Pacifisti ad Alfano: «Basta bombe italiane all’Arabia Saudita contro lo Yemen»

“Adista”
n. 14, 8 aprile 2017

Luca Kocci

Interrompere la vendita di armi italiane all’Arabia Saudita per fermare la guerra che da due anni insanguina lo Yemen. È quello che chiedono al ministro degli Esteri Angelino Alfano sei associazioni impegnate sui temi della pace e del disarmo (Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo) insieme al missionario comboniano p. Alex Zanotelli.

«Le scriviamo in occasione del secondo anniversario dell’inizio del conflitto in Yemen che ha già portato ad oltre 12mila fra morti e feriti nella popolazione civile», scrivono al ministro Alfano le associazioni. Infatti, secondo le Nazioni Unite, in 24 mesi di scontri ci sono stati oltre 4.500 morti civili, con oltre 8.000 feriti, e un numero di sfollati che supera i tre milioni. Sempre secondo l’Onu, sul Paese incombe «un grave rischio di carestia»: quasi 7,3 milioni di yemeniti avrebbero bisogno di un urgente aiuto alimentare e oltre 430.000 bambini soffrono di malnutrizione grave.

«Siamo fortemente preoccupati – proseguono le associazioni – del fatto che l’Italia stia continuando a fornire all’Arabia Saudita e ai membri della sua coalizione sistemi militari e munizionamento che alimentano il conflitto, nonostante diversi rapporti attendibili dimostrino le gravi e reiterate violazioni delle convenzioni internazionali su diritti umani e diritto umanitario da parte della coalizione a guida saudita». In particolare citano l’azienda Rwm Italia, di cui alcune bombe, inesplose, sono state ritrovate nella zona di Sana’a, appena bombardata. «Secondo i dati reperibili dal registro del commercio estero dell’Istat, nel 2016 dall’Italia sono state inviate all’Arabia Saudita bombe e munizionamento militare per un valore complessivo di oltre 40 milioni di euro, in netta crescita rispetto ai 37,6 milioni di euro del 2015. Le spedizioni sono state tutte effettuate dalla provincia di Cagliari e sono riconducibili alla Rwm Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi (Bs) e la sua fabbrica a Domusnovas, non lontano da Cagliari» (v. Adista Notizie n. 43/15). Si legge ancora nella lettera inviata ad Alfano: «Continuando a fornire armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, nonostante il rischio sostanziale che siano usate per commettere o facilitare violazioni, l’Italia sta violando sia il diritto internazionale (ovvero, il trattato internazionale sul commercio delle armi), che quello nazionale (la legge n. 185 del 1990)», che proibisce di vendere armi a Paesi in stato di conflitto armato.

Per questo, chiedono le associazioni al ministro degli Esteri, «la esortiamo a porre fine immediatamente al trasferimento di sistemi militari e munizionamento verso la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, per prevenire ogni rischio di commettere o facilitare serie violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani in Yemen; condannare l’uso di munizioni a grappolo nel conflitto (dove sono state effettivamente impiegate, ndr) e fare pressione affinché anche l’Arabia Saudita ratifichi il trattato internazionale sulle munizioni a grappolo e distrugga quelle che ancora possiede; sollecitare l’istituzione di una indagine internazionale indipendente per esaminare le violazioni da tutte le parti in conflitto, al fine di assicurare la giustizia, le responsabilità e il risarcimento per le vittime; promuovere in sede europea l’attuazione della Risoluzione del Parlamento europeo del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen che ha invitato l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza/vicepresidente della Commissione europea ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’Ue di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita».

«Un governo che dovrebbe impersonare la legalità sta violando le leggi che questo Paese si è dato con il suo Parlamento sovrano: una contraddizione in termini non più accettabile», spiega p. Zanotelli. «Dobbiamo chiedere con forza che la politica italiana dica da che parte vuole stare, se da quella della popolazione civile o dei produttori di armi. E che la 185/90 venga rispettata pienamente e nei suoi principi, non solo sulla carta». «Nonostante le migliori intenzioni e le denunce avanzate dai parlamentari presenti al dibattito per un’economia disarmata dello scorso 14 marzo promosso nell’aula dei gruppi parlamentari dal Movimento dei Focolari – affermano i responsabili Andrea Goller e Rosalba Poli – la situazione non sembra affatto rientrare tra le priorità del governo e delle forze politiche, quando basterebbe un semplice atto di indirizzo delle commissioni Difesa di Camera e Senato per impegnare l’esecutivo a mantenersi in linea con i valori costituzionali. Non dare risposte vuol dire lasciare interi territori davanti al ricatto tra lavoro e concorso alla guerra. Occorre perciò una vera riconversione economica. L’impegno quindi non può che continuare nel segno di un forte appello alla coscienza di ognuno».

 

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