Archive for maggio 2017

Bagno di tute blu per il papa a Genova

28 maggio 2017

“il manifesto”
28 maggio 2017

Luca Kocci

L’imprenditoria buona che crea lavoro dignitoso e quella «mercenaria» preoccupata solo del profitto. Il lavoro come «riscatto sociale» ma anche come arma di «ricatto». La ferita del lavoro nero, la piaga della disoccupazione. Il falso mito della «meritocrazia» usato come «legittimazione etica della disuguaglianza». Il lavoro «cattivo» che produce armi e violenta la natura.

È stato un discorso a 360 gradi sul tema del lavoro quello che ieri – mentre a Taormina era in corso il G7 su ambiente, economia e migrazioni – papa Francesco, in visita a Genova, ha tenuto all’Ilva di Cornigliano, rispondendo alle domande di quattro persone, accuratamente selezionate sulla base del principio dell’interclassismo, pilastro della Dottrina sociale della Chiesa: un imprenditore, una sindacalista, un operaio, una disoccupata.

«Non c’è buona economia senza buon imprenditore», ha detto Francesco. Ma «chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando la gente, non è un buon imprenditore, è un commerciante, oggi vende la sua gente, domani vende la propria dignità». È uno «speculatore», un «mercenario» che «usa azienda e lavoratori per fare profitto. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda (delocalizzare, ndr) non gli crea alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, “mangia” persone e mezzi per i suoi obiettivi di profitto». E «qualche volta – ha proseguito – il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro».

Il papa ha dato ragione alla sindacalista, che ha parlato della necessità di rendere il lavoro «una forma concreta di riscatto sociale», e ha aggiunto il tema del lavoro usato come «ricatto», con un episodio che ha detto essergli stato raccontato da una ragazza a cui era stato proposto un lavoro da 10-11 ore al giorno per 800 euro al mese: «800 soltanto? 11 ore?. E lo speculatore, non era imprenditore, le ha detto: “Signorina, guardi dietro di lei la coda: se non le piace, se ne vada”. Questo non è riscatto ma ricatto!». Poi il «lavoro in nero», quello dei “caporali”, ma anche le forme apparentemente soft: «Un’altra persona – ha aggiunto Francesco – mi ha raccontato che ha lavoro, ma da settembre a giugno: viene licenziata a giugno, e ripresa a settembre». Non c’è bisogno di andare nei campi della Puglia, basta entrare in una scuola pubblica per verificare la normalità di tale prassi.

«La mancanza di lavoro è molto più del venir meno di una sorgente di reddito», è assenza di «dignità». Per questo, ha detto il papa, l’obiettivo «non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti! Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti». Lo afferma il primo articolo della Costituzione, ha ricordato Francesco: «L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro». E allora «togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato, è anticostituzionale».

«Competitività» e «meritocrazia», secondo il papa due «disvalori» da rimuovere. La prima perché mette i lavoratori in guerra gli uni contro gli altri («quando un’impresa crea scientificamente un sistema di incentivi individuali che mettono i lavoratori in competizione fra loro, magari nel breve periodo può ottenere qualche vantaggio, ma finisce presto per minare quel tessuto di fiducia che è l’anima di ogni organizzazione»). Con la seconda, «il nuovo capitalismo dà una veste morale alla diseguaglianza» («se due bambini nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente») e rende il povero «un demeritevole, e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa».

La visita del papa è poi proseguita in cattedrale, dove ha incontrato i vescovi, i preti, i religiosi e le religiose («basta tratta delle novizie», ha ammonito, riferendosi alla shopping di vocazioni religiose femminili che molte congregazioni compiono nei Paesi poveri); poi i giovani, al santuario della Madonna della Guardia, dove è tornato sul tema dei migranti: «È normale che il Mediterraneo sia diventato un cimitero? È normale che tanti Paesi, non l’Italia che è tanto generosa, chiudano le porte a questa gente che fugge dalla fame e dalla guerra?». Pranzo con alcuni rifugiati, senza fissa dimora e detenuti, un saluto ai degenti dell’ospedale Gaslini, messa a piazzale Kennedy e, in serata, rientro in Vaticano.

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“L’uomo che disse di no a Hitler”. Un libro su Josef Mayr-Nusser, obiettore di coscienza al nazismo

27 maggio 2017

“Adista”
n. 20, 27 maggio 2017

Luca Kocci

«Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, sono cristiano, la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono». Con queste parole Josef Mayr-Nusser, un giovane cattolico altoatesino che era stato anche dirigente dell’Azione cattolica, il 4 ottobre 1944 decretò la propria condanna a morte. Il suo no, come quello dei martiri cristiani del III-IV secolo che in nome di Dio rifiutavano il servizio militare nelle truppe imperiali, venne infatti pronunciato davanti al suo superiore del centro reclute delle Ss di Konitz, in Prussia. E per lui la corte marziale emanò una sentenza inappellabile: il lager, a Dachau. Ma a Dachau Mayr-Nusser non arrivò nemmeno: morì su un vagone piombato durante il viaggio di trasferimento.

È stato questo il motivo per cui per molti anni l’iter della sua causa di beatificazione si è arenato: la morte – sostenevano gli oppositori – è avvenuta in treno, per cause naturali, quindi non c’è stata uccisione in odium fidei (in odio alla fede), la formula canonica imprescindibile per il riconoscimento del martirio. Sotto traccia agivano motivazioni più profonde: poco prudente beatificare un obiettore di coscienza agli ordini militari, troppo “pericolosa” la scelta di Mayr-Nusser. Obiezioni che somigliano – sebbene le vicende siano imparagonabili – a quelle che per anni bloccarono il riconoscimento del martirio di p. Pino Puglisi: se i mafiosi si dicono cattolici, possono uccidere un prete in odium fidei? Fino a luglio 2016 quando, dopo otto anni in cui era rimasto fermo in Vaticano, il processo si sblocca e Mayr-Nusser viene beatificato e riconosciuto martire, lo scorso 18 marzo (v. Adista Segni Nuovi n. 13/17).

«Mayr-Nusser è il primo obiettore di coscienza cattolico al militare del nostro Paese, riscatta i silenzi, le paure e le contraddizioni della Chiesa durante gli anni del nazifascismo», spiega Francesco Comina, che ha raccontato la sua vita in un volume appena pubblicato dalla casa editrice Il Margine di Trento (L’uomo che disse no a Hitler, pp. 192, 15€). «La sua testimonianza contro l’idolatria del potere ha un valore civile e politico enorme, anche la Chiesa cattolica ora lo riconosce, speriamo che non venga depotenziata e Mayr-Nusser reso un innocuo “santino”».

Quella del giovane altoatesino non fu una scelta improvvisa ed estemporanea. Nato nel 1910 da una famiglia di contadini cattolici, maturò presto la sua opposizione al fascismo e al nazismo, tanto che nel 1939, in seguito ad un accordo bilaterale fra le due dittature, quando i sudtirolesi furono invitati a decidere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich di Hitler, Mayr-Nusser, ostile ad entrambi i regimi e alla formula nazionalista “sangue e suolo”, rifiutò di scegliere e si dichiarò dableiber, cioè non optante. I difficili anni successivi li visse fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che resistevano all’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese che sognava la Grande Germania di Hitler; dall’altra i fascisti intenzionati ad italianizzare l’Alto Adige. Mayr-Nusser decise di non scegliere, perché non si poteva decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e iniziò a collaborare con la Andreas Hofer Bund, cellula di resistenza al nazifascismo attiva sulla direttrice del Brennero.

Nell’agosto 1944, in piena occupazione tedesca dell’Alto Adige, a Mayr-Nusser arrivò la cartolina di arruolamento nelle Ss. Partì per Konitz, dove il 4 ottobre 1944 avrebbe dovuto prestare quel giuramento che rifiutò. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo mi tormenta il cuore, o fedele compagna, ma questo dovere di testimoniare è inevitabile», scrisse alla giovane moglie Hildegard Straub.

«Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te a ai superiori fedeltà e obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista», erano queste le parole che Mayr-Nusser rifiutò di pronunciare. «Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?», si chiese. «Signor maresciallo, io non posso giurare».

Arrestato, condannato per disfattismo, nel febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, venne messo nei vagoni piombati di un treno diretto a Dachau. Ma non arrivò a destinazione: la linea fu bombardata, e il 20 febbraio il treno si fermò ad Erlangen, senza poter più andare avanti. Mayr Nusser stava male, le privazioni e la dissenteria lo stavano uccidendo. Lo portarono in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista lo rimandò indietro. Tornò sul treno e nella notte del 24 febbraio morì. «Broncopolmonite», attesterà il telegramma che oltre un mese dopo arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito che non giurò ad Hitler.

Lorenzo Milani. A lezione dagli ultimi, tra lingua e lotta di classe con lo sguardo alla scuola

26 maggio 2017

“il manifesto”
26 maggio 2017

Luca Kocci

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra.

C’è un filo rosso che attraversa la vita e la missione di prete e di maestro di don Lorenzo Milani, nato il 27 maggio di 94 anni fa (1923), e di cui il prossimo 26 giugno ricorrerà il cinquantesimo anniversario della morte (1967). Un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non una categoria generica e astorica perché, come Milani scrive in una lettera alla studentessa napoletana Nadia Neri, «non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio». Ovvero i giovani operai di Calenzano, la sua prima parrocchia, dove resta fino al 1954 e crea una scuola popolare serale. E i giovanissimi montanari del Mugello che, respinti da una scuola statale ancora rigidamente classista (denunciata con grande forza argomentativa e linguistica in Lettera a una professoressa), salgono a Barbiana per andare «a scuola dal prete», dove i valori borghesi sono sovvertiti: «io baso la scuola sulla lotta di classe, non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe», spiega Milani in una conferenza ai direttori didattici di Firenze nel 1962.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

Quello sulla parola e sulla lingua è solo uno dei temi che è possibile percorrere attraverso gli scritti di don Milani, per la prima volta annotati criticamente e raccolti tutti insieme in due volumi appena pubblicati nei “Meridiani” Mondadori, grazie ad una collaborazione tra la Fondazione per le Scienze religiose di Bologna (diretta da Alberto Melloni) e l’Istituto di Storia del cristianesimo della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, diretto da Sergio Tanzarella (Don Milani, Tutte le opere, a cura di Anna Carfora, Valentina Oldano, Fedrico Ruozzi, Sergio Tanzarella, pp. 2.976, € 140): Esperienze Pastorali (ritirato dal commercio per ordine del sant’Uffizio nel 1958 perché «inopportuno» e solo recentemente “riabilitato” dalla Congregazione per la dottrina della fede), il Catechismo (lezioni di catechismo «secondo uno schema storico»), gli articoli, gli interventi pubblici, la Lettera ai cappellani militari e ai giudici, Lettera a una professoressa (firmata Scuola di Barbiana, perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva) e oltre 1.100 lettere private, di cui cento inedite, riportate nella loro integrità testuale.

Una miniera di testi, per leggere don Milani nella sua interezza e verificare la “profezia” che egli stesso scrive in una lettera alla madre, poco prima di lasciare Calenzano per l’esilio di Barbiana: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno 50 anni sotto il sedere dei miei vincitori».

Lorenzo Milani. L’apprendistato alla scrittura

26 maggio 2017

“il manifesto”
26 maggio 2017

Luca Kocci

La “fede” nella parola e nella lingua non nasce improvvisamente in don Milani, già adulto e prete. È una pratica che apprende fin da piccolo, in famiglia, quando era ancora solo Lorenzo.

Le biografie e gli studi si sono soffermati in termini generali sull’ambiente familiare borghese e laico dei Milani Comparetti, rintracciando le origini dell’attenzione alla lingua da parte di don Milani nelle sue frequentazione adolescenziali e giovanili dell’intelligencija fiorentina (come con il filologo amico di famiglia Giorgio Pasquali) e, quasi un’eredità “genetica”, nella discendenza dal bisnonno Domenico Comparetti, grande filologo, papirologo ed epigrafista.

Mai era stata approfondita la figura del padre di don Milani, Albano, eclissato dalla ben più presente madre, Alice Weiss, ebrea, destinataria di centinaia di lettere da parte del figlio. Lo fa adesso Valeria Milani Comparetti (nipote di don Milani, essendo figlia del fratello maggiore, Adriano), che ha ritrovato negli archivi di famiglia lettere e documenti finora sconosciuti di Albano, svelando scenari inediti di una fase poco illuminata della vita del futuro priore di Barbiana (Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole, Edizioni Conoscenza, Roma 2017, pp. 320, € 20).

Fra i tanti, ne segnaliamo due. L’educazione e la passione linguistica di Milani, che devono molto proprio al padre il quale, per esempio, insegna al figlio di cinque anni a scrivere a macchina ed è solito condividere in famiglia i testi che redige, anche per ricevere suggerimenti (anticipazione del metodo della scrittura collettiva con cui sarà redatta Lettera a una professoressa?). E la religiosità. Se la madre Alice, ebrea non praticante, è totalmente disinteressata alla religione, invece il padre Albano, benché non credente, è molto attento, tanto da comporre un testo intitolato Ragione Religione Morale in cui valorizza il «dubbio» e scrive: «L’ateo nega Dio, il materialista ha fede nelle leggi della materia. Invece l’uomo propriamente moderno nel senso scientista non nega nulla ma non ha fede in nulla, tranne forse nella ragione». Elementi che rimettono in discussione la «narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti» atea e agnostica e aprono la strada a nuove interpretazioni sulla conversione “fulminea” di don Milani.

Il papa riceve Trump, mezz’ora di colloquio in un clima freddo

25 maggio 2017

“il manifesto”
25 maggio 2017

Luca Kocci

Trenta minuti di colloquio riservato e dieci minuti di incontro aperto all’intera delegazione statunitense. Tanto è durato il primo appuntamento fra Donald Trump e papa Francesco, che ieri mattina ha ricevuto in udienza in Vaticano il presidente Usa.

Incontro piuttosto breve – quello con Obama era durato il doppio – e apparentemente più formale del solito, a giudicare dalle immagini di un Francesco sempre molto serio. Trump però può intascare un importante successo da spendersi in patria e a livello internazionale. Del resto la politica papale è quella di ricevere chiunque lo chieda, senza troppe distinzioni e senza guerre diplomatiche.

Qualche indicazione sui contenuti del colloquio si ricava leggendo fra le righe dello scarno comunicato della sala stampa della Santa sede, che evidenzia i punti di contatto fra Vaticano e Usa, quelli su cui si tratta e quelli su cui le distanze sono profonde.

A cominciare dalla questione ambientale. Durante il consueto scambio dei doni, Francesco ha regalato a Trump una copia dell’enciclica Laudato si’ che critica il modello di sviluppo capitalista e affronta i temi dello sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, della distruzione dell’ambiente e dei rischi del riscaldamento globale, sempre negati da Trump. Insieme alla Laudato si’, il papa ha donato a Trump anche il messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1 gennaio 2017 dedicato alla «nonviolenza», sottolineando di «averlo firmato personalmente per lei».

«Alcuni temi attinenti all’attualità internazionale e alla promozione della pace nel mondo tramite il negoziato politico e il dialogo interreligioso, con particolare riferimento alla situazione in Medio Oriente» sono gli altri punti su cui le posizioni di papa Francesco e Trump sono inconciliabili e sui quali, fa notare il comunicato della Santa sede, è stato possibile solo «uno scambio di vedute». Più volte in passato il papa è intervenuto contro il commercio e l’uso delle armi per la risoluzione dei conflitti, criticando implicitamente la politica estera di Trump. Poco tempo fa lo ha fatto anche esplicitamente, parlando contro la Moab, «la madre di tutte le bombe», sganciata dagli Usa in Afghanistan: «Mi sono vergognato del nome dato ad una bomba, la mamma dà la vita e diciamo mamma a un apparecchio che dà la morte? Ma che sta succedendo?». «Abbiamo bisogno di pace», ha commentato Trump, che due giorni fa ha firmato contratti per vendere all’Arabia Saudita armi per 110 miliardi di dollari e in Vaticano annuncia uno stanziamento di 300 milioni di dollari a favore di Sudan, Somalia, Nigeria e Yemen (da anni bombardato proprio dall’Arabia saudita), mentre la moglie Melania e la figlia Ivanka – anche loro presenti all’incontro con il papa – vanno in visita ai piccoli ricoverati del Bambin Gesù (ospedale vaticano) e alla Comunità di sant’Egidio.

«Nel corso dei cordiali colloqui – si legge nella nota – è stato espresso compiacimento per le buone relazioni bilaterali esistenti tra la Santa sede e gli Stati Uniti, nonché il comune impegno a favore della vita e della libertà religiosa e di coscienza». Quindi c’è sintonia fra Vaticano e Usa sui temi bioetici, a cominciare dalla difesa della vita, ovvero del contrasto all’aborto. Non è un caso che una delle prime decisioni di Trump sia stata quella di bloccare i finanziamenti federali alle organizzazioni non governative internazionali che informano e praticano l’interruzione di gravidanza (misure adottate anche dalle altre amministrazioni repubblicane, da Reagan in poi, e successivamente revocate dai presidenti democratici).

Su altre questioni, invece, i lavori sono in corso. «Si è auspicato una serena collaborazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica negli Stati Uniti, impegnata a servizio delle popolazioni nei campi della salute, dell’educazione e dell’assistenza agli immigrati», segnala il comunicato della Santa sede. Sono i temi della scuola cattolica e della riforma sanitaria. Trump ha promesso di cancellare l’Obamacare – la riforma di Obama che ha allargato la platea dei beneficiari delle prestazioni mediche – e, dopo due no, ad inizio maggio ha ottenuto il primo sì dalla Camera. Ora c’è lo scoglio del Senato, dove i repubblicani hanno una maggioranza esigua. I vescovi Usa si sono già espressi contro il provvedimento. L’auspicio vaticano di «una serena collaborazione» è un tentativo di convincere Trump a mitigare il provvedimento.

Fine dell’era Bagnasco. L’arcivescovo di Perugia verso l’investitura papale

24 maggio 2017

“il manifesto”
24 maggio 2017

Luca Kocci

Manca ancora la decisione ufficiale del papa, che probabilmente arriverà oggi, ma il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, dovrebbe essere il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana.

Ieri mattina, nel corso dell’assemblea dei vescovi, si sono svolte le votazioni per individuare la terna di nomi da presentare al papa, e Bassetti, come previsto, è risultato il primo degli eletti, con un totale di 134 voti, ottenuti al termine di una complicata procedura di votazioni assembleari e ballottaggi. Al secondo posto monsignor Franco Giulio Brambila (115 preferenze), vescovo di Novara, anch’egli ampiamente annunciato alla vigilia. Terzo è il cardinal Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento in prima linea sulla questione immigrazione (Lampedusa si trova nella sua diocesi) e presidente della Caritas italiana, con 124 voti (il fatto che il terzo abbia più voti del secondo fa parte della farraginosità del sistema elettorale), un nome meno scontato, ma che era comunque entrato nel toto-presidente.

Francesco non è obbligato a scegliere il primo classificato, potrebbe addirittura ignorare la votazione: «Ricordate che non sono vincolato dalla terna», avrebbe detto ieri il papa nella riunione a porte chiuse con i vescovi. Ma visto che tanto ha insistito perché i vescovi eleggessero direttamente il proprio presidente, come avviene in tutte le conferenze episcopali del mondo (la terna è una soluzione di mediazione fra l’elezione diretta e la decisione affidata esclusivamente al papa), pare difficile, nonché poco coerente, che non tenga conto dei risultati e che non nomini la “prima scelta” dei vescovi. Anche se il ritardo della decisione potrebbe far sospettare qualche sorpresa.

In ogni caso Bassetti gode sicuramente del gradimento di Francesco: lo ha nominato cardinale nel suo primo concistoro nel febbraio 2014 rompendo la tradizione delle diocesi cardinalizie (a cui Perugia non appartiene); gli ha affidato la stesura delle meditazioni per la Via Crucis al Colosseo nel 2016; lo ha inserito nella Congregazione vaticana dei vescovi al posto di Bagnasco, presidente della Cei uscente; e al compimento dei 75 anni, quando secondo il Diritto canonico i vescovi presentano le proprie dimissioni al papa per raggiunti limiti di età, lo ha prorogato «donec aliter provideatur» (finché non si disponga diversamente), allungando il suo mandato per un eventuale quinquennio alla Presidenza della Cei.

Impegnato su temi sociali e sull’ecumenismo, Bassetti ha un profilo maggiormente pastorale rispetto a quello di Bagnasco. Non sarebbe un presidente di “rottura” – come potrebbe essere in parte Montenegro, attestato su posizioni “di frontiera” –, ma segnerebbe comunque un moderato cambiamento di linea rispetto a Bagnasco, sempre all’interno del recinto della tradizione.

Dal canto suo, ieri Bagnasco, che è stato salutato da Francesco in modo piuttosto sibillino («la ringrazio per la pazienza, non è facile lavorare con questo papa»; in ogni caso «lei passa da una presidenza all’altra», alludendo al fatto che Bagnasco è stato eletto alla guida del Consiglio delle Conferenze episcopali europee), si è congedato dai vescovi con l’ultima prolusione, nella quale ha voluto richiamare alcuni temi etici e politici che gli sono particolarmente cari. A cominciare dal rischio «populismo che – ha detto –, mentre afferma di voler semplificare problemi complessi e di promuovere nuove forme di partecipazione, si rivela superficiale nell’analisi come nella proposta, interprete di una democrazia solo apparente. Ci si chiede, pertanto, se serva veramente la gente, oppure se ne voglia servire; se intenda veramente affrontare i problemi o non piuttosto usarli per affermarsi». Poi alcuni “cavalli di battaglia”: le «derive antropologiche», l’attacco alla famiglia («la cultura disprezza la famiglia e la politica la maltratta», proponendo «nuove forme, più aggiornate, si dice, più efficaci e libere») e «il sostegno alla scuola paritaria, puntualmente messo in discussione da un pregiudizio ideologico». E con questo termina l’era Bagnasco.

Bergoglio alla prova di «mid term» della Cei

23 maggio 2017

“il manifesto”
23 maggio 2017

Luca Kocci

Si è aperta ieri in Vaticano l’assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Sceglierà il suo nuovo presidente, che succederà al card. Bagnasco, alla guida dei vescovi italiani per un decennio.

L’assemblea è stata introdotta da papa Francesco che, prima di incontrare i vescovi a porte chiuse («vorrei fra di noi un dialogo sincero, in cui si dicano le cose chiaramente», ha chiesto il papa), ha salutato Bagnasco in modo sottilmente ironico e decisamente irrituale, senza nascondere le divergenze: «Vorrei ringraziare il cardinale per questi dieci anni di servizio e per la pazienza che ha avuto con me. Non è facile lavorare con questo papa». E poi: «Ma tanto lei è abituato: passa da una presidenza all’altra», alludendo al fatto che Bagnasco è stato da poco eletto alla guida del Consiglio delle Conferenze episcopali europee.

Battute pontificie a parte (che però potrebbero far irrigidire gli oppositori), la settantesima assemblea della Cei riveste una grande importanza. Perché verrà individuato il nuovo presidente dopo un trentennio di assoluta continuità segnata dalla successione Ruini-Bagnasco. E perché per la prima volta saranno i vescovi, con una votazione democratica, ad indicare la propria preferenza sul presidente.

Non si tratta di una vera e propria elezione diretta, come avrebbe voluto papa Francesco che nell’assemblea del 2014 si era espresso in questa direzione. I vescovi hanno optato per una soluzione intermedia: eleggeranno una terna e poi al papa toccherà la scelta. Un modo per non rinunciare a quei «particolari vincoli dell’episcopato d’Italia con il papa» che consente alla Cei – unica Conferenza episcopale al mondo che non elegge il proprio presidente ma lo lascia scegliere al papa, sebbene ora all’interno di una terna votata a maggioranza – di autoproclamare la propria specificità e, in un certo senso, la propria superiorità. Dalla terna, quindi, si capirà se i 226 vescovi italiani – un terzo nominati da Bergoglio, due terzi scelti da Wojtyla e Ratzinger – sono sintonizzati sulla linea pastorale ed ecclesiale di papa Francesco oppure no.

In un testo non pronunciato ma consegnato ai vescovi, il papa ha dato delle indicazioni sul futuro della Chiesa italiana, invitando alla «collegialità episcopale», a vincere «chiusure e resistenze» e a rinunciare a «logiche di potere e di successo forzatamente presentate come funzionali all’immagine sociale della Chiesa» ma che in realtà sono «indice della mancanza di convinzioni interiori», a «inutili ambizioni», alla «tiepidezza del compromesso, l’indecisione calcolata, l’ambiguità».

Oggi le elezioni, con un complesso sistema di votazioni assembleari e ballottaggi che produrranno la terna da presentare al papa, che già entro la serata potrebbe individuare il nuovo presidente. Diversi i nomi in campo, che potrebbero ottenere un consenso trasversale, senza quindi costituire una svolta decisa: il lombardo Brambilla (vescovo di Novara), cresciuto all’ombra del card. Martini; il toscano Meini (vescovo di Fiesole); il pugliese Santoro, ciellino, conosciuto e apprezzato da papa Francesco, per molti anni vescovo in Brasile – dove si è distinto per la sua opposizione alla teologia della liberazione –, dal 2011 vescovo a Taranto, dove invece si è più volte espresso in maniera critica verso l’Ilva. Potrebbe esserci anche Betori, segretario della Cei ai tempi di Ruini, e sarebbe una scelta chiara di continuità, se non di ritorno al passato. Di “rottura”, e per questo con poche possibilità di successo, potrebbe essere il nome di Zuppi, vescovo di Bologna, impegnato su temi sociali, ma la sua appartenenza alla Comunità di Sant’Egidio – che non gode di consensi unanimi nell’episcopato – potrebbe essere un ostacolo. Oppure quelli emersi nelle ultime ore: Montenegro, creato cardinale da Francesco, presidente della Caritas, vescovo di Agrigento, in prima linea sul tema immigrazione; e Bertolone (vescovo di Catanzaro), che ha promosso con successo la causa di beatificazione di don Puglisi, il parroco di Palermo ucciso da Cosa Nostra. Il candidato di Francesco sembra essere Bassetti, vescovo di Perugia, anche lui creato cardinale e inserito nella Congregazione dei vescovi al posto di Bagnasco. È anziano, ha 75 anni, ma paradossalmente l’età potrebbe essere un punto di forza (anche perché è già stato “prorogato”) se i vescovi puntassero ad un presidente di transizione.

Il movimento dei Focolari denuncia la “guerra sporca” in Yemen con armi made in Italy

22 maggio 2017

“Adista”
n. 19, 20 maggio 2017

Luca Kocci

Il movimento dei Focolari scrive al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere la fine della vendita di armi italiane a Paesi coinvolti in conflitti.  La petizione, lanciata anche sul sito web change.org ha già raggiunto circa 4.500 firme, e altre se ne stanno aggiungendo mentre scriviamo.

«Dal nostro Paese, l’Italia, partono armi destinate alla “terza guerra mondiale a pezzi” che insanguina mezzo mondo», scrivono i Focolari. «Come fa notare l’istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, “«l’ultima relazione governativa sulle esportazioni di materiali di armamento nel 2016 conferma la continua ascesa dell’export italiano sui mercati mondiali e in particolare su quelli nordafricani e mediorientali (59%), aree di crisi e di conflitti a noi vicine”. Colpisce, in particolare, l’incremento dell’esportazioni di bombe d’aereo MK82 e MK84 con 21.822 pezzi (nel 2015 erano 1.050) che corrispondono a quelle inviate in Arabia Saudita, Paese alla guida di una coalizione coinvolta nei bombardamenti sullo Yemen che continuano a provocare morti e feriti tra la popolazione civile e milioni di profughi» (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16).

«Davanti alle proteste di tante associazioni (Rete Disarmo, Amnesty International, Banca etica, Rete Pace, Oxfam, Focolari, ecc.) – prosegue la petizione al presidente Mattarella –, le risposte finora ricevute dagli esponenti del governo italiano sono imbarazzanti quando si fanno scudo della mancanza di un veto dell’Onu. Come se la legge 185/90 e la stessa Costituzione che ripudia la guerra non esistessero. Altri esponenti politici si rifanno ad un generico realismo da rispettare, al di là della coscienza personale». Facendo riferimento a quanto papa Francesco ha detto il 4 febbraio 2017 agli esponenti dell’Economia di Comunione (movimento nato all’interno dell’esperienza dei Focolari, fondato in Brasile nel 1991), «bisogna agire sulle strutture inique che producono vittime e carnefici. Restare silenziosi o indifferenti vuol dire lasciare interi territori da soli davanti al ricatto tra il poco lavoro assicurato dalle armi e il concorso al macello industriale della guerra». Pertanto, proseguono i Focolari, «senza una vera riconversione economica rischiamo solo di fare del facile moralismo che scarica il peso della responsabilità politica sulle spalle dei lavoratori della fabbrica del Sulcis Iglesiente, in Sardegna, dove quelle bombe vengono allestite da una società di proprietà tedesca. Ma lo stesso possiamo dire per la mega commessa di 28 caccia bombardieri da consegnare al Kuwait, altro Paese facente parte della coalizione saudita, da parte di una cordata guidata dall’italiana Finmeccanica Leonardo. Esistono e vanno incoraggiate le migliori risorse intellettuali, finanziarie e politiche per cambiare radicalmente direzione in un mondo in fiamme, destinato altrimenti a scomparire».

Non è la prima volta che gli aderenti al movimento fondato da Chiara Lubich intervengono sul tema disarmo e in particolare sulla questione Arabia Saudita-Yemen. A dicembre si erano rivolti a papa Francesco («Disarmiamo l’economia che uccide», v. Adista notizie n. 43/16). Ad aprile, insieme ad altre cinque associazioni impegnate sui temi della pace e del disarmo (Amnesty International, Oxfam, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo) e al missionario comboniano p. Alex Zanotelli avevano scritto al ministro degli esteri Angelino Alfano («Basta bombe italiane all’Arabia Saudita contro lo Yemen», v. Adista Notizie n. 14/17). E ora ci riprovano con Mattarella.

Sul medesimo nodo, è da registrare anche l’intervento della Fondazione Finanza Etica, che lo scorso 9 maggio ha partecipato per la prima volta all’assemblea degli azionisti di Rheinmetall, uno dei principali produttori tedeschi di armamenti. «Entriamo in assemblea delegati dall’ong tedesca Urgewald su proposta del movimento pacifista Rete Italiana per il Disarmo», spiega Andrea Baranes, presidente della Fondazione fondata nel 2003 da Banca Etica, che durante l’assemblea ha severamente criticato l’esportazione di bombe da parte della controllata italiana Rwm Italia SpA dalla Sardegna all’Arabia Saudita. «Come dimostrato dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio scorso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le bombe esportate ai sauditi sono utilizzate per bombardare lo Yemen, in una guerra che non ha alcuna legittimazione dal punto di vista del diritto internazionale e che ha generato oltre seimila morti tra i civili, di cui mille bambini», aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. «Nell’ultima relazione della Presidenza del Consiglio dei ministri italiano sul commercio degli armamenti per l’anno 2016, depositata in parlamento il 26 aprile, si legge che RWM Italia è salita al terzo posto per giro d’affari nel settore difesa in Italia con un aumento delle commesse per 460 milioni di euro. Le nuove autorizzazioni richieste al governo italiano sono 45 per l’esportazione di circa 20.000 bombe in particolare verso “Paesi Mena” (Medio-Oriente e Nord-Africa). Si tratta dell’Arabia Saudita?».

 

Progetto Gionata chiede ai giovani Lgbt di far sentire la propria voce al prossimo Sinodo dei vescovi

20 maggio 2017

“Adista”
n. 19, 20 maggio 2017

Luca Kocci

I gruppi degli omosessuali cattolici della rete Progetto Gionata si attivano in vista del prossimo Sinodo dei vescovi sui giovani e invitano tutti gli aderenti ad inviare un proprio contributo all’assemblea, rispondendo allo specifico questionario predisposto dalla Segreteria generale del Sinodo (v. Adista notizie n. 4/17).

«Carissimi fratelli e sorelle, come saprete, dopo il Sinodo sull’Evangelizzazione e sulle Famiglie, nell’ottobre 2018 si terrà, nel corso della XV Assemblea generale ordinaria, un nuovo Sinodo dei vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”», si legge nella lettera-invito firmata dal Progetto giovani cristiani lgbt, nato – interno al più ampio Progetto Gionata – da un gruppo di ragazzi e ragazze, di età compresa fra i 18 ed i 35 anni, che si sono incontrati al IV Forum dei Cristiani lgbt (15-17 Aprile 2016). «La Bibbia è piena di giovani “chi-amati” da Dio per seguirlo e portare la Buona Notizia (Abramo, Mosè, Samuele, Maria, Giovanni e altri apostoli, ma anche il giovane ricco!)», si legge ancora». La fede è sì un dono della grazia, dove ci si sente scelti e amati gratuitamente, ma chiede poi una risposta molto concreta, di vita. Se la vocazione è dunque la vasta gamma di possibilità di realizzazione concreta della propria vita nella gioia dell’amore e nella pienezza derivante dal dono di sé a Dio e agli altri, il discernimento è capire e accogliere il personale progetto di Dio nella nostra vita. Nessuno esente».

Per questo è opportuno far sentire la proprio voce al Sinodo, come peraltro richiesto dalla Segreteria generale. «Il documento preparatorio che i vescovi hanno presentato prevede delle domande a tutti i giovani del mondo, la cui sintesi produrrà l’instrumentum laboris (o documento di lavoro) per i padri sinodali, insieme ad altre risposte pervenute da un altro questionario on line». Quindi, esortano gli omosessuali cattolici di Gionata, «come gruppo di giovani credenti omosessuali, ci sentiamo fortemente interpellati dalla tematica e siamo fermamente convinti che sia una irripetibile occasione (“kairos”) per portare un nostro piccolo ma significativo contributo ai padri sinodali. La Vocazione, umana e cristiana, riguarda qualsiasi giovane ed è davvero la chiave di volta per una vita piena, gioiosa!».

«Desideriamo coinvolgere il maggior numero possibile di ragazzi e ragazze, credenti e non, per stilare un documento finale, sintesi dei vari contributi, da inviare al Sinodo», auspicano gli aderenti a Progetto giovani cristiani lgbt che, operativamente, propongono a tutti – ma specialmente ai giovani fra i 18 e i 35 anni – di iscriversi alla mailing list del Progetto (si può chiedere l’accesso inviando una e-mail a: progettogiovanicristianilgbt@gmail.com), partecipando alla “consultazione” e dando il proprio contributo; e di organizzare o partecipare ad un gruppo di lavoro locale che attraverso alcuni incontri mediti sul documento preparatorio ed elabori un contributo scritto. Ai gruppi dei cristiani lgbt, delle loro famiglie e dei loro amici, viene chiesto un impegno maggiore: destinare alcuni incontri all’elaborazione di un contributo scritto per il Sinodo, selezionando ed approfondendo alcuni degli spunti proposti dal documento preparatorio.

Tutti i contributi vanno elaborati ed inviati entro la fine del mese di luglio per predisporre una sintesi conclusiva da far poi pervenire alla Segreteria generale del Sinodo. Perché il Sinodo dei vescovi sia realmente partecipativo e perché vi possa risuonare anche la voce dei giovani omosessuali credenti

Credenti contro l’omo-transfobia: veglie, contestazioni e passi avanti

17 maggio 2017

“il manifesto”
17 maggio 2017

Luca Kocci

Si celebra oggi la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia e, come succede ormai da diversi anni, in decine di città italiane ed europee si svolgono veglie, culti e fiaccolate per le vittime della violenza dell’omo-transfobia promosse da gruppi di omosessuali credenti, parrocchie cattoliche, chiese battiste, metodiste e valdesi.

Avviate undici anni fa in maniera semiclandestina da pochi gruppi e comunità di frontiera che decidevano di sfidare l’indifferenza e talvolta l’ostilità delle istituzioni ecclesiastiche – soprattutto cattoliche – oggi, pur non essendo ancora diventate esperienze pienamente condivise, le veglie sono un appuntamento diffuso. Tanto che i settori più tradizionalisti del mondo cattolico e i loro mezzi di informazione (siti web e blog), che fino ad ora hanno quasi sempre scelto di ignorare eventi considerati di nicchia, si sono fatti più aggressivi. A Reggio Emilia c’è stata una dura contestazione degli ultrà cattolici – e il silenzio del vescovo, il ciellino mons. Camisasca – nei confronti del parroco che ha ospitato la veglia nella sua parrocchia, dove si è svolta regolarmente, e con una grande partecipazione, la sera del 14 maggio. E uno dei siti di riferimento della galassia dell’integralismo cattolico (La nuova bussola quotidiana) pubblica articoli dal titolo eloquente: “Veglie per inesistenti vittime dell’omofobia”. Chissà cosa ne pensano gli omosessuali reclusi dei campi di rieducazione in Cecenia.

Sono più di venticinque le città italiane coinvolte. Nei giorni scorsi veglie ed iniziative ecumeniche per le vittime della violenza omo-transfobica si sono già svolte nei tempi valdesi di Milano e Firenze, nella chiesa luterana di Trieste, in una parrocchia cattolica di Pistoia. Stasera sarà la volta di Palermo e di nuovo Firenze (dove le veglie saranno seguite da fiaccolate per le vie della città), Catania, Sanremo, Torino, Varese. E altre nei giorni successivi: Bologna, Cagliari, Napoli, Padova, Siracusa, Genova.

A Roma la veglia ecumenica, organizzata dai cattolici di Cammini di speranza-Nuova proposta e dalla Rete evangelica fede e omosessualità (Refo), si terrà domenica sera in piazza del Campidoglio, al termine della Settimana contro l’omotransfobia: uno spazio pubblico all’aperto anche perché il card. Vallini (vicario del papa per la diocesi di Roma) nei mesi scorsi ha invitato le due parrocchie romane che ospitavano gli incontri periodici dei gruppi di omosessuali cattolici a chiudere loro le porte, per cui la possibilità di svolgere la veglia in una parrocchia non è stata nemmeno presa in considerazione dai promotori. Segnale eloquente che, nonostante i passi avanti, nella Chiesa cattolica il tema è ancora controverso e che l’azione di papa Francesco, camminando sul filo dell’equilibrismo di una pastorale più aperta e inclusiva e di una dottrina immutata, ha modificato il clima ma non ha prodotto cambiamenti strutturali.