Quella sul biotestamento è una legge «equilibrata». I gesuiti di “Aggiornamenti sociali” a favore delle Dat

“Adista”
n. 23, 24 giugno 2017

Luca Kocci

«Pur suscettibile di miglioramenti, l’approvazione del progetto di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) dovrebbe essere considerata un passo avanti». Il gruppo di studio sulla bioetica di Aggiornamenti Sociali – il mensile dei gesuiti del Centro San Fedele di Milano – esprime una valutazione positiva sul “testamento biologico” ed incoraggia il Senato ad approvare la legge che ha già incassato il consenso della Camera dei deputati.

Il testo approvato dalla Camera contiene «numerosi elementi positivi» e rappresenta «un punto di mediazione sufficientemente equilibrato da poter essere condiviso», si legge nella nota di Aggiornamenti Sociali redatta dagli autorevoli componenti del gruppo di studio sulla bioetica: don Maurizio Chiodi (teologo della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano e neo-componente della Pontificia accademia per la vita), Alberto Giannini (responsabile della Terapia intensiva pediatrica al Policlinico di Milano), don Pier Davide Guenzi (docente di Teologia morale alla Facoltà teologica di Milano), Mario Picozzi (medico legale), Massimo Reichlin (filosofo dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano), p. Giacomo Costa e Paolo Foglizzo (rispettivamente direttore e redattore di Aggiornamenti Sociali). «Le questioni legate alla fine della vita suscitano accesi contrasti nella nostra società, abitata da un forte pluralismo morale – si legge –. Il progetto di legge promuove la consapevolezza della complessità delle questioni, afferma il principio del consenso ai trattamenti e il rifiuto di ogni irragionevole ostinazione terapeutica, imposta una relazione tra medico e paziente centrata sulla pianificazione anticipata delle cure, non presta il fianco a derive nella direzione dell’eutanasia».

Il dibattito è spinoso e divide il mondo cattolico, perché «mette in luce grandi questioni umane, etiche e culturali, la cui densità coinvolge credenti e non credenti, in un processo di dialogo e apprendimento reciproco», scrive Aggiornamenti Sociali. «Affrontando la questione delle Dat, come società ci misuriamo con l’inquietudine dell’esperienza del morire e di una tecnologia medica capace di mantenere sospeso il momento del trapasso senza restituire la salute». Premesso che «la sfida sta nel custodire le relazioni fino all’ultimo, anche nel caso della perdita di coscienza», tuttavia «uno Stato democratico è composto di cittadini impegnati a rispettare le differenti etiche, visioni del mondo e religioni, in un contesto di reciproca inclusione e sincera ospitalità, senza che una pretenda di imporsi sulle altre». E da questo punto di vista, la legge in discussione al Parlamento costituisce «un punto di mediazione equilibrato». Infatti, si legge sulla rivista dei gesuiti milanesi, il testo «sembra assumere un orientamento che supera il tradizionale paternalismo, senza cadere negli eccessi di una autonomia assoluta, ma promuovendo l’efficacia della relazione di cura grazie a scelte condivise».

Ad esempio sul versante della «pianificazione delle cure», che si verifica «quando il paziente soffre di una patologia cronica, caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, di cui ha piena consapevolezza». In questo caso, si legge nella nota, «egli condivide con il medico che lo sta curando quali trattamenti siano coerenti con il suo progetto di vita e siano da attuare quando non sia più in grado di esprimersi, coinvolgendo se lo desidera i familiari».

Ma le Dat possono ovviamente essere redatte da un cittadino anche quando non è malato e al di fuori della relazione con il medico, in previsione di una sua eventuale definitiva incapacità di esprimere la propria volontà. È questo il punto centrale del cosiddetto “testamento biologico”, che gli consente «di vedere riconosciute le proprie preferenze di cura, così che l’équipe curante possa definire in modo più preciso il beneficio per il paziente all’interno del quadro clinico oggettivo». Naturalmente «non possono prevedere tutti i possibili casi particolari» ed è «necessario interpretarle alla luce delle effettive condizioni cliniche del paziente e delle terapie disponibili». Ma, precisa Aggiornamenti Sociali, «in caso di definitiva incapacità decisionale, esse rappresentano il riferimento prioritario di valutazione: il loro valore, infatti, pur non vincolante l’atto medico in senso assoluto, non può ritenersi meramente orientativo».

Anche sul punto più controverso della legge, la posizione di Aggiornamenti Sociali è chiara: nutrizione e idratazione artificiali (Nia) sono trattamenti medici, e come tali possono essere rifiutati. «Nella riflessione cattolica – si legge – si è spesso affermato che questi mezzi sono sempre doverosi; in realtà, la Nia è un intervento medico e tecnico e come tale non sfugge al giudizio di proporzionalità. Né si può escludere che talvolta essa non sia più in grado di raggiungere lo scopo di procurare nutrimento al paziente o di lenirne le sofferenze. Il primo caso può verificarsi nella malattia oncologica terminale; il secondo in uno stato vegetativo che si prolunga indefinitamente, qualora il paziente abbia in precedenza dichiarato tale prospettiva non accettabile. Poiché non si può escludere che in casi come questi la Nia divenga un trattamento sproporzionato, la sua inclusione fra i trattamenti rifiutabili è corretta».

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