Il papa a Bozzolo e Barbiana rende omaggio a don Mazzolari e don Milani

“Adista”
n. 17, 6 maggio 2017

Luca Kocci

Il prossimo 20 giugno papa Francesco andrà a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi) a pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani.

L’annuncio è stato comunicato dalla sala stampa della Santa sede lo scorso 24 aprile: «Martedì 20 giugno 2017 – si legge nella nota vaticana –, il santo padre Francesco si recherà in pellegrinaggio a Bozzolo (provincia di Mantova e diocesi di Cremona) e a Barbiana (provincia e diocesi di Firenze), per pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani». La visita, «che si svolgerà in forma privata e non ufficiale», sarà rapida: Francesco atterrerà in elicottero alle 9 del mattino a Bozzolo, dove farà una preghiera sulla tomba di don Mazzolari e terrà un breve «discorso commemorativo» ai fedeli presenti in chiesa; quindi volerà a Barbiana, visiterà e pregherà nel piccolo cimitero dove è sepolto don Milani, incontrerà gli ex allievi del priore di Barbiana, e farà subito ritorno in Vaticano.

Visita lampo quindi, ma dal significato importante, sulle tombe di due “preti di frontiera”, autori di un dirompente messaggio evangelico e sociale, e proprio per questo messi ai margini e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di metà Novecento di Pio XI, di Pio XII e del card. Ottaviani. La «forma privata e non ufficiale» non sembra è un modo per ridimensionare il gesto, bensì la volontà di evitare l’eccessiva spettacolarizzazione di un omaggio postumo – che sarebbe parsa una “appropriazione indebita” – a due preti fino a poco tempo fa sulla lista nera dei sospettati di lesa maestà clericale per eccessiva obbedienza al Vangelo e alla propria coscienza.

Non è corretto, come qualcuno ha fatto, parlare di «riabilitazione», perché Mazzolari e Milani non hanno mai subito punizioni canoniche – la loro ortodossia non fu mai in dubbio –, solo forti limitazioni alla libertà di parola (divieto di predicare, di parlare in pubblico e di scrivere senza autorizzazione ecclesiastica, alcune loro opere furono censurate dal Sant’Uffizio) per non aver supinamente accettato le direttive politiche di vescovi e di Curie totalmente allineate alla Democrazia cristiana. Si tratta però di un riconoscimento post mortem del valore di due preti «obbedienti in piedi» – come diceva lo stesso Mazzolari – che si sono scontrati con i poteri clericali, politici e militari dell’Italia democristiana e conformista del secondo dopoguerra.

Che papa Francesco potesse salire a Barbiana era nell’aria, anche perché il prossimo 26 giugno ricorreranno cinquanta anni dalla morte di don Milani: nel maggio 2014, a sorpresa, lo citò come «grande educatore» durante un incontro a san Pietro con il mondo della scuola; domenica scorsa, inviando un messaggio al salone del libro di Milano dove si svolgeva la presentazione dell’Opera omnia di don Milani nei Meridiani Mondadori (v. notizie successive), Bergoglio ha parlato di Milani come di un prete dai «percorsi originali», «forse troppo avanzati», tali da creare «qualche attrito, qualche scintilla e qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua proposta educativa, della sua predilezione per i poveri e della difesa dell’obiezione di coscienza», «mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito». Toni morbidi, quindi, ma Francesco non ha minimizzato i conflitti che don Milani ebbe con la Curia fiorentina e romana, come ha invece sempre fatto il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, sia a proposito dell’esilio a Barbiana («una destinazione normale per un prete con alle spalle pochi anni di esperienza», v. Adista Notizie n. 1/17) o della censura ad Esperienze pastorali (v. Adista Notizie nn. 16 e 45/14 e Adista Segni Nuovi n. 18/14).

Inattesa, invece, la visita a Bozzolo, da Mazzolari. Fu interventista democratico e cappellano militare nella prima guerra mondiale, prima di rinnegare quell’esperienza: «Ho schifo di tutto ciò che è militare», scrisse ad un amico prete durante il conflitto. E anni dopo: «Se invece di dirci che ci sono guerre giuste e guerre ingiuste, i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione, che la strage è inutile sempre, e ci avessero formati ad una opposizione cristiana chiara, precisa e audace, invece di partire per il fronte saremmo discesi sulle piazze». Antifascista (rifiutò di suonare le campane per Mussolini, fu aggredito dalle camicie nere), partigiano, credente nella rinascita dell’Italia repubblicana grazie alla Costituzione nata dalla Resistenza, nonviolento (pubblicò Tu non uccidere, in forma anonima per sfuggire alla censura ecclesiastica, che comunque ordinerà di ritirare il libro).

Per entrambi arriva ora il riconoscimento da parte del papa e, implicitamente, un mea culpa per i torti loro inflitti. Senza che questo li trasformi in innocui santini, almeno per ora, anche se il rischio potrebbe profilarsi.

«Siamo convinti – commenta il movimento Noi Siamo Chiesa – che Mazzolari e Milani non devono essere usati come immagine comoda, insieme a Turoldo, Balducci, La Pira, Bello ecc… per depotenziare il loro messaggio radicalmente evangelico che fu a suo tempo tanto avversato da quello stesso ambiente che ora batte le mani. Pensiamo che papa Francesco condivida questa nostra opinione e che dirà parole inequivocabili nei confronti delle tante ipocrisie ecclesiastiche di oggi»

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