davanti a trentamila fedeli, la celebrazione della messa all’Air defense stadium, il solo “bagno di folla” – sebbene piuttosto ridotto rispetto ad altre occasioni – della due giorni in Egitto. «L’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità», ha detto il papa in un’omelia tesa a richiamare all’essenzialità e al valore sociale della fede. «Non serve riempire i luoghi di culto e pregare se la nostra preghiera rivolta a Dio non si trasforma in amore rivolto al fratello», «è meglio non credere che essere un falso credente, un ipocrita», ha ammonito Bergoglio. «La fede vera è quella che ci rende più onesti e più umani», che ci porta «a difendere e a vivere la cultura dell’incontro, del dialogo, del rispetto e della fratellanza», «a proteggere i diritti degli altri».

Nel pomeriggio, prima di salire sull’aereo che lo ha riportato a Ciampino – a bordo del quale si è tenuta la consueta conferenza stampa “volante”, il cui contenuto è stato diffuso mentre il giornale andava in stampa –, l’incontro con il clero, i religiosi, le religiose e i seminaristi al seminario patriarcale copto-cattolico di Maadi, ai quali il papa ha rivolto un discorso sulle «tentazioni» delle persone consacrate, che ha ripreso contenuti già espressi nelle udienze alla cardinali della curia romana o ai preti e religiosi italiani. Non bisogna cedere, ha invitato Francesco, alla «tentazione del pettegolezzo e dell’invidia», «dell’individualismo» e del «faraonismo».

Quale bilancio si può trarre al termine di un viaggio breve ma niente affatto semplice?

Per quanto riguarda i rapporti con il mondo musulmano, si può dire che con la visita del papa ad Al-Azhar, la più antica e alta istituzione teologica dell’Islam sunnita nel mondo, è stato definitivamente ricucito lo strappo provocato da papa Ratzinger nel 2006 con il famigerato discorso all’università di Ratisbona, nel quale – con una citazione tratta dagli scritti dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo – presentò l’islam come una religione della guerra (per contro ora potrebbe però aprirsi un nuovo scontro tutto interno al mondo cattolico, con i settori più conservatori che rimproverano a Francesco una eccessiva condiscendenza verso l’islam).

Passi di avvicinamento sono stati compiuti anche sul fronte del dialogo ecumenico: l’incontro di Francesco con il papa copto Tawadros II, il ricordo delle 47 vittime degli attacchi a due chiese copte nella domenica delle Palme e la firma della Dichiarazione congiunta cattolici-copti che ha ulteriormente ridotto le distanze che separano Roma e Alessandria d’Egitto, sebbene le due Chiese cristiane restino fra loro separate.

Più complicata l’analisi sul terreno scivoloso, un vero e proprio campo minato, della politica. Francesco, durante l’incontro con il presidente della Repubblica al-Sisi e con le autorità civili e militari del Paese, pur riconoscendo l’importante ruolo geopolitico dell’Egitto, ha sottolineato alcuni punti dolenti della situazione sociale egiziana, muovendo quindi qualche rilievo implicito al governo (bisogna rispettare «il principio che afferma la forza della legge e non la legge della forza» e garantire il «rispetto incondizionato dei diritti inalienabili dell’uomo», ha detto Bergoglio). Ma non c’è stata nessuna contrapposizione, ed al-Sisi potrà incassare come successo personale e del governo la visita del papa. Come è emerso anche dalle parole che Ibrahim I. Sidrak, il patriarca di Alessandria dei copti, ha rivolto a Francesco al termine della messa allo stadio: «Rivolgiamo un grande grazie al presidente al-Sisi, per la sua iniziativa di invitarla in Egitto e per tutto quello che ha offerto per sostenere la realizzazione di questa visita e per il suo successo».

Per quanto riguarda il caso di Giulio Regeni (come si ricorderà i genitori di Giulio avevano chiesto al papa espressamnete di intercedere per la verità) – alcune fonti egiziane, come riportato ieri anche dal manifesto, avevano affermato che il papa o i diplomatici ne avevano parlato con al-Sisi – è da registrare la riposta fornita ieri all’Ansa dal portavoce della presidenza egiziana, Alaa Youssef: «Ciò che è stato esaminato in questo incontro (fra il papa e al-Sisi, ndr) è quello che è stato pubblicato nel comunicato ufficiale della presidenza». Che non cita né Regeni né questioni italiane.

[A giornale chiuso e ormai in stampa, arriva il resoconto della conferenza stampa tenuta dal papa Francesco durante il volo da Il Cairo a Roma. Ad una domanda sul caso di Giulio Regeni, così risponde il papa

Santità, nell’incontro con il presidente egiziano Al Sisi avete parlato di diritti umani e del caso di Giulio Regeni? Secondo lei, si arriverà alla verità?
«Su questo darò una risposta generale per arrivare al particolare. Quando sono con un capo di Stato in dialogo privato, rimane privato, a meno che non si sia d’accordo di rendere pubblico un punto. In Egitto ho avuto quattro dialoghi privati, con Al Sisi, il grande imam di Al Azhar, i patriarchi. E se è privato, credo che per rispetto si debba mantenere la riservatezza. Su Regeni io sono preoccupato. Dalla Santa Sede mi sono mosso su quel tema, perché anche i genitori me lo hanno chiesto. La Santa Sede si è mossa. Non dirò come, ma ci siamo mossi».]

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Francesco in Egitto contro armi e povertà

29 aprile 2017

“il manifesto”
29 aprile 2017

Luca Kocci

I capi religiosi si impegnino a rimuovere e a «smascherare» la violenza del sacro. Una violenza che non significa solo terrorismo e guerre, ma anche «violazioni contro la dignità e i diritti umani» perpetrate «in nome di Dio».

È l’appello che papa Francesco ha rivolto ai partecipanti – leader religiosi e laici – alla conferenza internazionale per la pace al Conference center dell’università di Al-Azhar, la più antica e alta istituzione teologica dell’Islam sunnita nel mondo, uno dei momenti centrali del suo viaggio apostolico in Egitto, cominciato ieri e che si concluderà questo pomeriggio, con l’arrivo a Ciampino in serata.

Visita breve, poco più di 24 ore, ma importante, per le tappe e gli incontri che illustrano i tre significati della trasferta egiziana: interreligioso, appunto con la visita ad Al-Azhar e l’incontro con il grande imam Ahmed al-Tayyib; politico (incontro con il presidente al-Sisi) ed ecumenico, con la visita a Tawadros II, il papa dei copti, a tre settimane dagli attentati terroristici della domenica delle Palme che hanno colpito la comunità copta egiziana, e la firma di una Dichiarazione congiunta cattolici-copti.

«Un viaggio di unità e fratellanza», così lo ha presentato Francesco durante il volo che lo ha sbarcato al Cairo nel pomeriggio. E nel primo dei tre incontri della giornata, all’università di Al-Azhar, è stato ribadito il valore del dialogo e dell’impegno delle fedi contro la violenza e per la pace. «L’islam non è una religione del terrorismo», ha detto l’imam di Al-Azhar, sottolineando come tutte le religioni devono lavorare per la pace, l’uguaglianza e la dignità di tutti gli esseri umani, «indipendentemente dalla fede o dal colore della pelle». Un appello al «dialogo sincero», pur nel rispetto delle «identità» di ciascuna religione – un segnale ai settori cattolici più conservatori che accusano il papa di eccessiva condiscendenza, soprattutto nei confronti dell’islam – rilanciato da Francesco per sconfiggere «la barbarie di chi soffia sull’odio e incita alla violenza»: la «civiltà dell’incontro» è «l’unica alternativa» alla «inciviltà dello scontro». «Non uccidere», in questo tempo, è il «centro» dei dieci comandamenti consegnati a Mosè, ha aggiunto Francesco: «Insieme affermiamo l’incompatibilità tra violenza e fede, tra credere e odiare», «non serve a nulla correre a riarmarsi per proteggersi, oggi c’è bisogno di costruttori di pace, non di provocatori di conflitti, di pompieri e non di incendiari, di predicatori di riconciliazione e non di banditori di distruzione», spesso incarnati dai «populismi». Ma fondamento della pace resta la giustizia, uno dei caposaldi della dottrina sociale cattolica postconciliare: «Per prevenire i conflitti ed edificare la pace – ha concluso il papa – è fondamentale adoperarsi per rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono, e bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza», «è necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate».

Lasciata Al-Azhar, il corteo papale – senza automobile blindata – ha raggiunto l’hotel Al-Màsah, dove Francesco ha incontrato il presidente della Repubblica al-Sisi e le autorità civili. Nessun cenno al caso Regeni nel discorso pubblico (c’è stato un passaggio dedicato alle «tante famiglie che piangono i loro figli», ma leggere in queste parole un riferimento a Regeni pare forzato), ma non è detto che il papa, o più facilmente le diplomazie, non lo abbiano fatto negli incontri privati. In ogni caso, al di là del riconoscimento dell’importante ruolo geopolitico dell’Egitto in uno scenario di «guerra mondiale a pezzi», il tono è sembrato di morbido richiamo al governo del Cairo: la pace «è un bene da costruire e da proteggere, nel rispetto del principio che afferma la forza della legge e non la legge della forza». Bergoglio ha ricordato per lotte popolari per un Egitto «dove non manchino a nessuno il pane, la libertà e la giustizia sociale» e ha auspicato il «rispetto incondizionato dei diritti inalienabili dell’uomo, quali l’uguaglianza tra tutti i cittadini, la libertà religiosa e di espressione».

La giornata si è conclusa nel segno dell’ecumenismo e del ricordo dei «martiri copti» – compresi i più recenti – con la visita a Tawadros II e la firma di una Dichiarazione congiunta che ricorda il cammino di avvicinamento fra cattolici e copti negli ultimi anni.

Per i cappellani militari lo Stato paga troppo. Interrogazione parlamentare “firmata” Adista

28 aprile 2017

“Adista”
n. 16, 29 aprile 2017

Luca Kocci

I cappellani militari costano allo Stato italiano dieci milioni di euro l’anno. Non è opportuno che il governo assuma «le iniziative di competenza per una revisione della disciplina sui cappellani militari nel senso di una riduzione della spesa pubblica e di un superamento di ogni situazione di privilegio, anche in coerenza con la dottrina della Chiesa in materia di pace e di giustizia sociale?». È la domanda conclusiva che Gianni Melilla, deputato eletto nelle liste di Sinistra ecologia libertà (Sel) e da marzo entrato a far parte del Movimento democratico e progressista (Mdp) – il gruppo nato dalla fusione dei parlamentari di Sel e dei fuoriusciti “da sinistra” del Partito democratico –, lo scorso 6 aprile, ha rivolto come primo firmatario (insieme ad altri dieci deputati del gruppo) di una interrogazione a riposta scritta destinata al premier Paolo Gentiloni, alla ministra della Difesa Roberta Pinotti e al ministro dell’Economia Giancarlo Padoan.

L’interrogazione è stata formulata da Melilla sulla base dei dossier e delle informazioni sull’Ordinariato e sui cappellani militari prodotte da Adista negli ultimi anni (v. Adista Notizie nn. 23/14 e 42/16), come lo stesso Melilla afferma del testo depositato alla Camera.

«Premesso che – si legge nell’interrogazione dei parlamentari di Mdp –: la spesa a carico dello Stato per i cappellani militari in attività e in pensione in questi ultimi anni è notevolmente aumentata nonostante tutta la pubblica amministrazione, compresa la Difesa, sia interessata dai noti processi di revisione-riduzione della spesa; i cappellani militari sono 205, a cui si aggiungono altri 160 in pensione sempre a carico dello Stato; gli stipendi dei cappellani militari sono di tutto rispetto e oscillano in base al loro grado dai 2.500 lordi per i cappellani «semplici» con il grado di tenente ai 9.000 euro lordi percepiti dall’Ordinario che ha il grado di generale di brigata (il realtà è un generale di corpo di armata, n.d.r.); il mantenimento dell’Ordinariato dei cappellani militari nel 2015 è costato al Ministero della difesa 10.445.732 euro tra stipendi e benefici vari tra cui le auto di servizio, a cui si aggiungono altri 7-8 milioni di euro per le pensioni, che hanno un importo medio annuo lordo di 43 mila euro cadauna; secondo Adista negli ultimi tre anni la spesa a carico dello Stato per i cappellani è aumentata del 35 per cento; le pensioni dei cappellani militari maturano in netto anticipo sia rispetto ai lavoratori che agli stessi militari; la Chiesa italiana non sembra porsi il problema di superare questa situazione anche in considerazione del fatto che alla Chiesa cattolica italiana con l’otto per mille ogni anno vanno ingenti e crescenti risorse, e solo l’anno scorso lo Stato italiano ha versato oltre un miliardo di euro». Si chiede se presidente del Consiglio, ministra della Difesa ministro dell’Economia «non ritengano necessario assumere le iniziative di competenza per una revisione della disciplina richiamata in premessa sui cappellani militari nel senso di una riduzione della spesa pubblica e di un superamento di ogni situazione di privilegio, anche in coerenza con la dottrina della Chiesa in materia di pace e di giustizia sociale».

Quindi – questa la sostanza dell’interrogazione di Melilla – visto che la Chiesa italiana non sembra affatto intenzionata a mettere in discussione l’attuale situazione (nonostante il vicario generale dell’Ordinariato militare, mons. Angelo Frigerio, lo scorso anno aveva fatto balenare la possibilità di ridurre di un quarto il numero dei cappellani militari e di quattro quinti i posti dirigenziali per un risparmio di almeno quattro milioni di euro, v. Adista Notizie n. 23/16), sia lo Stato ad intervenire, dal momento che per il 2017 sono previsti 200 cappellani militari in servizio (81 nell’Esercito, 31 nei Carabinieri, 30 nell’Aereonautica, 28 nella Guardia di Finanza, 27 nella Marina e 3 svincolati dall’appartenenza ad un corpo specifico), per una spesa totale di 9.579.962 euro, destinata al pagamento degli stipendi.

I salari dei preti con le stellette, infatti – come i lettori di Adista ben sanno –, non vengono pagati con i fondi dell’otto per mille destinati alla Chiesa cattolica (che contempla una specifica voce “sostentamento del clero”) ma sono totalmente a carico dello Stato, perché i cappellani sono assimilati ai soldati e inseriti nella gerarchia militare. Rispetto al 2015 – quando per 205 cappellani lo Stato spese la cifra record di 10.445.732 euro, la cifra che riposta Melilla nell’interrogazione – c’è un taglio di quasi 900mila euro. Nulla a che vedere però con il risparmio di 4-5 milioni di euro annunciato da mons. Frigerio ed ora rimosso.

In passato altri parlamentari provarono ad intervenire sulla questione dei cappellani militari proponendo sia tagli che la smilitarizzazione (una battaglia che da decenni portano avanti Pax Christi e le Comunità di base): nel 2014 il deputato del Partito democratico, nonché vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti (v. Adista Notizie n. 43/14); nel 2012 i Radicali Maurizio Turco e Marco Perduca (v. Adista Notizie n. 47/12); prima ancora, nel 2007, il Verde Gianpaolo Silvestri (v. Adista nn. 43 e 57/07). A tutti è stata data sempre la resta risposta: proposta «inammissibile» perché la questione è oggetto di un’Intesa fra Stato italiano e Cei e quindi non può essere modificata unilateralmente. Peccato però, come come Adista ha spiegato più volte, che quell’Intesa non esiste (v. Adista Notizie nn. 4, 5 e 15/14). Chissà se ora andrà meglio al deputato Melilla

«I muri non fermino la solidarietà». XXXIX Convegno nazionale delle Caritas diocesane

28 aprile 2017

“Adista”
n. 16, 29 aprile 2017

Luca Kocci

“Per uno sviluppo umano integrale” è stato il tema del trentanovesimo Convegno nazionale delle Caritas diocesane italiane che si è svolto a Castellaneta (Ta) dal 27 al 30 marzo. Appuntamento importante, ma quasi sempre trascurato dalla stampa – anche quella di settore –, a cui hanno preso parte cinquecento delegati in rappresentanza di 155 diocesi per fare il punto sul cammino e sulle azioni future dell’organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana che ha la solidarietà sociale come mission.

«Sono qui per ricordare che l’uomo è al centro», ha detto il card. Francesco Montenegro, presidente di Caritas italiana, nel suo intervento iniziale che ha preso le mosse dal cinquantesimo anniversario della Populorum progressio di Paolo VI. Dobbiamo essere «una Chiesa che non sta alla finestra e non prende le distanze da ciò che succede per strada, ma che cammina lungo le strade gridando la profezia e scandalizza coi suoi gesti d’amore», ha esortato Montenegro. «Quella stessa Chiesa che “trasale davanti al grido d’angoscia dei popoli della fame”, come disse papa Paolo VI cinquanta anni fa nell’enciclica Populorum progressio pubblicata il 26 marzo 1967 e dedicata al tema dello sviluppo dei popoli, presupposto fondamentale per il riconoscimento dei diritti dei poveri e degli ultimi. La proposta era quella di un nuovo modello di sviluppo, aperto alla cooperazione, all’accoglienza e al dialogo tra le culture, essendo coscienti che le trasformazioni economiche, politiche, tecnologiche si ripercuotono necessariamente sullo sviluppo integrale dell’uomo e sulla crescita dei popoli. A cinquant’anni dalla sua pubblicazione, resta purtroppo attuale la forte denuncia degli squilibri planetari che si salda strettamente al magistero di papa Francesco, non limitandosi soltanto a denunciare gli squilibri, ma analizzandone le cause».

Ha ricordato, il card. Montenegro, anche un altro anniversario: quello dei sessanta anni dalla firma dai Trattati di Roma, primo mattone di una Unione europea che fa acqua da tutte le parti. «L’Europa, minata dalla crisi economica, è travolta dall’arrivo di migliaia di profughi», ha detto il presidente di Caritas italiana. «L’Unione europea non riesce a trovare risposte condivise e finora ha solo prodotto scelte pericolose. Si spendono energie e risorse per rafforzare risposte militari, misure di repressione e controllo alle frontiere. Tutto questo proprio mentre si celebrano i sessanta anni dalla firma dei trattati di Roma, che rischiano di essere calpestati da politiche e scelte di chiusura, difesa degli interessi particolari, esclusione. È più che mai urgente – ammonisce i governi europei – invertire la rotta e le priorità tra Vangelo e legge, uomo e regole dei codici, servizio e potere. Ci accorgiamo che la crisi economica suscita anche crescenti migrazioni. Finora molte scelte pericolose che non danno soluzioni. Si spendono energie e risorse per muri, fili spinati, repressione e controllo alle frontiere. Se ognuno cambia il pezzettino di mondo in cui è inserito è già un pezzettino di Europa che cambia. Dove c’è la parola potere noi accanto dobbiamo scrivere servizio, dove c’è scritto regole noi dobbiamo aggiungere condivisione».

Del tema specifico dello “sviluppo umano integrale” ha parlato in particolare il card. Peter Turkson, presidente del neonato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, costituito da papa Francesco con un motu proprio dell’agosto 2016, accorpando – nell’ambito della riforma della Curia romana a cui lavora da più di quattro anni il cosiddetto C9 dei cardinali – i Pontifici consigli della giustizia e della pace, “Cor Unum”, della pastorale per i migranti e gli itineranti e quello della pastorale per gli operatori sanitari, che sono stati contestualmente soppressi. «Per la Chiesa lo sviluppo umano integrale ha alla base la dignità di ogni persona umana», ha detto il card. Turkson, che due giorni dopo il suo intervento a Castellaneta attaccherà le politiche antisociali del presidente Usa Donald Trump (v. Adista Notizie n. 15/17). «Dunque il vero sviluppo deve essere universale e di tutti, e deve comprendere la dimensione materiale ma anche quella spirituale, perseguendo il bene comune secondo il principio di solidarietà, con un’attenzione preferenziale ai più poveri, agli esclusi e ai meno tutelati». Anche se, ha precisato il cardinale riprendendo parole più volte pronunciate da papa Francesco, «la Chiesa non è una Ong assistenziale, ma è dalla fede che nasce l’impegno concreto e la testimonianza. Non si può dunque proporre un umanesimo senza Dio. Con questa coerenza – ha concluso il cardinale – le Caritas diocesane italiane potranno dare il loro contributo alla grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione».

Le conclusioni del Convegno – a cui hanno partecipato diversi ospiti e si è svolto soprattutto con la modalità collegiale dei lavori di gruppo – le ha tratte don Francesco Soddu, direttore di Caritas italiana. Molteplici le tematiche affrontate: sfruttamento del lavoro, disoccupazione, degrado ambientale, disgregazione familiare. Questioni che dovremmo «riassumere all’interno del nostro impegno per lo sviluppo umano integrale, ben sapendo che tale sviluppo non potrebbe mai attuarsi se non si coniugano tra loro le grandi tematiche che sono sempre state oggetto della nostra attenzione pastorale e sociale: giustizia, pace e salvaguardia del creato», ha detto Soddu, il quale ha poi evidenziato che «un muro non può dividere l’amore». «I muri che sempre più vengono costruiti nel mondo, anche in Europa, quelli che vengono pianificati, ostentati, minacciati, ci possono separare dai nostri fratelli migranti e da quelli che hanno bisogno di noi, ma non potranno mai fermare la nostra solidarietà». Il direttore di Caritas italiana ha quindi indicato la prospettiva di lavoro comune nell’era della complessità e delle crisi: «Esserci, abitare con responsabilità il territorio, sperimentare con coraggio nuove forme di carità. Un nuovo approccio dunque che coinvolge tutte le aree del nostro lavoro: la funzione pedagogica, la concreta progettazione sociale, la tutela dei diritti».

Una storia che interroga e trafigge il Novecento, tra morale e autodeterminazione

27 aprile 2017

“il manifesto”
27 aprile 2017

Luca Kocci

Per un pontificato quattro anni sono pochi, ma sufficienti per tentarne una prima storicizzazione, collocandolo nel tempo lungo del papato contemporaneo.

È l’operazione che compie Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa, interpretando il pontificato di papa Francesco – eletto poco più di quattro anni fa, il 13 marzo 2013 – alla luce della sua relazione con il «moderno» e in rapporto all’azione dei suoi predecessori rispetto alla modernità. I papi e il moderno. Una lettura del cattolicesimo contemporaneo 1903-2016 (Morcelliana, pp. 168, euro 16) si presenta come una breve storia del confronto – che spesso è uno scontro – fra i papi del Novecento e la modernità, che Menozzi traduce come la «volontà di autodeterminazione del soggetto», quasi sempre ostacolata dalla Chiesa cattolica, tranne in qualche occasione.

La storia avrebbe potuto cominciare prima: con il rogo di Giordano Bruno (1600), con l’abiura imposta a Galileo (1633) o con la condanna della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789), «la prima formulazione di una contrapposizione tra la Chiesa e la moderna società politica che si è poi protratta a lungo nei decenni successivi», perlomeno fino al Sillabo di Pio IX (l’Elenco contenente i principali errori del nostro tempo, in cui si condannano il liberalismo, il comunismo, il socialismo, il razionalismo e la società moderna). Ma Menozzi – anche per non appesantire un testo che, pur completo, mantiene una agevole leggibilità – parte dal 1903, dal pontificato di Pio X che, con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907), condanna il Modernismo, presentato come «la più pericolosa di tutte le eresie, perché costituiva la subdola infiltrazione all’interno della Chiesa di quei valori moderni che alimentavano una antitesi radicale al cristianesimo». Il successore, Benedetto XV, è ricordato per aver definito la prima guerra mondiale una «inutile strage», ma anche lui riafferma la suprema autorità morale della Chiesa: la guerra, infatti, è una sorta di punizione divina per il peccato commesso dalla società allontanandosi dal cattolicesimo. Poi è la volta di Pio XI e Pio XII, i più autorevoli eredi della tradizione dell’intransigentismo ottocentesco.

Con Giovanni XXIII, che convoca il Concilio Vaticano II e scrive la Pacem in terris, che contiene significative aperture su importanti aspetti del moderno (pace, democrazia, diritti umani), c’è la prima frattura, subito ricomposta da Paolo VI, il quale, preoccupato che le pecore fuggissero dall’ovile (era la stagione della teologia della liberazione, delle comunità di base, della «politicizzazione della fede»), chiude i cancelli e apre la strada ai progetti di «neo-cristianità» di Giovanni Paolo II e di restaurazione di Benedetto XVI, che si dimette anche per il suo fallimento.

E Francesco? Per Menozzi rappresenta una nuova cesura. Non tanto «sul piano delle misure di riforma per strutture e istituzioni», dove «l’azione di Francesco è apparsa, almeno fino ad ora, assai prudente e graduale»; quanto sull’accantonamento di una «rappresentazione della modernità come la colpevole sottrazione alla guida della Chiesa di uomini che, accecati da una incontrollata volontà di autodeterminazione, scambiano per illimitato progresso i mali che producono». La dottrina non è cambiata, ma «il fulcro del messaggio evangelico» è tornato ad essere la «misericordia». L’istituzione ecclesiastica, «in cui si è ben sedimentato l’atteggiamento precedente», seguirà questo diverso indirizzo? È un’altra questione e «solo il futuro potrà scioglierla».

Il papa in preghiera sulle tombe di don Milani e don Mazzolari

25 aprile 2017

“il manifesto”
25 aprile 2017

Luca Kocci

Il 20 giugno papa Francesco andrà «in pellegrinaggio» a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi) «per pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani», “preti di frontiera” autori di un dirompente messaggio evangelico e sociale, e proprio per questo messi ai margini e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di metà Novecento di Pio XI, di Pio XII e del card. Ottaviani.

Non è corretto parlare di «riabilitazione», perché Mazzolari e Milani non hanno mai subito punizioni canoniche – la loro ortodossia non fu mai in dubbio –, solo forti limitazioni alla libertà di parola (divieto di predicare, di parlare in pubblico, di scrivere senza autorizzazione ecclesiastica) per non aver supinamente accettato le direttive politiche di vescovi e di Curie totalmente allineate alla Dc. Si tratta però di un riconoscimento post mortem del valore di due preti «obbedienti in piedi» – come diceva lo stesso Mazzolari – che si sono scontrati con i poteri clericali, politici e militari dell’Italia democristiana e conformista del secondo dopoguerra.

L’annuncio è arrivato ieri dalla sala stampa vaticana, alla vigilia del 25 aprile, una coincidenza che colora di ulteriori significati la decisione del papa di recarsi «in forma privata» a Bozzolo e a Barbiana. La «forma privata» non è un modo per ridimensionare il gesto, bensì la volontà di evitare l’eccessiva spettacolarizzazione di un omaggio postumo – che sarebbe sembrata una “appropriazione indebita” – a due preti fino a poco tempo fa sulla lista nera dei sospettati di lesa maestà clericale per eccessiva obbedienza al Vangelo e alla propria coscienza.

Che papa Francesco potesse salire a Barbiana era nell’aria, anche perché il prossimo 26 giugno ricorreranno cinquanta anni dalla morte di don Milani: nel maggio 2014, a sorpresa, lo citò come «grande educatore» durante un incontro a san Pietro con il mondo della scuola; domenica scorsa, inviando un messaggio al salone del libro di Milano dove si svolgeva la presentazione dell’Opera omnia di don Milani nei Meridiani Mondadori, Bergoglio ha parlato di Milani come di un prete dai «percorsi originali», «forse troppo avanzati», tali da creare «qualche attrito, qualche scintilla e qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua proposta educativa, della sua predilezione per i poveri e della difesa dell’obiezione di coscienza».

Inattesa, invece, la visita a Bozzolo, da Mazzolari. Fu interventista democratico e cappellano militare nella prima guerra mondiale, prima di rinnegare quell’esperienza: «Ho schifo di tutto ciò che è militare», scrisse ad un amico prete durante il conflitto. E anni dopo: «Se invece di dirci che ci sono guerre giuste e guerre ingiuste, i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione, che la strage è inutile sempre, e ci avessero formati ad una opposizione cristiana chiara, precisa e audace, invece di partire per il fronte saremmo discesi sulle piazze». Antifascista (rifiutò di suonare le campane per Mussolini, fu aggredito dalle camicie nere), credente nella rinascita dell’Italia repubblicana grazie alla Costituzione nata dalla Resistenza, nonviolento (pubblicò Tu non uccidere, in forma anonima per sfuggire alla censura ecclesiastica, che comunque ordinerà di ritirare il libro).

Per entrambi arriva ora il riconoscimento da parte del papa e, implicitamente, un mea culpa per i torti loro inflitti. Senza che questo li trasformi in innocui santini, almeno per ora.

Prima di Bozzolo e Barbiana, il 28-29 aprile Francesco volerà in Egitto. Viaggio giudicato a rischio, a causa dei recenti attentati. Ma dal Vaticano minimizzano: Francesco «girerà con un macchina normale, chiusa ma non blindata». E chissà se, incontrando il presidente Al-Sisi, farà il nome di Giulio Regeni. In molti, a cominciare dai familiari, ci sperano.

Bergoglio: i centri per rifugiati sono campi di concentramento

23 aprile 2017

“il manifesto”
23 aprile 2017

Luca Kocci

I centri per i rifugiati sono i nuovi «campi di concentramento», i migranti sono i martiri del nostro tempo. Lo ha detto ieri papa Francesco durante la veglia di preghiera per i “nuovi martiri” del XX e XXI secolo organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio nella basilica di san Bartolomeo all’Isola Tiberina.

Le parole non erano contenute nel testo dell’omelia consegnato alla stampa, sono state aggiunte a braccio dal papa, che ha preso spunto da un episodio durante la sua visita a Lesbo, quando incontrò un uomo musulmano la cui moglie, cristiana, era stata uccisa dai terroristi islamici. «Non so se quell’uomo è ancora a Lesbo – ha detto Francesco –, non so se è stato capace di uscire da quel campo di concentramento, perché i campi di rifugiati sono di concentramento. I popoli generosi che li accolgono devono portare avanti anche questo peso, perché gli accordi internazionali sembra che siano più importanti dei diritti umani». E all’uscita dalla chiesa ha aggiunto: «Questa generosità del sud, di Lampedusa, della Sicilia, di Lesbo, possa contagiare un po’ il nord. È vero: noi siamo una civiltà che non fa figli, ma anche chiudiamo la porta ai migranti. Questo si chiama suicidio».

“Amoris laetitia”, dibattito aperto. Inchiesta del mensile Jesus

15 aprile 2017

“Adista”
n. 15, 15 aprile 2017

Luca Kocci

Ad un anno dalla pubblicazione di Amoris laetitia, l’esortazione post sinodale di papa Francesco al termine del Sinodo sulla famiglia in due tappe del 2014-2015, il dibattito resta aperto. E non poteva essere altrimenti, dal momento che Amoris laetiia non è un testo prescrittivo-normativo, ma l’indicazione di un metodo, il «discernimento», che non vieta nulla ma nemmeno nulla automaticamente concede su quello che è stato il nodo più aggrovigliato e controverso del Sinodo: la possibilità di accedere ai sacramenti, in particolare all’eucaristia, da parte del divorziati risposati o conviventi.

Al tema dedica un’inchiesta il mensile dei paolini Jesus (aprile 2017), che così introduce e sintetizza la questione: «Nell’esortazione postsinodale, papa Francesco si è mosso tra le sponde dell’eredità dottrinale e della realtà pastorale, tra i limiti del diritto canonico e le esigenze del rinnovamento spirituale, tra le aspettative dei riformisti e il malumore dei conservatori. Alla fine ha imposto un nuovo paradigma, spostando il tiro dal primato dei principi astratti all’ideale della vita secondo il Vangelo. Ma il nuovo approccio non è né facile né indolore». Non si tratta una indagine sul campo – ad esempio come funziona la ricezione e di Amoris letitia nelle parrocchie e nelle comunità – ma di una utile sintesi di quello che è accaduto durante e dopo il Sinodo concluso e di uno sguardo verso il futuro, abbracciando comunque con favore la linea di mediazione di papa Francesco.

 

Amoris laetitia, un testo controverso

L’accoglienza dell’esortazione apostolica, si legge nell’inchiesta di Jesus firmata da Vittoria Prisciandaro e Jacopo Scaramuzzi, «ricalca perfettamente – per le interpretazioni divergenti di uno stesso testo, per gli entusiasmi e le ostilità, per la radicalità di questioni che toccano la natura stessa della Chiesa, l’ortodossia e l’ortoprassi, la sua presenza nel mondo e la sua relazione con la modernità – la tempestosa ricezione del concilio Vaticano II». E infatti vengono ricordati gli snodi – e le controversie –del Sinodo: la bocciatura dei paragrafi su omosessualità e comunione ai divorziati risposati che nella prima sessione (2014) non raggiungono il quorum dei due terzi; l’approvazione invece – sebbene con una maggioranza risicatissima – della relazione finale (2015), da cui però viene «depennata la questione dell’omosessualità» e ammorbiditi i paragrafi in cui si parla della comunione ai divorziati risposati. Quindi, qualche mese dopo, Francesco firma Amoris letizia (19 marzo, pubblicata l’8 aprile 2016) dove, in una nota a piè di pagina, a proposito dell’eucaristia per una coppia di divorziati risposati, si legge che non è «un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli». È l’apertura da tanti attesa che «dà la stura, nelle parrocchie, sui giornali, nella blogosfera e sui social media a un dibattito acceso, a tratti virulento», nota Jesus, fino alla lettera al papa – ma diffusa a mezzo stampa attraverso il blog del vaticanista Sandro Magister – da parte di quatto cardinali ultra-tradizionalisti (Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner e Walter Brandmüller) che sollevano una serie di «dubbi dottrinali».

 

Vescovi in ordine sparso

Dibattito ancora aperto, quindi, con vescovi e Conferenze episcopali che si muovono in ordine sparso, come illustra la “mappatura” di Priscicnadro e Scaramuzzi. «I due vescovi della Conferenza episcopale maltese hanno rotto gli indugi pubblicando per primi, a gennaio, le linee-guida per l’applicazione dell’esortazione e, senza tante sfumature, affermano che qualora “una persona separata o divorziata che vive una nuova unione arriva, con una coscienza formata e illuminata, a riconoscere e credere di essere in pace con Dio, non le potrà essere impedito di accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia”». Si tratta di un documento, il primo (rilanciato dall’Osservatore Romano, quindi implicitamente approvato dal papa), che «ha inaugurato la stagione delle prese di posizione degli episcopati nazionali, tra chi si esprime, chi tace, chi lascia intendere. I vescovi tedeschi hanno messo il

loro peso a sostegno del papa a febbraio, con linee-guida che pur senza stabilire “una regola generale o un automatismo”, ammettono, in singoli casi e a valle di un processo di discernimento all’interno della comunità cattolica, l’ammissione all’Eucaristia. I vescovi della regione di Buenos Aires, ma non l’intera Conferenza episcopale argentina, avevano già a settembre pubblicato un documento che, con cautela e delicatezza, spiega che in circostanze molto complesse il documento papale “apre alla possibilità dell’accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia”. Interpretazione approvata dal papa in persona, che ha scritto un messaggio di encomio precisando che “non ci sono altre interpretazioni”». Ma altri danno letture opposte: «L’episcopato della Polonia e quello della Costa Rica sostengono, sebbene non vi siano documenti ufficiali, che nulla è cambiato. Singoli vescovi, come Charles Chaput di Philadelphia (Usa), hanno pubblicato linee-guida diocesane che ribadiscono che i divorziati risposati

possono accedere alla Comunione solo se “rinunciano all’intimità sessuale” vivendo come fratello e sorella».

 

La Cei tace

La Conferenza episcopale italiana tace: «Non ha emanato direttive per l’applicazione». In compenso parlano alcune Conferenze regionali, come quella campana, che a fine gennaio ha pubblicato le linee-guida per la ricezione di Amoris laetitia, nelle quali «si parla esplicitamente di un possibile “percorso di

riammissione alla Comunione eucaristica” dei divorziati risposati o conviventi», affidato anche a laici. Su altre posizioni l’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, che in un’intervista pubblicata su Jesus di marzo, ricorda che «la Chiesa ha costantemente insegnato che chi si trova in situazione cosiddetta “irregolare”… non è in condizione di accedere alla Comunione sacramentale».

 

Mons. Coda: è un cambio di paradigma

La difficile sintesi – che evidentemente è anche la posizione della rivista dei paolini – Jesus la affida a mons. Piero Coda, membro della Commissione teologica internazionale e preside dell’istituto universitario Sophia,. Non si tratta, spiega il teologo, «di questo o quel punto dottrinale o pastorale: si tratta di entrare nella logica profonda che anima l’orientamento dell’esortazione, che è in sintonia con il giro di boa messo in atto dal Vaticano II». Quindi «si tratta di transitare dal primato conferito alla dottrina, ai princìpi, al dover essere, al primato riconosciuto da un lato all’ideale di vita proposto dal Vangelo, e dall’altro, inscindibilmente, alle persone cui il Vangelo è rivolto. Non si tratta di fare sconti o compromessi, ma di guardare alle ferite, agli interrogativi, ai dubbi di chi vive la realtà della famiglia, con gli occhi di Dio, che sono gli occhi della misericordia». Inevitabile, pertanto, che il dibattito continui ancora. ««La ricezione è appena agli inizi – conclude Coda –. Perché si tratta di un cambio di paradigma nell’approccio pastorale alla realtà della famiglia. E il nuovo paradigma, che è poi antico come il Vangelo, dev’essere assimilato, compreso in profondità, declinato con pertinenza. Il segnale è dato: ma occorre illustrare il significato di questo cambio di paradigma, declinandone le implicazioni, a tutto il popolo di Dio nelle sue diverse componenti. Il clero, ad esempio, è in gran parte impreparato e così gli operatori pastorali in ambito familiare. È più che mai necessaria un’adeguata formazione: spirituale, teologica, antropologica e pastorale».

Papa e Pax Christi internazionale all’Onu: «Via le armi nucleari per il futuro dell’umanità»

11 aprile 2017

“Adista”
n. 14, 8 aprile 2017

Luca Kocci

Mettere al bando le armi nucleari per garantire un futuro all’umanità. È l’appello che Pax Christi International rivolge ai rappresentanti degli Stati che dallo scorso 27 marzo, presso l’Assemblea generale dell’Onu, partecipano ai negoziati per «un divieto giuridicamente vincolante sulle armi nucleari».

«Riteniamo un traguardo fondamentale che le armi nucleari siano esplicitamente vietate da un trattato internazionale e consideriamo il trattato come un esercizio di valori morali e responsabilità globali necessario per costruire un mondo più sicuro e sostenibile», scrive la rete pacifista di oltre 120 realtà nazionali, fra cui Pax Christi Italia (v. Adista Notizie n. 12/17)».

«Le armi nucleari sono strumenti di violenza definitiva. Nel nostro pianeta non c’è posto per armi di tale terrore e distruzione di massa», «la loro presenza in un’epoca di crescente interdipendenza è un affronto alla dignità umana», si legge nella nota. L’uso delle armi nucleari, «in qualsiasi circostanza, è ingiustificabile e impensabile». La Chiesa, ricorda Pax Christi International, si è schierata contro la natura indiscriminata delle armi nucleari, come affermato nella Costituzione pastorale Gaudium ed Spes: «Ogni atto di guerra rivolto indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni assieme ai loro abitanti è un crimine contro Dio e l’uomo stesso. Esso merita una condanna inequivocabile e senza esitazioni».

L’unica possibilità di salvezza per l’umanità e il pianeta è «un completo divieto legale delle armi nucleari che porti alla loro totale eliminazione»: «Fino a quando esisteranno armi nucleari – ammonisce il movimento pacifista –, il rischio di qualsiasi loro uso intenzionale o accidentale è reale», pertanto «l’unico modo per eliminare tale rischio è quello di eliminare tutte le armi nucleari». Ed è per questo che Pax Christi International fa appello a tutti i rappresentanti che fino al prossimo mese di luglio saranno impegnati nei negoziati a «sviluppare un robusto strumento giuridico» che «obblighi» gli Stati ad «eliminare» le armi nucleari e a vietare «l’intera gamma di attività correlate come lo sviluppo, la distribuzione, la produzione, il collaudo, lo stoccaggio, il trasferimento» delle stesse.

Che il tema sia di grande importanza è dimostrato dal fatto che anche papa Francesco è intervenuto, inviando una lettera a Elayne Whyte Gómez, che guida i negoziati presso le Nazioni Unite. «Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza con le loro molteplici dimensioni in questo mondo multipolare del XXI secolo, come, ad esempio, il terrorismo, i conflitti asimmetrici, la sicurezza informatica, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide», scrive Francesco nella lettera che porta data 23 marzo. Tali preoccupazioni «assumono ancor più consistenza quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio. Simile motivo di preoccupazione emerge di fronte allo spreco di risorse per il nucleare a scopo militare, che potrebbero invece essere utilizzate per priorità più significative, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale».

Ci si deve inoltre chiedere «quanto sia sostenibile un equilibro basato sulla paura», che mina «le relazioni di fiducia fra i popoli», aggiunge il pontefice. «La pace e la stabilità internazionali non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza, sulla minaccia di una distruzione reciproca o di totale annientamento, sul semplice mantenimento di un equilibrio di potere. La pace deve essere costruita sulla giustizia, sullo sviluppo umano integrale, sul rispetto dei diritti umani fondamentali, sulla custodia del creato, sulla partecipazione di tutti alla vita pubblica, sulla fiducia fra i popoli, sulla promozione di istituzioni pacifiche, sull’accesso all’educazione e alla salute, sul dialogo e sulla solidarietà. In questa prospettiva, abbiamo bisogno di andare oltre la deterrenza nucleare: la comunità internazionale è chiamata ad adottare strategie lungimiranti per promuovere l’obiettivo della pace e della stabilità ed evitare approcci miopi ai problemi di sicurezza nazionale e internazionale». Quindi «l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario», da costruirsi «attraverso un dialogo che sia sinceramente orientato verso il bene comune e non verso la tutela di interessi velati o particolari» e che includa tutti: «Stati nucleari, Paesi non possessori di armi nucleari, settore militare e quello privato, comunità religiose, società civile, Organizzazioni internazionali». Non è facile, Francesco ne è consapevole, ma non è un motivo per non camminare in direzione del disarmo nucleare: «Sebbene questo sia un obiettivo di lungo periodo estremamente complesso, non è al di fuori della nostra portata».

Pacifisti ad Alfano: «Basta bombe italiane all’Arabia Saudita contro lo Yemen»

11 aprile 2017

“Adista”
n. 14, 8 aprile 2017

Luca Kocci

Interrompere la vendita di armi italiane all’Arabia Saudita per fermare la guerra che da due anni insanguina lo Yemen. È quello che chiedono al ministro degli Esteri Angelino Alfano sei associazioni impegnate sui temi della pace e del disarmo (Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo) insieme al missionario comboniano p. Alex Zanotelli.

«Le scriviamo in occasione del secondo anniversario dell’inizio del conflitto in Yemen che ha già portato ad oltre 12mila fra morti e feriti nella popolazione civile», scrivono al ministro Alfano le associazioni. Infatti, secondo le Nazioni Unite, in 24 mesi di scontri ci sono stati oltre 4.500 morti civili, con oltre 8.000 feriti, e un numero di sfollati che supera i tre milioni. Sempre secondo l’Onu, sul Paese incombe «un grave rischio di carestia»: quasi 7,3 milioni di yemeniti avrebbero bisogno di un urgente aiuto alimentare e oltre 430.000 bambini soffrono di malnutrizione grave.

«Siamo fortemente preoccupati – proseguono le associazioni – del fatto che l’Italia stia continuando a fornire all’Arabia Saudita e ai membri della sua coalizione sistemi militari e munizionamento che alimentano il conflitto, nonostante diversi rapporti attendibili dimostrino le gravi e reiterate violazioni delle convenzioni internazionali su diritti umani e diritto umanitario da parte della coalizione a guida saudita». In particolare citano l’azienda Rwm Italia, di cui alcune bombe, inesplose, sono state ritrovate nella zona di Sana’a, appena bombardata. «Secondo i dati reperibili dal registro del commercio estero dell’Istat, nel 2016 dall’Italia sono state inviate all’Arabia Saudita bombe e munizionamento militare per un valore complessivo di oltre 40 milioni di euro, in netta crescita rispetto ai 37,6 milioni di euro del 2015. Le spedizioni sono state tutte effettuate dalla provincia di Cagliari e sono riconducibili alla Rwm Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi (Bs) e la sua fabbrica a Domusnovas, non lontano da Cagliari» (v. Adista Notizie n. 43/15). Si legge ancora nella lettera inviata ad Alfano: «Continuando a fornire armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, nonostante il rischio sostanziale che siano usate per commettere o facilitare violazioni, l’Italia sta violando sia il diritto internazionale (ovvero, il trattato internazionale sul commercio delle armi), che quello nazionale (la legge n. 185 del 1990)», che proibisce di vendere armi a Paesi in stato di conflitto armato.

Per questo, chiedono le associazioni al ministro degli Esteri, «la esortiamo a porre fine immediatamente al trasferimento di sistemi militari e munizionamento verso la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, per prevenire ogni rischio di commettere o facilitare serie violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani in Yemen; condannare l’uso di munizioni a grappolo nel conflitto (dove sono state effettivamente impiegate, ndr) e fare pressione affinché anche l’Arabia Saudita ratifichi il trattato internazionale sulle munizioni a grappolo e distrugga quelle che ancora possiede; sollecitare l’istituzione di una indagine internazionale indipendente per esaminare le violazioni da tutte le parti in conflitto, al fine di assicurare la giustizia, le responsabilità e il risarcimento per le vittime; promuovere in sede europea l’attuazione della Risoluzione del Parlamento europeo del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen che ha invitato l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza/vicepresidente della Commissione europea ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’Ue di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita».

«Un governo che dovrebbe impersonare la legalità sta violando le leggi che questo Paese si è dato con il suo Parlamento sovrano: una contraddizione in termini non più accettabile», spiega p. Zanotelli. «Dobbiamo chiedere con forza che la politica italiana dica da che parte vuole stare, se da quella della popolazione civile o dei produttori di armi. E che la 185/90 venga rispettata pienamente e nei suoi principi, non solo sulla carta». «Nonostante le migliori intenzioni e le denunce avanzate dai parlamentari presenti al dibattito per un’economia disarmata dello scorso 14 marzo promosso nell’aula dei gruppi parlamentari dal Movimento dei Focolari – affermano i responsabili Andrea Goller e Rosalba Poli – la situazione non sembra affatto rientrare tra le priorità del governo e delle forze politiche, quando basterebbe un semplice atto di indirizzo delle commissioni Difesa di Camera e Senato per impegnare l’esecutivo a mantenersi in linea con i valori costituzionali. Non dare risposte vuol dire lasciare interi territori davanti al ricatto tra lavoro e concorso alla guerra. Occorre perciò una vera riconversione economica. L’impegno quindi non può che continuare nel segno di un forte appello alla coscienza di ognuno».