“Amoris laetitia”, dibattito aperto. Inchiesta del mensile Jesus

“Adista”
n. 15, 15 aprile 2017

Luca Kocci

Ad un anno dalla pubblicazione di Amoris laetitia, l’esortazione post sinodale di papa Francesco al termine del Sinodo sulla famiglia in due tappe del 2014-2015, il dibattito resta aperto. E non poteva essere altrimenti, dal momento che Amoris laetiia non è un testo prescrittivo-normativo, ma l’indicazione di un metodo, il «discernimento», che non vieta nulla ma nemmeno nulla automaticamente concede su quello che è stato il nodo più aggrovigliato e controverso del Sinodo: la possibilità di accedere ai sacramenti, in particolare all’eucaristia, da parte del divorziati risposati o conviventi.

Al tema dedica un’inchiesta il mensile dei paolini Jesus (aprile 2017), che così introduce e sintetizza la questione: «Nell’esortazione postsinodale, papa Francesco si è mosso tra le sponde dell’eredità dottrinale e della realtà pastorale, tra i limiti del diritto canonico e le esigenze del rinnovamento spirituale, tra le aspettative dei riformisti e il malumore dei conservatori. Alla fine ha imposto un nuovo paradigma, spostando il tiro dal primato dei principi astratti all’ideale della vita secondo il Vangelo. Ma il nuovo approccio non è né facile né indolore». Non si tratta una indagine sul campo – ad esempio come funziona la ricezione e di Amoris letitia nelle parrocchie e nelle comunità – ma di una utile sintesi di quello che è accaduto durante e dopo il Sinodo concluso e di uno sguardo verso il futuro, abbracciando comunque con favore la linea di mediazione di papa Francesco.

 

Amoris laetitia, un testo controverso

L’accoglienza dell’esortazione apostolica, si legge nell’inchiesta di Jesus firmata da Vittoria Prisciandaro e Jacopo Scaramuzzi, «ricalca perfettamente – per le interpretazioni divergenti di uno stesso testo, per gli entusiasmi e le ostilità, per la radicalità di questioni che toccano la natura stessa della Chiesa, l’ortodossia e l’ortoprassi, la sua presenza nel mondo e la sua relazione con la modernità – la tempestosa ricezione del concilio Vaticano II». E infatti vengono ricordati gli snodi – e le controversie –del Sinodo: la bocciatura dei paragrafi su omosessualità e comunione ai divorziati risposati che nella prima sessione (2014) non raggiungono il quorum dei due terzi; l’approvazione invece – sebbene con una maggioranza risicatissima – della relazione finale (2015), da cui però viene «depennata la questione dell’omosessualità» e ammorbiditi i paragrafi in cui si parla della comunione ai divorziati risposati. Quindi, qualche mese dopo, Francesco firma Amoris letizia (19 marzo, pubblicata l’8 aprile 2016) dove, in una nota a piè di pagina, a proposito dell’eucaristia per una coppia di divorziati risposati, si legge che non è «un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli». È l’apertura da tanti attesa che «dà la stura, nelle parrocchie, sui giornali, nella blogosfera e sui social media a un dibattito acceso, a tratti virulento», nota Jesus, fino alla lettera al papa – ma diffusa a mezzo stampa attraverso il blog del vaticanista Sandro Magister – da parte di quatto cardinali ultra-tradizionalisti (Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner e Walter Brandmüller) che sollevano una serie di «dubbi dottrinali».

 

Vescovi in ordine sparso

Dibattito ancora aperto, quindi, con vescovi e Conferenze episcopali che si muovono in ordine sparso, come illustra la “mappatura” di Priscicnadro e Scaramuzzi. «I due vescovi della Conferenza episcopale maltese hanno rotto gli indugi pubblicando per primi, a gennaio, le linee-guida per l’applicazione dell’esortazione e, senza tante sfumature, affermano che qualora “una persona separata o divorziata che vive una nuova unione arriva, con una coscienza formata e illuminata, a riconoscere e credere di essere in pace con Dio, non le potrà essere impedito di accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia”». Si tratta di un documento, il primo (rilanciato dall’Osservatore Romano, quindi implicitamente approvato dal papa), che «ha inaugurato la stagione delle prese di posizione degli episcopati nazionali, tra chi si esprime, chi tace, chi lascia intendere. I vescovi tedeschi hanno messo il

loro peso a sostegno del papa a febbraio, con linee-guida che pur senza stabilire “una regola generale o un automatismo”, ammettono, in singoli casi e a valle di un processo di discernimento all’interno della comunità cattolica, l’ammissione all’Eucaristia. I vescovi della regione di Buenos Aires, ma non l’intera Conferenza episcopale argentina, avevano già a settembre pubblicato un documento che, con cautela e delicatezza, spiega che in circostanze molto complesse il documento papale “apre alla possibilità dell’accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia”. Interpretazione approvata dal papa in persona, che ha scritto un messaggio di encomio precisando che “non ci sono altre interpretazioni”». Ma altri danno letture opposte: «L’episcopato della Polonia e quello della Costa Rica sostengono, sebbene non vi siano documenti ufficiali, che nulla è cambiato. Singoli vescovi, come Charles Chaput di Philadelphia (Usa), hanno pubblicato linee-guida diocesane che ribadiscono che i divorziati risposati

possono accedere alla Comunione solo se “rinunciano all’intimità sessuale” vivendo come fratello e sorella».

 

La Cei tace

La Conferenza episcopale italiana tace: «Non ha emanato direttive per l’applicazione». In compenso parlano alcune Conferenze regionali, come quella campana, che a fine gennaio ha pubblicato le linee-guida per la ricezione di Amoris laetitia, nelle quali «si parla esplicitamente di un possibile “percorso di

riammissione alla Comunione eucaristica” dei divorziati risposati o conviventi», affidato anche a laici. Su altre posizioni l’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, che in un’intervista pubblicata su Jesus di marzo, ricorda che «la Chiesa ha costantemente insegnato che chi si trova in situazione cosiddetta “irregolare”… non è in condizione di accedere alla Comunione sacramentale».

 

Mons. Coda: è un cambio di paradigma

La difficile sintesi – che evidentemente è anche la posizione della rivista dei paolini – Jesus la affida a mons. Piero Coda, membro della Commissione teologica internazionale e preside dell’istituto universitario Sophia,. Non si tratta, spiega il teologo, «di questo o quel punto dottrinale o pastorale: si tratta di entrare nella logica profonda che anima l’orientamento dell’esortazione, che è in sintonia con il giro di boa messo in atto dal Vaticano II». Quindi «si tratta di transitare dal primato conferito alla dottrina, ai princìpi, al dover essere, al primato riconosciuto da un lato all’ideale di vita proposto dal Vangelo, e dall’altro, inscindibilmente, alle persone cui il Vangelo è rivolto. Non si tratta di fare sconti o compromessi, ma di guardare alle ferite, agli interrogativi, ai dubbi di chi vive la realtà della famiglia, con gli occhi di Dio, che sono gli occhi della misericordia». Inevitabile, pertanto, che il dibattito continui ancora. ««La ricezione è appena agli inizi – conclude Coda –. Perché si tratta di un cambio di paradigma nell’approccio pastorale alla realtà della famiglia. E il nuovo paradigma, che è poi antico come il Vangelo, dev’essere assimilato, compreso in profondità, declinato con pertinenza. Il segnale è dato: ma occorre illustrare il significato di questo cambio di paradigma, declinandone le implicazioni, a tutto il popolo di Dio nelle sue diverse componenti. Il clero, ad esempio, è in gran parte impreparato e così gli operatori pastorali in ambito familiare. È più che mai necessaria un’adeguata formazione: spirituale, teologica, antropologica e pastorale».

Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: