Polemiche intorno al romanzo di Walter Siti su un prete pedofilo dedicato a don Milani

“Adista”
n. 17, 6 maggio 2017

Luca Kocci

«All’ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani». Con questa dedica contenuta all’inizio del suo nuovo romanzo, Bruciare tutto (Rizzoli), che narra la storia di don Leo, un prete pedofilo, lo scrittore Walter Siti ha acceso una miccia che ha provocato un’esplosione i cui effetti sono durati diversi giorni, costringendo l’autore ad una impacciata retromarcia.

«Che cosa vuol dire Siti? – si è chiesta Michela Marzano, che su Repubblica (13/4) ha aperto il caso – Forse insinuare il fatto che anche don Milani avrebbe dovuto sopportare il calvario di don Leo? Che anche lui avrebbe resistito inutilmente alla tentazione perché non solo non ha senso resistere, ma rischia di essere dannoso?». Insomma, che anche don Milani era un prete pedofilo?

«Tutto nasce, mentre stavo covando il libro, dall’aver letto in un vecchio e quasi introvabile libro di Santoni Rugiu (Il buio della libertà, De Donato-Lerici 2002) alcune frasi dell’epistolario di don Milani», spiega lo stesso Siti qualche giorno dopo (Repubblica, 19/4). Le frasi maggiormente “incriminate” – ma assolutamente decontestualizzate da Siti – sono presenti in una lettera di Milani all’amico giornalista Giorgio Pecorini del 10 novembre 1959, pubblicata integralmente in un volume curato dallo stesso Pecorini (I care ancora. Lettere, progetti, appunti e carte varie inedite e/o restaurate, Emi, Bologna 2001; v. Adista Notizie n. 9/01): «E io come potevo spiegare a loro (…) che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani molto più che la Chiesa e il papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!). E chi non farà scuola così non farà mai vera scuola (…). E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?». Aggiunge Siti: «Forse forzando l’interpretazione, mi è parso che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi, e ho trovato eroica la sua capacità di tenersi tutto dentro il cuore e i nervi, senza mai scandalizzarne nessuno».

«Ogni etichetta a lui lontanissima, attribuita leggendo frasi sparse, avulse dal loro contesto, è un’offesa, prima ancora che a lui, alla correttezza intellettuale», tagliano corto Michele e Francesco Gesualdi, i due fratelli che per primi arrivarono a Barbiana e che lì vissero insieme a don Milani. Quelle frasi sono «metafore, iperboli, che facevano parte del modo di parlare, libero e consapevolmente provocatorio, che utilizzava don Milani per scuotere le teste e le coscienze», spiega Giorgio Pecorini (Repubblica, 21/4), destinatario della “lettera dello scandalo”. «Parole che richiamano il suo ben noto testamento spirituale – prosegue –, in cui confessa di aver voluto più bene ai suoi ragazzi che a Dio, ma confidando nel fatto che Dio avrebbe messo in conto a sé quell’amore. E legate al suo tipico modo di pensare l’amore, in polemica con le gerarchie ecclesiastiche che gli rimproveravano un amore “classista”: si possono amare, diceva, solo coloro con cui si sta in relazione, credere di poter amare tutti è un’imbecillità».

Spiegano ad Adista Anna Carfora e Sergio Tanzarella, docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia Meridionale e curatori del doppio volume di Tutte le opere di don Milani appena uscito nella collana dei Meridiani Mondadori (v. notizia successiva): «Amare le creature più che il Creatore, in ciò consiste, per Milani, il rischio di peccare contro il sesto comandamento, come scrive a Pecorini. Che poi egli esprima il concetto non solo in questa forma ma renda l’idea in maniera provocatoria, paradossale, da “lurido sboccato”, come definisce se stesso nella lettera a Cesare Locatelli del 26 dicembre del 1949, questo fa parte non solo del linguaggio milaniano, ma di ciò che anche attraverso di esso si esprime, ossia la piena umanizzazione del prete, la sua laicità, l’interpretazione non religiosa della sua fede e del suo sacerdozio. È in questa luce che si legge e si comprende quello che Siti ha così malamente interpretato. Milani va contro l’educazione “spiritualizzata” dei seminari dell’epoca, tentazione forse non ancora del tutto abbandonata, quell’educazione che disincarna l’amore, rendendolo una cosa rinsecchita e che egli racchiude in un’icona carica d’ironia: il “cuore universale”».

Il punto – presupponendo la buona fede di Siti e tralasciando l’ipotesi di una furbacchiona operazione pubblicitaria nel cinquantenario della morte di don Milani – è quel «forzando l’interpretazione» che lo stesso Siti ammette. Chiunque abbia una conoscenza non superficiale dei testi di Milani, nella loro interezza e integrità, sa che il priore di Barbiana utilizza deliberatamente un lessico, un registro e uno stile urticanti, graffianti, a tratti violenti. Lo spiega lo stesso Milani, per esempio, in una lettera del 25 luglio 1952 indirizzata a Giulio Vaggi, che in quel periodo dirigeva il periodico Adesso al posto di don Primo Mazzolari, che l’aveva fondato e sui cui era levata la censura ecclesiastica: «Mi dispiace che lei s’abbia avuto a male delle mie parole. Quelli che mi stanno intorno non ci badano, ormai lo sanno che mi piacciono i vocaboli coloriti» E lo spiega soprattutto in uno dei suoi testi più potenti e meno conosciuti – che affronta, fra l’altro, il tema del linguaggio clericale –, “Un muro di foglio e di incenso”, articolo del 1959 inviato a Politica, settimanale della sinistra Dc, che ne rifiutò la pubblicazione, e che fu pubblicato solo postumo dall’Espresso, nel 1968: «Io invece sento una gran tristezza nell’appartenere a una Chiesa sui cui giornali le cose non hanno mai un nome – scriveva don Milani –. Il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo, chi non lo dice ma non persegue i poliziotti che si macchiano di queste atrocità e persegue invece il libro che testimonia queste cose viene in visita in Italia e i galateo vuole che lo si accolga con il sorriso» (il riferimento è al presidente francese De Gaulle, in visita in Italia, nel mezzo della guerra di Algeria e delle torture dei soldati francesi sugli algerini).

Ignorare lo stile paradossale di don Milani, attribuendogli un significato letterale, è quantomeno una forzatura. Che lo stesso Siti pare aver compreso: «L’intenzione della dedica non era negativa e non volevo dire che Milani si fosse coperto di chissà quali macchie, era solo un omaggio alla forza e alla dignità di questo prete»

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