«La sinodalità, non l’infallibilità, sia la prassi della Chiesa». Le riviste della rete dei Viandanti intervistano il teologo Ruggieri

“Adista”
n. 25, 8 luglio 2017

Luca Kocci

La sinodalità non sia un’eccezione, ma una pratica abituale della Chiesa, a tutti i livelli, dalla Curia romana alle singole parrocchie di periferia. È quello che spiega il teologo Giuseppe Ruggieri in un’ampia intervista (a cura di Giampiero Forcesi) pubblicata contemporaneamente dalle riviste Dialoghi, Esodo, Il gallo, il tetto, Koinonia, l’altrapagina, Matrimonio, Nota-m, Oreundici e Tempi di fraternità, tutte aderenti alla Rete dei Viandanti, che, con questa iniziativa – spiegano dai Viandanti –, «vogliono dare visibilità ad un progetto comunicativo unitario, che intende, tra l’altro, promuovere una riflessione sui temi che papa Francesco indica per la riforma della Chiesa, a partire proprio dalla questione della sinodalità».

Il punto di partenza è il volume di Ruggieri, appena pubblicato dall’editore Laterza di Bari (Chiesa sinodale, pp. 280, euro 24). «L’affermazione che i sinodi appartengono alla quotidianità della Chiesa non è mia, ma l’ho ripresa da uno dei più grandi storici dell’idea sinodale, il gesuita tedesco Hermann Sieben», spiega Ruggieri. «Ovviamente, in quest’affermazione, “quotidiano” vuole indicare semplicemente “abituale”, nel senso che ogni orientamento nella Chiesa non può essere espressione di una parte soltanto del popolo di Dio, fosse pure la gerarchia episcopale, ma lo deve essere del popolo cristiano tutto, rispettando il contributo che i vari ministeri e carismi, col proprio preso specifico, possiedono».

E se la prassi sinodale era maggiormente condivisa dalla Chiesa in età pre-moderna, «questa convinzione è stata progressivamente dimenticata dopo il concilio di Trento, fino all’assurda affermazione di Pio X – sottolinea Ruggieri – secondo il quale nella Chiesa ci sono le pecore a cui spetta obbedire e i pastori a cui spetta comandare». Nel Novecento, secondo Ruggieri, c’è stata una timida «ripresa progressiva della convinzione della comune dignità dei cristiani», sebbene in forma piuttosto blanda: la cosiddetta «collaborazione dei laici alla gerarchia», «pur essendo un surrogato, era tuttavia la timida ripresa della responsabilità originaria e propria dei cristiani, cioè dei messianici tutti».

Una convinzione però che, per essere reale e non puramente teorica – spiega Ruggieri –, «dovrebbe attuarsi già nella prassi delle parrocchie. A mio avviso almeno una volta l’anno esse dovrebbero celebrare i propri sinodi, anche senza chiamarli così. La cosa importante è la loro preparazione, con la scelta degli argomenti e l’effettiva presenza delle varie componenti della realtà parrocchiale, rompendo i vari “cerchi magici”». Ovvero, rimarca Ruggieri, garantendo «il diritto di parola di tutti, senza gerarchie fasulle».

Ma la sinodalità, secondo il teologo, deve evitare due «derive» speculari: da un parte il verticismo autoritario, dall’altra la democrazia. «Per un verso – argomenta – agisce infatti ancora in molti una concezione discendente dell’autorità: dal papa, ai vescovi, ai preti e infine ai laici. Dall’altra la crescita della consapevolezza dell’eguale dignità e responsabilità di tutti i credenti rischia di scivolare nella concezione “democratica”, validissima sul piano politico-civile, della delega dal basso, per cui il consenso ottenuto deve rispettare la volontà delle persone rappresentate e deleganti». E la prassi democratica, secondo Ruggieri, viene in un certo senso superata dalla presenza dello Spirito Santo. «Ogni concilio o sinodo “perfetto” (categoria antica che non equivale a “infallibile”) – spiega – infatti “rende presente” la Chiesa nella misura in cui Cristo stesso si rende presente mediante il suo Spirito quando due o tre si riuniscono nel suo nome. Il consenso è quindi un evento che lo Spirito stesso crea quando esistono le condizioni, che non sono in primo luogo quelle giuridiche, ma quelle del comune ascolto sia dei presenti che della tradizione del Vangelo di Gesù», ovvero la prassi dell’ascolto «orizzontale e verticale». Un sinodo, quindi è «perfetto», quando dà luogo a tre «accordi: quello con la tradizione viva del Vangelo di tutti i tempi, quello tra i presenti, quello con la base ecclesiale che lo riceve e lo mette in pratica».

Qual è l’elemento che, secondo Ruggieri, ha sabotato dall’interno della prassi ecclesiale? Il concetto, poi assunto a dogma, della «infallibilità»: «La discussione sulla “infallibilità” ha terribilmente distorto, a mio modesto avviso, il significato delle decisioni nella Chiesa, a partire da un significato di “verità” che non è quello evangelico, ma quello filosofico della verità come corrispondenza tra il linguaggio e la realtà che il linguaggio vorrebbe tradurre. La verità cristiana, almeno secondo il vangelo di Giovanni, è invece testimonianza del mistero del Padre e si oppone alla menzogna, che è un parlare a partire da sé. La verità di un sinodo sta cioè nella capacità di tradurre o meno il Vangelo dell’amore del Padre del Messia Gesù nelle condizioni attuali della vicenda umana, di essere quindi testimone della verità nel senso in cui Gesù proclamò dinanzi a Pilato di essere venuto per testimoniare la verità».

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