Addio a Luigi Pedrazzi, cattolico adulto che si “sporcava” le mani

“Adista”
n. 25, 8 luglio 2017

Luca Kocci

È morto lo scorso 27 giugno, all’età di 89 anni, il politologo Luigi Pedrazzi, tra i fondatori dell’associazione e della rivista Il Mulino, importante e storico spazio culturale del cattolicesimo democratico bolognese.

Cattolico progressista, uomo di grande cultura, da sempre vicino a don Giuseppe Dossetti, Pedrazzi è stato autore di numerosi saggi, ma è stato anche un intellettuale mai rintanato nella tranquillità della “torre d’avorio” ma che si è sempre “sporcato le mani”. Per anni consigliere comunale a Bologna (si candidò la prima volta nel 1956, con la Democrazia Cristiana, con Dossetti candidato sindaco sconfitto, che lo chiamava «il pedrazzino»), animatore instancabile di iniziative giornalistiche e politiche, sempre alla ricerca del dialogo e sempre con la convinzione che il dialogo, per essere vero, deve essere praticato, soprattutto il dialogo fra cattolici e comunisti, un tema importante nella Bologna di Dossetti e del sindaco Dozza. Nel 1974, insieme ad Ermanno Gorrieri e Luigi Macario, è stato alla guida dei Cattolici per il No, i cattolici che al referendum votarono per il mantenimento della legge sul divorzio. Messo temporaneamente da parte l’impegno politico diretto, solo nel 1995 Pedrazzi, alla nascita dell’Ulivo di Romano Prodi (di cui era consigliere ascoltatissimo), ha accettato l’incarico di vicesindaco di Bologna dal sindaco Walter Vitali (Ds): era la prima volta che un cattolico, e non un socialista o un comunista, ricopriva incarichi di governo a Bologna. Nel 2014 ha ricevuto l’Archiginnasio d’oro conferito dal Comune di Bologna come «personalità che si è distinta nel campo della cultura e della scienza».

Bologna «ha perso uno dei suoi uomini migliori», uno dei suoi «protagonisti più straordinari», commenta Prodi. «Ci lascia una grande testimonianza di che cosa voglia dire impegno in tutti i campi. Impegno morale, religioso, civile. Era un uomo a 360 gradi, in un certo senso un’incarnazione dell’I care di don Milani», il ricordo del politologo Paolo Pombeni, anche lui del gruppo del Mulino. «Era un uomo buono nel senso pieno del termine, non buonista – sottolinea Pombeni – e, con il senso dell’impegno che aveva, sapeva sostenere le proprie posizioni con convinzione, ma senza la crudezza del radicalismo, perché era fermamente persuaso che si potesse parlare con tutti e con tutti si potesse avere un rapporto. Si può proporre senza imporre: questa era la sua cifra».

Amico di Adista, che più volte rilanciò, nel 2008, la sua iniziativa “Il nostro ‘58” che intendeva celebrare il cinquantesimo dell’elezione di papa Roncalli come profezia della Chiesa che stava cambiando, il suo ultimo intervento sulla nostra rivista è del 2013 (v. Adista Segni Nuovi n. 21/13), in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Giovanni XXIII. «Nel mezzo secolo intercorso dalla sua morte, la grande opera di Roncalli, cioè il Concilio Vaticano II, ha dimostrato una dinamica singolare – scriveva allora Pedrazzi –: la sua importanza, anno per anno, è cresciuta moltissimo, nella Chiesa cattolica, nel Cristianesimo e nella cultura mondiale. Per forza propria, non per le cure ricevute. Il Concilio non è stato abbandonato, ma la sua utilizzazione attende una ricezione più matura».

 

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