Per i cappellani militari lo Stato paga troppo. Interrogazione parlamentare “firmata” Adista

“Adista”
n. 16, 29 aprile 2017

Luca Kocci

I cappellani militari costano allo Stato italiano dieci milioni di euro l’anno. Non è opportuno che il governo assuma «le iniziative di competenza per una revisione della disciplina sui cappellani militari nel senso di una riduzione della spesa pubblica e di un superamento di ogni situazione di privilegio, anche in coerenza con la dottrina della Chiesa in materia di pace e di giustizia sociale?». È la domanda conclusiva che Gianni Melilla, deputato eletto nelle liste di Sinistra ecologia libertà (Sel) e da marzo entrato a far parte del Movimento democratico e progressista (Mdp) – il gruppo nato dalla fusione dei parlamentari di Sel e dei fuoriusciti “da sinistra” del Partito democratico –, lo scorso 6 aprile, ha rivolto come primo firmatario (insieme ad altri dieci deputati del gruppo) di una interrogazione a riposta scritta destinata al premier Paolo Gentiloni, alla ministra della Difesa Roberta Pinotti e al ministro dell’Economia Giancarlo Padoan.

L’interrogazione è stata formulata da Melilla sulla base dei dossier e delle informazioni sull’Ordinariato e sui cappellani militari prodotte da Adista negli ultimi anni (v. Adista Notizie nn. 23/14 e 42/16), come lo stesso Melilla afferma del testo depositato alla Camera.

«Premesso che – si legge nell’interrogazione dei parlamentari di Mdp –: la spesa a carico dello Stato per i cappellani militari in attività e in pensione in questi ultimi anni è notevolmente aumentata nonostante tutta la pubblica amministrazione, compresa la Difesa, sia interessata dai noti processi di revisione-riduzione della spesa; i cappellani militari sono 205, a cui si aggiungono altri 160 in pensione sempre a carico dello Stato; gli stipendi dei cappellani militari sono di tutto rispetto e oscillano in base al loro grado dai 2.500 lordi per i cappellani «semplici» con il grado di tenente ai 9.000 euro lordi percepiti dall’Ordinario che ha il grado di generale di brigata (il realtà è un generale di corpo di armata, n.d.r.); il mantenimento dell’Ordinariato dei cappellani militari nel 2015 è costato al Ministero della difesa 10.445.732 euro tra stipendi e benefici vari tra cui le auto di servizio, a cui si aggiungono altri 7-8 milioni di euro per le pensioni, che hanno un importo medio annuo lordo di 43 mila euro cadauna; secondo Adista negli ultimi tre anni la spesa a carico dello Stato per i cappellani è aumentata del 35 per cento; le pensioni dei cappellani militari maturano in netto anticipo sia rispetto ai lavoratori che agli stessi militari; la Chiesa italiana non sembra porsi il problema di superare questa situazione anche in considerazione del fatto che alla Chiesa cattolica italiana con l’otto per mille ogni anno vanno ingenti e crescenti risorse, e solo l’anno scorso lo Stato italiano ha versato oltre un miliardo di euro». Si chiede se presidente del Consiglio, ministra della Difesa ministro dell’Economia «non ritengano necessario assumere le iniziative di competenza per una revisione della disciplina richiamata in premessa sui cappellani militari nel senso di una riduzione della spesa pubblica e di un superamento di ogni situazione di privilegio, anche in coerenza con la dottrina della Chiesa in materia di pace e di giustizia sociale».

Quindi – questa la sostanza dell’interrogazione di Melilla – visto che la Chiesa italiana non sembra affatto intenzionata a mettere in discussione l’attuale situazione (nonostante il vicario generale dell’Ordinariato militare, mons. Angelo Frigerio, lo scorso anno aveva fatto balenare la possibilità di ridurre di un quarto il numero dei cappellani militari e di quattro quinti i posti dirigenziali per un risparmio di almeno quattro milioni di euro, v. Adista Notizie n. 23/16), sia lo Stato ad intervenire, dal momento che per il 2017 sono previsti 200 cappellani militari in servizio (81 nell’Esercito, 31 nei Carabinieri, 30 nell’Aereonautica, 28 nella Guardia di Finanza, 27 nella Marina e 3 svincolati dall’appartenenza ad un corpo specifico), per una spesa totale di 9.579.962 euro, destinata al pagamento degli stipendi.

I salari dei preti con le stellette, infatti – come i lettori di Adista ben sanno –, non vengono pagati con i fondi dell’otto per mille destinati alla Chiesa cattolica (che contempla una specifica voce “sostentamento del clero”) ma sono totalmente a carico dello Stato, perché i cappellani sono assimilati ai soldati e inseriti nella gerarchia militare. Rispetto al 2015 – quando per 205 cappellani lo Stato spese la cifra record di 10.445.732 euro, la cifra che riposta Melilla nell’interrogazione – c’è un taglio di quasi 900mila euro. Nulla a che vedere però con il risparmio di 4-5 milioni di euro annunciato da mons. Frigerio ed ora rimosso.

In passato altri parlamentari provarono ad intervenire sulla questione dei cappellani militari proponendo sia tagli che la smilitarizzazione (una battaglia che da decenni portano avanti Pax Christi e le Comunità di base): nel 2014 il deputato del Partito democratico, nonché vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti (v. Adista Notizie n. 43/14); nel 2012 i Radicali Maurizio Turco e Marco Perduca (v. Adista Notizie n. 47/12); prima ancora, nel 2007, il Verde Gianpaolo Silvestri (v. Adista nn. 43 e 57/07). A tutti è stata data sempre la resta risposta: proposta «inammissibile» perché la questione è oggetto di un’Intesa fra Stato italiano e Cei e quindi non può essere modificata unilateralmente. Peccato però, come come Adista ha spiegato più volte, che quell’Intesa non esiste (v. Adista Notizie nn. 4, 5 e 15/14). Chissà se ora andrà meglio al deputato Melilla

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