Papa Francesco rende omaggio ai due preti «scomodi»

“il manifesto”
21 giugno 2017

Luca Kocci

Sono stati due preti di frontiera, messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di metà ‘900 di Pio XI, Pio XII e del card. Ottaviani, quelli che ieri papa Francesco ha voluto omaggiare andando a pregare sulle loro tombe a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi): don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani.

«Due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa» e «scomoda», ha detto il papa a Bozzolo, additandoli, con un ardito ossimoro, come esempi magistrali di un «clero non clericale». Ed è stato ancora più esplicito a Barbiana, dove ha spiegato «che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo» di allora (il card. Florit, “persecutore” di don Milani) affinché «fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale». Un atto che Florit non realizzò – il primo vescovo di Firenze che salì ufficialmente a Barbiana fu il card. Piovanelli, compagno di seminario di Milani, a vent’anni dalla sua morte – e che ieri ha invece fatto Francesco. «Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani», ha detto il papa. «Non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco» e di dire «che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa». Non un mea culpa, ma quasi.

È stato un pellegrinaggio lampo quello di papa Francesco, che alle 13 era già atterrato in Vaticano, ma dai significati profondi. Non c’è stata nessuna riabilitazione: l’ortodossia di Mazzolari e Milani non è in dubbio, le uniche temporanee restrizioni che subirono dai propri vescovi (divieto di predicare, di parlare in pubblico, di scrivere senza autorizzazione) furono provocate dai loro rifiuti ad accettare le direttive politiche di Curie allineate alla Dc. Ma il riconoscimento del valore di due preti «obbedienti in piedi» – come scriveva Mazzolari e come ha ricordato lo stesso Francesco – che si sono scontrati con i poteri clericali, politici e militari dell’Italia del secondo dopoguerra.

Prima tappa a Bozzolo, dove Mazzolari fu parroco dal 1932 alla morte nel 1959, partecipando anche attivamente alla Resistenza. Il papa ha tenuto un discorso ampio, ricordando in particolare l’ansia di cambiamento di Mazzolari, che «non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata», tenendosi alla larga da «tre strade che non conducono nella direzione evangelica»: il «lasciar fare», ovvero restare «alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani» («a che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca», scriveva Mazzolari, frase incautamente attribuita a Milani da personaggi come Roberto Saviano, Massimo Cacciari e persino il card. Ravasi); «l’attivismo separatista» che crea «istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…)» e con esse genera «una comunità cristiana elitaria», favorendo «interessi e clientele con un’etichetta cattolica»; il «soprannaturalismo disumanizzante», con cui «ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni».

Poi in elicottero a Barbiana, luogo del confino e nello stesso tempo epicentro dell’azione pastorale e sociale di don Milani. Breve sosta nel piccolo cimitero, visita alla canonica che fu la scuola di Barbiana e poi discorso accanto alla “piscina”, la piccola vasca fatta costruire da don Milani perché i contadini del monte Giovi vincessero la paura dell’acqua che, come la mancanza di cultura, li rendeva meno liberi. La scuola era, per don Milani, «il modo concreto con cui svolgere la sua missione di prete», profondamente diversa da quella di tanti «funzionari del sacro», ha detto papa Francesco. «Ridare ai poveri la parola – ha aggiunto –, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole». Parola, lingua e cultura per far crescere «coscienze libere», capaci di «servire il bene comune» e di fare politica come incoraggia Lettera a una professoressa: «Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

E da Bozzolo e Barbiana, in nome dell’antimilitarismo di Mazzolari e Milani, il movimento Noi Siamo Chiesa e il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza chiedono al papa un passo concreto e in avanti: smilitarizzare i cappellani militari.

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