Archive for luglio 2017

Credenti e non credenti salutano Giovanni Franzoni, l’uomo che lasciò tutto per non lasciare il Vangelo

29 luglio 2017

“Adista”
n. 28, 29 luglio 2017

Erano in cinquecento a dare l’ultimo saluto a Giovanni Franzoni, il cui funerale è stato celebrato lo scorso 15 luglio, sotto un tendone del Centro anziani del Parco Schuster, accanto alla basilica di San Paolo fuori le mura – di cui Franzoni fu abate dal 1964 al 1973, prima di essere rimosso – e a poche centinaia di metri dalla sede della Comunità di base di san Paolo, all’interno della quale Franzoni ha percorso il suo cammino di fede e di impegno sociale dal 1974 fino al giorno della sua morte, il 13 luglio 2017 (v. Adista Notizie n. 27/2017).

Un funerale secondo lo stile delle Comunità di base: una celebrazione collettiva, in cui si sono alternate letture bibliche ed evangeliche, parole tratte dai libri di Franzoni («la vita non è bella quando non ci si sente circondati da amore»), canti religiosi e laici, come Eppure il vento soffia ancora, di Pierangelo Bertoli, mentre si raccoglievano le offerte da destinare ai palestinesi di Gaza e ai bambini di strada del Guatemala seguiti da Gerardo Lutte, un altro dei preti della stagione del dissenso cattolico; e come Gracias a la vida, di Violeta Parra, ricordando gli esuli cileni accolti nella comunità di San Paolo dopo di golpe di Augusto Pinochet del 1973 (il video dell’intero funerale è visibile sul sito internet di Radio radicale al link https://www.radioradicale.it/scheda/514827/funerali-di-giovanni-franzoni).

Fra i presenti, oltre alle compagne e ai compagni di strada di Franzoni nella Cdb di San Paolo e nelle altre comunità di base – dall’Isolotto di Firenze al Cassano di Napoli –, anche gli scout, oggi 50-60enni, che ebbero come assistente Franzoni quando era ancora abate. Poi Mina Welby, che era qui anche dieci anni fa, quando in comunità venne celebrato quel funerale religioso che il card. Camillo Ruini negò a suo marito Piergiorgio; i redattori delle riviste con cui Franzoni ha collaborato, Confronti (erede di Com, fondata anche da Franzoni) e Adista; credenti in altre fedi, valdesi, metodisti, musulmani, perché «prima di essere ebrei, cristiani, musulmani o atei siamo esseri umani», ha detto l’imam dei palestinesi di Roma.

Grandi assenti i rappresentanti istituzionali della Chiesa cattolica romana. C’era il direttore della Caritas di Roma, mons. Enrico Feroci; e c’era l’attuale abate della basilica di San Paolo fuori le mura, dom Roberto Dotta – presente anche alla veglia funebre, nel salone della comunità, ha voluto «dare l’ultimo saluto a chi mi ha preceduto nella comunità benedettina» – insieme a due confratelli, uno dei quali, Isidoro, vecchio confratello di Franzoni. Ma nessun altro: non il vescovo di settore, don Paolo Lojudice (che però era stato contattato e ha detto di avere un impegno preso da tempo), nessun rappresentante del Vicariato di Roma, né del Vaticano. E non ha fatto in tempo ad arrivare quel segno esplicito di benevolenza – se non di “riabilitazione” –, da parte di papa Francesco, che in tanti, soprattutto nell’area della Comunità di base, si aspettavano. Forse la morte di Franzoni è giunta troppo presto perché i tempi fossero maturi. O forse, fra cinquanta anni, qualche pontefice si recherà in visita alla Comunità di San Paolo, come Francesco poche settimane fa, a Bozzolo e Barbiana, sulle tombe di don Mazzolari e don Milani.

Riportiamo di seguito alcuni interventi in ricordo di Franzoni – anzi di «Giovanni, fratello, amico e compagno», come hanno detto in molti – pronunciati durante il funerale oppure resi pubblici appena appresa la notizie della morte.

 

Segreteria tecnica nazionale delle CdB italiane

«Un maestro, un profeta, un padre, un cristiano coraggioso, un annunciatore intenso ed appassionato del Regno di Dio, un profeta del nostro tempo… Giovanni Franzoni è stato certamente tutto questo per noi delle comunità cristiane di base italiane e per tutti e tutte coloro che lo hanno avuto compagno di riflessione, di elaborazione e di lotta per tante battaglie civili e umane che gli hanno procurato provvedimenti repressivi da parte di una gerarchia patriarcale e anacronistica.

È stato per noi anche un amico e un prezioso compagno di ricerca, per un cammino di fede solidale e senza confini che, lontano dalle sponde sicure del potere e dei dogmatismi, si è spinto con coraggio in mare aperto per realizzare quella “chiesa dei poveri” che tanto lo affascinava (…). La sua profonda preparazione biblica e teologica, unita ad un attento interesse per le ricadute sulla vita delle persone delle ricerche scientifiche, ci ha aiutato negli anni ad affrontare con coraggio i problemi urgenti posti all’umanità – e a noi – dalla violenza del sistema capitalista e patriarcale (…)».

 

Noi Siamo Chiesa

«Il nostro fratello e padre Giovanni Franzoni, a 88 anni,  è andato in Paradiso questa mattina dopo una vita densa di fede nell’Evangelo e di opere. Giovane abate dell’abbazia benedettina di  San Paolo a Roma,  ha cercato di dare attuazione al nuovo corso della Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II , a cui aveva partecipato. Si scontrò però con la pesantezza del sistema ecclesiastico che resisteva al cambiamento. Negli anni settanta la sua forzata separazione dalle strutture canoniche ha coinciso con un suo accresciuto impegno perché la comunità dei credenti fosse sempre più fondata sulla centralità della Parola di Dio, sul protagonismo dei suoi membri e su un rapporto laico con le istituzioni e con la società civile (…)»

 

Mons. Luigi Bettazzi

«Pax Christi Italia e Mosaico di Pace mi chiedono di esprimere la loro partecipazione al lutto della famiglia e della Comunità  cristiana di S. Paolo a Roma per la morte di Giovanni Franzoni.

Personalmente lo ricordo, quando era abate di San Paolo, alle Assemblee della Cei e agli ultimi due periodi del Concilio Vaticano II. Penso alla sua attività negli anni caldi dopo il 1968; il suo libro La terra è di Dio (cui seguì poi Anche il cielo è di Dio. Il credito dei poveri) anticipava i problemi ecologici oggi sul tavolo della politica internazionale. Le sue prese di posizione sulla Chiesa dei poveri e sul dialogo con i comunisti sembrano appartenenti al passato, ma la sua dichiarazione di aver votato comunista lo portò alla “riduzione allo stato laicale”. Il suo temperamento ardente ma soprattutto il legame con la Comunità di San Paolo, che aveva fondato e diretto fino ai nostri giorni, lo portarono a prese di posizioni di critica e di contestazione molto forti al di là di ogni compromesso (ad esempio di prendere domicilio nella mia diocesi, pur restando a Roma), che indussero poi la Chiesa a decisioni drastiche.

(…) Forse i suoi atteggiamenti di contrasto non permetteranno lo si ponga tra i profeti, accanto a d. Mazzolari e d. Milani, ma non gli tolgono il merito di una profezia – sulla Chiesa dei poveri, sull’ecologia, sulla nonviolenza e la pace – perseguita con sincerità e con coraggio e con la coscienza di una fede sincera. Gliene restiamo grati».

 

Gerard Lutte

«Dal Guatemala, con le ragazze e i ragazzi di strada, siamo presenti con il cuore, in questa assemblea in cui ricorderemo un fratello amato  che ci ha guidato soprattutto con il suo esempio nel tentativo di convertire la Chiesa cattolica nel Vangelo di Gesù.

Ho incontrato per l’ultima volta Giovanni alla fine del mese di maggio di quest’anno. Ci siamo abbracciati più a lungo del solito, coscienti che alla nostra età, per lo stato di salute, poteva essere l’ultimo abbraccio (…). Ho conosciuto Giovanni all’inizio degli anni ‘70. Avevo apprezzato molto la sua lettera pastorale La Terra è di Dio che avevo letto alla luce delle notte nella nostra Comunità di Prato Rotondo: una lettera contro la speculazione fondiaria ed edilizia alla quale partecipavano ordini religiosi ed il Vaticano, tramite la Società immobiliare. (…) Vivendo in America Latina, ho visto quanto la lettera pastorale di Giovanni sulla Terra come bene comune di tutte le donne e di tutti gli uomini, fosse ancora di bruciante attualità in questo continente, dove la terra è stata rubata alle comunità indigene. Qui il furto della terra non è solo l’impossibilità per i poveri di vivere in un’abitazione decente, ma anche la negazione del Diritto alla vita. (…) Oggi è il giorno del pianto, del dolore, dell’addio. Ma anche il momento di riprendere l’impegno di amore, di Giovanni, che sempre sarà presente in mezzo a noi, nelle nostre lotte per la giustizia e l’amicizia».

 

Luca Maria Negro (presidente Federazione Chiese Evangeliche in Italia)

«(…) Giovanni è stato una figura profetica, un grande testimone non solo della stagione conciliare (come abate di San Paolo a Roma è stato il più giovane dei “padri conciliari” nelle ultime due sessioni del Vaticano II), del rinnovamento della teologia cattolica e dell’impegno dei cristiani nella società, ma anche dell’ecumenismo, soprattutto attraverso la rivista ecumenica Com Nuovi Tempi (oggi mensile Confronti), nata nel 1974 dalla fusione del settimanale di area cattolica Com con l’evangelico Nuovi Tempi; un progetto ecumenico, questo, che la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) ha sempre sostenuto con convinzione. Personalmente ho avuto per anni il privilegio di lavorare al suo fianco nella redazione di Com Nuovi Tempi, e ho imparato molto dalla sua cultura (teologica e non solo), dalla sua creatività, dal suo senso della giustizia e dalla sua profonda umanità».

 

Eugenio Bernardini (moderatore della Tavola valdese)

«Ho conosciuto e collaborato con dom Franzoni a metà degli anni ‘70, quando aveva fatto scelte difficili e in tempi difficili e precorrendo idee e proposte che oggi fanno parte del programma del pontificato di papa Francesco. È stato uno dei protagonisti di quella fase ecumenica, tra protestanti e cattolici del dissenso, che consentì l’esperienza giornalistica di fusione tra le riviste Nuovi tempi, di area protestante, e Com, di area cattolica, facendo nascere prima Com Nuovi Tempi e poi Confronti, che ancora oggi continua il suo impegno nel dialogo ecumenico e interreligioso».

 

Mirella Manocchio (presidente dell’Opera per le Chiese metodiste evangeliche in Italia)

«Un uomo che ha precorso i tempi, lottando per battaglie storiche nel nostro Paese, in nome di una fede che ha testimoniato con forza, rinvigorendo anche quella di chi ha camminato con lui. Un esempio di cristiano, di fratello, che mancherà enormemente non solo all’interno delle Chiese, ma anche nella vita pubblica. Da giovane padre conciliare, ebbe la lungimiranza di dedicarsi alle battaglie per i diritti di tutti, che ancora oggi sono all’ordine  del giorno. Solo che Giovanni le iniziò decenni prima e con parole che potremmo definire profetiche».

 

Redazione di Confronti e cooperativa Com Nuovi Tempi

«(…) Abate di San Paolo fuori le mura negli anni ‘60, padre conciliare al Vaticano II e poi sospeso a divinis nel 1974 per le sue posizioni a favore del No nel referendum per l’abrogazione del divorzio. Due anni dopo verrà ridotto allo stato laicale. Da allora continuerà il suo percorso con la comunità cristiana di base di San Paolo, fondata nel 1973 (la celebrazione da parte di Franzoni della prima messa – che per il Vicariato di Roma “non era né autorizzata né proibita” – nel salone spoglio di via Ostiense 152/B ne rappresenta simbolicamente l’atto costitutivo), e i numerosi compagni di strada delle tante battaglie che ha portato avanti in questi decenni: accanto ai disoccupati e ai senza casa, contro la speculazione edilizia ecclesiastica e “per una Chiesa più fedele al Vangelo e al Concilio”, contro tutte le guerre (dal Vietnam alla Palestina all’Iraq) e a favore dei diritti civili: aborto, procreazione medicalmente assistita, eutanasia.

Nel 1974 il settimanale del dissenso cattolico Com si fonderà con il settimanale evangelico Nuovi tempi e darà vita a Com-Nuovi tempi. Giovanni sarà impegnato per tutto il resto della sua vita in questo progetto, che nel 1989 si trasformerà in Confronti. Per noi – ogni mese, davvero fino all’ultimo – scriveva la sua rubrica “Note dal margine”, dove affrontava le questioni più diverse. Proprio una settimana fa ci aveva inviato il suo articolo per il numero monografico che uscirà a settembre sul fine vita, nel quale esprimeva “un netto rifiuto di una rappresentazione della morte come fatto estraneo totalmente alla vita”».

 

Luis Badilla Morales (il sismografo, esule cileno, già funzionario del governo di Salvator Allende)

«La scomparsa di Giovanni Franzoni, uomo coraggioso, coerente con le sue scelte fino a pagare tutti i prezzi, anche quello di accettare la decisione vaticana che lo ridusse allo stato laicale, è una notizia molto triste. (…) Tanti cileni, argentini, brasiliani e uruguaiani, molte centinaia, sono debitori nei confronti di “dom” Giovanni, per essere stati da lui accolti a Roma presso la Comunità San Paolo, nelle vicinanze della Basilica. Qui ricevettero ogni tipo di sostegno, religioso, spirituale e materiale; erano esuli politici che fuggivano dalle dittature sudamericane e a Roma non sempre poterono trovare accoglienza e ascolto. Erano ammessi e accettati legalmente ma lasciati al proprio destino senza nessuno aiuto o sostegno. Presso la Comunità di San Paolo guidata da “dom” Giovanni trovarono per diversi anni quell’aiuto minimo necessario che ridava, allora, senso e significato a parole quali solidarietà e fratellanza. Oggi, in Europa e soprattutto in America Latina, sono moltissimi i latinoamericani che pregano per Giovanni Franzoni e certamente nessuno mancherà di ricordarlo con immenso affetto e tutti lo saluteranno con un sincero e sentito: grazie dom Giovanni».

 

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Noi Siamo Chiesa: Milano e Roma, nomine episcopali nel segno della continuità

23 luglio 2017

“Adista”
n. 27, 22 luglio 2017

Luca Kocci

«Delusione» per la nomina di mons. Mario Delpini a nuovo arcivescovo di Milano (il 7 luglio), successore del card. Angelo Scola. La esprime Noi Siamo Chiesa – il cui coordinatore nazionale, Vittorio Bellavite, risiede proprio nella diocesi di Milano – in una nota in cui il movimento riformatore si rammarica per il «ricambio profondo» che non c’è stato.

«Questa volta – si legge nel comunicato del movimento – papa Francesco  ha scelto l’ordinaria amministrazione con la nomina di mons. Mario  Delpini ad arcivescovo di Milano. Ci permettiamo di dissentire dalla sua decisione. Avevamo chiesto un vescovo di svolta, non siamo stati ascoltati come tanti altri che, in diocesi, speravano che, dall’esterno, arrivasse un soffio nuovo, necessario nella situazione attuale della cattolicità ambrosiana».

Già vicario generale del card. Scola, prima ancora docente e poi rettore del Seminario ambrosiano, vescovo ausiliario (del card. Dionigi Tettamanzi) e, dal 2012, vicario di Scola, quella di Delpini può essere pacificamente interpretata come una nomina nel segno della continuità. Così come quella, qualche settimana prima, il 26 maggio, di mons. Angelo De Donatis a vicario del papa per la diocesi di Roma (e successore del card. Agostino Vallini), un curriculum piuttosto interno ai “sacri palazzi” (direttore dell’Ufficio clero del Vicariato di Roma, direttore spirituale al Seminario romano, parroco di una chiesa del centro storico, dal 2015 vescovo ausiliare incaricato per la formazione permanente del clero) che è stato preferito a vescovi “di frontiera”, come mons. Paolo Lojudice, per molti anni parroco di periferia a Tor Bella Monaca, prima di essere nominato, anche lui nel 2015, vescovo ausiliare per il settore sud della diocesi di Roma.

Scelte che non sono sfuggite ad Andrea Tornielli, vaticanista di punta di Vatican insider (il portale di informazione religiosa del gruppo La Stampa – Il secolo XIX), piuttosto critico nei confronti dei critici delle nomine pontificie, etichettati come «sedicenti bergogliani», con implicito ma chiaro riferimento a quelle aree del cattolicesimo progressista e conciliare – a cominciare dal movimento Noi Siamo Chiesa – che, sebbene fredde nei confronti delle gerarchie e dell’istituzione ecclesiastica, sostengono il profilo riformatore di papa Francesco. «C’è chi ha visto in queste scelte, interne e dai profili meno roboanti – scrive Tornielli –, un cambio di passo rispetto a quanto avvenuto negli anni precedenti, ad esempio con le significative nomine dei vescovi di Padova, Bologna e Palermo, caratterizzate da scelte più profilate di outsider. Secondo tale interpretazione, nei casi di Roma e Milano il pontefice avrebbe optato per soluzioni più ordinarie: quasi un ripiegamento. In particolare proprio la scelta di Milano è sembrata deludere qualche sedicente “bergogliano” che auspicava una nomina di rottura con il passato per meglio marcare la sintonia con “la Chiesa di Francesco”, come se davvero potesse esistere una “Chiesa di Francesco” invece dell’unica Chiesa di Cristo».

Tornando a Milano, preso atto della nomina di Delpini, Noi Siamo Chiesa evidenzia alcuni punti che ritiene «necessari» per la diocesi, a cominciare da una «ripresa, senza ambiguità e senza troppi silenzi, delle caratteristiche del magistero del card. Martini, che non sono scomparse ma che si sono molto appannate negli ultimi quindici anni. In particolare sottolineiamo: Parola di Dio al centro di tutta la vita ecclesiale, ecumenismo non di facciata, rapporto sereno e positivo con la cultura laica, impegno generalizzato a favore degli “ultimi”, posizione di ricerca sui nuovi problemi etici, lontana dalle ricorrenti campagne promosse o avvallate dalla Conferenza episcopale italiana». E poi «contrasto esplicito e generalizzato nei confronti delle tendenze presenti nella cultura e nella società fondate sui valori mondani del denaro e dell’immagine, sulla volontà,  di stampo  leghista, di esclusione dello straniero e del diverso, sulla disaffezione dalla politica». Quindi «apertura a tutte le realtà laicali, comprese quelle fuori dal coro del conformismo ecclesiastico, perché diano un contributo, non subalterno, ai diversi problemi della diocesi, in particolare alla soluzione di quelli derivanti dalla mancanza di clero».

«Auspichiamo vivamente – prosegue la nota – che mons. Delpini, con questa maggiore responsabilità, sappia prescindere, almeno in parte, dal suo passato tutto interno al mondo ecclesiastico milanese e a ruoli non direttamente pastorali e diventare espressione di discontinuità. Se si andrà in questa direzione riceverà consensi da tanti che aspettano che il Concilio Vaticano II e il suo spirito siano il vero punto di riferimento per un generale rinnovamento ecclesiale».

Infine una proposta che, se assunta dal nuovo arcivescovo, potrebbe costituire un modello di sinodalità, da esportare anche in altre diocesi. «All’inizio di questo nuovo episcopato – chiede Noi Siamo Chiesa – si organizzi subito per un necessario periodo di tempo (per esempio tre mesi) una consultazione collettiva e generalizzata (comprensiva di tutti i soggetti ecclesiali, clero, laici uomini e donne, religiosi, che siano anche in ascolto, quando necessario, delle altre confessioni cristiane e della stessa cultura laica) per individuare i principali problemi pastorali della diocesi e per indicare  proposte concrete, almeno iniziali e  provvisorie,  perché essi siano affrontati  al meglio. Il nuovo vescovo si faccia guidare e guidi questo possibile nuovo momento straordinario di riflessione prima di iniziare il suo episcopato».

Il coro di Ratisbona, un inferno di violenze per 547 bambini e adolescenti

19 luglio 2017

“il manifesto”
19 luglio 2017

Luca Kocci

Almeno 547 bambini e adolescenti del coro di voci bianche del duomo di Ratisbona, in Baviera, fra il 1945 e il 1992 – negli anni in cui a dirigere il coro ci fu anche il fratello del papa emerito Joseph Ratzinger, Georg – avrebbero subito violenze di ogni tipo dai preti e dai propri educatori, molti di loro anche abusi sessuali.

La denuncia è arrivata dall’avvocato tedesco Ulrich Weber, che dal 2015 sta indagando sullo scandalo che ha investito la diocesi di Ratsibona, un vero e proprio crimine ai danni di minori di cui si parlava già da molti anni, ma non con l’evidenza e soprattutto le dimensioni che sono state rivelate ieri, durante una conferenza stampa in cui l’avvocato ha presentato i risultati della sua inchiesta.

Nel gennaio 2016 Weber aveva parlato “solo” di 231 casi di percosse, privazioni del cibo, abusi e violenze sessuali. Ora il numero è più che raddoppiato: 547 bambini subirono maltrattamenti fisici e psicologici, 67 di loro anche violenze sessuali, da parte di 49 fra preti ed educatori che sarebbero stati identificati ma che difficilmente andranno a processo per via della prescrizione (finora solo due religiosi sono comparsi in un tribunale penale tedesco: un ex insegnante di religione vicedirettore del liceo, allontanato nel 1958, e un ex direttore del convitto, entrambi morti nel 1984). E i numeri potrebbero crescere ancora, fino a far assumere al “caso Ratisbona” una rilevanza pari a quella di altri scandali internazionali di pedofilia ecclesiastica, dagli Stati Uniti all’Irlanda.

«Le vittime hanno descritto i loro anni di scuola come una prigione, come l’inferno e come un campo di concentramento. Molti si ricordano di quegli anni come il periodo peggiore della loro vita, caratterizzato da paura e violenza», usata come «metodo» per ottenere «massimi risultati» e «assoluta disciplina», ha spiegato l’avvocato Weber nel rapporto presentato alla stampa. Un vero e proprio «sistema della paura», fatto di violenze, sottomissione psicologica, incapacità di reagire, omertà e silenzi, che ha avvolto per anni l’ambiente dei Regensburger domspatzen,  i «passeri del duomo di Ratisbona», come venivano chiamati i bambini e i ragazzi del coro delle voci bianche.

Il rapporto non condanna direttamente come autore delle violenze ma nemmeno assolve mons. Georg Ratzinger, fratello del papa emerito Benedetto XVI, direttore del coro fra il 1964 e il 1994, che avrebbe «fatto finta di non vedere» e che sarebbe colpevole «di non essere intervenuto, nonostante fosse a conoscenza» di ciò che accadeva. Da parte sua, Georg Ratzinger, chiamato in causa già diversi anni fa, si è sempre difeso: «Se fossi stato a conoscenza dell’eccesso di violenza utilizzato, avrei fatto qualcosa», dichiarò in passato in un’intervista ad un giornale bavarese, ammettendo quindi che una dose “equilibrata” di violenza veniva praticata.

Non ne esce bene nemmeno il cardinal Gerhard Müller, vescovo di Ratisbona dal 2002 al 2012 prima di essere chiamato da papa Ratzinger in Vaticano a dirigere la Congregazione per la Dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), incarico che qualche settimana fa, allo scadere del quinquennio, papa Francesco non gli ha rinnovato (anche per divergenze teologiche: Müller rappresenta una linea conservatrice rispetto alle aperture pastorali di Bergoglio). Pur non essendo coinvolto né direttamente né indirettamente – tutte le violenze sarebbero avvenute prima che Müller assumesse la guida della diocesi –, il rapporto dell’avvocato Weber critica il modo con cui ha gestito la vicenda, dopo le prime denunce: in particolare non avrebbe cercato alcun dialogo con le vittime né si sarebbe impegnato a chiarire cosa fosse realmente accaduto nel coro delle voci bianche della cattedrale della sua diocesi. Diocesi che poi, andato via Müller, ha parzialmente cominciato ad ammettere i fatti dei decenni precedenti, assicurando un indennizzo massimo di 20mila euro per ciascuna vittima.

La prossima settimana, in Australia, si aprirà un nuovo processo per casi di pedofilia ecclesiastica: davanti ai magistrati andrà il cardinale George Pell, attuale capo – sebbene “in aspettativa” – della segreteria per l’Economia, il ministero dell’economia del Vaticano.

 

Celebrazione collettiva per Giovanni Franzoni: «Ciao fratello, amico e compagno»

16 luglio 2017

“il manifesto”
16 luglio 2017

Luca Kocci

«Dal momento in cui si nasce, si vive e si muore ogni giorno. Se si vive bene si allontana la morte, anche se la vita si consuma. E si vive bene se si sta dalla parte degli oppressi».

Sono state le ultime parole pubbliche di Giovanni Franzoni, pronunciate domenica scorsa in quella che poi è stata la sua celebrazione eucaristica di commiato nella Comunità cristiana di base di San Paolo, dove ha percorso il proprio cammino di fede da quando, nel 1974, venne allontanato dalla basilica di San Paolo fuori le mura – di cui era abate – e poi sospeso a divinis per le sue scelte politiche troppo di sinistra per la Chiesa democristiana di quel tempo, fino al 13 luglio, giorno della sua morte. Le ricorda una donna della Cdb di San Paolo, durante il funerale di Franzoni, celebrato ieri mattina sotto un tendone del Centro anziani del Parco Schuster, accanto alla basilica, dove si sono ritrovate cinquecento persone per dare l’ultimo saluto a Franzoni, anzi a «Giovanni, fratello, amico e compagno», come viene ripetuto in numerosi interventi.

Un funerale secondo lo stile delle Comunità di base: una celebrazione collettiva, in cui si alternano letture bibliche ed evangeliche, parole tratte dai libri di Franzoni («la vita non è bella quando non ci si sente circondati da amore»), canti religiosi e laici, come Eppure il vento soffia ancora, di Pierangelo Bertoli, mentre si raccolgono le offerte da destinare ai palestinesi di Gaza e ai bambini di strada del Guatemala seguiti da Gerardo Lutte, un altro dei preti della stagione del dissenso cattolico; e come Gracias a la vida, di Violeta Parra, ricordando gli esuli cileni accolti nella comunità di San Paolo dopo di golpe di Pinochet del 1973.

Fra i presenti, oltre alle compagne e ai compagni di strada di Franzoni nella Cdb di San Paolo e nelle altre comunità di base – dall’Isolotto di Firenze al Cassano di Napoli –, anche gli scout, oggi 50-60enni, che ebbero come assistente Franzoni quando era ancora abate. Poi Mina Welby, che era qui anche dieci anni fa, quando in comunità venne celebrato quel funerale religioso che il card. Ruini negò a suo marito Piergiorgio. “Pezzi” di Chiesa cattolica romana, come il direttore della Caritas di Roma, mons. Enrico Feroci, e l’attuale abate della basilica di San Paolo, per «dare l’ultimo saluto a chi mi ha preceduto nella comunità benedettina». I redattori delle riviste con cui Franzoni ha collaborato, Confronti (erede di Com, fondata anche da Franzoni) e Adista. Rappresentanti e credenti in altre fedi: valdesi, metodisti, musulmani, perché «prima di essere ebrei, cristiani, musulmani o atei siamo esseri umani», dice l’imam dei palestinesi di Roma.

Molti prendono la parola. Il coordinatore nazionale di Pax Christi, don Renato Sacco, legge il messaggio di mons. Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, presente al Concilio Vaticano II insieme a Franzoni e anch’egli fra i protagonisti del dialogo fra cattolici e comunisti negli anni ’70-’80: «le sue prese di posizione sulla Chiesa dei poveri e sul dialogo con i comunisti sembrano appartenenti al passato», scrive Bettazzi, ma gli resta «il merito di una profezia sulla Chiesa dei poveri, sull’ecologia, sulla nonviolenza e la pace, perseguita con sincerità, con coraggio e con la coscienza di una fede sincera». «Ha lasciato la sicurezza dei muri del convento per far parte di una comunità che si è messa in cammino, senza pecore o sudditi», ricordano altri. «Papa Francesco ha chiesto perdono ai valdesi per le persecuzioni inflitte loro nei secoli scorsi, mi piacerebbe che ora lo facesse anche nei confronti di Franzoni e dei suoi compagni», suggerisce Marco Davite, caporedattore della trasmissione Rai Protestantesimo. «Vedo Giovanni in questa cassa e mi chiedo: come è possibile rinchiudere i suoi pensieri lì dentro?», domanda Margherita, una donna della Cdb di San Paolo.

Poi la bara, poggiata in terra e “accerchiata” dai giovani della comunità davanti ad un tavolo-altare rivestito della con la bandiera della pace, viene sollevata e portata fuori, fra gli applausi di tutti e la commozione di molti. «Ciao fratello, amico, compagno Giovanni Franzoni».

Alcolizzati, drogati, ansiosi: i figli delle coppie gay secondo Università cattolica e “Osservatore romano”

15 luglio 2017

“Adista”
n. 26, 15 luglio 2017

Luca Kocci

Fra i figli di famiglie omosessuali – una madre e un padre – e quelli di famiglie omosessuali – due madri o due padri – esistono profonde differenze. È la tesi di Elena Canzi (docente nella facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano) argomentata nel volume appena pubblicato da Vita e Pensiero, casa editrice della Cattolica, Omogenitorialità, filiazione e dintorni (pp. 144, euro 15), e rilanciata con grande enfasi in un lungo articolo-recensione di Lucetta Scaraffia pubblicato sull’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, dello scorso 3 luglio.

«Oggi abbiamo argomenti più concreti» per sostenere «l’’opposizione al progetto di alcune coppie omosessuali a formarsi una famiglia con la fecondazione assistita o con l’adozione», scrive Scaraffia. E gli «argomenti più concreti» sarebbero appunto quelli contenuti nel volume della psicologa della Cattolica, che intende smontare le ricerche «di parte», soprattutto della sociologia anglosassone, secondo cui «non ci sono differenze fra i bambini che vivono in famiglie omosessuali e gli altri, focalizzandosi su due fattori: la qualità della relazione, in genere come percepita dai genitori, e l’adattamento psicosociale».

Invece, secondo le autrici (della ricerca e della recensione sull’Osservatore), non è affatto così.

Innanzitutto, si legge nell’articolo di Scaraffia, «i figli nati dall’acquisto di seme rivelano di sentirsi disturbati dal fatto che il denaro svolga un ruolo decisivo nel loro concepimento, mentre si dichiarano a favore dell’adozione», si legge nell’articolo di Scaraffia.

Poi «una domanda che si sono posti i ricercatori è relativa all’orientamento sessuale dei figli: avere genitori omosessuali inclina a una scelta omosessuale? La risposta che ci si aspetterebbe è che i genitori omosessuali dimostrino nei confronti del problema maggiore anticonformismo, ma non è sempre così: spesso l’eterosessualità del figlio viene esibita per confermare la “normalità” della famiglia. Ma, esaminando le inchieste nella loro totalità, “sembra di poter rintracciare un trend comune, ossia una maggior probabilità di atteggiamenti e comportamenti omosessuali”, specialmente nei figli di coppie lesbiche». Inoltre – questo perlomeno dimostrerebbero le ricerche di Canzi – «l’analisi del rendimento scolastico conferma che i figli di coppie omosessuali, se in maggioranza sviluppano livelli più elevati di rendimento, sono anche indotti a maggior uso di alcool e droghe, e riportano livelli minori di autonomia e invece livelli superiori di ansia».

C’è infine il trauma del «genitore mancante», ovvero il «donatore di gamete», che ovviamente, secondo Canzi-Scaraffia, riguarda «anche coppie eterosessuali che hanno praticato l’inseminazione eterologa»: «risulta evidente – spiega la ricerca – che i figli con donatore sconosciuto subiscono più pesante stigmatizzazione da parte dei compagni. Certo, il problema dell’assenza dei genitori si pone anche nell’adozione, ma qui il genitore adottivo “non si sostituisce, ma piuttosto si fa carico di quel dolore di origine e lo ripara” mentre diverso è il percorso di chi per scelta procrea figli “orfani”». E infatti «il rapporto più difficile è soprattutto quello con i coetanei, che spesso li sottopongono a derisione e bullismo, facendo emergere sentimenti di inferiorità e anormalità. Una stigmatizzazione che provoca diverse strategie adattative, nelle quali prevale quella di negare il problema, confessando la propria condizione solo a poche persone scelte. Certo, la partecipazione alla vita di comunità omosessuali, con figli relativi, può aiutare a rendere meno pesante questa situazione».

In conclusione, quindi, «“i figli di coppie omosessuali riportano maggior ricorso all’assistenza pubblica, minor identificazione eterosessuale, maggior frequenza di relazioni omosessuali e minor senso di sicurezza sperimentato nella famiglia di origine”. Emerge così un quadro complesso e certamente non univoco, dal quale però si deduce che è davvero difficile sostenere che non esista alcuna differenza fra i figli di famiglie eterosessuali e quelli di famiglie omosessuali».

Che succede a Mosul? I preti di Pax Christi sulla “guerra dimenticata” in Iraq

15 luglio 2017

“Adista”
n. 26, 15 luglio 2017

Luca Kocci

Il grido di dolore di Mosul, l’antica Ninive, «la città percorsa dal profeta Giona “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”». Lo rilanciano in una lettera aperte don Renato Sacco (parroco della Diocesi di Novara e coordinatore nazionale di Pax Christi) e don Fabio Corazzina (parroco della Diocesi di Brescia, anni fa anche lui coordinatore nazionale di Pax Christi) che a Mosul e in Iraq sono stati decine di volte. «Ci siamo stati tante volte», ricordano i due preti di Pax Christi. «Prima, durante e dopo la guerra di liberazione dalla dittatura. Siamo stati accolti in molte case, abbiamo condiviso la mensa e la Messa, nella parrocchia del Perpetuo Soccorso, con il parroco Louis Sako, ora Patriarca Caldeo a Baghdad. Abbiamo incontrato lì a Mosul, in mezzo alla sua gente, il vescovo Faraj Rahho, poi rapito e ucciso il 13 marzo 2008. Ci siamo stati anche nel giugno 2003, quando Bush aveva detto che ormai la guerra era finita. Ci siamo ritornati nel novembre dello stesso anno per l’ordinazione episcopale dell’amico Louis Sako. Erano i giorni della strage di Nassiriya. Dopo quegli anni Mosul, come tutto l’Iraq non interessò molto all’Occidente, se non per i propri interessi economici e militari».

Quindi, scrivono, «Mosul è una città che abbiamo nel cuore», scrivono i due preti. «Non riusciamo a pensare al dolore, alla tragedia che hanno vissuto gli abitanti di quella città durante la dittatura di Saddam e la seguente “liberazione” o esportazione della democrazia, poi sotto la folle oppressione dell’Isis e ora mentre è in corso una nuova guerra per liberare la città. Cosa sta succedendo a tutte quelle persone, al di là delle notizie abbastanza trionfalistiche tipiche dei bollettini di guerra?». Difficile saperlo con precisione, perché «l’Iraq è uscito dall’attenzione dei media internazionali. I riflettori, anche della politica e dell’opinione pubblica, erano puntati da altre parti. Eppure la realtà era tutt’altro che tranquilla, per niente in pace. Nei primi mesi del 2014 in Iraq venivano uccise circa mille persone al mese. Poi è arrivato l’Isis! Agli inizi del mese di giugno 2014 la grande città di Mosul viene occupata, e ai primi di agosto 2014, la grande fuga di centomila persone dai villaggi della Piana di Ninive».

E oggi? «In questi giorni – scrivono, avanzando dubbi, Sacco e Corazzina – pare che la città di Mosul venga riconquistata dall’esercito iracheno, cacciando definitivamente l’Isis. Noi vediamo solo immagini di distruzione, dolore, paura e disperazione. Ma tornerà presto, inesorabilmente, di nuovo il silenzio sulle persone sulle loro storie, imposto dai fasti della vittoria».

Quindi, si chiedono i due preti: «Come è stato possibile che Mosul cadesse così velocemente nelle mani dell’Isis? L’Isis non è nato dalla sera alla mattina, come la pianta di ricino per far ombra al profeta Giona. Chi lo ha sostenuto? Perché i grandi mezzi di informazione parlando di Mosul non denunciano anche le grandi collusioni dell’Occidente con l’Isis? Ancora oggi sappiamo che l’Arabia Saudita sostiene economicamente, ideologicamente e militarmente l’Isis: perchè l’Italia continua a vendere armi all’Arabia Saudita? Come le bombe della Rwm di Domusnovas in Sardegna (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16; 14 e 19/17). Siamo davvero convinti di voler combattere l’Isis? E perchè non è stato fatto prima? Quali gli interessi occidentali e anche Italiani ancora sul tavolo? Con la “Operazione Praesidium” l’Italia presidia la diga di Mosul: perchè? Come ha vissuto questi anni di occupazione Isis? Come ha tutelato le persone civili? Sull’operazione il silenzio è totale. Davvero ci interessa il bene comune, la vita degli Iracheni e in particolare delle minoranze?».

«Crediamo che l’invito del profeta Giona debba essere raccolto anche da noi – si conclude la lettera aperta di don Sacco e don Corazzina –: “Ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani”. Se non cambiamo strada ci saranno altre Mosul, altri Isis, altri silenzi e nuovi eccidi di civili nella logica folle della guerra».

Dom Franzoni, fuori le mura con la bussola del Vangelo

14 luglio 2017

“il manifesto”
14 luglio 2017

Luca Kocci

«Un cattolico marginale». Così si era definito egli stesso, nella sua autobiografia pubblicata qualche anno fa (da Rubbettino). Giovanni Franzoni, monaco benedettino, abate della basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, prima di essere allontanato, sospeso e dimesso dallo stato clericale dal Vaticano, per le sue scelte politiche troppo di sinistra per la Chiesa democristiana di allora, è morto ieri a Roma a quasi 89 anni di età, che avrebbe compiuto il prossimo 8 novembre.

Nato a Varna, in Bulgaria, nel 1928, entra presto nell’ordine benedettino. Nel 1955 viene ordinato prete e subito dopo inviato all’abbazia benedettina di Farfa. Nel 1964 la prima svolta: viene trasferito a Roma come abate della basilica di San Paolo fuori le mura. Da abate di San Paolo – una dignità che di fatto lo equiparava ad un vescovo – acquisisce il diritto a partecipare alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II (a 36 anni era il più giovane padre conciliare italiano), dove sostiene i principi della collegialità e della sinodalità, guardati con preoccupazione dai settori ecclesiali conservatori.

Intanto si lascia provocare dalle contraddizioni della città e di un quartiere popolare come era allora San Paolo. Inizia a prendere forma una comunità “orizzontale”, fatta anche di laici, donne e uomini, che vuole vivere il Vangelo nella storia: l’opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, i digiuni per la pace fra India e Pakistan, il sostegno all’obiezione di coscienza al servizio militare, l’attenzione agli emarginati – in particolare i reclusi nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà – le lotte degli operai licenziati della Crespi, una fabbrica di infissi vicina alla basilica. A San Paolo si realizza anche quella piena partecipazione dei laici alla vita della Chiesa proclamata dal Concilio e mai compiuta: l’omelia della messa domenicale, celebrata in basilica dall’abate Franzoni, viene preparata il sabato sera in un confronto collettivo e paritario con i laici.

Una testimonianza e una azione pastorale che non passano inosservate. Fascisti e cattolici tradizionalisti protestano: irruzioni violente in basilica, scritte minacciose sui muri del quartiere («Franzoni al rogo», «Franzoni Giuda»). I gerarchi ecclesiastici sorvegliano la comunità, ma non trovano elementi per intervenire con delle sanzioni canoniche. Fino al 1973, quando un giovane, durante la messa in basilica, legge una preghiera contro lo Ior. Il confine è stato oltrepassato. Franzoni è costretto alle dimissioni da abate di San Paolo. Prima però, pensando all’imminente Giubileo del 1975, pubblica la lettera pastorale La terra è di Dio. La terra è di Dio e quindi non può essere usata come strumento di dominio, spiegava Franzoni nella sua lettera, che diventa anche un severo atto d’accusa contro la speculazione fondiaria ed edilizia portata avanti con il silenzio e la complicità dell’istituzione ecclesiastica e contro gli stretti legami fra Chiesa e poteri economici, all’ombra della Democrazia Cristiana.

Fuori dal tempio – la basilica di San Paolo – nasce la comunità cristiana di base di San Paolo e inizia un’altra storia che prosegue ancora oggi, seguendo una “stella polare”: desacralizzare e riappropriarsi del Vangelo per incarnarlo nella storia, in piena autonomia e libertà di coscienza.

Frattanto Franzoni viene sospeso a divinis perché nel 1974 si schiera a favore del divorzio. E poi, nel 1976, quando dichiara che alle elezioni voterà per il Pci, viene dimesso dallo stato clericale. L’istituzione ecclesiastica chiede «di sacrificare le proprie scelte politiche perché pregiudicanti l’adesione a Cristo», ma «l’adesione a Cristo non pone questa pregiudiziale», scriveva Franzoni a don Macchi, segretario di Paolo VI. Poi ci sono il referendum sull’aborto e il coinvolgimento in tutte le lotte sociali degli anni ‘80 e ’90, quando Franzoni, tornato laico, si sposa (nel 1990) con Yukiko, giapponese, insegnante di sostegno, in Italia per tradurre e studiare Gramsci insieme a Mario Alighiero Manacorda.

Il resto è storia di ieri. L’opposizione alle guerre in Iraq e Afghanistan, il referendum sulla legge 40 contro l’ordine di astensionismo arrivato dal cardinal Ruini, il sostegno alle battaglie di Beppino Englaro e Piergiorgio Welby, commemorato a San Paolo mentre Ruini gli aveva negato il funerale religioso, le attività con i profughi afghani, le battaglie contro il Concordato e i cappellani militari, ma anche i percorsi di fede con il gruppo biblico e il gruppo donne che, seguendo il filone della ricerca teologica e biblica femminista, approfondisce le tematiche riguardanti la condizione delle donne nella Chiesa e nella società.

La definizione di «cattolico marginale», allora assume un doppio significato: è stato messo ai margini dalla Chiesa di Roma ma ha vissuto sempre accanto agli emarginati dal sistema.

 

Addio a Luigi Pedrazzi, cattolico adulto che si “sporcava” le mani

13 luglio 2017

“Adista”
n. 25, 8 luglio 2017

Luca Kocci

È morto lo scorso 27 giugno, all’età di 89 anni, il politologo Luigi Pedrazzi, tra i fondatori dell’associazione e della rivista Il Mulino, importante e storico spazio culturale del cattolicesimo democratico bolognese.

Cattolico progressista, uomo di grande cultura, da sempre vicino a don Giuseppe Dossetti, Pedrazzi è stato autore di numerosi saggi, ma è stato anche un intellettuale mai rintanato nella tranquillità della “torre d’avorio” ma che si è sempre “sporcato le mani”. Per anni consigliere comunale a Bologna (si candidò la prima volta nel 1956, con la Democrazia Cristiana, con Dossetti candidato sindaco sconfitto, che lo chiamava «il pedrazzino»), animatore instancabile di iniziative giornalistiche e politiche, sempre alla ricerca del dialogo e sempre con la convinzione che il dialogo, per essere vero, deve essere praticato, soprattutto il dialogo fra cattolici e comunisti, un tema importante nella Bologna di Dossetti e del sindaco Dozza. Nel 1974, insieme ad Ermanno Gorrieri e Luigi Macario, è stato alla guida dei Cattolici per il No, i cattolici che al referendum votarono per il mantenimento della legge sul divorzio. Messo temporaneamente da parte l’impegno politico diretto, solo nel 1995 Pedrazzi, alla nascita dell’Ulivo di Romano Prodi (di cui era consigliere ascoltatissimo), ha accettato l’incarico di vicesindaco di Bologna dal sindaco Walter Vitali (Ds): era la prima volta che un cattolico, e non un socialista o un comunista, ricopriva incarichi di governo a Bologna. Nel 2014 ha ricevuto l’Archiginnasio d’oro conferito dal Comune di Bologna come «personalità che si è distinta nel campo della cultura e della scienza».

Bologna «ha perso uno dei suoi uomini migliori», uno dei suoi «protagonisti più straordinari», commenta Prodi. «Ci lascia una grande testimonianza di che cosa voglia dire impegno in tutti i campi. Impegno morale, religioso, civile. Era un uomo a 360 gradi, in un certo senso un’incarnazione dell’I care di don Milani», il ricordo del politologo Paolo Pombeni, anche lui del gruppo del Mulino. «Era un uomo buono nel senso pieno del termine, non buonista – sottolinea Pombeni – e, con il senso dell’impegno che aveva, sapeva sostenere le proprie posizioni con convinzione, ma senza la crudezza del radicalismo, perché era fermamente persuaso che si potesse parlare con tutti e con tutti si potesse avere un rapporto. Si può proporre senza imporre: questa era la sua cifra».

Amico di Adista, che più volte rilanciò, nel 2008, la sua iniziativa “Il nostro ‘58” che intendeva celebrare il cinquantesimo dell’elezione di papa Roncalli come profezia della Chiesa che stava cambiando, il suo ultimo intervento sulla nostra rivista è del 2013 (v. Adista Segni Nuovi n. 21/13), in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Giovanni XXIII. «Nel mezzo secolo intercorso dalla sua morte, la grande opera di Roncalli, cioè il Concilio Vaticano II, ha dimostrato una dinamica singolare – scriveva allora Pedrazzi –: la sua importanza, anno per anno, è cresciuta moltissimo, nella Chiesa cattolica, nel Cristianesimo e nella cultura mondiale. Per forza propria, non per le cure ricevute. Il Concilio non è stato abbandonato, ma la sua utilizzazione attende una ricezione più matura».

 

«La sinodalità, non l’infallibilità, sia la prassi della Chiesa». Le riviste della rete dei Viandanti intervistano il teologo Ruggieri

13 luglio 2017

“Adista”
n. 25, 8 luglio 2017

Luca Kocci

La sinodalità non sia un’eccezione, ma una pratica abituale della Chiesa, a tutti i livelli, dalla Curia romana alle singole parrocchie di periferia. È quello che spiega il teologo Giuseppe Ruggieri in un’ampia intervista (a cura di Giampiero Forcesi) pubblicata contemporaneamente dalle riviste Dialoghi, Esodo, Il gallo, il tetto, Koinonia, l’altrapagina, Matrimonio, Nota-m, Oreundici e Tempi di fraternità, tutte aderenti alla Rete dei Viandanti, che, con questa iniziativa – spiegano dai Viandanti –, «vogliono dare visibilità ad un progetto comunicativo unitario, che intende, tra l’altro, promuovere una riflessione sui temi che papa Francesco indica per la riforma della Chiesa, a partire proprio dalla questione della sinodalità».

Il punto di partenza è il volume di Ruggieri, appena pubblicato dall’editore Laterza di Bari (Chiesa sinodale, pp. 280, euro 24). «L’affermazione che i sinodi appartengono alla quotidianità della Chiesa non è mia, ma l’ho ripresa da uno dei più grandi storici dell’idea sinodale, il gesuita tedesco Hermann Sieben», spiega Ruggieri. «Ovviamente, in quest’affermazione, “quotidiano” vuole indicare semplicemente “abituale”, nel senso che ogni orientamento nella Chiesa non può essere espressione di una parte soltanto del popolo di Dio, fosse pure la gerarchia episcopale, ma lo deve essere del popolo cristiano tutto, rispettando il contributo che i vari ministeri e carismi, col proprio preso specifico, possiedono».

E se la prassi sinodale era maggiormente condivisa dalla Chiesa in età pre-moderna, «questa convinzione è stata progressivamente dimenticata dopo il concilio di Trento, fino all’assurda affermazione di Pio X – sottolinea Ruggieri – secondo il quale nella Chiesa ci sono le pecore a cui spetta obbedire e i pastori a cui spetta comandare». Nel Novecento, secondo Ruggieri, c’è stata una timida «ripresa progressiva della convinzione della comune dignità dei cristiani», sebbene in forma piuttosto blanda: la cosiddetta «collaborazione dei laici alla gerarchia», «pur essendo un surrogato, era tuttavia la timida ripresa della responsabilità originaria e propria dei cristiani, cioè dei messianici tutti».

Una convinzione però che, per essere reale e non puramente teorica – spiega Ruggieri –, «dovrebbe attuarsi già nella prassi delle parrocchie. A mio avviso almeno una volta l’anno esse dovrebbero celebrare i propri sinodi, anche senza chiamarli così. La cosa importante è la loro preparazione, con la scelta degli argomenti e l’effettiva presenza delle varie componenti della realtà parrocchiale, rompendo i vari “cerchi magici”». Ovvero, rimarca Ruggieri, garantendo «il diritto di parola di tutti, senza gerarchie fasulle».

Ma la sinodalità, secondo il teologo, deve evitare due «derive» speculari: da un parte il verticismo autoritario, dall’altra la democrazia. «Per un verso – argomenta – agisce infatti ancora in molti una concezione discendente dell’autorità: dal papa, ai vescovi, ai preti e infine ai laici. Dall’altra la crescita della consapevolezza dell’eguale dignità e responsabilità di tutti i credenti rischia di scivolare nella concezione “democratica”, validissima sul piano politico-civile, della delega dal basso, per cui il consenso ottenuto deve rispettare la volontà delle persone rappresentate e deleganti». E la prassi democratica, secondo Ruggieri, viene in un certo senso superata dalla presenza dello Spirito Santo. «Ogni concilio o sinodo “perfetto” (categoria antica che non equivale a “infallibile”) – spiega – infatti “rende presente” la Chiesa nella misura in cui Cristo stesso si rende presente mediante il suo Spirito quando due o tre si riuniscono nel suo nome. Il consenso è quindi un evento che lo Spirito stesso crea quando esistono le condizioni, che non sono in primo luogo quelle giuridiche, ma quelle del comune ascolto sia dei presenti che della tradizione del Vangelo di Gesù», ovvero la prassi dell’ascolto «orizzontale e verticale». Un sinodo, quindi è «perfetto», quando dà luogo a tre «accordi: quello con la tradizione viva del Vangelo di tutti i tempi, quello tra i presenti, quello con la base ecclesiale che lo riceve e lo mette in pratica».

Qual è l’elemento che, secondo Ruggieri, ha sabotato dall’interno della prassi ecclesiale? Il concetto, poi assunto a dogma, della «infallibilità»: «La discussione sulla “infallibilità” ha terribilmente distorto, a mio modesto avviso, il significato delle decisioni nella Chiesa, a partire da un significato di “verità” che non è quello evangelico, ma quello filosofico della verità come corrispondenza tra il linguaggio e la realtà che il linguaggio vorrebbe tradurre. La verità cristiana, almeno secondo il vangelo di Giovanni, è invece testimonianza del mistero del Padre e si oppone alla menzogna, che è un parlare a partire da sé. La verità di un sinodo sta cioè nella capacità di tradurre o meno il Vangelo dell’amore del Padre del Messia Gesù nelle condizioni attuali della vicenda umana, di essere quindi testimone della verità nel senso in cui Gesù proclamò dinanzi a Pilato di essere venuto per testimoniare la verità».

Noi siamo Chiesa: bene la riabilitazione di Milani e Mazzolari. Ma ora tocca a tanti altri

7 luglio 2017

“Adista”
n. 24, 1 luglio 2017

Luca Kocci

Dopo il suo «evangelico viaggio» a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi) a pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, papa Francesco faccia due ulteriori passi avanti: abolisca i cappellani militari e riabiliti Ernesto Buonaiuti.

Il movimento Noi Siamo Chiesa plaude al pellegrinaggio di Francesco sulle orme dei due dei preti di frontiera messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di Pio XI, Pio XII e del card. Ottaviani, ma invita il papa ad assumere ulteriori decisioni coraggiose, che riguardano il passato – la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti, uno dei “padri” del modernismo – e il futuro, la smilitarizzazione dei cappellani militari.

«Accogliamo il pellegrinaggio di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana con esultanza», commenta Noi Siamo Chiesa. «Don Primo e don Lorenzo sono stati i nostri maestri che leggevamo quasi di nascosto. Il quindicinale Adesso (di don Mazzolari, n.d.r.) e la Lettera ai cappellani militari (di don Milani, n.d.r.) ci hanno indicato il coraggio di contraddire molte pretese verità ecclesiastiche e civili e tanti richiami all’obbedienza “che non è più una virtù”. I meno giovani di noi hanno poi visto nel Concilio un’accoglienza imprevista, almeno nel nostro Paese, a molti punti dei loro messaggi e delle loro testimonianze». Ed è proprio per questo che Noi Siamo Chiesa ritiene che «la sincera voce del papa non possa significare un loro recupero solo formale, senza alcun costo, per il sistema ecclesiastico italiano, quasi una imbalsamazione delle loro figure». Si tratta di un atto di «coerenza».

«Ci chiediamo, per esempio ricordando don  Milani – si legge nella nota del movimento –, perché i vescovi italiani non decidano subito, anche con decisione unilaterale, di ritirare i cappellani militari dalle Forze armate per sostituirli con la presenza della pastorale ordinaria», come chiede da sempre Pax Christi e recentemente il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (v. Adista Notizie n. 23/17). Ovvero di smilitarizzare i cappellani – attualmente inseriti con i gradi nella gerarchia militare, a partire dal vescovo castrense, che è generale di corpo d’armata – e di affidare l’assistenza spirituale ai preti del territorio.

Ma secondo Noi Siamo Chiesa è anche il momento di «riprendere la riflessione sulla persona e sull’opera di Ernesto Buonaiuti», dal momento che ormai «i principali punti di vista del modernismo si sono confrontati in vari modi con la modernità, hanno percorso  poi in modo sotterraneo la Chiesa e sono stati  accolti in gran parte dal Concilio, dal metodo storico-critico nell’esame delle Scritture, dalla libertà di coscienza e di ricerca».

Prete, teologo e storico del cristianesimo, sostenitore del metodo storico-critico, aderente al movimento modernista condannato dalla Chiesa intransigente del tempo con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907) di Pio X, a Buonaiuti venne proibito l’insegnamento nelle università ecclesiastiche e fu scomunicato da Pio XI nel 1926. Nel 1931 gli venne tolta la cattedra di Storia del cristianesimo alla Sapienza di Roma (vinta con regolare concorso nel 1915) perché fu uno dei 12 professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista, ignorando il farisaico suggerimento che il Vaticano, per non irritare Mussolini con cui aveva appena firmato i Patti lateranensi, fece pervenire ai docenti di area cattolica: giurare «con riserva mentale», cioè ponendo come condizione, nel segreto della propria coscienza, che si sarebbero attenuti a tale giuramento solo se ciò non avesse loro imposto doveri contrari alla fede cattolica. Fu poi formalmente reintegrato in ruolo dopo l’8 settembre, ma la cattedra non gli verrà mai restituita, neppure dopo la Liberazione, per una norma ad personam del Concordato che vietava ai preti scomunicati di «essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico». Morì nel 1946 privato anche dei funerali religiosi e della sepoltura ecclesiastica, perché rifiutò fino alla fine di rinnegare le sue idee.

Noi Siamo Chiesa ricorda che è stato diffuso un “Appello per una migliore conoscenza e per la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti  nella Chiesa e nella società” che ha raccolto 385 adesioni, tra queste quelle di tutte le principali riviste dell’area “conciliare”, di moltissime associazioni  e di quasi tutti gli esponenti del cattolicesimo progressista (v. Adista Notizie n. 25/14 e Adista Segni Nuovi n. 19/16) e che è giunta l’ora della sua piena riabilitazione, da parte della Chiesa cattolica, ma anche dello Stato italiano.

E non c’è solo Buonaiuti (o Mazzolari e Milani). «Non possiamo esimerci – conclude la nota di Noi Siamo Chiesa – da una riflessione più generale  su come l’autorità gerarchica della Chiesa ha avuto l’abitudine di isolare e di condannare quanti all’interno della comunità ecclesiale hanno indicato e cercato di praticare, in tempi  recenti,  percorsi animati dal soffio dello Spirito.  I teologi della liberazione sono quelli che hanno patito più di altri della sordità e della supponenza  di chi pretendeva di parlare in nome della vera fede. L’apertura di spazi di sinodalità, che è nella linea di papa Francesco, deve comportare a nostro giudizio una discontinuità esplicita nei confronti degli atteggiamenti che, per troppi anni, dopo il Concilio, hanno isolato ed anche condannato spiriti liberi ed evangelici presenti nella nostra Chiesa. Questa discontinuità la stiamo  aspettando».